venerdì 30 maggio 2008

STORIA DI LUCICA, REGINA DEI ROM

Lucica non è araba o musulmana, ma mi hanno inviato per e-mail la sua storia e il suo sogno e ve li faccio conoscere volentieri. Grazie a Stefano.

L'ho conosciuta oggi in treno, Lucica Tudor, la regina dei Rom in Romania e leader imperatrice dell'organizzazione Alleanza per l'Unità dei Rom. Ha ottenuto questa carica elettiva nel 2003, per essersi distinta come benefattrice verso la sua gente.
Mi ha parlato del suo popolo, dei suoi progetti, delle sue speranze e delle sue paure. Si dirigeva a Roma, per cercare d'incontrare il Sindaco e concordare con il governo un incontro per il 26 giugno, a Roma.
Ma la sua idea è costruire un villaggio, un grande villaggio rom in Italia, incominciando da Milano.
Il sogno è l'integrazione: lavoro ed istruzione per tutti. "Il mio popolo, dice, potrebbe contribuire in modo eccellente a migliorare l'economia italiana".
Lucica è animata da una grande forza d'animo. Vorrebbe poter avere qualche spazio sulle televisioni nei talk show, per parlare, per spiegare, per far conoscere il suo popolo a chi è annebbiato dal pregiudizio.
Tra i Rom ci sono buoni artigiani, carpentieri, falegnami, muratori e persone che sanno lavorare l'alluminio: unire queste potenzialità potrebbe trasformare la povertà attuale in una grande ricchezza... .
Lucica ne è convinta. Mi affida il suo numero di cellulare. Mi dice che "trovarla" per molti è difficile, ma io potrò certamente tenere i contatti con lei direttamente.
In ogni caso, il console generale di Romania, Tiberio Migurel Dinu, a Milano, sa sempre dove lei possa trovarsi.
Ci salutiamo con una promessa: tenerci in contatto per riuscire a traghettare questo popolo da una condizione di indistinta moltitudine a quella di nazione.
Qualcuno potrà aiutare questa giovane donna a realizzare il suo sogno?
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STASERA SU LA7 "MAI SENZA MIA FIGLIA !", regia di Brian Gilbert (Dramm. 1991)

Segnalo che stasera su La7 alle 21.10 verrà riproposto il film "Mai senza mia figlia", tratto dal primo romanzo autobiografico dell'americana Betty Mahmoudy.
Non è recente, ma tratta un argomento purtroppo sempre attuale: le difficoltà spesso incontrate da donne occidentali che si uniscono in matrimonio con uomini di religione musulmana e che, dopo averle letteralmente conquistate, mostrandosi aperti e addirittura "occidentalizzati", si rivelano fanatici e maschilisti, magari dopo essere tornati nel Paese d'origine. Brava come al solito l'attrice Sally Field, che interpreta la protagonista.
Sposata con un iraniano, Betty Mahmoudy viene intrappolata dal consorte durante un viaggio a Teheran, dove ancora vive la famiglia di lui. Secondo le leggi islamiche in vigore, una donna sposata è proprietà del marito come i figli. Esasperata, Betty vorrebbe tornare negli Stati Uniti con lui e la loro bimba ma l'uomo,avvelenato dall'influenza dei parenti e dalla cultura patriarcale, lo impedisce e le tiene priginiere, con la complicità della sua famiglia: vuole restare in Iran, perchè solo lì ritiene che la piccola possa crescere musulmana e conoscere i "veri valori". Da qui la fuga di Betty per tornare in America assieme alla figlia,che, anche in caso di divorzio,sarebbe altrimenti desitinata a restare con il padre, in Iran. Con una promessa a se stessa: mai sarebbe tornata a casa senza di lei.
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giovedì 29 maggio 2008

"INTERNET E' LA MIA BOMBA", LA JIHAD SECONDO MALIKA

Purtroppo, tra le "mille e una donna", ci sono anche personaggi di questo tipo.

WASHINGTON - Malika El Aroud partecipa alla Jihad senza mai imbracciare il fucile. Invece che sparare preferisce scrivere: "Perchè (scrivere)è anche una bomba". Usando Internet, la nuova arma dei qaedisti, Malika incoraggia le altre donne a intraprendere la lotta. Grazie al portatile la quarantottenne belga-marocchina si è trasformata in un faro, sopratutto per quelle musulmane che come lei sono di origine nordafricana ma sono cresciute in Europa. Malika stessa ha scoperto tardi il Corano e l'interpretazione integralista dell'Islam. Poi,però, ha recuperato in fretta. Determinante sia la volontà - è dura, determinata - che le vicende personali. Malika è stata sposata con il tunisino Abdel Sattar. Un terrorista che insieme al complice Bouraoui El Ouaer - un militante venuto dall'Italia - si trasformerà in kamikaze per una missione di primaria importanza. Il 9 settembre 2001 uccidono facendosi esplodere il leggendario Massud, il comandante dell'Alleanza del Nord, lo schieramento anti-talebano.
Malika, che per diverso tempo ha vissuto a Jalalabad (Afghanistan), occupandosi di un asilo, ha continuato a camminare nell'ombra della guerra santa. E perso Abdel si è ricostruita una vita sempre nel segno della Jihad sposandosi ad un altro tunisino, Moes Garsalloui.
Insieme si sono stabiliti in Svizzera aprendo il sito integralista - Minbar - per rilanciare video e documenti qaedisti. E' da questa piattaforma che sono partiti alcuni dei messaggi di minaccia all'Italia e di ricatto durante il sequestro di Simona Pari e Simona Torretta in Iraq. Un'attività che ha dato a Malika la possibilità di affinare le sue doti di propagandistica e farsi conoscere. Un impegno quotidiano che si è chiuso dopo un inchiesta - tardiva - delle autorità svizzere. Il marito è stato condannato a sei mesi ma è stato rimesso in libertà e da mesi è irreperibile. Per Malika Moes è "in viaggio".
Il ruolo, prima, di vedova nera - per la morte violenta di Abdel -, quindi il coinvolgimento nell'indagine svizzera e i suoi rapporti con una realtà estremista ne hanno accresciuto l'importanza. In una intervista al New York Times Malika ha confermato il suo animo ribelle. In Afghanistan - ha ricordato - si era rifiutata di indossare quello che chiamava "un sacco di plastica", il burqa. E una volta tornata in Europa - oggi vive a Bruxelles - ha sfidato vecchie categorie dimostrando che le donne sono forti quanto gli uomini: "Ho dimostrato che è importante avere timore di Dio e di nessun altro. Ci sono uomini che hanno paura perchè non vogliono finire nei guai. Io invece parlo lo stesso". In un libro autobiografico Malika ha difeso l'uccisione di Massud, definito "il diavolo", e ha esaltato il marito, "una crema d'uomo". Una linea militante che emerge dagli scambi su Internet. Malika scrive rivolta agli occidentali: "Il Vietnam non sarà nulla se comperato a quello che vi attende nella nostra terra".
In dicembre la marocchina è stata fermata nel corso di un blitz anti-terrorismo in Belgio. Con lei c'erano altre due donne, sospettate di voler organizzare insieme ad altri l'evasione di un terrorista. L'indagine non ha portato a nulla e Malika è tornata al suo sito Minbar-Sos, trasformato in un pulpito di guerra.
Ufficialmente disoccupata vive con il sussidio mensile dello stato belga: 900 euro pagati dai "crociati".
(Fonte "Corriere della Sera")


Insomma, un animo battagliero, quello di Malika El Aroud, che vuole "dimostrare che le donne sono forti quanto un uomo"... peccato che, come dire, abbia scelto LA CAUSA E IL BERSAGLIO SBAGLIATI! Vedendo poi la foto mi chiedo, come si fa a rifiutare di vestire un "sacco di plastica" come il burqa, per portare un altro sacco di plastica come il niqab, pergiunta nero? Ma questo è solo un corollario a tutto il resto... .
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mercoledì 28 maggio 2008

MALTRATTA LA MOGLIE E LE FIGLIE, L'APPELLO CONFERMA OTTO ANNI

Anche l’appello conferma in pieno la pesantezza delle accuse a suo carico. Un uomo nato in Turchia nel 1959, ma risiedente in un comune sul Lago di Como, ha visto la propria condanna in primo grado ribadita senza sconti anche dai giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Milano.
Otto anni di reclusione, più 50mila euro di risarcimento danni alla famiglia, per aver maltrattato reiteratamente la moglie - anche lei turca, del ’66 - e per violenza sessuale sulle due figlie femmine dei quattro bambini messi al mondo dalla coppia.
I fatti risalgono all’agosto del 2007, quando la moglie dell’uomo, che dal lontano 1990 subiva passivamente i maltrattamenti del marito, decide di denunciare l’uomo.
Il fascicolo arriva in Procura al tribunale di Como, nelle mani del pubblico ministero Giulia Pantano. Tra i capi di imputazione, anche le violenze sessuali sugli altri due figli maschi - uno di appena due anni - che però non trovano riscontro per mancanza di prove. Il Gup, Nicoletta Cremona, condanna comunque l’uomo, assistito dall’avvocato Christian Mazzeo, a otto anni di carcere e al pagamento di 50 mila euro alla famiglia come risarcimento morale per le vessazioni subìte. Il ricorso ha poi portato il fascicolo a Milano, nelle mani dei giudici della prima sezione della Corte d’Appello che ieri, come detto, hanno confermato in pieno la sentenza di primo grado emessa nel palazzo di giustizia di Como.
L’uomo ha così fatto ritorno in carcere a Ivrea, dove è detenuto.
(Fonte: "Corriere di Milano") Leggi tutto ...

APPELLO DI PAOLO BIANCO: SERVE SUBITO UNA MORATORIA PER I MATRIMONI MISTI

La storia viene raccontata dal consigliere della Lista Moratti, Paolo Bianco. Una storia che ha per protagonisti soprattutto donne che arrivano da Castellone, comune del cremonese che ospita un grande campo rom. Sono giovani romene che sposano in Comune cittadini egiziani: i quali, in un colpo solo, oltre alla moglie (magari incontrata giusto una volta)portano a casa la cittadinanza europea. Due casi avvenuti ancora ieri mattina, davanti al consigliere Paolo Bianco che con la fascia tricolore e nella sala di Palazzo Dugnani adibita alle nozze civili, ha pronunciato le frasi di rito e sancito la nascita del nucleo familiare.
Bianco allarga le braccia: "Molto spesso ho la sensazione di trovarmi a celebrare matrimoni combinati. E direi che è più di una sensazione perchè ti sembra di parlare a persone che fra di loro sono poco più che sconosciuti. Ma nessuno riesce a spiegarmi, perchè non esistono leggi precise, come posso oppormi alla celebrazione di queste nozze farsa a rischio di essere denunciato per omissione d'atti d'ufficio". Risultato. Paolo Bianco, che a Palazzo Marino detiene il record di coppie sposate (circa una quindicina ogni settimana), chiede una moratoria del Governo su tutti questi matrimoni "misti".
Già nello scorso gennaio, quando c'era stata la prima ondata significativa di queste nozze miste e dubbie, Bianco era intervenuto pubblicamente in aula consiliare spiegando la vicenda e chiedendo indicazioni ufficiali su come comportarsi. "Mi sento in imbarazzo - insiste - ma francamente anche i nostri funzionari non hanno appigli giuridici concreti per trovare una scappatoia". Poi, altri consiglieri comunali avevano denunciato il fenomeno e qualcuno si era rivolto perfino alla magistratura, che a sua volta ha avviato le indagini. L'assessore Stefano Pillitteri conferma il disagio di Bianco:"Se due persone vogliono sposarsi è impossibile dire di no. Certo, bisognerebbe accertare se alle spalle di queste nozze ci sono racket veri e propri: in alcuni casi siamo riusciti ad effettuare controlli e segnalare casi anomali alla magistratura, che poi è intervenuta a sua volta. Ma non è così semplice". Domani se ne parla in commissione consiliare.

