venerdì 31 luglio 2009

"TROPPE MINACCE". UNA LEGGE CONTRO I FANATICI DI ALLAH


Souad Sbai va al contrattacco contro i fondamentalisti.

Moderata sì, ma fino a un certo punto, Souad Sbai va al contrattacco contro i fondamentalisti. L’avevano già dichiarata “nemica dell’islam”, condannandola a morte con un video su youtube. Ora la deputata del Pdl di origini marocchine va al contrattacco e chiede lo scioglimento delle associazioni di cui fanno parte coloro che l’hanno presa di mira come simbolo dell’apostasia. Nelle settimane scorse, Libero aveva fatto venire alla luce l’esistenza di «una cellula di stampo jihadista e qaedista che mi ha rivolto esplicite minacce di morte attraverso un filmato agghiacciante», ricorda la Sbai, definendolo «l’ennesimo tentativo di delegittimarmi, attraverso una vera e propria campagna di morte contro i moderati». Come un segugio, ha collaborato con le forze dell’ordine per individuarli, smascherarli e collocarli nel loro ambito operativo: «Gli attacchi sono venuti da un gruppo legato ad un certo Usama El Santawy, 32enne, egiziano. Il signore in questione, cui vengono anche affidati i bambini di certe colonie estive, appartiene ai Giovani Musulmani ed è presumibilmente legato alla moschea di Segrate, il cui presidente è Abu Shwaima, nonché membro esecutivo dell’Ucoii. Voglio ringraziare carabinieri e polizia per l’importante lavoro svolto fin’ora», rivela la parlamentare, che inoltre è in possesso di fotografie e filmati delle persone coinvolte nel complotto contro di lei. Sono altre decine di immagini, che ritraggono alcuni giovani durante campi in montagna e alcuni video, in cui compaiono alcuni nell’atto di pregare in pubblico e diffondere il messaggio coranico davanti a una stazione della metropolitana milanese.Attività non illecite di per sé, a meno che non si tratti di preparativi in vista di una stragegia violenta. Per questo la Sbai ritiene «necessario che tutti coloro che ritengono pericoloso questo tipo di associazioni si dissocino immediatamente e prendano le distanze da gruppi che hanno evidenti intenzioni minacciose e belligeranti». Dopo una lunga militanza come avanguardia delle donne musulmane, dopo essersi battuta in difesa dei diritti femminili nei contesti familiari dell’immigrazione, la parlamentare non si limita più a lanciare l’allarme, ma chiede provvedimenti concreti, per il bene comune.Nonostante l’art. 3 della legge sicurezza, ai commi 34, 35 e 36, preveda già lo scioglimento e persino la confisca dei beni ai danni delle associazioni sospettate di svolgere attività terroristiche, la proposta di legge Sbai tende a «impedire che associazioni con chiari intenti jihadisti, e dunque militaristi, trovino campo libero nel nostro Paese», con particolare riguardo al fondamentalismo islamico. Nel mirino, in particolare, il movimento dei Fratelli Musulmani, definito «un’organizzazione islamica radicale», che «riconosce la sharia come legge fondamentale (...), non accetta la democrazia multipartitica, nega le libertà civili e politiche, giustifica l’attività terroristica (...) svolge attività illegale diretta ad interferire nell’esercizio delle funzioni di organi costituzionali». A chiarire meglio le finalità dell’organizzazione, Sbai cita il motto dei Fratelli musulmani: «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza». Sebbene non abbiano una presenza esplicita in Italia, Sbai fa leva sull’art. 18 della Costituzione che, nel promulgare la libertà di associazione (nonchè di culto), «proibisce le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare (jihadista)». E oggi, rileva, «in piena emergenza terroristica di matrice islamica e di fronte all’aumento delle associazioni che si ispirano al movimento terroristico di Al Qaida e all’organizzazione islamica radicale dei Fratelli Musulmani, tale intervento appare ancora più urgente». Un primo cofirmatario c’è già. Fabio Rampelli, deputato del Pdl e membro della Commissione cultura, che aderisce alla proposta di legge Sbai. Chi, nel panorama politico italiano, ha sponsorizzato e coperto le organizzazioni islamiche fondamentaliste, per ora tace. (Fonte: LiberoNews, da http://www.informazionecorretta.com/ )
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AFGHANISTAN: NUOVO RAPPORTO ONU SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE NEL PAESE


Kai Eide, l'inviata speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan, ha presentato un nuovo rapporto ONU sulla violenza contro le donne nel paese. Il rapporto, intitolato "Il silenzio è violenza" , chiede ai leader nazionali a fare davvero qualcosa per combattere questa piaga, in impressionante aumento nel paese. Spiega che il rispetto dei diritti delle donne non è un "lusso" che non ci si può permettere di soddisfare, quando si hanno questioni più urgenti da risolvere. Riporta un resoconto dettagliato dei tipi di violenza cui le donne afghane sono più spesso soggette, così come la tipologia di chi perpetra la violenza contro di loro. Sebbene non indichi il governo afghano come una delle cause dell'alto tasso di violenza nel paese, il rapporto sottolinea il ruolo che la famiglia e la comunità hanno nella creazione del clima imperante di violenza e di abuso contro le donne. (Fonte: http://www.mondodonna.com/, 27/1 )
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RAJA BENSLAMA VS. SYEDA HAMEED?

Giorni fa avevo postato questo http://www.milleeunadonna.blogspot.com/.../il-femminismo-islamico-trova-le-sue.html - . Volevo fare una precisazione sulla studiosa indiana Syeda Hameed (foto sopra), la quale proponeva una lettura femminista del Corano ha suscitato comprensibili polemiche. Io ho apprezzato il suo coraggio e la sua analisi, ma in effetti mi ha lasciato piuttosto perplessa una frase apologetica persino della sharìa:

"Come musulmana so che la legge islamica, quale fu estrapolata dai piu’ eminenti Fuqaha o giuristi, non ha mai ordinato le ingiustizie che vengono commesse contro le donne in nome della religione".

Non credo che sia meno musulmana l'intellettuale tunisina Raja Benslama (foto sotto) che dice:

"La questione della donna è inscindibile da quella dell'islam. Quando dico che è inscindibile vuol dire che c'è una questione centrale che rivela il tutto, è una parte di un tutto che si rivela e quindi è una questione paradigmatica, centrale perchè la donna è l'altro primigenio, è il primo altro su cui si aprono gli occhi e quindi determina il rapporto di ogni comunità rispetto all'alterità di ogni altro essere. E' la donna il metro su cui si può misurare il grado di tolleranza della società e la sua capacità di non trasformare la differenza in inferiorità. Le società che non accettano l'alterità della donna come essere libero e la sua uguaglianza, la sua parità come simile, non accettano nessun altro e trasformano tutti i diversi in minoranze che incarnano quello che nella letteratura femminista si chiama il divenire femminile, che appunto è rappresentato da una serie di categorie che non necessariamente rappresentano le donne. La discriminazione si costruisce sull'odio, un certo odio sapientemente elevato a sistema, è una mina in azione, è una macchina che attacca le donne, continua a spezzare le vite di tutti gli esseri resi minori da tutte le società tradizionali e patriarcali. Gli uomini deboli, i poveri, i bambini, gli omosessuali, i pazzi, gli handicappati, i bastardi, i non correligionari. La questione della donna è quindi inscindibile in quanto parte di quella dell'islam. L'islam e la donna hanno un nemico comune, che è il totalitarismo religioso in tutte le sue forme. I nostri testi sacri non possono più essere una fonte di legislazione se non creando le peggiori disuguaglianze liberticide. Dobbiamo rinunciare all'idea, che secondo me è un'impostura intellettuale, molto diffusa anche fra le femministe e fra le antifemministe islamiche, che l'islam ha liberato la donna, che la sharìa le rende giustizia, che la mette in condizione di parità rispetto all'uomo. Questa cosa non è vera, è una vera negazione della realtà storica". (Dal "Islam. Istruzioni per l'uso, di Valentina Colombo, Mondadori, 2009)
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giovedì 30 luglio 2009

DIRITTI UMANI. IRAN, MARYAM RAJAVI IN ITALIA INCONTRA PARLMENTARI E GIURISTI


Lunedì pomeriggio, a capo di una delegazione della resistenza iraniana, è arrivata a Roma la signora Maryam Rajavi, presidente eletta dal Consiglio Nazionale della resistenza iraniana. E' prevista una serie di incontri istituzionali e politiche con i deputati e i rappresentanti delle istituzioni italiane. Mercoledi prossimo parteciperà ai lavori di un convegno organizzato dai parlamentari italiani.Sempre mercoledi, alla presenza del presidente Rajavi inizieranno i lavori di una commissione composta dai giuristi italiani e stranieri che dovranno diffendere le ragazze e i ragazzi della rivolta arrestati dal regime dei mullah e sottoposti alle più feroci trattamenti fisiche e morali tra cui la violenza sessuale di gruppo ai danni di entrambi i sessi.
Fino ad oggi sono numerosi coloro che sono stati uccisi sotto la tortura. Il caso della ragazza Taraneh Moussavi è emblematico. Fin dal giorno dell'arresto è stata sottoposta alle violenze sessuali di gruppo e poi uccisa sotto tortura, il corpo semi carbonizzato è stato trovato alla periferia di Teheran. (Fonte: Donne Democratiche Iraniane in Italia, 28/7)
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CONVERTITE

Perché a una donna musulmana non è permesso sposare un uomo non musulmano?

