domenica 30 novembre 2008

IRAN: IL CHADOR PIU' ODIATO DAI MULLAH

Maryam Rajavi, la donna che guida la resistenza contro il regime islamista di Khomeini e Ahmadinejad con il velo islamico in testa. (e senza stringere la mano agli uomini! ndr)

Maryam Rajavi da 15 anni è la guida del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri), la coalizione di forze democratiche che mira a rovesciare il regime di Teheran. Quante volte hanno attentato alla sua vita nemmeno lei lo ricorda più. Se glielo chiedi si mette a ridere. «Nel 1996 – racconta a Tempi – la polizia belga scoprì un cannone mortaio da 320 millimetri nascosto in un cargo iraniano. Era destinato a un’azione terroristica contro la mia residenza a Auvers-sur-Oise». La lady di ferro col velo, la cui popolarità fa tremare la dittatura i-slamista iraniana, vive nei pressi di Parigi. Da 26 anni non vede la sua patria. Ma ogni giorno dall’Iran le arrivano notizie che raccontano di «bambine mandate nel Golfo a prostituirsi, studenti torturati in prigione, minorenni impiccati in piazza. La nostra lotta è fatta di dolori profondi, ma anche di grandi gioie. Come quella di vedere una nuova generazione di uomini che praticano l’uguaglianza tra i sessi». «La signora Rajavi – interviene un attivista del Cnri presente all’intervista – ha realizzato un’autentica rivoluzione culturale: se il regime propaganda la misoginia, per sconfiggerlo dobbiamo fare l’opposto: dare potere alle donne». «Senza l’appoggio dei nostri uomini – ironizza la guida della resistenza – ci saremmo trasformate semplicemente in un movimento femminista».
Maryam si “arruola” contro la monarchia negli anni Settanta. Diventa rapidamente una dirigente del movimento degli studenti e inizia a militare tra i Mujaheddin del popolo iraniano (Pmoi). Una delle due sorelle, Nargues, viene uccisa dalla polizia segreta dello scià. Durante il regno del terrore khomeinista, l’altra sorella, Massumè, viene arrestata e uccisa sotto tortura; era incinta di otto mesi. Anche il marito, Mahmud Izadkhak, subisce la stessa fine. I pasdaran prendono d’assalto più volte la casa di Maryam, che decide di fuggire a Parigi. Qui inizia la carriera nell’ala politica del movimento. Nel 1989 teorizza la necessità di far emergere la componente femminile come determinante per il cambiamento della società iraniana. Nel 1993 il Cnri la elegge presidente della Repubblica per il periodo di transizione dopo il rovesciamento dei mullah.
Ingegnere, 55 anni, Maryam Rajavi non trova nulla di strano nel combattere il fondamentalismo con il velo in testa: «È democrazia. Chi crede nel vero islam si impegna a rispettare il diritto alla libertà religiosa. Indosso il velo, ma darei la vita per garantire la libertà alle donne. Quando la rivoluzione khomeinista ha imposto il chador, noi dei Mujaheddin, che già portavamo il velo, siamo scese in piazza a protestare». Il Pmoi rappresenta la componente maggiore all’interno del Cnri, che è una sorta di Parlamento in esilio; si propone come governo di tran-sizione dopo il regime, con il compito di organizzare elezioni libere entro sei mesi dalla caduta dei mullah. Alla volontà di sterminio manifestata da Khomeini, negli anni Ottanta, l’organizzazione risponde con le armi, dicendosi disposta ad abbandonarle in cambio di libertà di parola e attività. Costretti all’esilio, i Mujaheddin del popolo fanno della città di Ashraf, in Iraq, la loro base. Su pressione di Teheran, nel 1997, gli Stati Uniti iscrivono il Pmoi tra le organizzazioni terroristiche straniere, una specie di “gesto di buona volontà” verso il governo iraniano. Poi, per tutti gli anni Novanta, il regime islamico ha richiesto, ossessivamente, a ogni incontro diplomatico con i partner europei di “bloccare” i Mujaheddin del popolo. Finché nel 2002 anche l’Unione Europea segue la scelta di Washington. Dal 2001, però, il Pmoi ha rinunciato alla lotta armata. Ora è impegnato in una campagna mondiale per la propria riabilitazione. E qualche vittoria l’ha ottenuta. A fine ottobre la Corte europea ha deciso per la sua rimozione dalla black list. Francia, Belgio e Italia stanno facendo lo stesso. (Fonte: "Liberali per Israele", Tempi.it)
Da sette anni i Mujaheddin del popolo danno battaglia solo nelle piazze con volantini, siti internet, canali satellitari. Sfidando la censura e il carcere. L’obiettivo è la “terza via”: «No alla guerra, no al dialogo con i mullah, sì al riconoscimento internazionale della resistenza iraniana, unica alternativa alla teocrazia». Nel Parlamento italiano la causa ha trovato sostegno bipartisan. E la Rajavi apprezza la maggiore fermezza verso Teheran del governo Berlusconi, rispetto al precedente. «Nella comunità internazionale l’Italia potrebbe farsi pioniere di una nuova politica, che abbandoni l’accondiscendenza verso i mullah». Anni di dialogo e incentivi alla dittatura religiosa sul dossier nucleare non hanno avuto risultati significativi e il regime corre velocemente verso la possibilità di realizzare ordigni atomici. Perfino l’Agenzia internazionale per l’energia atomica nella sua ultima relazione ammette di non poter garantire che Teheran non persegua, in segreto, programmi nucleari militari.