(Fonte: "Corriere della Sera - Grande Milano") Leggi tutto ...

martedì 27 maggio 2008

RITA EL KHAYAT IN ITALIA

Rita è nata e cresciuta a Rabat ( nata da madre marocchina e padre per metà andaluso ndr.) in Marocco, dove ha avuto l’opportunità di frequentare le scuole moderne, per poi ottenere la laurea in medicina. Nel corso dei suoi studi si è anche distinta come prima speaker donna e giornalista di radio, televisione e cinema. Successivamente ha accettato un internato nel campo della psichiatria a Casablanca. Ma trovando tutto questo poco stimolante, parte per Parigi dove si specializza in tre campi della medicina: psichiatria, medicina del lavoro ed ergonomia e medicina spaziale.
Durante il suo soggiorno a Parigi, studia anche l’arabo classico presso la prestigiosa Scuola di Lingue Orientali ed è in quel periodo che inizia a scrivere. A tutt’oggi la sua opera letteraria conta 30 libri. La sua prossima sfida è la cattedra che le è stata assegnata dalla Facoltà di Lettere e Filosofia di Chieti in Italia, dove insegnerà Antropologia della Conoscenza e del Sapere.
E'stata la prima donna psichiatra del Maghreb, è riconosciuta da tutti come uno dei più importanti intellettuali del Marocco. Ha fondato nel 1999 l'Associazione "Aini Bennai" per la diffusione della cultura nel suo Paese e nel Nord Africa, diventata Casa Editrice nel 2000. Rita El Khayat, sempre nel 1999,è stata la prima donna marocchina a scrivere una lettera aperta al giovane re perchè sostenesse e promuovesse un miglioramento della condizione femminile in Maghreb e uno dei promotori della nuova Moudouwana, il nuovo codice di famiglia marocchino. Si è distinta per le sue battaglie a favore della libertà di espressione (definisce l'aver appreso la lingua francese "la via della libertà di espressione"), nonchè per le contestazioni alle tesi di Tariq Ramadan. Tra le sue numerose opere: "La donna nel mondo arabo", Jaca Book (2002); "Il complesso di Medea - Le madri del Mediterraneo, l'ancora del Mediterraneo (2006); "Le lettere: uno scambio molto particolare (ZANE Editrice, 2006), "Il legame"(Castoldi, Baldini, Dalai, 2007). Sono in corso di pubblicazione per Arnoldo Editore "Georges Devereux - Il Mio Maestro" e "A tutti i medici che hanno ucciso mia figlia, denuncia".
E'candidata al Premio Nobel per la Pace. Ieri ha partecipato a un incontro "tra donne che dialogano tra le due sponde del Mediterraneo", promossa dal Centro Culturale marocchino "Averroè" in Via della Polveriera 14 a Roma, con la partecipazione delle rappresentanti delle associazioni di donne maghrebine in Italia (con un intervento conclusivo di Souad Sbai) e di giovani marocchini di seconda generazione. Il sito di Rita El Khayat è http://www.ritaelkhayat.com/
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"LE DONNE SIANO LIBERE DI PORTARE IL VELO"

Il presidente dell'associazione degli intellettuali musulmani, Ahmad Vincenzo, ha ribadito la necessità di "lasciare libere le donne di scegliere se indossare il velo o meno", escludendo qualsiasi obbligo religioso a riguardo. La dichiarazione giunge in risposta all'appello che il portavoce dell'Ucoii, Ezzedin el-Zir, aveva rivolto allo Stato italiano, affinché non impedisse alle studentesse musulmane di indossare il velo a scuola. Vincenzo si è detto preoccupato che una strumentalizzazione del velo possa portare alla creazione di "una sorta di divisa islamista" per le donne musulmane. In Italia non esiste alcun divieto di indossare il velo, purché non copra il volto impedendo il riconoscimento della persona. (LiberoNews)
Preso da "Unpoliticallycorrect"


E così siamo tornati a noi.
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lunedì 26 maggio 2008

UN PO' DI RELAX !

Ognitanto ci vuole, anche perchè nel blog non affrontiamo esattamente temi leggeri! Mi auguro che questo tenerissimo video piaccia a chi si trova a passare di qua. E offra anche qualche spunto di riflessione sulla differenza tra le coccole al suo "protagonista" e come le donne vengono trattate troppo spesso nel mondo, in particolare in certe aree e Paesi... .



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domenica 25 maggio 2008

CHINA KEITETSI, UNA BAMBINA SOLDATO, VITTIMA E CARNEFICE NELL' INFERNO DELL' UGANDA



Anche l'Uganda, come ad esempio il Kenia, è un Paese africano a maggioranza cristiana e non so di che religione sia la protagonista di questa storia e autrice di questo libro. Ma chissenefrega: una religione non deve essere un'etichetta e neppure la provenienza geografica! E' una donna il cui dramma va conosciuto, come quello degli altri bambini o ex-bambini soldato.

Per la prima volta, un’ex bambina soldato racconta in un libro la sua storia: lancinante, quasi incredibile nella sua durezza. Da quando a nove anni venne strappata alla famiglia e internata in uno dei campi di reclutamento dell’”esercito di resistenza” del suo Paese, l’Uganda, a quando nel 1999, grazie all’intervento delle Nazioni Unite, riuscì a scappare riparando in Sudafrica. Durante gli anni nell’esercito le fu dato un nuovo nome, “China”. Le venne messo in braccio un fucile, ordinandole di sparare e uccidere. Nessun sopruso le fu risparmiato, tanto che lei oggi dice “Non so nemmeno più contare quanti uomini abbiano abusato del mio corpo quando avevo quindici anni. Questo è il ricordo più difficile con cui convivere”.
L’incubo durò dieci anni: dopo l’addestramento fu impiegata come guardia del corpo di un alto funzionario del regime di Yoweri Museveni (tuttora presidente dell’Uganda), poi fu trasferita alla polizia militare.
Il libro di memorie di China Keitetsi, Una bambina soldato, che porta l’eloquente sottotitolo “Vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda”, è arrivato da poche settimane nelle librerie italiane, per la casa editrice Marsilio.

L’autrice racconta nella prefazione che per lei scriverlo è stato come una liberazione: “Iniziai a scrivere, tra le lacrime, e più andavo avanti più mi sembrava impossibile riuscire a smettere di piangere. Allo stesso tempo, però, vedevo accadere anche qualcosa di diverso: man mano che le parole passavano sul foglio, mi sentivo più leggera, più libera, e avevo bisogno di continuare”. Mettere nero su bianco la sua esperienza non è stato facile: “Mi riusciva difficile immaginare che io, China, io che mi consideravo come un esserino senza alcuna importanza, niente di più che una cartaccia da buttar via senza degnarla di uno sguardo, all’improvviso fossi capace di scrivere un libro”. Ma ci è riuscita: “Scrivevo con l’unico obiettivo di liberarmi dai pesi che continuavano a gravarmi sul cuore”.
China adesso vive tra la Danimarca e il Ruanda, dove ancora abitano i suoi parenti scampati alla guerra civile. Ha scelto di non seppellire il suo passato, di non dimenticare: è voluta anzi diventare l’”avvocato” di quelle centinaia di migliaia di bambini che ancora combattono negli eserciti del Terzo mondo. La sua missione è proprio parlare delle infanzie violate, delle aberrazioni che i bambini soldato sono costretti dai loro aguzzini a commettere e a subire.
China Keitetsi è stata invitata a parlare alle Nazioni Unite, all’Unesco, al Parlamento tedesco. Ha creato un’associazione per aiutare gli ex bambini soldato come lei e oggi è anche ambasciatrice dell’Unicef. Sul suo sito ufficiale l’home page è un inno alla speranza: accanto alla foto del suo viso sorridente c’è la scritta “Il passato è passato… E il futuro è cominciato!”.

(Fonte: sito di ACMID-DONNA) Leggi tutto ...

ALGERIA: PROCESSO A DONNA CONVERTITA

(ANSA)- ALGERI, 21 MAG - Per la prima volta in Algeria si e' aperto a Tiaret (400 km a ovest di Algeri) un processo contro una donna convertita al cristianesimo. Habiba - questo il nome della donna - e' accusata di aver 'praticato un culto non musulmano senza autorizzazione'. La donna e' stata arrestata su un autobus. La polizia ha trovato nel suo zaino 12 libri religiosi. Habiba si e' difesa dicendo che si tratta di testi personali. Chiesta una condanna a 3 anni di prigione. Martedi' la sentenza.
Preso dal blog "Unpoliticallycorrect" Leggi tutto ...

ELEZIONI IN KUWAIT, LE DONNE NON CE LA FANNO, MA NON DEMORDONO

Vincono i salafiti, i Fratelli musulmani dimezzano i seggi e le donne non ottengono un seggio per una manciata di voti

Anche se è un po' lungo, vi propongo questo pezzo della ricercatrice Valentina Colombo,comparso sul sito personale di Magdi Cristiano Allam ("Amici di Magdi Cristiano Allam"), all'indomani delle elezioni in Kuwait.