Il versetto 34 della Sura an-Nisa (4) recita: “Gli uomini sono preposti alle donne, perchè Allah ha elevato alcuni di loro [esseri umani] su altri, e per il fatto che essi spendono [per esse] dei propri beni”. Da questo versetto possiamo dedurre che l’uomo deve assumersi la responsabilità, la guida e la direzione della famiglia. Ora, se una donna musulmana sposasse un non musulmano, quest’ultimo diverebbe la sua guida e tutore e ciò è chiaramente in contraddizione con i versetti del Corano che negano il diritto ai miscredenti di essere tutori dei credenti, per esempio il versetto 141 della sura sopraccitata afferma: “Allah non stabilisce mai alcuna via per i miscredenti [per avere la meglio] sui credenti”.
Inoltre questo tipo di matrimonio comporterebbe una serie di problemi che complicherebbero assai la vita di entrambi, ma in particolare della donna. Immaginate infatti se l’uomo bevesse alcoolici o volesse che la moglie gli preparasse cibo con la carne di maiale, cosa potrebbe fare la moglie? Oppure se il marito non fosse nemmeno cristiano o ebreo, sarebbe impuro, come potrebbe vivere questa donna con una persona impura? qui (Fonte: Unpoliticallycorrect )
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mercoledì 29 luglio 2009

LA FOTO DEL MOMENTO: MATRIMONIO DI MASSA AD AMMAN

AP Photo - Spose velate giordane si preparano a partecipare a una festa di matrimonio di massa ad Amman, venerdì 24 luglio 2009. Cinquantotto tra spose e sposi hanno preso parte al sedicesimo matrimonio di massa organizzato dall'associazione islamica Al-Afaf, probabilmente legata ai Fratelli Musulmani giordani, per incoraggiare i matrimoni islamici tra persone che non potrebbero sostenerne i costi. (da http://www.black-iris.com/ )

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L' ARABIA SAUDITA? UNA PRIGIONE FEMMINILE A CIELO APERTO


“La legge saudita detta Mahram trasforma le donne in prigioniere dal giorno della loro nascita fino alla morte. Non possono lasciare le loro celle, cioè le loro case, o la prigione allargata, cioè lo stato, senza un permesso scritto… Sebbene le donne saudite siano private della libertà e della dignità più di qualsiasi altra donna al mondo, soffrono di queste forme di oppressione e ingiustizia in un amaro silenzio ed in un’atmosfera di rabbia repressa e di abbattimento simile alla morte. Le donne saudite sono pacifiche nel pieno senso della parola, ma finora lo stato saudita non ha apprezzato le loro nobili anime, la loro pazienza e la loro quieta resistenza…” Queste parole sono costate per ora la promessa di finire in prigione, all’interno della stessa prigione a cielo aperto per le donne denominata Arabia Saudita, alla donna che ha avuto il coraggio di scriverle, cioè la giornalista saudita riformista ed attivista dei diritti umani Wajeha Al-Huweidar. Sono apparse semi clandestine sul sito web liberale Minbar Al-Hiwar Wal-’Ibra (htt p://www.menber-alhewar1.info ) ma tanto è bastato per attirare le ire delle autorità religiose contro la malcapitata. Huweidar ed altre donne che potremmo definire “femministe saudite”, hanno dallo scorso maggio lanciato una campagna contro la legge saudita del Mahram (che significa “il luogo di ciò che è proibito”) che vieta alle donne saudite di lasciare la loro casa senza un guardiano maschio che le accompagni. Il giornale kuwaitiano “Awanche” ha anche valorizzato con enfasi la battaglia il cui slogan è “trattateci come cittadini adulti, altrimenti lasceremo il paese”. Ma la campagna vera e propria è stata inaugurata vicino al ponte Re Fahd, che collega l’Arabia Saudita con il Bahrein, un ponte che le donne chiedevano di attraversare senza un guardiano per arrivare al di là del confine. Di seguito altri due significativi brani di Huweidar che adesso aspetta che qualcuno si mobiliti a suo favore qui in Occidente prima che in prigione ci finisca per davvero e che riguardano, ironia della sorte, la detenzione nel regno più medievale del mondo intero: “..delle leggi che regolano la prigionia sono conosciute in tutto il mondo. Le persone che commettono un crimine o un reato vengono messe dentro la cella di una prigione… in modo che possano scontare la pena. Dopo avere scontato la pena, oppure dopo avere mostrato un buon comportamento, vengono rimesse in libertà… ad eccezione del caso in cui una persona sia stata condannata all’ergastolo o a morte. In Arabia Saudita, ci sono due maniere in più per uscire prima di prigione: imparando il Corano o parti di esso a memoria… od ottenere il perdono da parte del re in occasione di certe festività o dell’incoronazione, dopo di che il prigioniero si ritrova libero e può godersi la vita con la propria famiglia e con le persone che ama.” “Tuttavia, nessuna di queste opzioni esiste per le donne saudite – spiega l’articolo - né per quelle che si trovano dietro le sbarre né per quelle che vivono al di fuori delle mura della prigione. Nessuna di loro può essere liberata senza il permesso del loro guardiano maschio. Una donna saudita che abbia commesso un reato non può lasciare la sua cella dopo avere espiato la sua pena, se non arriva il suo guardiano a prenderla. Di conseguenza, molte donne saudite rimangono in prigione solo perché i loro guardiani si rifiutano di venire a prenderle. Lo stato le perdona, ma i loro guardiani insistono affinché venga prolungata la loro pena.”“Allo stesso tempo, anche donne ‘libere’ hanno bisogno del permesso del loro guardiano per lasciare la loro casa, la loro città o il loro paese – scrive Huweidar - così, in ogni caso, la libertà di una donna, rimane nelle mani del proprio guardiano.” E tra chi, donna, sta in galera in un penitenziario, e chi a casa propria, le differenze sono minime. (Fonte: Liberali per Israele )

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martedì 28 luglio 2009

QUEI "MODERATI" DI HAMAS CHE IMPONGONO IL VELO ANCHE ALLE AVVOCATESSE

Sta suscitando proteste una decisione di Hamas a Gaza di imporre velo e ''abiti modesti''alle avvocatesse palestinesi in tribunale. ''Si tratta di una discriminazione contro le donne e un attacco alla liberta' personale'' afferma l'organizzazione per i diritti civili Pchr-Gaza. Il giudice della Corte Suprema di Gaza impone, dal primo settembre, particolari ''divise'' per gli avvocati maschi e femmine: abiti scuri per entrambi e per le donne anche il velo. Da Ansa

Ma se ora anche questi di Hamas sono "moderati", sarebbe interessante sapere chi sono gli estremisti... (per non parlare di terroristi, massacratori di gente inerme, sfruttatori di civili come scudi umani, ecc. )

(Fonte: Esperimento )
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G.B: POLIZIOTTE COL VELO


La polizia dell’Avon e Somerset, in Inghilterra, l’avrà in dotazione per le agenti, da indossare «in situazioni che lo richiedano».

La polizia dell’Avon e Somerset, in Inghilterra, fornirà tutte le sue agenti di un `velo di ordinanza´ da indossare se in servizio in luoghi di culto o situazioni che lo richiedano (la foto sopra si riferisce all'Iran, ndr). Una decisione presa per migliorare il rapporto con la comunità islamica locale. Il velo farà così parte dell’uniforme in dotazione delle poliziotte e sarà riconoscibile dallo stemma della polizia dell’Avon e Somerset applicati sul foulard. «Dotare il nostro staff del copricapo da utilizzare in luoghi di culto è una decisione che rientra nel nostro impegno di lavorare a stretto contatto con tutte le comunità presenti su territorio», ha spiegato la vice-capo della polizia locale, Jackie Roberts, «è un modo per riconoscere e rispettare le pratiche religiose e culturali delle nostre comunità».
L’iniziativa ha trovato riscontro favorevole da parte della comunità islamica: «Siamo molto contenti per quest’aggiunta nell’uniforme della polizia - commenta Rashad Azami, imam della comunità islamica di Bath - è un gesto che incoraggia un rapporto il fiducia tra la polizia e la comunità islamica. La polizia ha lavorato a stretto contatto con la comunità musulmana in questi ultimi anni, la loro cooperazione è stata molto utile e speriamo che questo nuovo passo la rafforzi ulteriormente». Ma c’è chi vede in questo “apertura” un’avanzata dell’islam in Europa. (Fonte: Liberali per Israele )
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lunedì 27 luglio 2009

ISLAM, SPOSA ITALIANA E MAROCCHINO PATTEGGIA PER BIGAMIA. ERA SOLO SEPARATO DALLA PRIMA MOGLIE E LA SECONDA AVEVA 16 ANNI

E poi leggete: «Niente più cittadinanza con le nozze» Leggi tutto... .

(ANSA) - Milano 15 Lug - ''La sua religone dice che puo' sposarsi con tante donne''. Cosi', davanti al gip di Milano Guido Salvini, una donna italiana di 35 anni ha cercato di difendere l'ex marito marocchino, accusato di bigamia per aver cercato di trascrivere in Italia il suo secondo matrimonio con una connazionale, contratto quando non era ancora divorziato dalla prima moglie, ma solo separato. L'uomo, davanti al giudice, ha patteggiato una pena di 8 mesi di reclusione. Il marocchino, Bouzekri L., 39 anni, arrivato in Italia nei primi anni '90, si era sposato nel '94 con una donna di Pavia, Stefania P., e aveva cosi' ottenuto la cittadinanza italiana nel '98. I due si erano separati nel 2003 e l'uomo era subito andato in Marocco per sposarsi con una connazionale di 16 anni e mezzo, gia' divorziata nel suo Paese.
Le nozze erano state celebrate ''secondo i precetti del Corano e della tradizione islamica'', come recita l'atto datato agosto 2004. La sposa era stata ''concessa in matrimonio dal padre'' e aveva ricevuto una dote. L'uomo, portata la seconda moglie in Italia, nel settembre 2008 aveva richiesto la trascrizione delle nuove nozze in Italia, ma l'ufficiale di stato civile di Assago (Milano) aveva inviato una nota alla magistratura. ''Sapevo che mio marito sarebbe andato a sposarsi in Marocco - ha spiegato la prima moglie al giudice in qualita' di persona offesa - Quando l'ho sposato sapevo che, per la sua religione, all'estero avrebbe potuto sposare altre donne''. Davanti al magistrato, invece, la sposa marocchina si e' presentata con l'hijab sul capo e se lo e' tolto su invito del giudice. ''Non avevo capito che senza divorzio ci fossero ostacoli - ha spiegato - perche' in Marocco si puo' sposare piu' di una donna''. Il gip Salvini nella sentenza ricorda ''gli obblighi'' e le ''conseguenze derivanti dalla scelta di divenire cittadino italiano''. (Fonte: Souad Sbai) Leggi tutto ...

JAMILA BIN HABIB SULL' OMICIDIO DELLE 4 AFGHANE IN CANADA


Jamila Bin Habib, autrice di Mavieàcontre-coran – VLB -, firma nell’edizione odierna del quotidiano “La Presse”, un commento sul dramma E drame che ha colpito una famiglia di origine afghana di Montréal. Tre sorelle e la prima moglie del loro padre sono state trovate morte annegate in un’automobile nel fondo del canale Rideau di Kingston. Il loro padre, la sua nuova moglie e il loro fratello, sono stati accusati di omicidio premeditato e di complotto per omicidio. I poliziotti sospettano che si tratti di un crimine detto d’onore. Ma la (infame) pro-zia delle tre Adolescenti, Zamina Fazel, difende gli accusati e crede al suicidio. In un’ intervista sul Toronto Star, riportata da CTV rapportéeparCTV lei scarta la tesi dello shock fra culture e afferma che le vittime sono decedute in seguito ad un patto di suicidio deciso dalla maggiore delle tre, Zainab, di 19 anni (quella che il padre ha descritto come “una figlia ribelle” à a décrite “Zainab non era normale”, ha detto la pro-zia. L’articolo di CTV rapporta pure che Ihsaan Gardee, portavoce della Lobby islamista CAIR-CAN, obietta in merito all’impiego dell’Espressione “crimine d’onore”. Si preoccupa piuttosto della reputazione della religione/cultura islamiche che della sorte drammatica delle giovani ragazze che subiscono l’oppressione della cultura dell’onore. Si rischia di udire ancora parlare della supposta “islamo-fobia” degli abitanti del Québec e altre stupidaggini, fino ad islamo-nauseam .