L’illusione dei “moderati”



La Rajavi ha visitato l’Italia l’ultima volta il 22 ottobre, su invito di Alleanza nazionale. L’occasione è stata la consegna dell’appello firmato da 164 senatori di destra e di sinistra per rimuovere il nome dell’organizzazione dei Mujaheddin del popolo iraniano dalla lista europea del terrorismo internazionale. Nell’Iran libero che sogna Maryam c’è un sistema multipartitico ed elezioni trasparenti. Non c’è pena di morte. Vige la separazione tra Stato e religione. E non c’è posto per armi nucleari. La donna denuncia «l’abbaglio» dell’Occidente, che crede esistano moderati in seno al regime. Per spiegarlo usa un proverbio iraniano: «“Il cane giallo è fratello dello sciacallo”. Si trattava solo di miraggi, un’altra faccia della stessa medaglia. Il frutto naturale dei cosiddetti governi moderati di Rafsanjani e Khatami è stata, infatti, l’ascesa di Ahmadinejad e dei pasdaran a ogni livello del potere». Questa sorta di esercito parallelo ideologico controlla la politica e l’economia, il Parlamento, le tv, la radio. Anche il capo delle forze armate tradizionali è un pasdaran. Fu per ordine del “moderato” Khatami – ricorda Maryam – che nell’estate del 1999 vennero insanguinate le pacifiche manifestazioni degli studenti a Teheran. Oggi in Iran, nonostante l’abbondanza di petrolio, c’è solo miseria. L’80 per cento della popolazione vive sulla soglia della povertà e l’inflazione del paese è la quinta al mondo. «Il malcontento e le proteste aumentano». L’ultimo sciopero dei commercianti dei bazar contro la nuova Iva a ottobre «è il segnale di una volontà di cambiamento. Il regime è sempre più isolato anche sul piano interno e per tenersi in vita aumenta la repressione, esporta il terrorismo in Iraq, Libano, Palestina, spinge verso l’atomica e invoca la distruzione di Israele». La presidente del Cnri è convinta: «Se la situazione va avanti così e non si adotta una politica ferma e un embargo totale verso la dittatura religiosa, tutto è possibile e la guerra potrebbe essere alle porte».

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ARABIA SAUDITA, MAGLIETTA "DRIVERS" E TORTA CON UN'AUTOMOBILE: LA PROTESTA DELLE GUIDATRICI SAUDITE

Manifestano le donne che vogliono guidare la macchina, nell’unico Paese al mondo dove ciò è vietato. Secondo loro, la questione ha influenza sul riconoscimento dei diritti di libertà. (soltanto "secondo loro"?)

Riyadh (AsiaNews) - Una maglietta con la scritta “drivers”, una torta con sopra un’automobile, una foto di gruppo: si è svolta così, quest’anno, la manifestazione di una cinquantina di donne saudite che hanno commemorato la protesta che il 6 novembre 1990 vide un gruppo di 47 guidatrici in un convoglio che per una mezz’ora girò intorno a Riyadh. Poi furono fermate dalla polizia, perché l’Arabia Saudita resta l’unico Paese al mondo dove alle donne è vietato guidare, anche se quest’estate funzionari di governo hanno sostenuto che si sta studiando la possibilità di un decreto che, entro la fine dell’anno, abolisca il divieto.
La reazione delle autorità fu dura. A tutte le guidatrici ed ai loro mariti (che hanno il ruolo del “guardiano” che ogni donna deve avere) furono vietati per un anno i viaggi all’estero, quelle che erano dipendenti pubbliche furono licenziate, ma, come ricorda Fawzia al Bakr, una professoressa che fu una delle guidatrici, in una intervista a NPR “dovunque lavorassimo eravamo etichettate ‘guidatrici’ e non c’era possibilità di fare carriera, per quanto brava tu fossi”. (Fonte: "AsiaNews")