Ieri sono stati pubblicati i risultati delle elezioni parlamentari in Kuwait. Ebbene, brutte notizie per i primi passi verso la democrazia e la partecipazione delle donne alla politica in Medio Oriente. I salafiti, ovvero gli ultraconservatori sono i grandi vincitori. La bandiera della sconfitta se la contendono i Fratelli musulmani e le donne. I primi, con nostra immensa soddisfazione, hanno dimezzato i loro seggi. Le seconde invece, nonostante le donne rappresentino il 55,4 % dell’elettorato, con nostro enorme dispiacere, non sono riuscite ad ottenere nemmeno una deputata. “La donna kuwaitiana non riesce a raggiungere il parlamento per la seconda volta”, si legge sul sito della televisione satellitare Al Arabiya; “Per la seconda volta donna kuwaitiana non riesce a raggiungere il parlamento”, titola il quotidiano emiratino Al Ittihad; “Elezioni kuwaitiane: vittoria salafita-sciita … e la donna è il grande sconfitto”, esclama il quotidiano saudita Al Riyadh. Anche il Kuwait Times, facendosi portavoce delle kuwaitiane, esclama: “No! Ancora una volta!”.
Il risultato deludente ci costringe ad alcune riflessioni e ci obbliga ad ammettere che imparare i vantaggi della democrazia non è cosa facile così come è arduo insegnare alle donne di una società conservatrice e maschilista come quella kuwaitiana a impossessarsi e a fare buon uso dei diritti conquistati. Sono ormai trascorsi tre anni dal momento in cui le kuwaitiane hanno faticosamente conquistato il diritto di voto, tuttavia molte donne non sono ancora decise a votare per il proprio sesso e forse ancora di più sono costrette a non votarlo dai propri mariti, come di recente ha affermato ai microfoni di Al Jazeera Abeer Rashed al-Rasheedi. Il Kuwait Times riporta la preoccupante al tempo stesso significativa dichiarazione di un’avvocatessa: “Sono donne, per l’amor del cielo!”
Per comprendere quanto sta accadendo, è necessario ripercorrere alcune date significative. Il 16 maggio 2005 le kuwaitiane, che in base alla legge elettorale 35 del 1962 venivano esplicitamente escluse dal voto , hanno finalmente ottenuto il diritto di voto che hanno esercitato per la prima volta alle elezioni parlamentari. La legge sul suffragio femminile è stata approvata dall’Assemblea Nazionale con 35 voti a favore, 23 contrari e un’astensione. Si tratta del risultato di numerosi anni di impegno che hanno visto in prima fila l’attivista Rola Dashti e la scrittrice Laila Uthman, nella lotta contro i conservatori nel governo. Rola Dashti usa espressioni molto dure, quali il termine “terrorismo” per descrivere l’opposizione a qualsiasi miglioramento della condizione femminile nel suo paese e ancora una volta ricorda come la tradizione sociale sia molto spesso più rigida e di quella religiosa:
“Perché quindi la donna è stata emarginata dalla vita pubblica? Percepiamo la donna come il pilastro della prosperità, dello sviluppo, della libertà e della democrazia. Quando il movimento femminista è iniziato in Kuwait quaranta anni fa, i fondamentalisti islamici si sono uniti con i tradizionalisti per limitare e minimizzare il ruolo della donna e terrorizzare ogni membro della società che sosteneva tesi diverse dalle loro. Secondo gli integralisti, infatti, il ruolo che si addice a una donna è la casalinga-sottomessa: rimanere a casa, crescere i figli, fare le pulizie domestiche ed essere anche la serva del marito, con il pretesto che ciò sia parte dei precetti religiosi. Le donne che contraddicevano questi principi erano terrorizzate psicologicamente e socialmente. Questo è quello che è accaduto a tutte noi attiviste per aver voluto e volere un ruolo pubblico e politico per le donne.
Per una società chiusa come quella del Kuwait, il terrorismo sociale e psicologico è paragonabile a quello armato, se non peggio. Le donne erano spaventate e accusate nel nome dell'Islam di andare contro la religione, di essere blasfeme, anti-patriottiche, spie dell'Occidente, distruttrici della società, contro la famiglia e promotrici dell'omosessualità e dell'adulterio. Eravamo continuamente e selvaggiamente attaccate soltanto perché volevamo che le donne fossero coinvolte in politica e che fosse garantito loro il diritto costituzionale al voto, a partecipare alle elezioni nazionali e nel processo decisionale.
Gli estremisti islamici sono riusciti a compiere attacchi prepotenti e atti di terrorismo sociale nei confronti delle donne, strumentalizzando l'Islam per ottenere l'appoggio delle masse generalmente tradizionaliste e conservatrici con una nozione della religione limitata.”
Di fatto la negazione dei diritti politici alle donne contravveniva persino a molti articoli della costituzione kuwaitiana. Basti pensare all’articolo 6 in cui si afferma che “il sistema di governo in Kuwait sarà democratico, la sovranità è del popolo, la fonte di tutti i poteri. La sovranità sarà esercitata con la modalità specificata dalla presente costituzione”, all’articolo 7 in base al quale “giustizia, libertà e uguaglianza sono i pilastri della società, cooperazione e aiuto reciproco sono i legami più saldi tra i cittadini” e ancora all’articolo 29 laddove si legge che “tutte le persone sono uguali quanto a dignità e diritti e doveri pubblici innanzi alla legge, senza alcuna distinzione di razza, origine, lingua o religione. La libertà personale è garantita”.
Nel dicembre 1971, a seguito della prima conferenza sulle donne in Kuwait organizzata dalla Arab Women’s Development Society (AWDS), è stato sottoposto al Parlamento un documento contenente sette richieste volte a migliorare la condizione femminile, prima fra tutte il diritto incondizionato a partecipare alle elezioni. Solo 12 dei 60 membri del Parlamento si sono dimostrati favorevoli. Simili iniziative vengono riproposte nel 1981, nel 1986, nel 1992 e nel 1996, ma senza trovare un effettivo sostegno politico.
Il 16 maggio 1999, l’allora emiro del Kuwait, Sheikh Jaber al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, emanò un decreto in cui garantiva alle donne pieni diritti politici. Tuttavia il 23 novembre dello stesso anno il Parlamento bocciò il decreto con due terzi di voti contrari. Questo perché i moderati e i liberali non approvavano non tanto il contenuto della riforma quanto l’imposizione dall’alto del decreto. Venne quindi sottoposta all’attenzione del Parlamento una proposta di legge identica al decreto dell’emiro, che venne però bocciata con 32 voti contrari e 30 a favore. Nel luglio 2000, cinque membri dell’Assemblea nazionale hanno nuovamente presentato un emendamento alla legge elettorale. E infine è giunto il risultato sperato.
Prima e dopo l’approvazione della legge, il Kuwait ha assistito a un acceso dibattito interno che ha visto intellettuali e politici riformisti schierarsi contro l’ottusità degli elementi conservatori della società che si trattava semplicemente di un’operazione di “occidentalizzazione” che avrebbe portato al degrado della società . Come in Arabia Saudita anche il riferimento interno alla tradizione religiosa, nella sua interpretazione liberale, è subito emerso. Sul quotidiano kuwaitiano al-Qabas l’avvocatessa Badriyya al-Awdha ha ribadito che la donna ai tempi del Profeta partecipava alla vita politica al pari dell’uomo. Se gli uomini sono stati i più tenaci oppositori alla riforma, alcuni uomini non solo sono stati i primi a rallegrarsi con le donne per la conquista del suffragio, ma sono stati i primi a ricordare che si tratta solo di un primo, anche se fondamentale, passo. L’editorialista Faisal al-‘Ulati ha scritto:
“Vorrei congratularmi con le nostre sorelle che hanno ricevuto pieni diritti politici. Vorrei consegnare un mazzo di rose rosse e bianche a ogni kuwaitiana per festeggiare questo lieto evento per tutti noi. Auguriamo tutto il successo alle candidate al parlamento e alle elezioni municipali. Spero che vengano approvate altre leggi a favore delle donne kuwaitiane, ad esempio, una legge che consenta a una donna sposata con un non-kuwaitiano di possedere un appartamento, una legge che conferisca la nazionalità kuwaitiana al figlio di una madre kuwaitiana a prescindere dalla nazionalità del padre.”
In attesa delle presenti elezioni, il governo ha lanciato un segnale positivo scegliendo due candidate, Jenan Bushehri e Khaleda al-Khader, per le elezioni municipali del 4 aprile 2006, entrambe appartenenti alla minoranza sciita da sempre più aperta nei confronti della condizione femminile. Jenan Bushehri è addirittura arrivata seconda con 1.807 voti, contro i 5.486 voti del vincitore Youssef al-Suwaileh, ed ha commentato: “Sono molto orgogliosa di me stessa e del gruppo che ha lavorato con me. Sono molto fiera di avere preso parte a una nuova epoca in Kuwait che ha visto le donne partecipare alle elezioni. E’ stata un’esperienza incoraggiante, ma devo fermarmi e valutare se voglio partecipare alle prossime elezioni municipali.” Quanto a Khaleda al-Khader è invece arrivata all’ottavo e ultimo posto con soli 79 voti. A dimostrazione che non sia sufficiente introdurre delle leggi per vederle attuate, delle donne aventi diritto di voto ha votato il 30 per cento.
Ancora più preoccupante è la notizia che vede protagonista Aisha al-Rashid. Quest’ultima nel momento in cui ha annunciato di volersi candidare alla elezioni parlamentari è stata minacciata di morte. Il mittente è un certo “Abu Nahar” che scrive: “Ti invio questo messaggio consigliandoti di ritornare sui tuoi passi prima che sia troppo tardi”. La risposta della al-Rashid è stata forte e immediata: “Non rinuncerò. Continuerò per la mia strada portando avanti il mio programma politico e la mia campagna elettorale”
Ciononostante vi sono sempre più kuwaitiane impiegate all’interno di ministeri ed è recente la decisione di assumere segretarie all’interno del Parlamento. Nel giugno 2005, è stata persino nominata la prima donna ministro, Ma’suma Mubarak, che ha assunto l’incarico di Ministro per la pianificazione e lo sviluppo. In una delle sue prime interviste ha affermato l’auspicio di vedere assegnata alle donne la quota del 35% in parlamento .
In questa tornata elettorale le candidate erano 27 e tra loro figuravano nomi conosciuti e stimati anche a livello internazionale, quali la già menzionata Rola Dashti, Aseel al-Awadhi, Fatima Al-Abdaly, Naeema al-Hai. Le aspettative erano moderate, ma c’erano. L’attivista Aisha al-Rushaid, candidata sia nel 2006 che nel 2008, aveva dichiarato all’agenzia di stampa Kuna che le elezioni di quest’anno avrebbero rappresentato un segno di svolta e che le donne avrebbero ottenuto almeno tre seggi. Invece solo una di loro, Aseel al-Awadhi, docente di Filosofia all’Università del Kuwait, ha sfiorato l’elezione con 5173 voti che l’hanno collocata all’undicesimo posto nella terza circoscrizione. Molti avevano sperato in lei perché si era unita all’Alleanza Democratica Nazionale, compagine liberale e mista, e quindi si auspicava potesse avere più opportunità delle altre. Aseel si è di recente guadagnata le antipatie dei conservatori e le simpatie dei liberali poiché ha lanciato una campagna contro la separazione di ragazzi e ragazze nelle scuole kuwaitiane. Ma tutto ciò non è servito a nulla. Anche l’attivista Rola Dashti, che ha incentrato la sua campagna elettorale su tematiche che andavano dalla condizione della donna all’economia e all’educazione dei giovani, è stata tradita dagli elettori.
Tutto ciò dimostra che la strada è tutta in salita, ma continuiamo a sperare che alla prossima occasione si vedrà almeno una donna vincitrice e magari qualche seggio in meno ai salafiti, nemici numero uno delle coraggiosissime donne kuwaitiane.
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venerdì 23 maggio 2008

"SE DIO NON VUOLE", IL NUOVO LIBRO DI AYAAN HIRSI ALI

Nel numero odierno del "Corriere della Sera", nella sezione "Cultura", sono pubblicati alcuni brani di "Se Dio non vuole" di Ayaan Hirsi Ali e Anna Gray (trad. di Ilaria Katerinov, pp. 118, 12, 50). Il nuovo romanzo della scrittrice di origine somala uscirà edito da Rizzoli il 28 maggio. I protagonisti sono due ragazzini dodicenni, Eva e Adan (Adamo ed Eva dei giorni nostri)che vivono in Olanda,nella quale, ricordiamolo Ayaan Hirsi Ali è vissuta ed è stata eletta al Parlamento. Questo prima di essere praticamente costretta all'esilio negli USA, a seguito dell'ormai celebre "Submission" sulla condizione delle donne musulmane, cortometraggio da lei sceneggiato e costato la vita al suo regista Theo Van Gogh, nonchè minacce di morte alla stessa Ayaan. Dopo "Non sottomessa. " (Einaudi, 2005), che comprende la sceneggiatura di "Submission" e l'autobiografico "Infedele" (Rizzoli, 2007), Ayaan Hirsi Ali affronta attraverso l'amicizia dei due protagonisti il tema della difficoltà della convivenza tra persone appartenenti a religioni diverse e i pericoli dei fanatismi religiosi (rappresentati dalle famiglia dei due protagonisti). Sono compagni di scuola Eva e Adan, lei ebrea e appartenente alla ricca borghesia, lui musulmano di origine marocchina che risiede nel quartiere Slotermeer (Amsterdam), densamente popolato da immigrati. E secondo una concezione anti-ebraica dell'islam (gli ebrei bevono sangue umano e vogliono annientare i musulmani) e i pregiudizi della famiglia di Eva, alle prese con una matrigna che non la sopporta, "Dio non vuole" che loro diventino amici e Adan non dovrebbe neanche mettere piede nella casa di Eva, però... . Leggi tutto ...

giovedì 22 maggio 2008

CACCIA ALLE STREGHE IN KENIA: 11 BRUCIATI VIVI

La folla inferocita lincia 8 donne e 3 uomini: «Sono muganga, devono morire»