L’ esempio britannico

Il 23 gennaio 2006, Banaz Mahmoud Bakabir, una giovane donna d’origine curda, è stata selvaggiamente assassinata alla periferia di Londra. Strangolata e seppellita in un tronco nel giardino della casa di famiglia, il suo corpo è stato trovato il 28 aprile. Gli assassini: suo padre e suo zio. Ciò che è ancora più scandaloso in questa vicenda, è l’inazione della Polizia metropolitana di Londra, che Banaz aveva ripetutamente contrattato esprimendo le sue preoccupazioni di essere uccisa, senza che alcuna Protezione le sia stata offerta.
La polizia britannica si sta piegando sulla morte di 117 casi di donne sparite in circostanze misteriose, durante questi ultimi 15 anni. Uno Studio del Center for Social Cohesion (Centro per la Coesione sociale), intitolato Crimes of the Community (Crimini della Comunità), apparso a Febbraio 2008, ha raccolto numerose testimonianze di donne vittime della violenza familiare. L’inchiesta mostra ugualmente come la complicità delle autorità pubbliche banalizzi i crimini d’onore e si metta al servizio di capi religiosi integralisti. Più vicino a noi, il 10 dicembre 2007, un crimine d’onore è stato commesso contro un'adolescente di 16 anni, Aqsa Parvez, nella regione di Toronto (Canada).
L’omicida, suo padre, non sopportava affatto il modo d’essere, di vivere e di vestirsi di sua figlia. Quest’ultima aveva così inventato ogni tipo di strategia per sbarazzarsi di questo velo ingombrante che le veniva imposto dalla famiglia. Sebbene il suo assassinio sia risuonato da una parte all’altra del nostro Paese, in Québec ci si è ben guardati dal qualificare questo Assassinio come crimine d’onore. (Fonte: Lisistrata , vedi Permalink )
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domenica 26 luglio 2009

STUPRATA DAL BRANCO A OTTO ANNI. ORA LA FAMIGLIA NON LA VUOLE PIU'


Ripudiata dai parenti "disonorati".

ROMA

La violentano a otto anni e la famiglia non vuole più saperne di lei. È successo a Phoenix, in Arizona, dove una bambina liberiana (la Liberia è un Paese a maggioranza cristiana, con il 19% di animisti ed il 15% di musulmani , ndr) è stata stuprata da un gruppo di giovani connazionali tra i 9 e i 14 anni, ed è stata "ripudiata" dalla famiglia che si ritiene disonorata dall’episodio. La piccola è ora affidata ai Servizi per l’infanzia dell’Arizona, e ha già ricevuto numerosissime offerte di aiuto e di adozione. La violenza risale allo scorso 16 luglio, quando la ragazzina (RAGAZZINA?) è stata condotta in un capannone da quattro giovani con la promessa di un chewing-gum. I quattro l’hanno violentata a turno per diversi minuti, prima che le sue urla richiamassero le forze dell’ordine. Il più grande dei violentatori, 14 anni, verrà processato come un adulto, e dovrà rispondere delle accuse di sequestro di persona e violenza sessuale. Gli altri tre, che hanno 9, 10 e 13 anni, saranno giudicati dal tribunale dei minori. L’episodio ha suscitato indignazione in tutta l’America, provocando anche la condanna del presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf (foto), da sempre attiva contro la violenza sulle donne. «Credo (credo???????!!!) che i familiari stiano sbagliando - ha dichiarato la Johnson-Sirleaf alla Cnn - dovrebbero aiutare quella bambina che ha subito un profondo trauma. Anche loro hanno bisogno di essere assistiti (assistiti???!!!), perche stanno facendo qualcosa che nella società di oggi non è più accettabile», ha aggiunto la presidente.
La polizia di Phoenix, intanto, ha dichiarato che nessun provvedimento è stato disposto contro la famiglia della piccola. «Questo non è un caso di abbandono - ha dichiarato il sergente Andy Hill - la famiglia non ha commeso nessun crimine. Semplicemente non ha assistito la bambina, per cui è stato necessario l’intervento dei Servizi per l’infanzia». Il sergente Hill ha poi aggiunto che richieste di adozione sono giunte da almeno otto stati. «È una cosa fantastica in termini di solidarietà», ha dichiarato. (Fonte: "La Stampa", 25/7)
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A LONDRA, CITTA' METICCIA, ARRIVA IL DELITTO D'ONORE


" Ridotto in fin di vita con l'acido, delitto d'onore a Londra ". A Londra ci sono 100.000 pachistani.

LONDRA — C'è una macchia bianca sul selciato di Marchant Road, nell'East London. E' la traccia lasciata dall'acido che gli scorreva lungo il corpo; sulla staccionata ci sono ancora schizzi di sangue. Il ragazzo, protetto dall'anoni­mato, è in fin di vita all'ospedale Broomfield di Chelmsford con ustioni su oltre il 50 per cento del corpo, non vede, non parla, la lingua è stata com­pletamente corrosa dall'acido. A 23 gior­ni dall'aggressione emergono i dettagli di uno dei più feroci «delitti d'onore» che Londra ricordi. Due luglio, due del mattino. Bussa­no alla porta, hanno guanti e masche­re, trascinano in strada la vittima, un 24 enne di origine asiatica provenien­te dalla Danimarca. Lo pugnalano due volte alla schiena, lo colpiscono al vi­so e alla testa con dei mattoni, gli ver­sano acido solforico sul corpo e in go­la. Il ragazzo urla, si divincola, chiede aiuto. «Mi hanno svegliato le urla, ho guardato fuori dalla finestra — raccon­terà uno dei testimoni — e l'ho visto agonizzare, la T-shirt bianca si era sciolta e fusa con la pelle». Sono i vigi­li del fuoco a soccorrerlo poco prima che arrivi l'ambulanza. Nella stanza ammobiliata dove si era trasferito da poco, incontrava una coeta­nea britannica di origini pachistane e re­ligione musulmana, sposata con un uo­mo della comunità asiatica di Leyton­stone. La ragazza, della quale non è sta­ta rivelata l'identità, parla di una sem­plice amicizia e rischia la stessa sorte: ha appena ricevuto l'Osman Warning, l'avvertimento ufficiale di Scotland Yard a chi è in pericolo di vita; non ha lasciato la sua casa ma è sotto sorve­glianza. Gli inquirenti seguono la pista del delitto d'onore. Finora sono stati fermati sette so­spetti, quattro rilasciati su cauzione. Tre sono comparsi davanti ai giudici della corte di Waltham Forest, hanno 16, 19 e 25 anni, secondo fonti citate dal Daily Mail uno di loro è fratello del­la giovane; restano in carcere in attesa di giudizio con l'accusa di tentato omi­cidio. I vicini di casa hanno seguito stu­pefatti le operazioni della polizia che perquisiva le abitazioni degli imputati: «Normali famiglie musulmane», han­no detto al Times.«I delitti d'onore sono frequenti nella nostra comunità, soprattutto tra i pachi­stani, ma stiamo lavorando per educare le persone», ha dichiarato alla stampa Imtiaz Qadir, direttore della fondazione Active Change che lavora con i ragazzi del­la zona. L'East London è una delle aree più meticce della capitale. Qui passa Brick Lane, la strada resa famosa dall'omoni­mo romanzo che nel 2003 lanciò l'an­glo- bengalese Monica Ali, capofila degli scrittori figli della società multietnica. Casi come quello di Leytonstone sol­levano seri interrogativi sul modello multiculturale britannico attaccato da personaggi di primo piano come Tre­vor Phillips, il controverso presidente della Commissione Diritti umani e Pari opportunità convinto che la Gran Breta­gna stia lentamente cedendo a un siste­ma segregazionista, nel quale i diversi gruppi etnici e religiosi conducono esi­stenze parallele. «In realtà abbiamo fat­to progressi nell'integrazione — dice al Corriere Nighat Darr, coordinatrice del Kiran Project, associazione che aiuta le donne d'origine asiatica dell'East Lon­don a fuggire da matrimoni forzati e violenza domesticama al centro del­la vita della comunità restano i clan fa­miliari, i rigidi codici di comportamen­to e i patti di sangue. L'ultima aggres­sione è stata un monito generale, le donne sono ancora sottoposte a intimi­dazioni, umiliazioni e violenze, la bar­riera linguistica è uno dei principali ostacoli che devono superare per cerca­re aiuto. Chi partecipa a queste spedi­zioni punitive sa a quali rischi si espo­ne, ragazzi pronti ad andare in prigio­ne, se necessario a mettere a repenta­glio la vita pur di difendere quello che chiamano onore. Le nuove generazioni sono intrappolate tra modernità e tradi­zione, la stessa ragazza di Leytonstone dice di non avere paura, per proteggere altri membri della famiglia. E' un muro di omertà e silenzio con il quale ci scon­triamo ogni giorno». (Fonte: http://www.informazionecorretta.com/ , Corsera 26/7 )
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sabato 25 luglio 2009

IL FEMMINISMO ISLAMICO TROVA LE SUE RADICI NEL CORANO. L' OPINIONE DI SYEDA HAMEED

Sia l’islam spirituale sia l’islam politico sono zeppi di storie e di lotte che hanno per protagoniste donne forti, non soggiogate. L'intervento di Syeda Hameed (foto) a Nuova Delhi.