E ricordiamo anche la protesta dell'attivista saudita Waheja Al-Huwaider all'ultima "Festa della Donna": http://www.memritv.org/clip/en/1712.htm
“Penso – dice una imprenditrice, Aisha al Mana – che fu una cosa meritevole perché avevamo sollevato e dato coscienza di un problema delle donne in Arabia Saudita”. “Per un anno – aggiunge – siamo state tormentate, perché pensavano che avessimo compiuto qualcosa che non è accettabile dalla società”.
Poi le acque si sono calmate e, due anni dopo la manifestazione, le licenziate furono riassunte. Ma la questione, come spiega la professoressa al Bakr, è più complessa di quanto appare. “Se guidi, significa che puoi andare in pubblico, hai accesso alle istituzioni, me se se sei totalmente impossibilitata a muoverti senza avere un uomo che guida per te, sei completamente paralizzata”.
Ora, “a livello pratico re Abdullah sta lavorando in modo discreto per dare sostegno alle donne. Ma, purtroppo, quelle delle donne alla guida è ancora un grosso grattacapo ed il re ha problemi piuù importanti”.

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PRIGIONIERE NEL DESERTO




Candice, è stata costretta a rasarsi per questioni d'igiene. Le è stato sottratto tutto. E' riuscita a nascondere soltanto un cellulare, con il quale comunica con l'esterno e ha ogni tanto possibilità di collegarsi a Internet.

Candice Ahnine e sua figlia Aya, di quasi sette anni, nata da una unione con un principe saudita, sono prigioniere a Riad in un palazzo della famiglia reale. Resoconto di una storia incredibile e drammatica.
Le relazioni diplomatiche tra la Francia e l' Arabia Saudita potrebbero nei i prossimi giorni farsi molto tese. La ragione? Un doppio sequestro. Quello di Candice Ahnine, giovane donna di Hyéres (Francia) di 31 anni, e di sua figlia Aya, che soffierà molto presto le sue 7 candeline, in una prigione dorata.
La vicenda, passata stranamente inosservata, è stata tuttavia rivelata a fine ottobre su Internet.Più precisamente sul canale Facebook. Candice, su una fotografia con sua figlia, ha lanciato un SOS in cui scrive: "Mia figlia è sequestrata ed io rinchiusa a Riad, in un palazzo. (...) Pietà. Aiutateci".
Precisione importante: il palazzo in questione apparterrebbe alla famiglia del principe Sattam Al Saoud, il padre della piccola Aya… . (Fonte: "Scettico")
Da questo drammatico appello, la situazione di queste due "prigioniere nel deserto", non è ovviamente migliorata. Da quanto dice la madre di Candice - Muriel Mallier, ex moglie di Gèrars Ahnine - "mia figlia e mia nipote sono separate. Possono appena vedersi. La piccola, che non vive con il suo papà, ma con la madre di quest'ultimo, è completamente terrorizzata".
Tutto era cominciato come una favola. Undici anni fa, all'età di 20 anni, la giovane Candice Ahnine conosce Sattam Al Saoud, uno dei 4.000 principi sauditi, durante un soggiorno in Inghilterra. Nonostante la differenza di religione - Candice è ebrea, Sattam è musulmano - i due giovani si amano. Da questo amore, nasce la piccola Aya il 27 novembre 2001.
Questa nascita non rimette nulla in questione. Almeno inizialmente. Il principe saudita continua a fare andata e ritorno tra il regno wahhabita e la Francia.
Nel corso dei suoi soggiorni ripetuti a Hyères, "il principe ha anche fatto shabbat con noi varie volte", afferma Muriel Mallier. Una rivelazione dal profumo di scandalo!
Ma un giorno Sattam Al Saoud esprime il desiderio - tutto sommato legittimo - di vedere sua figlia allevata secondo le leggi del Corano. Nel settembre 2005, Candice ed Aya partono dunque per stabilirsi a Beirut. Nell'estate 2006, in Libano scoppia per l'ennesima volta la guerra e Candice si trasferisce in Arabia Saudita. Contro il parere della madre che ha brutti presentimenti.
Per Candice ed Aya, rapidamente separate l' un dall'altra, l'incubo comincia. Il principe saudita non ha più nulla di affascinante. Secondo un verbale registrato 6 novembre 2007 dalla polizia di Cannes, Candice, che ha potuto fuggire e rientrare in Francia, afferma: "Laggiù sono stata separata da mia figlia e maltrattata, cioè drogata, battuta, e violentata…".
Inspiegabilmente tuttavia Candice e Aya ripartono per l'Arabia Saudita. Un ritorno verso l'inferno se si tiene conto di un'ultima e-mail datata 12 novembre 2008. "Aya ed io siamo francesi e vogliamo rientrare in Francia. Siamo trattenute contro il nostro volere ed ogni giorno è un inferno!".
Disperata, Muriel Mallier non sà più a chi rivolgersi. Dopo aver chiesto aiuto al grande Rabbino di Francia che l'ha ricevuta martedì 4 novembre. E la visita fatta a Sébastien Mariani, mediatore di giustizia. "La mia azione è molto limitata. Sono intervenuta presso il ministero degli esteri per assicurarmi che si occupano del mio dossier".
Il ministero d' Orsay è stato effettivamente avvertito. "Il fatto ci è stato segnalato. Siamo in contatto con la famiglia in Francia e la nostra ambasciata in Arabia Saudita è in contatto con Candice Ahnine", conferma Nicolas de Lacoste, incaricato al Ministero francese, ma lo stesso ammette: "la situazione è complicato", visibilmente poco interessato a parlare "di una questione privata", Nicolas de Lacoste lascia lo stesso intendere che, "nonostante il suo nome, Sattam Al Saoud non è legato alla famiglia regnante".
Al Consolato d' Arabia Saudita a Parigi, si mostrano ancora meno eloquenti. "Non abbiamo mai sentito parlare di questa storia. Ad ogni modo, qualsiasi domanda d' informazione deve essere presentata per iscritto e attraverso un avvocato", dichiara un collaboratore del sig. Barri, il responsabile dei cittadini sauditi.
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UN GIORNALISTA TURCO DI 76 ANNI, ACCUSATO DI STUPRO SU MINORENNE, DIFENDE IL MATRIMONIO DELLE RAGAZZINE