NYAKEO — Undici persone (otto donne e tre uomini) accusate di stregoneria sono state bruciate vive a Nyakeo, 300 chilometri a ovest di Nairobi in Kenia. La notizia è stata confermata al Corriere dalla polizia, che però non ha voluto aggiungere nessun dettaglio tranne: «Erano accusate di essere muganga», una parola che in swahili vuol dire «stregone ». Secondo altre fonti, qualcosa di poco chiaro è successo nei dintorni del villaggio (forse due bambini sono morti) e la collera della popolazione è montata. Qualcuno ha indicato alcune donne come colpevoli di un malefizio e così è partita la spedizione punitiva.
Gruppi di uomini, armati di bastoni, sono andati casa per casa alla ricerca dei presunti stregoni. Una volta scovati, sono stati picchiati dalla folla esaltata ed eccitata e, dopo essere state cosparsi di benzina, accesi come fiammiferi. In tutta l'Africa centrale la magia nera è una pratica comune. Rivolgersi allo stregone quando si è malati, non per avere medicine adeguate, ancorché tradizionali, ma per «togliere dal corpo il maligno che ha causato l'infermità», è considerata una prassi normale, specie nelle zone rurali.
Gli stregoni in cambio della speranza ricevono i mezzi di sostentamento, cibo e denaro. Naturalmente la magia può essere usata per malefici e fatture. E così ogni tanto le cose per il «muganga» si mettono male. In caso di calamità, catastrofi o lutti occorre trovare un colpevole e lo stregone del villaggio viene accusato di essere la causa di tutti i mali. I «muganga» sono comuni nelle comunità cristiane e animiste, ma anche fra gli islamici. Nei Paesi di cultura musulmana subsahariani vengono chiamati «marabù».
In Kenia la stregoneria è talmente diffusa che nel 1992 l'ex parlamentare, ex ministro delle amministrazioni locali e ora consigliere speciale del presidente Mwai Kibaki, Musikari Kombo (l'uomo che assieme al ministero dell'ambiente italiano doveva chiudere la discarica più penosa e disumana del Paese, Dandora) fu dichiarato colpevole di praticarla contro i candidati rivali. Fu squalificato per cinque anni e allontanato così dal processo elettorale. In Liberia si diceva che il vecchio presidente Charles Taylor, gran pontefice di una setta esoterica, amasse mangiare il fegato crudo dei nemici uccisi. Lui non smentiva perché i suoi «sudditi» erano terrorizzati da queste pratiche. In Kenia la legge bandisce la stregoneria come reato penale e se si è condannati si rischia una multa di 5 euro o sei mesi di prigione.


(Fonte: "Corriere della Sera") Leggi tutto ...

mercoledì 21 maggio 2008

DANIMARCA, NO AL VELO PER LE DONNE-GIUDICI

BRUXELLES – È lieve e sottile, il velo delle donne musulmane. Eppure divide un Paese, il regno di Danimarca: un ministro, anzi una ministra, l'una contro l'altra, i partiti che si spaccano. Alla fine, e con l'appoggio «bipartisan » dell'opposizione di centrosinistra, la decisione è presa: il governo danese proibisce alle donne-giudici di portare il velo, nei tribunali di ogni ordine e grado. Possono portarlo le deputate in Parlamento, dove è ammesso qualunque copricapo tranne quello totale, il burka. Ma le donne- magistrato, no. Motivazione: il velo è un simbolo religioso, e ogni magistrato — ha spiegato il primo ministro liberale Anders Fogh Rasmussen — deve essere «equanime» quando amministra la legge, libero anche da pregiudizi religiosi; non deve offrire al cittadino il minimo appiglio per pensare il contrario. Ma c'è chi parla di discriminazione anti-musulmana, e a Copenaghen tutti ricordano che cosa avvenne quando vennero pubblicate le vignette satiriche su Maometto: proprio ieri, per rispondere a una nuova pubblicazione di quelle vignette, ospedali e farmacie dell'Arabia Saudita hanno annunciato il boicottaggio dei medicinali danesi. Così, anche per il «no» al velo, si temono reazioni: il ministero degli Esteri ha avvertito i propri ambasciatori nei Paesi musulmani di tenersi pronti per eventuali proteste di piazza. Lo stesso provvedimento vieta ai giudici anche i crocifissi e i santini, la kippah (il copricapo ebraico), il turbante indu o sikh, e ogni altro segno di appartenenza.
Ma è il velo, il problema vero: perché quella musulmana è la minoranza più nutrita, e naturalmente l'unica tentata dalle suggestioni della sharia, la legge islamica. I magistrati a capo scoperto e senza distintivi di credo— ha ribadito la biondissima Lene Espersen, ministro della Giustizia — sono una garanzia di imparzialità: dovranno solo vestire la tonaca e gli altri paramenti tradizionali del loro ordine. Ma per la collega Birthe Hornbeck, ministro per l'Immigrazione e gli affari religiosi, con queste idee la Danimarca «scivola verso la dittatura», e si colpiscono non solo i musulmani ma tutti i credenti: «Appoggerò il provvedimento, anche se non sono d'accordo ». E quest'ultima, di decisione, si spiegherebbe con la percentuale sempre più alta di ragazze musulmane, figlie di immigrati, che studiano giurisprudenza e cercano poi di intraprendere una carriera nella magistratura. Tempo fa, quando già circolavano le prime voci sull'orientamento di Rasmussen, una sentenza aveva stabilito che non si può proibire il velo, neppure ai magistrati. Subito dopo, il Partito del popolo (il terzo del Paese, di tendenze nazionaliste) aveva pubblicato manifesti in cui si vedeva una donna velata che, martelletto da giudice in pugno, sentenziava «in nome della sharia». Altre proteste, altri dibattiti. Infine, il governo ha tagliato corto con tutti gli indugi e ha presentato la sua proposta: «no» al velo, e a tutto il resto.
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QUOTE ROSA NELLE PUBLIC COMPANY: OMAN E KUWAIT MEGLIO DELL'ITALIA



Secondo il britannico Financial Times, nelle società ad azionariato diffuso dei due Paesi la presenza femminile è del 2,7%. Da noi solo il 2%. In Giappone lo 0,4%


ROMA - Nei consigli di amministrazione delle public company, le società ad azionariato diffuso, presenti in Oman e Kuwait, ci sono più donne che in Italia e Giappone, e questo nonostante nei due Paesi arabi le donne imprenditrici non siano proprio così comuni. Secondo un articolo pubblicato nell'edizione odierna del Financial Times, infatti, in Oman e Kuwait le donne costituiscono il 2,7% dei consigli di amministrazione delle public company, contro il 2% dell'Italia e lo 0,4% del Giappone. I dati sono tratti da una ricerca di TNI, una banca d'investimenti di Abu Dhabi. Si potrebbe obiettare che in Italia le public company non arrivano al 20% del totale delle aziende. Il problema è che non costituiscono un'eccezione rispetto all'andamento del sistema, e che la scarsissima presenza femminile è una costante nel pubblico come nel privato. A ricordarlo, in questi giorni, anche una lettera inviata da un gruppo di personalità del mondo accademico ed economico al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Nella lettera, firmata tra gli altri da Rosalba Casiraghi, presidente di NedCommunity, da Marta Dassù, direttore affari internazionali di Aspen Institute, da Roger Abravanel (consulente e autore di "Meritocrazia"), da Carlo Alberto Carnevale Maffé docente alla Sda Bocconi e da Melina De Caro della Luiss, si chiede che almeno il 25% dei posti nei nuovi cda venga riservato alle donne. Una richiesta avanzata in vista del rinnovo dei cda delle grandi società, a cominciare da Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai, per le quali lo Stato sarà a chiamato a nominare una parte dei consiglieri. L'anno scorso, al Festival dell'Economia di Trento, l'economista Fiorella Kostoris ricordava che nell'Ue "soltanto il tasso di occupazione femminile di Malta, in Europa, è inferiore a quello italiano". Mentre, alcuni mesi fa, l'economista Andrea Goldstein in un articolo pubblicato sul sito Lavoce.info citava una ricerca dell'Università di Cambridge, secondo la quale "le donne sono ancora lungi dall'essere equamente rappresentate nei consigli di amministrazione. Su 100, sono 22 e 18 rispettivamente in Svezia e Danimarca, 11 in Gran Bretagna, 7 in Germania e nei Paesi Bassi. In Italia sono 2". Goldstein, Senior Economist presso l'OECD Development Centre, ha pubblicato alcuni giorni fa con Michela Gamba uno studio per l'Università Bocconi dal quale emerge che solo nel 60,5% delle imprese quotate in Italia ci sono donne nei consigli di amministrazione. E dei 4347 posti disponibili, solo 291 sono occupati da donne, l'equivalente del 6,7%. Nel Regno Unito la percentuale sale all'11, negli Stati Uniti al 14,6, in Francia è al 7,9. Solo in Spagna scende al 4%. Adesso - almeno su una parte delle società per azioni, stando al Financial Times, le public company - l'Italia viene superata anche da Kuwait e Oman, Paesi di cultura spiccatamente conservatrice per quanto riguarda il ruolo delle donne nella società. Già "il 30% delle donne ha un ruolo attivo nell'economia del mondo arabo", si legge ancora sul FT. "L'importanza delle donne d'affari arabe sta aumentando e il loro ruolo nel settore privato in particolare sta crescendo. Le principali imprenditrici vengono per lo più da ambiti familiari privilegiati, ma molte giovani donne puntano a una migliore istruzione, anche in Arabia Saudita, Paese molto conservatore. E sono decise a usare la loro conoscenza per l'avvio di nuove imprese, soprattutto là dove le economie sono in una fase di forte espansione". In Italia non si vedono segnali di cambiamento. Da tempo illustri economisti invocano le quote rosa, proprio come gli autori della lettera inviata in questi giorni a Berlusconi e Tremonti. Le quote rosa nelle aziende, peraltro, hanno precedenti illustri, a cominciare da quello norvegese: dal 1° gennaio del 2006, le società quotate alla Borsa di Oslo devono riservare alle donne una parte dei posti di amministratore, con l'obiettivo di raggiungere entro due anni il 40% degli incarichi.
(Fonte: "La Repubblica", 19/5/2008)
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martedì 20 maggio 2008

AFEF, LA TUNISINA PIU' AMATA DAGLI ITALIANI


Roma, 20 mag. (Apcom) - La presenza al festival di Cannes della ex top model Afef, suscita scalpore sulla stampa araba: Il quotidiano panarabo al Sharq al Awsat, nella sua edizione odierna le dedica uno speciale dal titolo:"Afef, la tunisina più amata dagli italiani". In una lunga corrispondenza da Cannes del foglio edito a Londra, la signora Tronchetti Provera viene presentata con un lusinghiero profilo: "Bella, ricca e affascinante - commenta il giornale - con il suo ottimo italiano, spesso non si tira indietro nel difendere la comunità araba sui media italiani". L'articolo spazia sulla vita privata di quella che "è diventata uno dei più famosi personaggi pubblici italiani", grazie alla "coniugazione tra bellezza e intelligenza che rende il tutto possibile". E dopo avere elencato le aziende per cui la ex top model ha fatto da 'testimonial', il giornale sottolinea come "i più famosi stilisti italiani come Giorgio Armani e Roberto Cavalli fanno a gara per vestirla". Al Sharq al Awsat mette in luce la "franchezza" di Afef che le "è valsa la stima degli italiani". Franchezza che le ha fatto "conquistare la prima pagina dei giornali" nel rispondere al "controverso giornalista egiziano Magdi Allam convertitosi di recente al cristianesimo". In un articolo pubblicato su il quotidiano la 'Stampa', Afef aveva criticato il vice direttore del 'Corriere della Sera' per le sue dichiarazioni ritenute ostili all'Islam come fede religiosa.
Pezzo preso dal blog "Unpoliticallycorrect". Per chi fosse interessato alle mie considerazioni personali...
Magdi Cristiano Allam ha fatto delle dichiarazioni molto forti nei confronti della religione d'origine. Dopo 56 anni è arrivato alla presa d'atto che l' islam è "fisiologicamente violento e storicamente conflittuale". Ma la signora Afef crede forse che il vicedirettore "ad personam" del "Corriere della Sera" l'avrebbe rinnegata, se fosse stato ancora soddisfatto della religione islamica? Personalmente ritengo che solo se avesse taciuto, l'ex top model avrebbe dimostrato quell' "intelligenza" decantata da al Sharq al Awsat, difeso meglio "la comunità araba sui media italiani" e contribuito maggiormente al dialogo con il mondo islamico, del quale vorrebbe ergersi a paladina.