"E quante donne hanno diretto gli affari, si sono fatte notare per l’intelligenza e la perfezione, e la loro istruzione non dipendeva dagli uomini". Questa frase e’ stata scritta nel 1892 da Hind Nawfel, la prima donna egiziana a dare vita ad un giornale femminista in arabo, "Al-Fatat", che fu seguito da una lunga scia di periodici femministi nei successivi due decenni. In effetti, all’epoca della prima guerra mondiale, piu’ di 25 giornali femministi arabi venivano prodotti da donne in tutto il Medio Oriente: al Cairo, a Damasco, a Beirut, a Baghdad. Hind Nawfel parla di donne musulmane forti ed indipendenti, la cui fiducia in se stesse e la cui assertivita’ non erano avvolte nei veli. Ci sono state tante di queste donne, queste grandi antenate, le "Perdute regine dell’ islam", come dice Fatima Mernissi, che sono sempre state parte integrante della tradizione islamica, ma i cui nomi sono stati oscurati dalle sabbie del tempo, i cui successi sono stati dimenticati, e il tutto e’ stato rimpiazzato con un’immagine differente.
E’ lo stereotipo che vuole le donne musulmane prive di potere, oppresse, deboli, senza voce. Oggi vorrei discutere con voi quest’immagine (dando riconoscimento al fatto che esiste non solo come immagine) ma anche viaggiare attraverso i secoli e gli spazi dell’islam per mostrarvi che cio’ che vedete e avete visto non e’ il quadro completo. Sia l’islam spirituale sia l’islam politico sono zeppi di storie e di lotte che hanno per protagoniste donne forti, non soggiogate, le cui eredita’ ci chiedono oggi di ripensare le donne nell’islam, di reimmaginarle.
Vorrei cominciare con la Surah "Al Ahzab", il comando coranico spesso citato al giorno d’oggi per ribadire l’eguaglianza tra donne ed uomini [la Surah viene ovvamente letta dalla dott. Hameed in arabo, io ne riporto parte in versione italiana - ndt]:

"Per gli uomini musulmani e le donne musulmane Per i credenti e le credenti Per gli uomini obbedienti e le donne obbedienti Per gli uomini sinceri e le donne sincere Per gli uomini pazienti e le donne pazienti Per gli umili e le umili Per i caritatevoli e le caritatevoli (...) Per costoro Allah ha il perdono e una grande ricompensa".

Questa Surah postula l’eguaglianza tra uomini e donne. Eppure attorno a noi vediamo giornalmente come questa eguaglianza, questa dignita’, che fu data come diritto di ciascuna di noi e di noi tutte, vengano violate. La condizione che vivono i 75 milioni di donne e ragazze musulmane in India mi strazia. Come musulmana so che la legge islamica, quale fu estrapolata dai piu’ eminenti Fuqaha o giuristi, non ha mai ordinato le ingiustizie che vengono commesse contro le donne in nome della religione.
Sono stata membro della Commissione nazionale per le donne. Nella ricerca per documentare lo status delle donne musulmane, ho viaggiato per il paese in lungo e in largo, dalle metropoli come Chennai, Trivandrum, Bangalore e Bombay a piccole citta’ come Ahmedabad, Tezpur, Kozhikode, Bhopal, a villaggi ancora piu’ piccoli come Reshampura in Gwalior, Hariya ki Ghari in Mathura, Sudaka in Mewat e Nehtaur in Bijnore, e ovunque ho tenuto audizioni pubbliche con le donne musulmane, per ascoltare i loro problemi.
Ho udito storie di matrimoni di bambine, di poligamia, di divorzi unilaterali. Ho udito storie di sorelle adolescenti che avevano stretto il patto di aiutarsi reciprocamente a morire, perche’ erano state tolte da scuola per essere date in mogli. Le donne hanno narrato di come vengono separate dai figli, o come viene loro comunicato il ripudio via posta o persino via e-mail dopo decenni di matrimonio. Nessuno, ne’ le loro famiglie ne’ la societa’, si era fatto avanti per aiutarle. […]
Nel periodo in cui tentavo di comprendere le molteplici difficolta’ incontrate dalle musulmane indiane, mi imbattei nelle interpretazioni femministe del Corano. La mia scoperta comincio’ con gli scritti di Fatima Mernissi. Altre studiose femministe seguirono: Amina Wudood, Riffat Hasan e, piu’ di recente, Farida Shaheed. Costoro hanno guardato all’islam attraverso una lente di genere, ed hanno trovato un mondo differente dall’islam patriarcale che viene insegnato e propagato.
Nel suo libro Donne nell’Islam Fatima Mernissi parla della rivelazione della Surah "Al Ahzab":
"Come mai, chiese Umm Salama moglie del Profeta, gli uomini sono menzionati nel Corano e noi no? Il Corano e’ solo per gli uomini?".

Fu allora che i versetti della Surah che ho letto poco fa, e che parlano di uguaglianza fra donne ed uomini, furono rivelati.
La domanda di Umm Salama fu l’inizio di un concreto movimento di protesta fra le donne. Secondo lo storico Tabari, alcune donne credenti andarono dalle mogli del Profeta e dissero: "Allah vi ha parlato nel nome del Corano, ma non ha detto nulla di noi donne. Non c’e’ nulla, su di noi, che meriti menzione?".
La risposta che venne da Allah nella Surah metteva in discussione i ruoli che regolavano la relazione interpersonale tra i due sessi. Le donne ebbero tale successo nella loro ricerca che un’intera Surah fu rivelata, e porta il loro nome. Essa contiene nuove indicazioni che furono interpretate poi dai giuristi e codificate come legge civile musulmana. Per esempio, le leggi sull’eredita’ danno dettagliate istruzioni sul rapporto fra donne e proprieta’.
Per dirla francamente, la Surah "Al Nisa" privo’ gli uomini dell’epoca dei loro privilegi tradizionali. La donna non poteva piu’ essere vista come una proprieta’, un bene di consumo, non poteva piu’ essere "ereditata" come un pezzo di terra (cosa che però accade ancora oggi, quando la vedova è tenuta a posare il cognato, ndr!), ma per la prima volta poteva ella stessa ereditare. In effetti cio’ ebbe l’effetto metaforico di una bomba, a Medina, perche’ scosse le fondamenta del patriarcato. Dio c’era in eguaglianza per donne ed uomini.
E il femminismo islamico, comunque, non e’ nulla di nuovo. Fin dai primordi, le donne nell’islam hanno contribuito ad ogni aspetto della vita, hanno fatto poesia e persino guerre. Il loro contributo e’ stato immenso, ed e’ impossibile elencare tutte queste donne ed i loro successi, pero’ puo’ essere interessante esplorare alcune delle loro storie che si estendono nei continenti e nei secoli.
La prima a cui penso e’ Hazrat Khadija, moglie del Profeta. Poi sua figlia Hazrat Fatima Zehra. E le sue nipoti, Hazrat Zainab e Hazrat Kulsum, e le donne che affiancarono Imam Husain, il nipote del Profeta, alla battaglia di Karbala. […]
Tali donne erano forti, determinate e disposte a lottare: molto distanti dall’immagine comunemente accettata che vuole le donne musulmane silenziose, acquiescenti e separate dal resto del mondo. Esse smantellano il mito che le societa’ islamiche non sono interessate dalla lotta delle donne per i propri diritti. Invece, come in ogni altra societa’, comunita’ o religione, le donne si sono alzate in piedi ed hanno lavorato per la giustizia sociale, lottato per i diritti delle donne, sfidato la visione patriarcale attribuita all’islam ed hanno vissuto vite di cui esse stesse definivano i termini.
E ci sono numerose donne musulmane, oggi, invisibili e senza nome, che giornalmente lottano contro l’ingiustizia, il patriarcato e l’oppressione, anche se questo non le fara’ finire sui libri di storia. I media non riportano il loro valoroso impegno; le vittorie che ottengono e le loro interpretazioni del Corano sono oscurate, e l’islam viene presentato ovunque come contrario alle donne.
Per contrastare questo stato di cose, e’ importante andare indietro e capire le origini dell’islam. Dobbiamo ricordare che l’islam nasce in un contesto: era inteso per guarire i mali di una società araba preislamica. In quel momento e in quel luogo, le parole del Profeta, il suo messaggio, erano sicuramente rivoluzionarie. Ma noi musulmani ci aggrappiamo a quelle parole senza comprendere lo spirito profondo che ci sta dietro, e qui e’ il nostro problema. Ibn al-Arabi, ne La mistica dell’islam, ha detto: "Tutto cio’ che la tradizione ci ha lasciato sono mere parole. Sta a noi scoprire cosa esse significano".
Il Profeta ci ha mostrato una strada e noi l’abbiamo intesa come una destinazione. Non siamo cambiati, non abbiamo progredito, abbiamo fatto pochi passi e poi ci siamo fermati. Le porte della "ijtehad" (interpretazione) ci sono state chiuse in faccia da interessi di parte.
Abbiamo smesso di leggere e di capire lo spirito del Corano. Abbiamo smesso di valutare criticamente gli Hadith (I detti del Profeta). Abbiamo smesso di comprendere il messaggio di Allah e ci basiamo sulle sue interpretazioni fatte da altri. Abbiamo imbevuto l’islam di altre religioni, ma non di cio’ che c’e’ di buono nelle altre religioni, l’abbiamo imbevuto di ideologia patriarcale e cultura della separatezza. […]
Inoltre, dobbiamo smettere di considerare i musulmani una massa omogenea. I musulmani non sono un monolito. Le loro condizioni ed i loro problemi variano da paese a paese, da stato a stato, persino da distretto a distretto, proprio come le condizioni di ogni altro gruppo. I musulmani algerini, sauditi, francesi e indiani sono completamente differenti. Persino entro la stessa India, i musulmani delle zone di Kerala, Karnataka e Tamil Nadu stanno economicamente assai meglio dei musulmani delle zone di Bihar e Assam. E mentre i musulmani e i non musulmani si imbarcano in questo viaggio di introspezione e mutua comprensione, il governo deve mantenere i propri impegni per l’equita’: il rapporto della Commissione Sachar ha mostrato che una donna musulmana indiana su due e’ analfabeta, cioe’ che solo il 50% delle donne musulmane sa leggere e scrivere. Si tratta della percentuale piu’ bassa del nostro paese. Similmente, la percentuale del musulmani che si situano sotto la linea di poverta’ e’ molto piu’ alta della media nazionale.
Le zone a maggioranza musulmana hanno minor accesso a servizi pubblici quali l’acqua, gli ospedali e le scuole. Tutto questo io l’ho visto con i miei occhi a Benares, Malegaon, Murshidabad. Un governo democraticamente eletto e’ vincolato ad onorare la promessa di rimuovere iniquita’ e discriminazioni.
Per quanto riguarda le donne musulmane, noi stiamo creando nuovi modi affinche’ reclamino uno status che appartiene loro di diritto, attraverso la promozione di programmi educativi, usando l’apprendimento a distanza, aprendo speciali ostelli per donne, tenendo seminari per ispirarle alla leadership ed al dispiegamento delle loro capacita’ e volonta’. Se togliamo il tappo, per cosi’ dire, alle potenzialita’ delle donne questo avra’ certamente un effetto di riverbero sulle loro comunita’. Dobbiamo ricordare cio’ che Maulana Hali (un uomo, ndr), poeta e femminista, disse ai suoi tempi, un centinaio di anni fa. Questi versi famosi parlano semplicemente e direttamente dello status delle donne nella societa’, non solo delle donne musulmane, ma di tutte le donne:
"O sorelle, madri, figlie voi siete l’ornamento del mondo voi siete la vita delle nazioni voi siete la dignita’ di ogni civilta’".
E’ in questa luce che dobbiamo reimmaginare le donne musulmane. Nella luce lasciata a noi dalle grandi antenate che ci hanno precedute, queste donne che hanno sfidato le strutture e le norme dell’ingiustizia, ed hanno lastricato la strada per noi sin dalla stessa fondazione dell’islam. Hanno creato un varco per le donne, ed anche per gli uomini, un varco attraverso il quale possiamo seguire i loro passi e creare un nuovo sentiero che ci conduca all’eguaglianza. Siano le loro lotte, la loro saggezza, il loro coraggio a guidarci e a donarci il potere di ricostruire l’immagine delle donne nell’Islam come pilastri di forza, donne che esprimono fiducia e vigore, che camminano al loro proprio passo in ogni paese del mondo.
In conclusione, vorrei chiudere con una poesia di Iqbal:
"Non temere il vento avverso, o falcone. Esso soffia contro di te solo per spingerti piu’ in alto". (Fonte: http://www.minareti.it/, da http://www.lavocedifiore.org/ , 23/7 )
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venerdì 24 luglio 2009