Huseyin Uzmez giornalista-cronista del giornale antisemita turco "Vakit", è accusato di stupro su una ragazzina di 14 anni. Lui nega avere avuto rapporti sessuali con un' adolescente di 14 anni, ma difende in compenso, il diritto degli uomini di sposare ragazze della stessa età. Quest'uomo che afferma di non poter uscire di casa sua senza diventare immediatamente l'oggetto di proposte sessuali da parte di giovani donne turche, ha ricevuto appoggio, comprensione ed incoraggiamento da parte del suo giornale e dei suoi colleghi. Secondo lui, il problema è che i Turchi hanno impulsi sessuali eccezionalmente forti e praticamente incontrollabili. È ciò che aveva dichiarato dopo il suo arresto
per avere stuprato la quattordicenne.
Uzmez si dichiara non colpevole delle accuse di sevizie sessuali su minore, formulate contro lui. Dalla sua liberazione sotto cauzione il 28 ottobre, Uzmez ha pubblicamente difeso la legge islamica che permette agli uomini di sposarsi con una donna sotto l'età legale che è di 16 anni nel paese. "Una ragazza che raggiunge l'età della pubertà, cioè con le mestruazioni, è nell'età buona, secondo le nostre convinzioni" ha dichiarato alla televisione nazionale il giorno in cui è uscito di prigione. “E se è nell' età buona, può sposarsi".
Uzmez deve presentarsi dinanzi alla corte il 16 dicembre. Il rapporto medico che aveva permesso la sua incarcerazione è stato dichiarato invalido. Indipendentemente dall'inizio del processo a suo carico, la questione ha determinato la separazione tra i turchi che sono a favore della legge islamica e coloro che sostengono il sistema laico realizzato da Mustafa Kemal Ataturk negli anni 1920. L'autorità religiosa dello Stato, a cui sono sottoposti gli imam delle 80000 moschee in Turchia, si oppone al matrimonio dei bambini, anche se la pratica rimane diffusa. il 39% delle donne sposate nella provincia meridionale di Sanliurfa aveva 16 anni o meno il giorno del loro matrimonio, secondo la fondazione Social-Démocrate basata a Istambul, che è in campagna contro questa pratica.
(Fonte: "Scettico")
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sabato 29 novembre 2008

COMPAGNE DI VELO

A Baghdad, le ragazze sciite e sunnite studiano di nuovo insieme. Iodonna è entrata in classe a vedere chi sono e come sfidano la paura. Di uscire da scuola e morire in un attentato.


Compito in classe alla scuola femminile Um Al Mumineem di Baghdad. Per la prima volta dallo scoppio della guerra civile, quest’anno la composizione è mista: tre quarti delle ragazze sono sunnite, un quarto sciite. Le ragazze con il velo bianco o colorato sono sunnite, quelle con il velo nero sciite.


Interrogazione in classe. Ogni giorno le lezioni si svolgono in due turni distinti, dalle 8 del mattino alle 5 di pomeriggio


L’ingresso della scuola Um Al Mumineem con i muri di protezione antiterrorismo e due guardiani sunniti della milizia "Consigli del Risveglio".



Prima della guerra le ragazze non velate erano il 50 per cento, oggi non superano il 4 per cento.



La scuola si trova nel quartiere di Dora, che fino al 2006 è stata una delle roccaforti di Al Qaeda a Bagdad. Oggi si continuano a temere attentati, ma la situazione è molto più tranquilla.