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STASERA A MILANO: DIRITTI DELLE BAMBINE AL CINEMA E IL LIBRO "SETTE PIETRE PER L'ADULTERA"

Cinema Gnomo, una serata di film e assaggi per i diritti delle bambine. In occasione della giornata per l'attivismo sui Diritti delle bambine, Amnesty International organizza una serata benefica alla Gnomo con due film. Alle 19.00 "Mooladè" (2004), interpretato da Fatoumata Coulibaly (alla quale, neanche farlo apposta, ho dedicato un post qualche giorno fa, ndr). Il senegalese Ousmane Sembène, patriarca del cinema africano scomparso nel 2007, non ha mai avuto peli sulla lingua nel denunciare i misfatti del colonialismo europeo e di quello islamico. Nel suo ultimo film le donne di un villaggio si ribellano alla pratica barbara dell'infibulazione. Invano i loro mariti bruceranno le radio, pericolose portatrici di informazioni.
Dopo un'offerta di stuzzichini indiani, la serata continua alle 21.30 con "Water" (2005) di Deepa Mehta, regista indiana emigrata in Canada nel 1973. Nell'India del 1938, mentre Gandhi inizia la propria attività, la sposa-bambina Chuya perde il marito e, a soli 8 anni, finisce in una casa prigione per vedove: donne che per la legge hindu non hanno più diritti. Una storia lontana? Niente affatto: i fondamentalisti hindu hanno distrutto i set e hanno minacciato di morte la regista, che ha dovuto finire il film in gran segreto, in Sri Lanka.
Cinema Gnomo, Via Lanzone 30/A, Milano, dalle ore 19.00, ingresso con offerta.
(Fonte: "Corriere della Sera").

La storia della piccola Chuya ricorda quella della sposa bambina yemenita Nojoud Nasser, coetanea della protagonista del film indiano. Qualche giorno fa i media hanno rivelato il suo coraggio: da sola, perchè neppure la madre ha voluto accompagnarla, la piccola si è recata dal giudice per chiedere e ottenere il divorzio dal marito datole dal padre, violento e di vent'anni più grande.

"Sette pietre per l'adultera". Mentre Noor attende rassegnata la sua lapidazione, una giovane francese lotta per salvarla. Isabella Bossi Fedrigotti e Renata Pisu presentano il libro di Vènus Khoury Ghata "Sette pietre per l'adultera" (Archinto) al Centre Culturel Francais. Corso Magenta, 63, alle 18.30, ingresso libero.

Purtroppo non riesco ad andare, ma credo siano due appuntamenti davvero interessanti e spero che qualcuno, che per puro caso visti il mio blog, riesca ad approfittarne!

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lunedì 19 maggio 2008

"ISLAMIC FASHION FESTIVAL" IN MALAYASIA: SOLTANTO GLAMOUR?






Moda e fede non sempre fanno a pugni. Lo dimostrano le sfilate appena tenutesi a Kuala Lumpur, in Malesia. L'occasione è stata la kermesse "Islamic Fashion Festival". Moda e islam possono dunque andare d'accordo, per alcune donne, contrariamente al luogo comune che vede le islamiche per lo più avvolte in antiestetici chador. 50 designer provenienti da diversi Paesi musulmani hanno mostrato il meglio delle loro creazioni e le donne islamiche si sono prestate a sfilare in passerella, alla maniera delle occidentali (ma senza mostrare il corpo, come accade invece sulle nostre passerelle). Veli sì, dunque, ma all'ultima moda. Per rispettare i dettami della fede islamica, non bisogna per forza rinunciare a vestirsi in modo sexy e femminile. Non solo nero quindi per le donne musulmane, ma anche look coloratissimi. La domanda di moda di questo genere, "stile islamico", ma moderno, è crescente tra le donne dei Paesi di fede musulmana. Anche le bimbe possono essere vestite alla moda come le mamme. E per chi preferisce coprirsi di più, look nero e maschere non sono mancate. E per chi preferisce osare, colore, colore e colore declinato in molteplici tagli. Sedurre senza ostentare e mostrare : questo l'imperativo sulle passerelle malesi.
(Fonte:Libero News)

Questa notizia risale al 19 novembre, però vale la pena riproporla. Mi chiedo: si tratta solo della dimostrazione agli occidentali che anche le donne musulmane velate possono essere glamour (e sinceramente alcune di queste "creazioni" mi piacciono) o anche di incoraggiamento a portare il velo (magari colorato, come lo vogliono certe femministe islamiche iraniane, MA PUR SEMPRE VELO!)? Credo che la domanda sia d'obbligo dato che, tra le manequennes, ci sono anche... bambine! Perciò non penso proprio che possano portare l'hijab per libera scelta, neppure se un po' frou frou!
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ELEZIONI PER IL PARLAMENTO IN KUWAIT: AVANZANO I RADICALI, ESCLUSE LE DONNE

Elezioni deludenti ieri in Kuwait, minuscolo emirato del Golfo (3 milioni di abitanti) ma quinto al mondo per riserve petrolifere e quarto per reddito pro-capite. Dalle urne per scegliere il nuovo Parlamento, dopo che il precedente era stato dissolto in marzo dall'emiro Sheikh Sabah Al Ahmed Al Sabah, è uscita in sostanza una copia dell'ultima assemblea. Nessuna donna eletta, e una maggioranza conservatrice e contraria alle riforme che l'Emiro chiede da tempo. Unica differenza: due seggi in più per i radicali religiosi, sunniti e sciiti, che arrivano a 24 deputati (quasi la metà dei 50 totali). Delusa anche la Borsa, la seconda del mondo arabo, che ieri ha chiuso in forte ribasso.
(Fonte: "Corriere della Sera").
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sabato 17 maggio 2008

ALGERIA: NO POLIZIOTTE CON IL VELO

(ANSA)- ALGERI, 17 MAG - Le donne che portano il velo islamico non saranno ammesse nella polizia algerina. Lo ha detto il direttore della sicurezza nazionale Tounsi.'Le donne che vogliono entrare nella polizia dovranno rinunciare all'hidjab perche' questo attributo islamico e' incompatibile con il difficile lavoro della polizia', ha detto Tounsi durante la settimana d'informazione sulla sicurezza nazionale. L'Algeria conta il maggior numero di agenti donna tra i paesi del mondo arabo, con circa 9 mila poliziotte (7,8%).

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DONNE IN IRAN, PRIMA E DOPO LA RIVOLUZIONE ISLAMICA (ALCUNI ESEMPI)










Dall'alto, l'imperatrice Farah Diba, moglie dell'ultimo Shah di Persia e Zoherh, moglie dell'ex Presidente"riformatore" Khatami , figlia di Khomeini. L'articolo di giornale (penultima immagine in basso) titola "Il chador non è obbligatorio!". Per la verità Reza Shah, padre di Mohammed Reza Palhavi, dal 1935 ha addirittura vietato di indossarlo, con il risultato che le donne erano maggiormente costrette in casa.
Mohammed Reza ha a sua volta governato un regime laico, ma ciò non gli ha impedito di creare feroci Servizi Segreti (SAVAK) contro gli oppositori politici. Sostituiti alla nascita della Repubblica Islamica con l'ugualmente repressivo "Ministero di Intelligence e della Sicurezza Nazionale" (VEVAK).
Inoltre, non per dire ma, benchè laico, Mohammed Reza Palhavi è arrivato a ripudiare la prima moglie Fawzia, sorella di re Faruq I d'Egitto, perchè gli aveva dato soltanto una figlia femmina ed è stato costretto a ripudiare la celeberrima iraniano-tedesca Soraya Esfandiari Bakhtiari, perchè sterile. Questo non prima di averle proposto un "sighè", un matrimonio temporaneo con un'altra donna, come ve ne sono anche oggi nell'Iran della Repubblica Islamica, dato che sono severissimamente vietati i rapporti sessuali extraconiugali. In tal modo sperava di avere un figlio maschio per succedergli e far proseguire quindi la dinastia. Visto come è andata a finire, non è servito neppure... .
Grazie a Barbara per le foto.
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GERMANIA: AFGANO UCCIDE LA SORELLA

La ragazzina, 16 anni, voleva allontanarsi dalla famiglia

(ANSA) - BERLINO, 16 MAG - Una ragazza di 16 anni di origine afgana e' stata uccisa ad Amburgo dal fratello che l'accusava di essersi allontanata dalla famiglia.L'omicida, un pregiudicato gia' noto alla polizia, lo scorso anno aveva gia' aggredito e picchiato la sorella. L'omicidio e' avvenuto a coltellate nel corso di una lite.Era presente un conoscente dell'uomo (estraneo al delitto), che poche ore dopo ha denunciato il giovane alla polizia.Gli investigatori hanno arrestato il responsabile dopo 12 ore.
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venerdì 16 maggio 2008

WAFA SULTAN, UN'APPASSIONATA DIFESA DELLE DONNE MUSULMANE, DELLA LIBERTA' D' ESPRESSIONE E RELIGIOSA

Personalmente non sono convinta che il problema sia l'islam "itself", come religione in quanto tale, bensì i musulmani che lo distorcono. Però è indubbio che in esso vi siano numerosi elementi che possono facilmente portare a distorsioni e quindi a pregiudizi da parte dei non musulmani. Fattori che, vincolati alla società tribale di 1400 anni fa, è difficile mutare. Come lo status della donna. E immodestamente non credo che questa mia percezione dipenda solo dal fatto che sono un'ignorantona occidentale che non capisce l'islam religione "di pace e tolleranza" (senz'altro in parte è così) e si fa condizionare dai media occidentali, accusati in blocco di odiare l'islam, i musulmani e gli arabi.


Vi mostro questo video di Wafa Sultan, psichiatra di origine siriana residente negli Stati Uniti (e fa parte anche lei di "Arab for Israel", l'organizzazione di Nonie Darwish, ndr), perchè credo che valga più di ogni discorso che, a torto o a ragione, si possa fare sull'islam. Inoltre si può dissentire, ma la libertà d'espressione e di rinnegare la propria religione deve essere sempre e comunque garantita. Dato che anche le donne arabe e/o musulmane non sono un blocco monolitico, ma "mille e una donna", possono avere opinioni differenti tra loro.