GERMANIA/UNA RIFLESSIONE DOPO L'OMICIDIO DI MARWA AL-SHERBINI, di Nesrine Malik

Nesrine Malik (foto) è un’autrice e commentatrice di origine sudanese residente in Gran Bretagna.

Molti parlano di islamofobia costantemente alimentata e legittimata in Europa. Per Nesrine Malik però "forse dovrebbero evitare di lanciare critiche quegli arabi e quei musulmani che non sono essi stessi esenti da colpe".


“Martire del hijab”. Così gli egiziani ora chiamano Marwa al-Sherbini. La trentunenne donna egiziana, velata, moglie di uno studente post-laurea in Germania è stata accoltellata a morte – in tribunale – da un uomo tedesco identificato solo come Axel W. Costui era stato condannato per averla chiamata “terrorista” (fra le altre cose) mentre lei stava giocando con il suo bambino di tre anni in un parco. Il corpo di Marwa è stato sepolto al Cairo lunedì scorso alla presenza di migliaia di persone, alcune delle quali scandivano: “Non vi è altro dio che Dio, e i tedeschi sono nemici di Dio”.
Questo caso ha fatto esplodere la rabbia nel mondo arabo, e in Egitto in particolare, per il fatto di essere stato poco riportato dai mezzi di informazione occidentali, e per la convinzione che questo attacco, descritto dalle autorità tedesche come un attacco isolato portato a termine da un “lupo solitario”, sia invece il culmine di un’islamofobia costantemente alimentata e legittimata in Europa. Il marito della vittima è stato anch’egli accoltellato mentre cercava di proteggerla, ed è stato poi ferito gravemente dai colpi sparati da un poliziotto che lo aveva scambiato per l’aggressore – un fatto che ha aumentato le connotazioni razziste dell’episodio.
Blogger e commentatori si sono lanciati nel gioco del “cosa sarebbe accaduto se”, scambiando la razza e la nazionalità della vittima con quella dell’aggressore, per sottolineare come sarebbe stata differente in quel caso la reazione dei tedeschi (e degli europei in generale). L’assassinio del regista Theo van Gogh è stato anch’esso invocato come un esempio del diverso valore attribuito alle vite dei musulmani e dei non musulmani. L’indignazione ha suscitato inviti a rompere i rapporti con la Germania, e anche a dichiarare una “giornata mondiale del hijab” per onorare la memoria di Marwa. Il fatto che l’omicidio sia stato commesso da un neo-nazista in Germania contribuisce poco a stemperare la percezione che i musulmani siano il bersaglio di un odio razziale.
In un articolo apparso sull’Huffington Post, Firas al-Atraqchi si è soffermato sulla “minaccia strisciante” dell’islamofobia in Europa, affermando che “dato il razzismo che molti musulmani subiscono in Europa, l’assassinio di una donna egiziana a causa del fatto che portava il velo non dovrebbe essere semplicemente liquidato come il gesto di un singolo uomo che molti ora definiscono psichicamente malato”. Il sito web IslamOnline si è spinto a chiedersi se l’uccisione di musulmane velate in Europa sia una “tendenza imminente”.
Questo omicidio e le sue conseguenze sono senza dubbio preoccupanti. A tre giorni da questo evento, l’unica importante fonte mediatica occidentale che aveva dato notizia dell’incidente è stata l’Associated Press – lasciando che per il resto fossero i blogger egiziani a dare risonanza alla cosa. Alcuni crimini perpetrati da musulmani, ed il modo sensazionalistico in cui i media ne hanno parlato, hanno innegabilmente contribuito a una standardizzazione del linguaggio e della discussione, che può tradursi in incidenti a sfondo xenofobo in cui l’islamofobia può diventare veicolo del razzismo. Quando si preme il tasto del panico morale/economico/sociale, la gente cerca qualcuno a cui dare la colpa e, come ha osservato la European Muslim Union, “i musulmani sono visti a volte come una possibile opzione”.
Tuttavia, da qui all’idea di una discriminazione globale, di tipo cospiratorio ed istituzionalizzato, contro i musulmani in Europa – un’idea che sta prendendo piede in alcuni paesi arabi suscitando inviti a rompere i rapporti diplomatici ed a boicottare i prodotti europei – il passo è grande. I musulmani (me compresa) sono soliti protestare sostenendo che non si dovrebbe permettere alle azioni di pochi estremisti di diffamare l’Islam ed i suoi fedeli nel loro complesso – ma è esattamente quello che i musulmani rischiano di fare a loro volta riguardo agli europei ed alle azioni di Axel W.
L’amara ironia della violenza contro Marwa al-Sherbini è che l’aggressore si trovava in tribunale per appellarsi contro una multa di 750 euro che gli era stata comminata per aver insultato Marwa nel 2008. Le autorità si erano chiaramente mostrate non accondiscendenti riguardo all’incidente, ed è stato il precedente verdetto del tribunale che ha scatenato la collera dell’aggressore la scorsa settimana. Malgrado il hijab e la religione di Marwa, lei aveva avuto sufficienti diritti per intentare una causa contro Axel W e per ricevere un appoggio a livello ufficiale nella sua azione legale, ma tutto questo è passato in secondo piano in mezzo all’indignazione scoppiata nei paesi arabi.
Tuttavia, forse dovrebbero evitare di lanciare critiche quegli arabi e quei musulmani che non sono essi stessi esenti da colpe. Il gioco del “cosa sarebbe accaduto se” può essere capovolto, come fa Khaled Diab quando si chiede: “se una donna occidentale o locale fosse aggredita o uccisa in un paese musulmano per non aver indossato il velo, il suo caso attirerebbe molta attenzione in Egitto o in altri paesi musulmani?”. Egli ricorda anche i pregiudizi contro i copti in Egitto e cita il caso di Maher al-Gohary, un convertito al cristianesimo a cui sono stati negati i documenti di identità da un tribunale egiziano, come esempio di discriminazione contro i convertiti al cristianesimo. Questa argomentazione legittima, tuttavia, non dovrebbe essere utilizzata per suggerire che i musulmani provengono da una civiltà arretrata e pertanto non meritano eguali diritti.
Certamente, l’assassinio di Marwa è avvenuto sullo sfondo dei recenti commenti del presidente francese Sarkozy sul burka, e dell’ascesa dei gruppi di estrema destra alle ultime elezioni europee, che rafforzano ulteriormente la sensazione, da parte dei musulmani, di essere una minoranza sotto assedio. Il “martirio del hijab” subito da Marwa è divenuto un simbolo dei rischi che si corrono se ci si distingue come musulmani in Occidente, ed ha sollevato serie preoccupazioni. Tuttavia sembra che le autorità tedesche, malgrado il blackout dei media, stiano gestendo la questione con la dovuta attenzione. Spero che coloro che hanno espresso osservazioni infuocate in Egitto ed in altre parti del mondo arabo non soccombano a una collera che ci farebbe soltanto piombare in un circolo vizioso di ostilità. (Fonte: http://www.minareti.it/ , 15/7) Leggi tutto ...

L' ORRORE DEI DELITTI D'ONORE DILAGA IN OCCIDENTE

Delitto d’Onore in canada – Tre arrestati per l’ omicicidio di quattro ragazze islamiche che sono state trovate morte in un’auto sommersa, il mese passato Canadahonorkilling .