Al centro della foto (con il velo marrone) Jinan Abdul Jabbar, preside della scuola Um Al Mumineem. Prima di lei la scuola era diretta da Wafa Ghazi, preside sciita uccisa da terroristi sunniti il 10 ottobre 2006.



Lezione di arabo alla scuola Um Al Mumineem. Prima dei bombardamenti del 2003 l’Istituto ospitava oltre 900 studentesse, nel 2006 erano 290, oggi sono 420. Nell’ultimo anno la situazione della sicurezza di Bagdad è decisamente migliorata. Per questo alla scuola Um Al Mumineem sono presenti anche figlie di profughi rientrati dal nord, se non addirittura dalla Siria o dalla Giordania.

Questa scuola è sia primaria sia secondaria. Come in molti istituti iracheni, anche qui le infrastrutture sono estremamente precarie: l’elettricità, per esempio, funziona a singhiozzo per tre o quattro ore al giorno.

Altri dati sulla situazione delle scuole e degli studenti in Iraq:

- Secondo un rapporto dell’Unicef, in tutto l’Iraq sono state restaurate in modo effettivo solo mille scuole su 13.500.

- In tutto l’Iraq i giovani stanno tornando in masssa a frequentare le lezioni: nell’anno scolastico 2008-2009 risultano iscritti oltre sette milioni di studenti.

SCIENZA ADDIO, VINCE LA RELIGIONE

Ahllam Rashid, 44 anni, 44 anni, docente di storia alla scuola femminile di Dora, crede fermamente in un antico detto arabo: "In Egitto scrivono libri, in Libano li pubblicano, ma è in Iraq che vengono letti". E proprio per questo denuncia con forza "lo stato di decadenza e ignoranza in cui è scivolata la scuola irachena".
Causa terrorismo, povertà e paura, "il pensare scientifico è stato sostituito da superstizione e fondamentalismo religioso", afferma. "Ormai nelle famiglie conta più conoscere i riti del Ramadan che non sapere leggere un libro", insiste. E se la prende con "i politici che, asserragliati dietro le mura sicure della Zona Verde, protetti dagli americani, pensano più ai viaggi all'estero e ai loro salari, che non allo stato delle nostre scuole".

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UOMO ACCECA UNA DONNA CON L'ACIDO, CONDANNATO A SUBIRE LA STESSA PENA

IRAN, 28 NOV - È la legge del taglione, prevista dalla sharia e applicata in Iran, in base alla quale un tribunale ha condannato un uomo di 27 anni ad essere accecato: con l’acido. Così come lui aveva accecato una donna che diceva di amare. Secondo quanto riferiscono oggi i giornali iraniani, fra cui il «Kargozaran», il 27enne Majid ha confessato di aver accecato nel 2004 Ameneh Bahrami, per dissuadere chiunque altro dallo sposarla. Ameneh ha chiesto al tribunale di condannare Majid all’accecamento per impedire che simili atti siano compiuti su altre donne. Il tribunale ha aderito, ma l’uomo può comunque presentare appello.

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VIOLENZA SULLE DONNE, AFGHANISTAN: SITUAZIONE PEGGIORATA

ANSA) - ROMA, 25 NOV - Dopo gli ''anni di buio'' del regime talebano, dal 2001 la condizione delle donne in Afghanistan era migliorata, soprattutto per il diritto all'educazione, ma e' nuovamente ''peggiorata dal punto di vista della sicurezza nelle strade, nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle universita''. Lo ha evidenziato Nasima Rahmani, responsabile per i diritti delle donne nel Paese per l'ong Action Aid, ad un incontro promosso da Acmid-Donna al Centro culturale Averroe'. Nata e cresciuta nella provincia di Kabul, la trentacinquenne Nasima ha vissuto la quasi totalita' della sua esistenza in Afghanistan, lavorando anche come consulente legale per le vittime di violenza. ''La violenza e' ancora estremamente radicata in Afghanistan - ha rilevato - e colpisce in modo particolare i minori, spesso utilizzati come merce di scambio tra le famiglie''. ''Anch'io potrei essere uccisa in qualunque momento - ha aggiunto - Stiamo promuovendo grazie ad Action Aid circoli in tutto l'Afghanistan dove le donne possano incontrarsi e dialogare al sicuro e accedere all'alfabetizzazione''. L'educazione infatti, visto che ''solo il 15-18% delle donne e' alfabetizzato'', e' una delle necessita' prioritarie per le donne afgane, come l'accesso alle strutture sanitarie.
( Fonte: "Arabyya")
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venerdì 28 novembre 2008

"IL GIARDINO DEI LIMONI"