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giovedì 15 maggio 2008

IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO, MACCHINA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE CONTRO LE DONNE


14 maggio 2008 ICNnews.com 2008-05-11 ROMA

La signora Akram, condannata a morte per aver ucciso suo marito, piu grande di lei di 50 anni.Ha una figlia di 17 anni che ha lanciato un grido di aiuto per salvare la vita della mamma. I familiari del marito hanno chiesta 50 mila euro per amnistiare la nuora! Ho già raccolto il grido di aiuto della figlia e ho lanciato una campagna di raccolta per salvare la vita della signora Akram Mahdavi.Nella scorsa settimana sono avvenuti in Iran due episodi assai dolorosi che hanno scosso fortemente la coscienza degli iraniani. Il primo riguarda una ragazza tossicodipendente di 22 anni, picchiata violentemente dal padre e seppellita viva sotto una montagna di macerie. Salva per miracolo perché alcuni cacciatori che passavano da quelle parti hanno sentito le strani voce provenienti dalle macerie. Hanno rimosso le pietre e hanno trovato una ragazza ridotta in fin di vita dalle violenze del padre. I cacciatori hanno subito chiamato i soccorritori che hanno immediatamente trasferito la ragazza all'ospedale. Secondo i medici la ragazza si sta riprendendo e si salverà. Una lacrima di gioia è un segno di amore e sensibilità umana. Una merce, di cui il regno del regime di Khomeini nei suoi trent'anni di leggi discriminatorie misogine, non ha lasciato più alcun traccia nella mente dei padri che una volta amavano la figlia più della loro vita e dei loro occhi. Sarebbero stati disposti a difenderle fino alla morte. Sì questo era la società iraniana. Non voglio generalizzare ancora oggi ci sono dei genitori che fanno altrettanto. Ma le leggi discriminatorie dei mullah autorizzano l'uccisione dei figli da parte del padre senza rischiare nulla perché è il padrone del sangue dei figli E poi se esiste anche una forte giustificazione la cosa va molto liscio e il padre non rischia nemmeno un impreco da parte della "ingiustizia della teocrazia iraniana". Come un padre ho pianto per la salvezza di questa amatissima figlia e sono contento che ha avuto l'amore di altri uomini anche se le è venuto mancare quello del "padre-assassino". Tantissimi auguri per questa ragazza. Il secondo episodio è doloroso altrettanto ma purtroppo ha avuto una fine tragica per una ragazza di 17 anni vittima dell'ignoranza del padre e dell'amore della ragazza verso il pudore della famiglia. La storia. Città di Isfahan. Il centro della cultura e della tessitura dei più belli tappeti persiani. In una famiglia normale, il genero si invaghisce della sorella 17enne della moglie e in giorno qualsiasi sequestra la ragazza e la porta via. Dopo due settimane grazie all'intervento delle forze dell'ordine la ragazza viene liberata e consegnata alla famiglia. I genitori della ragazza essendo trovati dentro una storia molto complicata con dei protagonisti principali la figlia più grande , il consorte e la figlia più piccola appunto quella che alla fine ci ha messo la pelle in un rito incredibile tra amore e la voglia di cancellare il segno della vergogna. In seguito alla liberazione della ragazza, lei si rinchiude dentro la casa e per la vergogna non vuole più incontrare nessuno. Ma dal momento che la magistratura si era messa in macchina per la causa del rapimento, i familiari dell'accusato hanno iniziato a infangare presso l'opinione pubblica la famiglia di questa povera ragazza. Il padre 53enne e la figlia di 17 anni si consultano per il da farsi. Alla fine arrivano alla conclusione che uno dei due deve morire. Tra il padre e la figlia si infittisce la consultazione e le proposte e alla fine la povera ragazza riesce a convincere il padre che sarebbe meglio che se ne vada lei anche perché lei è stata la causa di questa tragedia familiare.Una notte, quando la ragazza si addormenta, il padre chiama la figlia maggiore e insieme vanno a commettere l'omicidio concordato della amatissima figliola di 17 anni. La ragazza si sveglia e guarda negli occhi del padre e in segno dell'amore dà il suo benessere e il via libera. Ma volle stringere la mano della sorella. Il padre, cresciuto in un paese in cui il valore della donna è nulla, stringe le sue mani intorno al collo della figliola e la fa addormentare in un lungo sonno che diventerà poi un ennesimo caso della violenza familiare per cancellare il disonore colpito la famiglia. Questa è la cultura del fondamentalismo islamico che da trent'anni sta mangiucchiando la cultura e la mentalità di un popolo libero e laico. Questo è il segno tangibile del tumore del fondamentalismo islamico che a migliaia di distanza agisce allo stesso modo. A Bergamo la famiglia pakistana sgozza la figlia, ad Ahwaz sempre in Iran colpito dal tumore maligno del fondamentalismo islamico di matrice khomeinista, quasi un mese fa un padre uccide con la lapidazione la figlia di 14 anni, a Teheran, nella capitale, 4 anni fa un padre sgozza la figlia di 8 anni sospettata di essere stata violentata dallo zio (in questo caso a detta del padre la ragazzina per non far svegliare il fratellino più piccolo che lo amava tanto non fece nessun segno di grido). Vi risparmio il tempo e mi fermo a questi due episodi recenti.Secondo me finché regna il fondamentalismo islamico in Iran non devono stupire l'avvenuta di casi del genere. Il fondamentalismo è una macchina di produzione della violenza e della discriminazione contro le donne. Del fondamentalismo islamico e dei suoi sintomi e pecularietà ed effetti devastanti sociali e umani scriverò ancora.

Karimi Davood

(Fonte: http://www.donneiran.org/ e il "blog di Barbara").

E anche oggi, chi passa di qua, avrà un bel po' da leggere!
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RANIA DI GIORDANIA RACCONTA LA SUA SFIDA: "COSI' CAMBIAMO LA SOCIETA' PER LE DONNE E I BIMBI"

ROMA (14 maggio) - Conquista tutti, Rania di Giordania. Perfino gli internauti di YouTube, che per lei è diventata «una grande piattaforma per il dialogo». Bellissima ed elegante, diplomatica e moderna, colta e intelligente, dolce, sorridente, stupenda. È la Regina più popolare e amata al mondo, con le sue idee innovative e le strenue battaglie che conduce a favore delle donne, dei bambini, dei più deboli.Ama dal profondo l’Italia, perché ci si sente «a casa», grazie al «calore e all’ospitalità» della gente. E perché «abbiamo molti punti in comune», dice in questa intervista esclusiva con Il Messaggero. Nel ’95 ha dato vita alla Jordan River Foundation (JRF), un’Organizzazione non governativa senza fini di lucro, che ha «nel cuore» come ciascuno dei suoi 4 figli. È una parte di lei, della sua anima. «Volevo migliorare la vita della gente comune in Giordania, soprattutto quella delle donne e dei bambini», spiega. «Desideravo dare una mano a chi vuole avviare una piccola impresa, ma manca dei fondi necessari o di una minima pratica in materia contabile; alle madri che hanno la capacità di lavorare, ma non vogliono rinunciare alla cura dei figli; ai piccoli agricoltori che puntano a espandersi per aumentare i profitti. I risultati sono evidenti sotto il profilo umano, ma siamo anche riusciti a ripristinare e a tenere in vita alcune delle più preziose tradizioni culturali della Giordania, come la tessitura dei tappeti, la fabbricazione dei cesti o il ricamo».
Quali sono i fronti sui quali è più attiva la Fondazione, oggi come oggi?«La protezione dei diritti e dei bisogni dell’infanzia, con il nostro Child Safety Program; e il rafforzamento della posizione sociale di singoli individui e dei poteri delle comunità locali, attraverso il Comunity Empowerment Program».Che cosa ha significato, in Giordania, la sua battaglia contro gli abusi sui minori?«Prima che iniziassimo a lavorare con il Programma per la Sicurezza dell’Infanzia e denunciassimo gli abusi contro i bambini, questo era un tema tabù, qualcosa da nascondere, da tacere, e di cui vergognarsi. Si trattava di un atteggiamento dovuto in parte anche alla sacralità del nucleo familiare nel mondo arabo, che tradizionalmente risolve al proprio interno tutte le questioni che lo riguardano. Superare queste barriere, senza infrangerle, è diventata sempre più una sfida. Ero decisa a rimuovere la cultura della colpa e della vergogna, ad affrontare sul serio le cause di fondo del problema e fornire ai bambini e alle famiglie la possibilità di una vera riabilitazione. Oggi sono felice di poter dire che, dopo un lungo periodo di doloroso silenzio in Giordania, l’abuso contro i bambini viene denunciato apertamente ed ad alta voce». Concretamente, che cosa avete fatto per riuscire a cambiare la mentalità comune? Magari con l’aiuto di soggetti istituzionali diversi...«Negli ultimi 10 anni, la Jordan River Foundation ha lavorato con diverse altre istituzioni su due fronti principali: la riabilitazione e la prevenzione. E sono davvero fiera dei nostri progressi. Per esempio, nel 2000, la JRF ha fondato Dar Al-Aman, che significa “Casa di Sicurezza”: è il primo “santuario” del mondo arabo per bambini che abbiano subito abusi o privazioni. Abbiamo anche alimentato una coscienza collettiva a tutti i livelli, con spot sui media per gli adulti e spettacoli educativi con i burattini per i più piccoli. Abbiamo lavorato con Ong e comunità locali di tutto il Paese, per sensibilizzare genitori e insegnanti. E oggi siamo fieri del fatto che i nostri progetti pionieristici siano diventati dei modelli per il mondo arabo. La vera ricompensa viene dal sospiro di sollievo e dal sorriso gentile e innocente di un bambino cui sia stato restituito il diritto all’infanzia: cambiare la vita di una piccola creatura è quel che da valore a tutto il nostro impegno».Questo per quanto riguarda la tutela dell’infanzia. Ma la sua attività si concentra anche molto sulle donne e il lavoro, non è così?«Nel corso dei miei viaggi attraverso la Giordania ho incontrato, e continuo a incontrare, tante donne esperte e di talento che, pur volendo rimanere a casa per i figli e mariti, sentono di avere tempo ed energia per un lavoro part-time, anche per poter contribuire agli introiti familiari e avere così più voce nelle decisioni domestiche».È per questo che la JFR ha varato il Community Empowerment Program?«La premessa fondamentale per la Fondazione è di creare opportunità e far crescere il potere delle comunità attraverso progetti capaci di produrre rendite sostenibili. Oggi la JRF fornisce a migliaia di persone i mezzi necessari per sfruttare al massimo il proprio potenziale. Uno dei nostri primi progetti è stato il “Bani Hamida” (di cui abbiamo già parlato in uno dei primi post del nostro blog) che ha ripristinato la tessitura tradizionale in zone rurali della Giordania e che ora da lavoro a circa 530 donne che producono tappeti eccezionali, che arrivano in tutto il mondo con l’etichetta “Confezionato a mano con Orgoglio dalle Donne Beduine Giordane”. Ma ci rendevamo anche conto dell’esistenza di tante famiglie con piccole imprese che lottavano per andare oltre una produzione di sussistenza. E così, attraverso il CEP, abbiamo cercato di sostenerle con un’adeguata formazione o, quando necessario, con finanziamenti e attrezzature specifiche. In molti casi si sono formate delle cooperative, che hanno moltiplicato le possibilità di lavoro creando circoli virtuosi: ecco come il successo produce successo».I fondi necessari vengono anche dalla vendita dei prodotti artigianali. Si dice che lei, Maestà, abbia dei tappeti che ama particolarmente a casa sua...«Sì, è così. E sono belli come il giorno in cui li ho comprati. I materiali impiegati nella lavorazione dei cesti, dei tappeti e degli arredi sono di ottima qualità. I colori sono intensi e bellissimi, le lavorazioni e le rifiniture accurate. Poi c’è l’unicità di questi prodotti, un fattore che personalmente adoro: ogni cosa è fatta a mano nelle case delle donne, cosicché non ci sono mai due pezzi uguali. E c’è una storia personale dietro ogni oggetto: acquistarne uno significa aiutare una donna giordana che si sta destreggiando tra le esigenze della maternità e del matrimonio e il suo desiderio di ritagliarsi un angolo proprio, di sentirsi più forte per provvedere al futuro dei propri figli».L’aumento della disoccupazione è uno spettro per la Giordania, come per noi. Come vi muovete per vincere la sfida?«Con il 70 per cento della popolazione sotto i trent’anni, creare delle opportunità per i giovani è certamente una delle nostre sfide più pressanti. Servono 80 mila nuovi posti di lavoro l’anno soltanto per evitare che la disoccupazione cresca. La Fondazione sta creando numerose opportunità in tutta la Giordania, incoraggiando le donne più anziane a insegnare alle generazioni più giovani le tecniche della tessitura dei tappeti e a venderli in tutto il mondo, facilitando processi di produzione alimentare come le conserve, oppure associandoci con la Royal Society for the Conservation of Nature per lo sviluppo di progetti di eco-turismo».A proposito di ambiente, come affrontate il problema della carenza d’acqua?«È una sfida chiave, per il mio Paese. E per questo la JRF sta lavorando sodo alla conservazione delle risorse idriche, adottando misure che vanno dalla costruzione di una diga all’avvio di sistemi di irrigazione “goccia a goccia”, fino alla realizzazione di partnership con Ong internazionali dirette a verificare la possibilità di un’amministrazione più responsabile della risorsa acqua».Maestà, c’è partecipazione attiva alle vostre iniziative? Come reagisce la gente?«È innegabile che negli anni si sia realizzato un cambiamento di mentalità nel nostro popolo. Dal pensare che lo sviluppo dipenda unicamente dal Governo, al credere che il singolo individuo possa influire direttamente sui cambiamenti. Si è così arrivati ad avere fiducia nel fatto che persone con le stesse idee possano formare cooperative creando posti di lavoro, come nel fatto che le donne possano rimanere a casa e badare ai figli e, allo stesso tempo, dedicarsi all’artigianato per contribuire al bilancio familiare».Che progetti avete per il futuro?«Siamo indaffaratissimi! Continueremo a consolidare le organizzazioni comunitarie locali perché un maggior numero di poveri possa conquistare lentamente la propria indipendenza economica, e ad incoraggiare il settore privato a essere sempre più coinvolto. Dopo aver istituito la Family Support Line (Linea di Sostegno Familiare, ndr.) la JRF ha in programma di istituire un Family Justice Center (Centro per la Giustizia Familiare, ndr.), che accolga le vittime delle violenze in famiglia. Un team di professionisti si metterà a disposizione per confortare, consigliare, istruire e riabilitare».Maestà, recentemente le è stata conferita la cittadinanza onoraria di Milano e lei sa di essere molto amata dagli italiani...«Il sentimento è reciproco. È sempre un piacere, per me, venire in Italia, la verità è che mi sono sempre sentita come a casa. E ciò è dovuto al calore e all’ospitalità del popolo italiano. Ma anche ai molti elementi che le nostre società hanno in comune. Sono particolarmente fiera di come abbiamo lavorato insieme nel campo dell’istruzione, promuovendo scambi, facendo il massimo degli sforzi per la qualità delle nostre università e realizzando network di eccellenza. Perché mentre onoriamo il passato, i nostri due Paesi stanno abbracciando il futuro, con tutte le promesse e le opportunità che il mondo globale ha da offrire».