Corner.nationalreview

La Presse riporta ora che il padre, la madre e il fratello delle ragazze sono stati arrestati sulla Strada verso l’Aeroporto di Montéal, e che la deceduta “zia” o (alternativamente) “cugina” era, in effetti, la prima moglie first wife del padre delle ragazze (il padre ha poi sposato un'altra donna, la madre delle ragazze perchè la prima non poteva avere figli, ndr). Le parole “crimine d’onore” iniziano a venir prese in considerazione dai giornali. Zainab, 19 anni, tempo fa aveva ricevuto minacce di morte e temeva per la sua vita. (Fonte: Lisistrata ) Leggi tutto

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LETTERA DELL' UCOII ALLA CANCELLIERA MERKEL (SU MARWA SHERBINI)

In seguito alla tragica vicenda dell’assassinio della nostra sorella Marwa Sherbini, il presidente dellUCOII Mohamed Nour Dachan ha indirizzato questa accorata lettera alla cancelliera della Repubblica Federale Tedesca Angela Merkel


gent.ma signora Cancelliera,
Le scrivo per esprimerle il dolore e la preoccupazione della comunità islamica in Italia e mio personale per l’assassinio della nostra sorella Marwa Sherbini, trucidata in un aula di Giustizia.
Come lei ben sa si trovava in quell’aula perchè si era rivolta allo Stato per vedersi riconosciuti quei diritti che la Costituzione e la Legge del suo Paese le attribuiscono, tra i quali il diritto alla libertà religiosa e all’identità culturale nel leale e preciso rispetto delle istituzioni e delle consuetudini della Repubblica Federale Tedesca.
La dinamica dei fatti non lascia dubbio alcuno sulla singolarità dell’azione, sulla sua imprevedibilità e sulla sua obiettiva repressione e pertanto non è nostra intenzione rivolgere critiche all’operato della magistratura e della polizia tedesca.
Dobbiamo tuttavia lamentare un clima. Un clima d’islamofobia diffusa e senza nessuna reale ragione d’ordine pubblico, fomentato da alcune forze politiche e dal comportamento spesso irresponsabile e scandalistico di alcuni media.
Nel Suo paese vive una grande comunità di musulmani, radicati e integrati, lavoratori e lavoratrici che hanno contribuito non poco alla rinascita della Germania dopo gli anni terribili della guerra. Questa comunità oggi è preoccupata e attonita e dev’essere rassicurata in merito alla sua sicurezza.
Compito Suo signora Cancelliera e del Governo che presiede; sarebbe bello che dal Suo Paese emergesse una nuova concezione dell’Europa aperta ed accogliente, che sceglie la solidarietà e la giustizia per superare la dura crisi che ci affligge tutti, e non piuttosto irrigidimenti vetero-identitari che allontanano le persone, le dividono in gruppi etnici e confessioni religiose implementando sempre più fenomeni d’intolleranza anche gravi e marcate ghettizzazioni.
In ultimo vorremmo chiederLe che lo Stato Tedesco s’assuma appieno, con rapidità e giustizia, la tutela e la garanzia delle vittime sopravvissute che tanta sofferenza stanno durando e dureranno poi per tutta la vita.
Voglia signora Cancelliere, considerare questa lettera come proveniente da famigliari delle vittime, animati dall’inquietudine e nel dolore del lutto.

Mohamed Nour Dachan

Presidente UCOII

Se un musulmano avesse ucciso con 18 coltellate la stessa "sorella" Marwa Sherbini, incinta di tre mesi e davanti al figlio di tre anni senza che il marito riuscisse a salvarla, perchè non portava il velo, l' UCOII e il suo Presidente Dachan avrebbero scritto mezza riga per piangerla, per lamentare il clima di islamofobia che gesti come questo avrebbero contribuito a creare, considerando questa lettera "come proveniente da famigliari delle vittime, animati dall'inquietudine e nel dolore nel lutto"? Scriverà Dachan un'altra lettera alla Merkel per esprimere le proprie condoglianze per il turista tedesco ucciso in Turchia da un rapinatore mentre passeggiava con la sua ragazza turca? Ha scritto le proprie condoglianze per le ragazze musulmane uccise in Germania perchè volevano vivere libere? Perchè non ha condannato gli slogan, scanditi durante il funerale della povera Marwa in Egitto, "Abbasso la Germania!", "I tedeschi sono nemici di Dio", le esortazioni a rompere i rapporti con la Germania e a boicottare i prodotti europei (mi ricorda qualcosa)?
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RETTORE UNIVERSITA' DI DURAZZO: NO AL CHADOR


Rettore dell'Università di Durazzo, no al chador. Il rettore dell'Università di Durazzo ha proibito infatti ad una donna con il chador (Behije Hoxha, 19 anni, nella foto sopra ndr) di partecipare alle lezioni. Si sono ovviamente scatenate le polemiche in merito alla decisione, in un luogo, l'Albania, dove comunque il 70% della popolazione è formata da musulmani. Il rettore dell'Università di Durazzo che ha detto no al chador ha motivato l'allontanamento della ragazza che si rifiuta di toglierlo, spiegando che l'UNiversità è un luogo laico dove i simboli religiosi non hanno motivo di essere. (Fonte: http://www.eurolaurea.com/ )
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giovedì 23 luglio 2009

SVEZIA, IL TOPLESS AL TRAMONTO SOTTO LO SGUARDO DEGLI ISLAMICI


La città aveva dato via libera al seno nudo in piscina. Ma nessuna ne ha approfittato.

A Malmö, un terzo di musulmani, le donne si ricoprono.

BRUXELLES — Nemmeno una, una che una: intervistato dai giornali e dal­le tv locali, Zakariah Al-Falous, capo­bagnino della piscina principale di Malmö (nelle foto: Miss Malmö 1968 esce dall'acqua sulla spiaggia di Rimini e una ragazza in burkini, ndr) e fedele di Maometto almeno a giudicare dal nome, assicura che nemmeno una delle «sue» clienti ha nuotato in questi giorni a seno nudo, in topless. E’ stato un caso? Non si sa. Ma se non è stato un caso, allora è l’inizio di una mini-rivolu­zione. Perché tutte le don­ne avrebbero potuto tuffar­si e nuotare dimenticando la parte superiore del co­stume, senza tema di mul­te o rimbrotti.
Ci mancherebbe: è sem­pre stato così, è ancora co­sì, a Malmö; che è la terza città della Svezia; che è, o dovrebbe essere, il paese li­berale e delle libertà ses­suali un tempo sognato da tanti italiani, e mitizzato dal grande Alberto Sordi nel «Diavolo», anno di gra­zia 1963. Di più: 46 anni dopo, 20 gior­ni fa, proprio il municipio di Malmö ha dato ragione a un agguerrito grup­po femminista, e ha bocciato la propo­sta partita da ambienti conservatori di vietare il topless nelle piscine pub­bliche della città. Per questo ci si at­tendeva una parata di muscoli toraci­ci femminili, a mo’ di manifestazione politica. Ma non c’è stata, come certi­fica il palestrato Zakariah. E la spiega­zione la custodisce forse l’ufficio ana­grafe.
Perché Malmö non è solo la terza città della Svezia, prescelta da immi­grati di oltre 150 nazionalità, ma an­che la città europea con la più alta per­centuale di immigrati musulmani, al­meno in parte sensibili alla predica­zione degli imam integralisti; quegli stessi che impongono alle donne il ve­lo in tutte le sue forme. E la proposta di vietare ora il topless (testuale: «le donne con un costume a due pezzi de­vono indossare il pezzo superiore»), sostenuta da partiti di centro e da al­cuni gruppi vicini alle chiese, era pro­babilmente legata alla composizione etnico-religiosa della cittadinanza: motivi — dichiarati — di «decoro», e altri — non dichiarati — di ordine pubblico.
Due mondi qui convivono, e si urta­no, come mai era accaduto in tanti se­coli: poiché in questo pezzo di Euro­pa, per la prima volta, il mondo arriva­to per ultimo — quello degli immigra­ti musulmani — sta per raggiungere in forza e capacità di attrazione il mondo «di prima», e la minoranza sta per diventare maggioranza. Pro­prio in Svezia, come forse in altri pae­si europei, è comparso di recente il «burkini», incrocio fra bikini e burqa che consente di tuffarsi anche alle ra­gazze più timorate: c’è almeno una grande piscina che già lo fornisce a noleggio. E in questi anni, sulle spiag­ge svedesi, più d’una volta la visione di qualche bellezza discinta — magari accanto a qualche famigliola di immi­grati con una ragazza velata — ha pro­vocato momenti di tensione, o di disa­gio.
Lo stesso disagio, in quelle stesse piscine frequentate anche da migliaia di giovani musulmani, potrebbe ora spiegare il tramonto del topless, no­nostante la «vittoria» ottenuta in mu­nicipio: o almeno, così ipotizzano al­cuni delle centinaia di messaggi che in questi giorni bombardano i blog. Il gruppo femminista che ha assunto la difesa politica del seno nudo si è auto­battezzato, con fantasia non eccelsa, «Seno nudo»: «Questione di ugua­glianza — hanno detto sornione le sue portabandiera — perché in pisci­na le donne dovrebbero indossare un pezzo di sopra del costume, coprirsi il torace, e gli uomini no?». (Fonte: Parole Scorrette , dal Corsera)
Il testo del regolamento comunale approvato alla fine è degno del re Sa­lomone: «Ciascun frequentatore delle piscine deve indossare un costume da bagno», senza più sottilizzare su pezzi di sopra o di sotto. Ma più anco­ra della protesta femminista, per il Co­mune di Malmö hanno contato le tra­dizioni locali da rispettare: forse la Svezia non è mai stata il paradiso del­le giunoni bionde e disinibite sognate da Sordi, ma non è mai stata neppure un algido collegio di beghine. Biso­gnerà cercare un compromesso per ri­spettare le libertà di tutti, dicono i più pacifici interlocutori dei blog. Co­me uno, che azzarda una diagnosi im­parziale: «Ho vissuto in Svezia per an­ni, ricordo che al mare il topless e an­che i bambini nudi erano una norma. Credo che la gente abbia cambiato mentalità per 3 ragioni: la sessualizza­zione della nudità, l’aumento dei citta­dini stranieri, e la paura dei tumori della pelle».
Ma c’è anche chi digrigna i denti: «Il mancato divieto del topless? So che i musulmani e gli americani se ne diranno sconvolti: ma se lo sono, allo­ra se ne vadano e non tornino più. Qui siamo in Europa, non a Bagdad o a Washington».
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BANGLADESH, MINORENNE INCINTA DOPO STUPRO: COSTRETTA A SPOSARE L' AGUZZINO


Per mesi l’ IMAM di un villaggio del distretto di Faridpur ha abusato della ragazza, che non ha denunciato l’uomo per “paura e vergogna”. La giovane è al settimo mese e rischia un parto prematuro. Il locale consiglio di arbitrato ha condannato entrambi a 101 bastonate.

Dhaka (AsiaNews) – Vittima di numerosi stupri in seguito ai quali è rimasta incinta, costretta dai leader locali a sposare l’uomo che ha abusato di lei e bastonata decine di volte per il “crimine” commesso. È la storia di una minorenne del villaggio di Padmar Char a Faridpur, distretto del Bangladesh centrale.
Omar Faruk è un insegnante della “Maktab”, la scuola islamica del villaggio. L’imam ha abusato a lungo della minorenne, approfittando della posizione di prestigio all’interno della comunità locale. La giovane è al settimo mese di gravidanza, le sue condizioni di salute fisiche e mentali non sono buone, e rischia un parto prematuro.
Per diversi mesi la ragazza ha nascosto le violenze e la gravidanza, per paura e vergogna. Quando il ventre ha iniziato a crescere, la notizia si è diffusa per tutto il villaggio. Il 18 luglio scorso si è riunito il locale consiglio di arbitrato, costituito da un gruppo di esperti guidato da Fazlur Rahman Fazal, per discutere della vicenda ed emettere il verdetto.
L’arbitrato si è concluso con una condanna a 101 bastonate a testa per la giovane e l’imam, autore delle violenze. Fonti locali rivelano che entrambi hanno già ricevuto 25 bastonate, in applicazione alla sentenza. La giovane dovrà anche sposare il suo aguzzino, il quale ha già due precedenti matrimoni alle spalle.
In Bangladesh le donne sono spesso vittime di violenze e abusi, la maggior parte dei quali rimangono impuniti. AsiaNews in questi anni ha più volte documentato casi di giovani stuprate, donne e bambine sfigurate dall’acido, vittime di faide familiari, ragazze emarginate perché si convertono al cristianesimo e vengono ripudiate dalla famiglia.
Nelle scorse settimane Annie Halder, attivista cattolica, ha denunciato la crescita continua di violenze, in particolare contro “quante decidono di convertirsi al cristianesimo”. Fra i tanti, la donna ha ricordato il caso di Christina Goni Gomez, “uccisa dagli estremisti” per apostasia.
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mercoledì 22 luglio 2009

IN ARABIA SAUDITA LA LAPIDAZIONE E' DEMOCRATICA


Infatti vale per tutte le adultere, anche se sono principesse.