Regia: Eran Riklis
Sceneggiatura: Eran Riklis, Suha Arraf
Attori: Hiam Abbass (Nella foto. Tra gli altri film "La sposa siriana", "Paradise Now" e "Munich"), Doron Tavory, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Tarik Copty, Amos Lavie, Amnon Wolf, Smadar Yaaron, Ayelet Robinson, Danny Leshman, Liron Baranes, Loai Nofi, Hili Yalon
Fotografia: Rainer Klausmann
Montaggio: Tova Ascher
Musiche: Habib Shehadeh Hanna
Produzione: Eran Riklis Productions, Heimatfilm, Mact Productions, Riva Filmproduktion
Distribuzione: Terodora Film
Paese: Germania, Francia, Israele 2008
Uscita Cinema: 12/12/2008
Genere: Drammatico
Durata: 106 Min
Formato: Colore 35 MM (1:1.85)
Sito Italiano

Trama del film:

Salma Zidane vive in Cisgiordania, ha 45 anni ed è rimasta sola da quando suo marito è morto e i suoi figli se ne sono andati. Quando il Ministro della difesa israeliano si trasferisce in una casa vicina a quella di Salma, la donna ingaggia una battaglia legale con gli avvocati del Ministro che, per motivi di sicurezza, vogliono abbattere i secolari alberi di limoni che sono nel suo giardino. Ma Salma non lotterà da sola. Infatti, oltre al supporto del suo avvocato - un trentenne divorziato con cui nasce un profondo sentimento amoroso - Salma troverà inaspettatamente anche quello della moglie del Ministro che, stanca della sua vita solitaria per gli impegni del marito, prende a cuore il caso della sua vicina di casa palestinese. Leggi tutto ...

CON IL BURQA IN TRIBUNALE. PER IL GIP SI PUO' FARE

E a proposito di velo... .

In Inghilterra hanno già i tribunali shariatici, noi in Italia invece abbiamo giudici nostrani che si piegano al “codice” della sharia.Altrimenti non si spiega com’è possibile che ignorino le nostre leggi, per assolvere chi obbedisce alla legge di Allah.
Monia Mzoughi 37 anni, tunisina, moglie dell’imam della moschea di Cremona, balzato all’onore delle cronache per essere un componente della cellula islamica che progettava di sbriciolare il Duomo e far saltare la metropolitana di Milano, si è recata ad assistere al processo del marito, completamente coperta dal niqab. La polizia l’aveva denunciata. Ieri, in quello stesso Tribunale è stata assolta perchè il fatto non sussiste (...). Il pm Cinzia Piccioni aveva chiesto una pena di 15 giorni di carcere e un’ammenda di 800 euro sottolineando che quel 21 settembre 2005 non era un mattino come un altro e che c’era allarme intorno al Palagiustizia, "Le norme in materia di ordine pubblico sono inderogabili" ha detto il pubblico ministero durante la requisitoria- non c’era alcun giustificato motivo religioso o culturale perché l’imputata vestisse il burqa”. (...)
Intanto il bravo maritino condannato a 7 anni per terrorismo internazionale, è libero e si trova al centro di permanenza di via Corelli, a Milano. (tratto da "Orpheus")

La donna si era tolta il niqab "in occasione" del processo: era chiaramente costretta a portarlo. Leggi tutto ...

ITALIA: PAESE UE CON MAGGIOR NUMERO DI INFIBULAZIONI


L'Italia e' uno dei Paesi membri dell'Europa con il piu' alto numero di donne infibulate. A rivelare ''l'inquietante'' dato sulle mutilazioni genitali femminili e' stata stamane l'eurodeputato Roberta Angelilli, rappresentante del Forum europeo per i minori e delegato del sindaco di Roma per i diritti dei minori durante il workshop ''Mutilazioni genitali femminili. Che fare?'', organizzato nella sala del Carroccio in Campidoglio. Secondo gli ultimi dati Istat sulla presenza di donne straniere residenti in Italia al dicembre 2007, si contano, infatti, 67.988 donne provenienti da Paesi a tradizione scissoria e quindi potenzialmente a rischio (Egitto, Ghana, Costa D'Avorio, Eritrea, Burkina Faso, Etiopia, Camerun, Somalia, Guinea, Sudan, Kenya, Sierra Leone, Niger, Mali, Repubblica Centrafricana). Di queste donne, circa 40mila, e' emerso nel corso dei lavori, sono state gia' sottoposte alla pratica di infibulazione e ogni anno, 6mila bambine, tra i 4 e i 12 anni, rischiano di essere sottoposte a questa pratica illegale. Le comunita' provenienti da questi Stati sono concentrate soprattutto nelle grandi citta' del nord (Milano, Torino, Bologna) e a Firenze e Roma. Nel Lazio, in particolare, vivono circa 29mila donne provenienti dall'Africa e di queste, circa 10 mila provengono da Paesi nei quali e' diffusa la pratica delle mutilazioni genitali femminili. A Roma e provincia, nello specifico, le donne a rischio di mutilazioni genitali femminili sono circa 8.500.