(Fonte: http://www.ilmessaggero.it/ e il sito di ACMID-DONNA).

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LA LEGGE "ANTI-RIMORCHIO" IN MAROCCO

Il rimorchiatore indelicato potrebbe subire una pena detentiva e una multa. Accostare donne sulle strade pubbliche è ora considerato un crimine! Questo è uno dei portabandiera di un disegno di legge sulla violenza contro le donne. "PSS, PSS … Bella, fatti guardare!". La formula è di uso comune tra i rimorchiatori impenitenti della strada marocchina. Ma presto, dovranno pensarci sette volte prima di pronunciare tali parole. Un disegno di legge vuole penalizzare le molestie sessuali sulle strade pubbliche, il "rimorchiare" per la gente comune. Secondo le sue (future) disposizioni, qualsiasi persona che pronunci parole oscene nei confronti di una donna in un luogo pubblico rischierà una pena che va da un mese a due anni di reclusione con una multa che va da 1200 a 2000 DH. E nessuno è immune: dal collega di lavoro indelicato al passante in strada dalla mano facile, passando per il custode della pace dalla libido ipertrofica. E per quest’ultimo, la "fattura" prevista è ancora più pesante… questo dispositivo anti-rimorchio è uno dei portabandiera della legge sulla lotta contro la violenza alle donne.Un disegno di legge che difende oggi, con denti e unghie, Nouzha Skalli, ministro dello Sviluppo sociale e della famiglia, ma che è stato avviato dal suo predecessore nella stessa poltrona, Yasmina Baddou.
È l'attuale Ministro della Salute che aveva, nel precedente governo, avviato una riflessione sul tema, con la partecipazione di varie componenti della società civile marocchina (comprese le associazioni di donne), sulla base dell'esperienza spagnola, una delle più riuscite in questo senso. Va detto che la violenza contro le donne ha subito negli ultimi anni un’evoluzione piuttosto allarmante. In un recente studio, citato da Nouzha Skalli, è emerso che l'80% della popolazione maschile marocchina non è violenta, uno su cinque restanti, in mancanza di punching-ball, ha la spiacevole tendenza a sfogarsi sul genere femminile. E spesso si finisce con una tragedia. Qualche settimana fa, un ingegnere a Rabat ha ucciso la moglie e non è riuscito a fare lo stesso con la figlia. Nell’apprendere della tragedia, Nouzha Skalli ci ha detto: "Questi atti devono essere fermati rapidamente. La donna non dovrebbe più essere attaccata né in strada né in casa ".
Una legge deterrente Il nuovo disegno di legge verrà presto inserito nel circuito legislativo. Un testo che, secondo la versione attuale, dovrebbe fornire al giudice la facoltà di decidere l’allontanamento di mariti violenti dal domicilio coniugale per farvi rimanere la moglie e bambini. Essa può inoltre vietare a questo di avvicinarsi o cercare di mettersi in contatto con loro. Il disegno di legge in esame, piuttosto innovativo, ha tuttavia creato insoddisfazione nei ranghi delle femministe del regno. Per molti, in mancanza di una sufficiente protezione, che permetterebbe di diminuire la violenza alle donne, una legge solo punitiva non sarebbe la soluzione idonea. Così, Nezha Alaoui, presidente dell'Unione di azione della donna (UAF), avrebbe voluto che "la legge non fosse solo un deterrente e che essa intervenisse in un contesto più ampio: lo studio del fenomeno di protezione delle donne e infine la sanzione ". Stessa opinione di Maghnaoui Fatima, presidente del Centro di ascolto e di soccorso per donne maltrattate. “Bisogna in primo luogo costruire una cultura della parità di genere, diritti umani e cittadinanza. E questo ruolo spetta ai genitori, agli insegnanti, ai media e alla società civile, sostiene. Dobbiamo concentrarci sulla prevenzione in primo luogo, e non solo sulla punizione ". E cita l’esempio spagnolo, dove, fin dalla tenera età, i cittadini sono iniziati, attraverso programmi educativi, libri di testo e media, alla parità di genere e alla stigmatizzazione della violenza nei confronti delle donne."Le donne marocchine non sono meno cittadine rispetto agli uomini. Esse sono in grado di difendere i loro diritti ", replica Nouzha Skalli, strenuo difensore della sostanza del disegno di legge, prima di aggiungere che il testo preparato dal suo dipartimento "è oggetto di discussione e rimane aperto a tutte le idee". Vicino a ritardare la promulgazione della legge?
(Fonte: sito di ACMID-DONNA)

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GERMANIA: BANDO DEL VELO IN CLASSE SI APPLICA ANCHE ALLE SUORE

Mannheim, 14 mag. - La legge regionale che proibisce d'indossare il velo islamico agli insegnanti delle scuole pubbliche si applica anche alle suore cattoliche che insegnano materie diverse dalla religione, ha stabilito oggi il tribunale amministrativo del land sud occidentale tedesco del Baden Wuertteberg. I giudici di Mannheim hanno dettagliato la loro sentenza per iscritto, due mesi dopo aver stabilito che una insegnante di 58 anni convertita all'Islam non poteva presentarsi in classe con il velo.
(Fonte: Adnkronos/dpa e blog "Unpoliticallycorrect")
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mercoledì 14 maggio 2008

SEMPLICEMENTE VITTIMA


Lorena Cultraro, 14 anni, non era araba, non era musulmana. Era italiana e abitava a Niscemi in provincia di Caltanissetta. Dopo tredici giorni dalla sua scomparsa è stata ritrovata morta in una cisterna, con il corpo a pelo d'acqua, legato a un sasso. Visibili i segni di strangolamento e di bruciature, perchè gli assassini avrebbero voluto occultare in questo modo il cadavere della ragazzina. Sono stati fermati tre minorenni e uno di loro sarebbe stato il fidanzatino di Lorena. "Ci ha detto che era incinta di uno di noi e abbiamo perso la testa", hanno ammesso i ragazzi.
Quando ho letto la notizia e le presunte motivazioni dell'omicidio, mi è tornata in mente Jennifer Zacconi, ventenne della provincia di Venezia, barbaramente uccisa al nono mese di gravidanza per mano del fidanzato, già sposato e con figli.

Quando si tratta di violenza sulle donne, il mondo è tragicamente paese.


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"DUNIA/KISS ME NOT ON THE EYES"

Interessantissimo, e coraggiosissimo film della regista libanese Jocelyne Saab, che documenta i contrasti sociali in Egitto (dove è stato girato il film oltre che in Libano e in Francia), come possono essere la continua ricerca del desiderio, del piacere, della passione e l'amore, che convive con la censura, e la repressione sessuale. Evidenzia come vige il perbenismo sociale e superficiale di giorno, mentre di notte l'eventuale incontro degli amanti trova consenso, accettazione e quasi complicità. Il titolo originale è "Dunia", che significa mondo terreno, nome della protagonista interpretata dall'attrice Hanan Turk. Hanan che ora ha scelto di aderire a una visione più integralista dell' islam e portare il hijab o almeno un turban, decisione molto criticata anche da alcune sue colleghe e che secondo molti denota l'influenza di telepredicatori notissimi nel mondo arabo, come Amr Khaled. Numerose attrici egiziane hanno deciso di indossare il velo e smesso di recitare. Hanan, invece, continua, fortunatamente: velata, ma continua.
La cosa più grave è che nel locale che Hanan Turk ha creato, il "Sabaya", per metà salone di bellezza e per metà ristorante riservato solo alle donne, che hanno qui la libertà di togliersi hijab o niqab... non sono ammesse ragazze cristiane (fa tanto leggi razziali, no?). Nel fu laico Egitto... .
Comunque, tornando al film, il titolo internazionale è "Kiss me not on the eyes", quello di una celebre canzone interpretata dal grandissimo artista Abd el Wahhab.
E ora, due parole sulla fotografia. Posso dire che la regista non avrebbe potuto rendere meglio i caos e il traffico che caratterizzano e contraddistinguono il Cairo, con i suoi palazzi, i suoi mercati, la sua musica ritmata, i suoi odori. Le immagini sono esplicite pur non mostrando chiaramente le scene, piene di sguardi sospirati, passionali, gioiosi, seducenti, o purtroppo terrorizzati.
Con il pretesto di una storia d'amore, impossibile a detta della regista, che era presente alla proiezione alla quale ho assistito, denuncia un atto brutale e odioso: l'infibulazione, ovvero il taglio parziale o esportazione totale del clitoride, centro nervoso dell'organo sessuale femminile. In questo modo si ritiene di poter conservare la dignità delle ragazze da adulte, togliendo loro eventuali stimoli sessuali, oppure la dignità e femminilità, dal mio punto di vista, e scommetto che molti condividono.
La proiezione del film in Egitto non ha affatto sortito effetti positivi. Anzi, invece di scuotere le coscienze dei "criminali" dell'infibulazione, il film è stato considerato immorale e censurato in tutto l'Egitto.
Il 97% delle donne del Paese ha subito tale pratica. questo è un dato di fatto che Jocelyne Saab ha cercato di denunciare pensando di andare in contro alla vittime di questo atto di violenza, e le stesse vittime le si sono rivolte contro e le hanno girato le spalle. Come la stessa Hanan Turk...