«In esilio a Londra la principessa saudita adultera».

Fortunata ad essere sfuggita alla pena capitale, che in Arabia saudita non guarda allo status sociale, le adultere vengono tutte lapidate, principesse o impiegate non c'è differenza. Quel che avviene nel regno saudita susciterà qualche protesta fra la miriade di sigle sindacal-femministe che esistono in Italia ? O le donne musulmane devono invece essere abbandonate al loro destino ?

LONDRA - Piuttosto che morire lapidata, una misteriosa e adulterina principessa saudita ha chiesto asilo politico alla Gran Bretagna e, nei giorni scorsi, infischiandosene delle probabili conseguenze sulle relazioni diplomatiche tra Londra e Riyad, un tribunale inglese le ha accordato lo statuto di rifugiata. La donna, sposata con un membro della famiglia reale araba molto più anziano di lei, ha recentemente partorito un figlio nato dalla relazione con un uomo britannico. Se fosse tornata nel suo paese, l´avrebbero quasi certamente uccisa: l´applicazione della sharia prevede infatti la morte dell´infedele assieme al suo bambino, frutto del peccato. Accogliendo la sua richiesta e garantendole l´anonimato, la Corte di Londra ha invece deciso di salvarle la vita. Per una volta, la ragione del cuore ha vinto su quella di stato. Proveniente da una facoltosa famiglia saudita, la principessa ha conosciuto il giovane inglese, di confessione non musulmana, durante una sua visita a Londra. Da quell´incontro è nata una passione, e da quella, una volta rientrata in Arabia, un pancione difficile da nascondere all´anziano e malfidato marito. La donna è tuttavia riuscita a tornare a Inghilterra, dove ha dato alla luce il bimbo. Secondo quanto scriveva ieri The Independent, la sconosciuta fedifraga fa parte di un piccolo numero di cittadine saudite le cui richieste di asilo politico vengono tenute segrete sia dal governo di Londra che da quello di Riyad. Alla principessa è stato concesso un permesso di soggiorno permanente nel Regno Unito, riferisce il quotidiano britannico. Questa storia ricorda quella di un´altra principessa, Mishaal bint Fahd al Saud, anche lei saudita, il cui epilogo fu però drammatico. Mishaal fu infatti uccisa dagli sgherri della famiglia reale dopo aver ammesso l´adulterio. Nel 2008, per reati che vanno dal traffico di droga alla sodomia, in Arabia Saudita sono state eseguite 102 condanne a morte, quasi tutte per decapitazione. La lapidazione è invece riservata agli adulteri. Dal 1990, quaranta donne sono state brutalmente uccise in questo modo. Senza l´intervento della Corte britannica, presto un´altra saudita sarebbe stata massacrata a sassate.

Secondo me però, la principessa saudita deve stare attenta anche in Inghilterra, visto che qui ci sono più di 80 tribunali islamici e vi fanno ricorso... anche non musulmani perchè procedure sono "più celeri" !!!! : La mezzaluna sulla City e INGHILTERRA: ANCHE I NON ISLAMICI SCELGONO LA SHARIA - CNR ESTERI .
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martedì 21 luglio 2009

INTERVISTA A FATIMA, NIPOTE DI BENAZIR BHUTTO

"Per screditarmi dicono che sono l'amante di George Clooney" afferma, smentendo la relazione con l'attore americano.
La nipote di Benazir vuole invece parlare del suo Paese e di politica. Laica, single e di sinistra, denuncia crimini e corruzione. E accusa il premier e la sua famiglia.

(... ) L'avvertimento è netto. "Non mi si parli di questa storia del mio supposto amore con George Clooney. Altrimenti finisce qui", ingiunge risentita dopo oltre tre ore d'intervista. Inutile ripeterle che comunque deve ammettere che la vicenda è ghiotta: la 27enne promessa della dinastia Bhutto, single e carina - che subito dopo l'assassinio della zia Benazir il 27 dicembre 2007 venne indicata come la vera erede per carattere e forza intellettuale del nonno, il carismatico fondatore del Partito Popolare (la maggior formazione politica del Paese) Zulfikar Ali Bhutto (come il nonno si chiama il fratello 18enne di Fatima, che studia all'università in Inghilterra, ndr) - avrebbe un legame con uno degli attori americani più quotati del momento? ... "Sono tutte invenzioni, falsità. Non c'è nulla di vero, io Clooney non l'ho mai incontrato. E comunque tutti questi pettegolezzi mi hanno già anche troppo danneggiata. Non posso fare altro che negare. Punto e fine", aggiunge con un guizzo di sospetto.

La conversazione torna invece su ciò che - insiste - le sta veramente a cuore: la deriva del Paese, i crimini e la corruzione della classe politica pakistana, specie del primo ministro Zardari (marito di sua zia Benazir, ndr), e soprattutto la memoria di suo padre Murtaza, assassinato a Karachi nel 1996, durante l'ultimo periodo del secondo governo Benazir. "Sto scrivendo un libro su mio padre, la nostra famiglia e il Pakistan. Potrei intitolarlo come una poesia di Khosrow Golsukhi, un comunista iraniano assassinato dalla polizia segreta dello Scià nel 1972: "Poema dello sconosciuto". Per qualche settimana, dopo l'assassinio della zia Benazir, Fatima aveva come smussato i toni polemici. Lo shock era stato troppo grande. Ma adesso torna alle accuse di sempre: "Lo dico nel libro: tanti elementi lasciano credere che gli agenti della polizia che uccisero mio padre fossero mandati da quel corrotto ambizioso e senza scrupoli di Zardari, magari con l'acquiescenza di Benazir, che pure era sua sorella. Murtaza in ogni momento avrebbe potuto presentarsi come il legittimo erede di Zulfikar. E' il paradosso della nostra democrazia malata. Le logiche di successione del partito più importante del Pakistan alla prova dei fatti riflettono quelle delle consuetudini feudali tribali. E non potrei neppure escludere che poi ancora Zardari, per pura sete di potere, non abbia avuto un ruolo di Benazir, sua moglie. Lo so, sembrano follie, complotti medievali. I nostri intrighi di famiglia a un italiano possono far pensare ai Borgia. Ma purtroppo questa è la realtà. Il Pakistan del 2009, con la bomba atomica, le autostrade e un esercito moderno, è dominato dalla mentalità dei Borgia".

"IL BURQA? NON MI BASTEREBBE"

Fatima ha paura. Non lo nasconde. "Chi ha ucciso mio nonno, mio padre e mia zia potrebbe ora colpire anche me. In ogni momento. Vorrei poter andare a dare una mano per assistere gli oltre due milioni di profughi fuggiti da Swat, Buner e Dir. Ma non lo posso fare, sarebbe troppo pericoloso, metterei a rischio anche gli uomini della mia scorta. Anche se mi coprissi interamente con il burqa rischierei di essere pedinata e rapita. Persino a Karachi mi muovo con grande attenzione. Questa è una città che si fa di anno in anno più violenta, senza il controllo della polizia. Interi quartieri sono dominati dalla malavita. Io viaggio, e con grande circospezione, solo in centro. Evito di fare sempre la stessa strada. I sequestri sono all'ordine del giorno". Afferma che non intende affatto entrare in politica, "Sono laica e di sinistra. Mi oppongo all'idea di poter accedere al potere solo perchè appartengo al clan Bhutto", spiega. E non lesina colpi bassi contro "il peso della religione negli affari di Stato" . Commenta: "Se la prendono tanto con i talebani. Che certo sono un fenomeno inquietante. Però sono pochi a sottolineare che in verità la sharia. la legge islamica, è in vigore tutt'ora anche nei nostri tribunali. Ho visto casi di donne messe in carcere con l'accusa di adulterio, specie nelle regioni povere, tra i contadini. Persono nel villaggio natale dei Bhutto, Larkana, ho denunciato casi del genere. Ma l'apatia è imperante". Lei vorrebbe continuare invece a fare ciò che già fa, scrivere sui giornali, dedicarsi ai libri. "Però da quando Zardari è al governo i giornali locali non pubblicano più i miei commenti politici. Sono stata censurata, do troppo fastidio. Vogliono che io taccia. Ma non ci riusciranno. Ho avviato un mio blog, ci scrivo spesso. Paradossalmente eravamo molto più liberi ai tempi della dittatura militare di Pervez Musharraf che non sotto la finta democrazia di Zardari". (Fonte: "Magazine", 16/7)
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FADILA LAANAN, IN BELGIO LA MINISTRA ARRIVA DAL SUD

Il Belgio affida il dicastero della Salute a una cittadina di origini maghrebine.