Eppure Se ne parla da dieci anni... .


La Repubblica, 12 febbraio 2000

Roma - L'Italia è ormai il primo paese in Europa per il più alto numero di donne infibulate. Tra le 20 e le 30 mila donne immigrate hanno subito una mutilazione genitale e circa 5 mila bambine rischiano la stessa sorte. Per la prima volta dei medici italiani stanno per pubblicare uno studio scientifico sulla loro esperienza con le donne mutilate. (Fonte: "Liberali per Israele", per vedere i risultati di una ricerca sul tema permalink )
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A CHE PUNTO E' LA CONCRETA APPLICAZIONE DELLA MOUDAWANA NEL PAESE MUSULMANO PIU' SENSIBILE AI DIRITTI DELLE DONNE

LA GIORNATA DELLA DONNA E' UN ANACRONISMO

Cinque anni dopo il discorso del re, del 10 ottobre 2008, che presentava come effettiva la riforma del diritto di famiglia, la Moudwana, ecco l’intevista a due avvocatesse impegnate nella causa femminista marocchina per fare il punto sulla situazione.

Fadéla Sebti (nella foto, ndr) avvocato accreditata nel Foro di Casablanca, è una teorica del diritto delle donne marocchine. A lei si deve il primo approccio giuridico dell'evoluzione di questi diritti attraverso la sua guida ai diritti e agli obblighi, “Vivere musulmana in Marocco” (L.G.D.J. Parigi, 1986). Militante, ha anche permesso l'introduzione del contratto di matrimonio. Anche autrice del romanzo “io, Mirella, quando ero Yasmina” (il fennec, 1995).
Zahia Amoumou avvocato accreditata nel Foro di Casablanca, consulente per la Lega Democratica per i diritti donne (LDDF) nonch’ per la Fondazione nazionale per la solidarietà con le donne in emergenza (Insaf), e membro dell'Associazione democratica delle donne del Marocco (ADFM). Mediatrice per i litigi familiari, quest’avvocatessa di prima linea lavora oggi sulle problematiche delle donne marocchine immigrate all'estero.

Dopo quasi cinque anni dall’applicazione, quali sono i principali successi e gli inadempimenti della nuova Moudawana?

Z.A: Il matrimonio dei minorenni resta un grande interrogativo. Nei villaggi, i giudici concedono ancora troppo facilmente l'autorizzazione al matrimonio a ragazze di 13 o 14 anni. Si sarebbero voluto proibire totalmente il matrimonio dei minorenni, o comunque penalizzare i genitori che vi ricorrevano. E questo perché, molto spesso, il giudice vede messo dinanzi al fatto compiuto. Quando un padre fa un ricatto, presentandosi con la figlia già sposata con la “fatiha” o addirittura già incinta, il giudice non può che accettare la richiesta di matrimonio nel superiore interesse del bambino. Passano in secondo piano i diritti della ragazza, in particolare quello all’istruzione. Questo margine di manovra accollato al magistrato è troppo grande.
F.S: Appena quattro anni fa, una donna non poteva divorziare senza il consenso del coniuge. E, quando avveniva, era dopo lunghi anni di cause. Ma poteva essere ripudiata nel segreto di un retrobottega. Ormai, l'uguaglianza è un fatto di diritto. Solo la giustizia può risolvere i divorzi, e la solennità dell'aspetto giudiziario è un approccio che valorizza lo status di cittadino. La rapidità delle procedure (sei mesi al massimo) è certamente un punto a favore del nuovo codice della famiglia.

Il numero di divorzi è del resto aumentato in questi ultimi anni. Come interpretare quest'evoluzione?

F.S: L'entrata in vigore del nuovo codice della famiglia ha portato alla luce il disagio latente nell'ambito della coppia. Viveva una situazione paradossale: tradizionale quanto alla suddivisione dei compiti e delle responsabilità, moderna quanto al concorso materiale di ciascuno dei coniugi ai carichi familiari. Questa situazione esplosiva ha generato una nuova generazione di donne marocchine, poco propense a vivere soltanto un aspetto della loro vita. Capaci di coniugare l’uguaglianza per la loro vita professionale e la loro vita maritale. Sicure di esse, del loro valore intrinseco e del loro potere economico, sono meno disposte che le loro antenate a sopportare gli inconvenienti del matrimonio.

In quanto avvocatesse, osservate un'evoluzione dei comportamenti delle coppie in tematiche contemplate nel codice della famiglia?