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martedì 13 maggio 2008

FATOUMATA COULIBALY, CONTRO LA PRATICA DELL'INFIBULAZIONE

Protagonista del premiato Moolaadè (2004) del regista senegalese Ousmane Sembéne, grazie al ruolo di Collé Ardo, una donna coraggiosa che accetta, contro tutti, di accordare il diritto d’asilo a 4 ragazze che rifiutano l’escissione, Fatoumata Coulibaly, è ormai un simbolo della lotta alle mutilazioni genitali femminili. Nata a Bamako, in Mali, entra giovanissima a lavorare nella radio nazionale e diventa velocemente una delle conduttrici di punta dell’emittente. Si sperimenta presto anche in altri campi, per esempio come attrice, in due lungometraggi: La Quête violée, documentario sugli allievi delle scuole coraniche, o Le Combat de Lalla, sulla prostituzione. N’golo, dit papi, pellicola sul problema dei bambini di strada, riceve nel 1999 il premio della cooperazione francese al Fespaco di Ouagadougou. Presentatrice, attrice, giornalista radiofonica e televisiva, Fatoumata Coulibaly porta avanti la lotta contro l’infibulazione ormai da anni, dai tempi del suo esordio in radio. Nel realizzare dei documentari, conosce le storie delle donne e delle madri che soffrono per questa assurda tradizione, pratica che lei stessa ha subìto.
Fatoumata Coulibaly così inizia la sua battaglia per i diritti femminili, da anni è attiva nell’AMSOPT, l’associazione maliana contro le pratiche tradizionali. Alle iniziative organizzate affianca un impegno tutto personale: sfruttando le sue doti di attrice porta di villaggio in villaggio una tournee di sensibilizzazione: riunisce tutti sotto l’albero della Palabrè e, con l’aiuto di due manichini, cerca di convincere uomini e donne a non praticare più l’infibulazione.
In molti paesi africani, come in Mali, questa tradizione non è espressamente vietata dalla legge. “Ma una legge non sarà sufficiente a mettere fine alle mutilazioni sessuali. Bisogna sensibilizzare ed educare la popolazione”. Proprio quello che Fatoumata continua a fare, sfruttando tutti i canali di comunicazione a sua disposizione.
(Fonte: http://www.nigrizia.it/ ).
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lunedì 12 maggio 2008

ANGELICA E SAMAR: ED E' SUBITO PACE 2/2

Bambini arabi ed ebrei fatti recitare insieme: così è nata una tregua sulle barricate



BETANIA (Cisgiordania) - A dividere il piccolo teatro di kibbutz dalla casa d'accoglienza di Betania ci sono molti chilometri d'autostrada, il lago di Tiberiade, poi la valle del Giordano. E i cecchini. E il muro di Sharon. E i doppi giochi di Arafat. E i checkpoint che ingabbiano la Cisgiordania. E l' odio della seconda Intifada. E, alla fine, la Storia con la esse maiuscola. Angelica e Samar sono riuscite ad attraversare tutto questo con un abbraccio che dura da due anni.
Tra i frutteti e le torrette militari nel nord di Israele, al confine col Libano degli hezbollah, in quel piccolo teatro che si chiama Arcobaleno, Angelica Calò Livnè insegna a recitare la pace a ragazzini ebrei, arabi, circassi, drusi, cristiani, musulmani; prega a ogni attentato, a ogni rappresaglia, «mio Dio, scaccia l'odio, facci rimanere quello che siamo». Dice: «Cercavo da tanto un'amica palestinese, una come me. Mi hanno parlato di lei, un giorno le ho telefonato, l'ho incontrata: anche tu devi assolutamente incontrare Samar, è speciale».
Sommersa dal mucchio selvaggio dei suoi bambini (lei li chiama «i miei figli») all'orfanotrofio Jeel El Amal di Betania, che ha ereditato dai genitori e ingrandito in un rifugio ancora più temerario - Lazarus Home - in cui si nascondono pure ragazze madri che la società palestinese condannerebbe senz'appello, Samar Sahhar è speciale davvero. Sorride: «Angelica è diventata mia amica, poi mia sorella. Dio ci ha fatte uguali».
Questa è la storia di un'amicizia quasi vietata dalla ragion politica, la storia con la esse minuscola di un'israeliana e una palestinese che forse Dio ha fatto davvero uguali ma che parrebbero quasi opposte: minuta e tutta nervi Angelica, boccoli neri e lunghe ciglia che s'inumidiscono per un nonnulla; quadrata e inaffondabile Samar, capelli corti e braccia da campione della fede.
Solo con più attenzione si coglie quel loro sguardo, identico, e allora si capisce che quando si chiamano «sorelle» non è tanto per dire. Mercoledì scorso si sono ritrovate a Roma, al teatro Vittoria, davanti a seicento ragazzi di sette licei. Prima dello spettacolo che Angelica sta portando in giro per l'Italia, «Bereshit, In principio», coi suoi diciotto giovanissimi attori che danzano coperti da maschere bianche e recitano frasi come «non c'è nessun posto sicuro! Dev'esserci una soluzione... una speranza!», Samar è salita sul palco. Nemmeno Angelica se l'aspettava. Si sono abbracciate così, davanti ai ragazzi romani che non capivano, poi Samar ha detto che «se tutto il mondo vedrà questo spettacolo tutti sapranno che la pace si può fare». Alla fine, prima di esplodere in un lungo applauso, gli studenti sono rimasti tre minuti senza parole.
La piccola storia testarda di Angelica e Samar è invece piena di parole. Con le parole Angelica - una romana di 47 anni (oggi 53, ndr.) che appena ragazza è andata a vivere a Sasa, uno degli ultimi kibbutz ancora fedeli agli ideali socialisti delle origini - ha insegnato a Batya e Nemi, Amal e Sharif e a tutti gli altri allievi del laboratorio teatrale di Kerem Ben Zimra che si può fare qualcosa, «che non basta piangere davanti alla televisione». L'idea di «Bereshit», quelle maschere bianche che cadono sul palco «svelando la bellezza di ogni diversità», accompagnate dalle canzoni di Noah («è finita, è tutto passato, toccheremo il sogno»), è nata dai ragazzi, lavorando per sei mesi con loro. «Quando ne parlai la prima volta al consiglio regionale dell'Alta Galilea, quando dissi che volevo anche ragazzi arabi, mi dissero, "beh, l'idea è buona, però con l'Intifada, capisci, politicamente, non è il caso, gli arabi lasciali perdere". Risposi: "O loro o niente". Ci è andata bene». Uno dei suoi attori, Sharif Balut, un ragazzone arabo del villaggio di Fassuta, ha preso così sul serio il copione che è riuscito a far scoppiare la pace, quella vera, tra i suoi compaesani e i ragazzi ebrei di Elkosh: «Eravamo alla guerra tra bande, ma sulla loro barricata ho notato Ofri - racconta - che un giorno era venuto a vedermi a teatro. Mi sono fatto avanti. Gli ho detto: ti ricordi di me, amico? Si ricordava, sì. E tutti assieme abbiamo fatto la sulha , che significa riconciliazione sia in arabo che in ebraico».
Anche Samar, nei due rifugi gemelli ai lati di una polverosa strada di Betania, lavora con le parole: parole da mamma o da sorella maggiore, per i 70 bambini di Jeel El Amal («Generazione della speranza»), le 33 bambine di Lazarus Home e le donne che, nascoste all'orfanotrofio, trovano riparo dai loro guai - in questo momento sono tre, una prostituta, una appena uscita dal manicomio e una che ha ucciso il suo stupratore.Samar ha 42 anni (oggi 48, come già detto, ndr), è cattolica, la prima pietra del primo rifugio è stata messa da Alice, sua madre, tanti anni fa. «Sono consacrata con i Memores Domini», dice. Non ha una famiglia sua. «Ma i miei figli sono questi». Abdallah, 10 anni, moncherini al posto delle mani, portato lì che non parlava neppure («ora è il più bravo della quarta elementare») le ha chiesto: «Mamma, come fanno le mucche e le pecore a mangiare, se c'è la guerra?». Tutti assieme, coi bambini raccolti nei campi profughi di Ramallah, di Betlemme, di Tulkarem, hanno deciso che mucche e pecore devono riprendere a mangiare, quindi la guerra deve finire. Samar ci mette del suo: «Un orfano non ha nessuno, quindi i ragazzi della strada sono tutti abili e arruolati per l'Intifada. I miei no. Non voglio che i miei figli muoiano o uccidano», sbotta.
Contro reclutatori e Autorità palestinese combatte così la sua invisibile guerra, pagando dazio. Ha aperto una panetteria in paese per raccogliere fondi, ma da un anno non le allacciano la corrente elettrica. La gente della strada ha firmato una petizione per chiudere l'orfanotrofio «che nasconde le donnacce». Se lei mollasse, «le donnacce» verrebbero probabilmente lapidate. Quindi tiene duro. E stringe a sé gli ultimi piccoli arrivati, Safiria, 6 anni, trovata in un pollaio piena d'ustioni, Nanni, 7 anni, ch'era incatenato in una grotta a Betlemme. Coccola Nahla, 14, che ha una lunga cicatrice sulla fronte ma è un cannone in scienze e va alle manifestazioni di Peace Now. «Cantiamo insieme, habibti, amori miei», dice. Dal refettorio si alzano voci di cristallo, «Ya raba salam/ imnan biladana salam, Dio della pace/ dà la pace alla nostra terra», e arrivano fino alla lavanderia governata da Alia, la donna che ha ucciso il suo violentatore. I parenti di lui la cercano da quando è uscita di galera. Ha una faccia incartapecorita. Dice: «Sono brava a lavare, sai? Però ho sempre mal di gambe, mal di tutto». Samar le accarezza una mano, «passerà, vedrai, passerà tutto».
Aspettando che tutto passi, Samar e Angelica hanno riempito questi due anni d'amicizia. Il primo incontro a Gerusalemme est, il secondo al Muro del Pianto. Insieme hanno girato scuole e università d'Italia, preso premi, partecipato a dibattiti dal titolo «La sfida di due donne». L'anno scorso «Excalibur» ha dedicato loro venti minuti di speciale. Presto due ragazzi dell'orfanotrofio si aggregheranno alla compagnia dell'Arcobaleno. Ma non è sempre facile. All'università di Bari sono andate a dire «siamo due amiche, non Sharon e Arafat» e qualcuno s'è sdegnato: «Volete scherzare? Non basta un'amicizia per fermare la guerra». Per tipi simili Samar ha una storiella: «Un uomo vide un uccellino steso sul dorso. "Perché stai così?", gli chiese. E quello: "Ho sentito che oggi Dio scaglierà il cielo sulla terra, sto cercando di proteggere la terra". L'uomo rise: "Sul serio? Cerchi di salvare la terra con le tue minuscole zampette?". L'uccellino rispose: "Io voglio fare del mio meglio!"».

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