Fadila Laanan, marocchina di origine berbera, e di nazionalità belga, è considerata come un modello brillante per l’integrazione e l’accesso ai centri decisionali in Belgio. Già Ministro della Cultura, della Gioventù e dell’Audiovisivo nel gruppo francese in Belgio, riveste ad oggi la carica di Ministro della Salute. Fadila Laanan, impegnata in passato nella promozione delle pari opportunità è riuscita in un arduo compito: quello di conquistarsi la fiducia del popolo belga e di accedere alle alte cariche di uno stato la cui popolazione immigrata, secondo le ultime stime, supererebbe il milione di unità a fronte di un numero di residenti di origine marocchina che ammonta a 88.600 unità.
La carriera del ministro della Salute belga inizia nel 1993 quando entra a far parte del PSE Partito Socialista (PS-Spa) e prosegue con una serie di incarichi istituzionali presso i gabinetti di diversi ministeri. Candidata nel 2000 nel comune di Anderlecht, viene eletta consigliere comunale; nel 2001 presta giuramento come membro del Consiglio di polizia fino a diventare nel 2002 capogruppo del PS per la zona di polizia di Midi. Nel 2004 diventa Ministro della Cultura, della Gioventù e dell’Audiovisivo. Ad oggi Fadila Laanan si occupa con scrupolo e responsabilità del suo ruolo istituzionale e costiuisce un perfetto esempio di integrazione in un Belgio che ha una forte presenza araba e che, come tanti altri Paesi, affronta la sfida e i problemi legati alle dinamiche del multiculturalismo. (Fonte: Arabiyya ) Leggi tutto ...

lunedì 20 luglio 2009

JACKSON; ANCHE ARABI IN LUTTO, RAGAZZA TUNISINA SI E' TOLTA LA VITA


A quasi un mese dalla morte di Michael Jackson ho trovato questa notizia... . Che ricorda anche la sua PRESUNTA E POI SMENTITA conversione all'islam.

Roma, 30 giu. (Apcom) - Anche il mondo arabo piange Michael Jackson, il "re del pop" morto lo scorso 25 giugno a Los Angeles all'età di 50 anni. A conferma della sua popolarità tra i giovani musulmani, ieri, un ragazza tunisina si è tolta la vita dopo essersi chiusa nella sua stanza per tutto la giornata ad ascoltare i successi della star. E la stampa e i media principali forniscono a getto continuo tutti i dettagli e le indiscrezioni sulla morte del genio musicale scomparso prematuramente.

Roma, 30 giu. (Apcom) - Anche il mondo arabo piange Michael Jackson, il "re del pop" morto lo scorso 25 giugno a Los Angeles all'età di 50 anni. A conferma della sua popolarità tra i giovani musulmani, ieri, un ragazza tunisina si è tolta la vita dopo essersi chiusa nella sua stanza per tutto la giornata ad ascoltare i successi della star. E la stampa e i media principali forniscono a getto continuo tutti i dettagli e le indiscrezioni sulla morte del genio musicale scomparso prematuramente. Per il pubblico arabo,
la breve residenza nel Bahrain della pop star (qui sotto insieme a un body-guard, Michael indossa un'abaya nera per nascondersi dal pubblico e ha fatto "velare di nero" persino uno dei suoi figli !!!, ndr) è motivo di orgoglio: "da qui è passata la leggenda", hanno titolato con caratteri cubitali i quotidiani della piccola isola araba nelle acque del Golfo. Proveniente da una famiglia di testimoni di Geova (chiedo lumi a riguardo, perchè non mi risulta!) , Michael, settimo di 9 figli, pare sia divenuto musulmano l'anno scorso. Ed è proprio questa voce - mai confermata dal diretto interessato - che spinge molti musulmani a esaltare la sua figura. Su YouTube e Facebook, sono decine gli arabi che si scambiano "le condoglianze per la scomparsa del fratello musulmano". Molti attaccano gli occidentali per averlo accusato di pedofilia spinti dall'"odio che riservano all'Islam". Secondo una convinzione molto diffusa tra i suoi fans arabi, citati dal quotidiano saudita al Watan, Michael si sarebbe convertito all'islam per merito di una donna araba nel 2007 cambiando il suo nome in "Mustafà". Secondo la tv saudita Al Arabiya, a rafforzare la leggenda della sua conversione ci ha pensato un anonimo cantante di origini asiatiche che "con una voce identica al Re, ha mandato in rete una canzone recitata in arabo e inglese che si intitola 'Allah il misericordioso e compassionevole". Molti musulmani sul web chiedono al fratello musulmano di Jackson, Jeremin (per gli arabi si è convertito all'Islam nel 1989) di procedere a una sepoltura "secondo i dettami della Shariya islamica". Al di là della fede, sembra il gusto per la bella musica la vera spinta di tanto amore. La stessa emittente araba riferisce anche di un video realizzato da ragazzi sauditi che "eseguono una ballata beduina al ritmo delle melodie" di Jackson (l'ho visto, postato su Facebook da un giornalista giordano: un'imitazione spassosissima!!!!, ndr) . Ma è la notizia del suicidio delle ragazza tunisina ad essere al centro dell'attenzione dei media arabi. Secondo quanto riferisce la stampa locale, l'adolescente che abitava nella cittadina al Manara, a nord di Tunisi, "dopo avere ascoltato il concerto del suo idolo tenuto a Tunisi, colta da immensa disperazione, ha ingerito una grande quantità di calmanti che le sono costati la vita". Il re del Pop aveva visitato la Tunisia nell'ottobre 1996 tenendo un concerto all' Almanza Stadium (nella foto, la calorosa accoglienza che la folla aveva tributato alla pop-star all'areoporto di Tunisi, ndr). Osannato e assediato da migliaia di giovani e curiosi, Michael Jackson aveva destinato il ricavo del concerto al "Fondo Solidarietà Tunisino" che finanzia opere di beneficenza per i bambini.
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LA RISPOSTA DEL COMUNE DI ROMA ALLA RICHIESTA DELL' INTITOLAZIONE DI UNA PIAZZA A NOME DI DELARA DARABI, UCCISA BARBARAMENTE IL 1° MAGGIO SCORSO


di Karimi Davood, Presidente dell'Associazione "Delara Darabi" e dell'Associazione dei Rifugiati Politici Iraniani in Italia.

Ecco il testo della risposta che ho ricevuto dal comune di Roma in risposta alla nostra domanda di intitolare una piazza a nome della giovane pittrice iraniana, uccisa a soli 23 anni nel carcere di Rasht in Iran (foto in alto). La nostra domanda era motivata con la richiesta di una forte protesta politica attraverso questa iniziativa. Ma purtroppo la burocrazia pare che non vede le nosttre esigenze e secondo quanto ho appreso dalla gentile lettera firmata dal dirigente Paola Pavan e dall'assessore Umberto Croppi, bisognerebbe aspettare 10 anni dalla data della morte del soggetto in questione. Innanzitutto a nome dell'Associazione rifugiati politici iraniani e della Fondazione Delara Darabi ringrazio il comune di Roma, i due firmatari dell'ordinanza e tutti coloro che hanno approvato questo progetto, ma desidero anche esprimere il mio rammarico contro una procedura che mi legherebbe le mani per ben 10 anni. L'obiettivo della nostra richiesta è stato quello di suscitare e sollecitare una dura risposta a queste barbarie disumane applicate contro la parte più bella, più sana, più sensibile e più responsabile della società. Gli avvenimenti di questi giorni mi confermano le mie convinzioni secondo cui la DONNA è l'unica garanzia immaginabile nella società di oggi per la realizzazione di qualsiasi cambiamento socio-politico di lunga durata. Idem anche nella società occidentale. Oggi le donne iraniane hanno dimostrato, al prezzo del sacrificio delle loro vite che sono le vere protagoniste di questa grande e straordinaria rivolta che mira ad affidare per sempre la repubblica islamica khomeinista alla pattumiera della storia e ripristinando la democrazia e la libertà per se e per i propri figli e vicini. Chiedo umilmente a chi di competenza di darci una mano in questa difficile battaglia anche burocratica. la solidarietà espressa dalla gente comune e dalle istituzioni che sono espressioni popolari ci incoraggiano ad andare avanti con la più determinazione e fermezza contro uno dei regimi più feroci del mondo.
E Maryam Rajavi : la preghiera del Venerdì ha mostrato la pronfonda crisi in cui versa il regime. Leggi ancora... .
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PAROLE COME PIETRE SULL'ORDINE DEI GIORNALISTI


"La quota non pagata della decenza", di Pierluigi Battista.

Purtroppo la Federazione internazionale dei gior­nalisti (compreso il rappresentante italiano Pao­lo Serventi Longhi) non è in grado di organizzare clamorose manifestazioni per la liberazione di Masha Amrabadi, giornalista iraniana, attivista per i diritti delle donne, incinta, segregata in carcere da due settimane in Iran. Non è in grado di farlo perché è troppo impegnata a espellere dall’organizzazione i giorna­listi israeliani. Purtroppo non solleverà un caso internazionale per i cor­pi dei coraggiosi blogger che riempiono l’obitorio di Tehe­ran, con i parenti costretti al silenzio sotto ricatto: i suoi rappresentanti (italiano compreso) sono infatti chini a tempo pieno sui libri contabili per quantificare il mancato introito delle quote non pagate dai giornalisti che scrivono sulla libera e democratica stampa israeliana. Se non è per scagliarsi contro Israele, la riverita Federazione mantiene un sobrio riserbo. Mica caccia la tv di Hezbollah perché reclama la morte di tutti gli ebrei (non degli israeliani, de­gli ebrei tout court). Caccia i giornalisti israeliani con la risibile scusa della loro morosità. (Fonte: Corsera, da Liberali per Israele )
L’Ordine dei giornalisti, in un soprassalto di orgoglio e di fierezza, si è dissociato da questo palese atto discrimina­torio, invitando in Italia i gior­nalisti israeliani a discutere li­beramente: come si fa nelle democrazie, non nei Paesi che cancellano la libertà di stampa a fanno gruppo (insie­me al rappresentante italia­no) per cacciare l’odiata, vitu­peratissima Israele dalla Fede­razione internazionale. Su Fa­cebook l’appello «Non in mio nome» sottoscritto non solo da giornalisti, ma da lettori sconcertati dalla prepotenza della federazione internazionale dei giornalisti, ha supe­rato la soglia ragguardevole dei 1000 aderenti. La Federa­zione nazionale della stampa invece no: eccepisce ma traccheggia, invoca riconciliazioni ma non si dissocia. Peccato, davvero peccato. Anche perché persino la scusa ufficiale dell’espulsio­ne, quella del mancato pagamento delle «quote», è pie­na di lacune e di omissioni. Non dice che i media israelia­ni avevano protestato perché erano stati tenuti fuori, e senza nessuna plausibile giustificazione, da una missio­ne investigativa sugli eventi di Gaza. Non dice che in ben due occasioni, a Vienna e a Bruxelles, i giornalisti israelia­ni sono stati incomprensibilmente esclusi dagli incontri sul Medio Oriente. Non dice che per i professionisti del­l’esclusione antidemocratica è del tutto ovvio che gli isra­eliani non abbiano diritto di parola sulle questioni che riguardano il loro Paese. Devono tacere. Pagare le quote, e zitti. Altrimenti: fuori con ignominia e con l’applauso delle dittature in cui i giornalisti finiscono in galera. O all’obitorio. Ma la quota della decenza la pagano mai, quelli della Federazione?
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