Z.A: Genitori o fratelli sono favorevoli, almeno quando si tratta della figlia, della sorella o della madre. Ma quando parliamo della moglie, allora è diverso. Si osserva un vero sdoppiamento della personalità. Lo scorso febbraio, a Casablanca, un giudice ha considerato il lavoro domestico come un contributo della donna. Il magistrato gli ha dunque assegnato un'indennità: mentre il marito lavorava fuori, lei ha vegliato sui beni della casa e sui i bambini. Ha contribuito alla loro istruzione. Il dispositivo parla “di sforzo„ effettuato dalla donna, sforzo che ha permesso all'uomo di lavorare ed aumentare il suo patrimonio. È un lavoro condiviso. L'articolo è vago, ma il giudice saputo interpretare positivamente la situazione lavorando attorno alla parola “sforzo”. Questo giudice, che è anziano, ha dato prova di una grande audacia.

Quali sanzioni sono previste verso i giudici che non applicano correttamente la Moudawana?

F.S: Nessuna. Spetta al querelante respinto fare appello e, eventualmente, rifarsi in cassazione. (Fonte: "Kritikon")
Quattro anni dopo la sua promulgazione, il nuovo codice della famiglia è oggi una realtà nelle campagne?


F.S: Il problema non deve essere posto in questi termini. La questione non è di sapere se la riforma del diritto della famiglia ha ricevuto un eco nelle campagne. La riforma è lì. E se in campagna essa non ha ancora preso il volo non è un problema. Resta il fatto che, quando le ragazze ed i ragazzi istruito avranno notizia di questi diritti, li faranno propri. Li integreranno, generazione dopo generazione, nei loro comportamenti sociali.

Secondo voi, il lavoro di sensibilizzazione a questo nuovo testo ha stato sufficiente?

F.S: No. Ma non si può sempre accusare questa o quella istituzione. Il principio fondamentale è la legge non ammette ignoranza. Mi farete certamente notare l’alto tasso di analfabetismo. Ma questa è la vita. Occorre tempo.
Z.A: Lo sforzo di sensibilizzazione non è stato sufficiente. Coloro che non avevano stipulato un atto di matrimonio disponevano di cinque anni per regolarizzare la loro situazione, fino a febbraio 2009. Ma molti di essi non sanno nulla dell’incombenza. Lo Stato deve informarli, fare DVD anche in lingue dialettali, ad esempio, come fanno talune associazioni. Detto ciò, è bene ricordare che molte donne di livello socioeconomico medio non conoscono i loro diritti, mentre invece donne dei sobborghi più degradati, sono in tribunale, da attendere che sia aperto il loro fascicolo. Ognuna racconta la propria storia: una cugina o una vicina che hanno divorziato e sono riuscite a difendersi. L’ottenimento di diritti prima inesistenti. Si acculturano da sole. La donna non è più chiusa in uno spazio delimitato. Sa che esiste una legge che la difende, che penalizza ad esempio la violenza coniugale (articolo 404 del codice penale). Prima, si diceva che “non vale la pena di fare causa, tanto non cambierà nulla”.

Dopo il grande combattimento della Moudawana, dove ne è aujourd' oggi il movimento femminista?

Z.A: Ora, si chiede un vero tribunale della famiglia, come ne esiste per il commercio e l'amministrazione. Il suddetto tribunale della famiglia al Habous ne non è uno, ma appena una sezione del tribunale civile. Come nuovo combattimento, resta tutto uno lavoro sul diritto penale, per lottare contro tutto ciò che è discriminando tra i sessi nella legge.
F.S: Il movimento femminista si è un po'soffiato sul piano delle rivendicazioni. È normale. Dopo venti anni di combattimento, che sono arrivati all'attuale codice della famiglia, un'altra generazione si è realizzata. Non ha le stesse rivendicazioni, né le stesse preoccupazioni.

Il ministero della giustizia ha redatto, per la prima volta dall’entrata in vigore del codice della famiglia, un bilancio per l’anno 2007. Reso pubblico nel febbraio scorso, è stato criticato da molte associazioni femministe, che gli rimproverano di aver omesso una valutazione rigorosa dell’effettiva applicazione del nuovo testo.

• Quasi 300.000 i matrimoni celebrati con la nuova legge, con un aumento del 9% rispetto al 2006 (mentre nel 2004, primo anno dell'applicazione, si era rilevato un ribasso del 10%).
• Il numero di divorzi è aumentato del 14% tra il 2006 ed il 2007, le donne due volte più numerose degli uomini nel richiederli (più di 26.000 contro meno di 14.000).
La poligamia arretra: coinvolge soltanto lo 0,3% dei matrimoni contratti, e fa seguito ad un precedente contrazione del 3,6% registrata dal 2005 al 2006.
Il matrimonio dei minorenni rappresenta ancora un'unione su dieci. Nel 2007, l’85% delle domande sono state accettate. Secondo l'indagine della lega democratica dei diritti della donna (LDDF) nel 2006, la regione di Marrakech ha il record del paese: 1200 accettate su 2000 depositate.
• La prova DNA di paternità, per provare la figliolanza al di fuori del matrimonio, si applica molto difficilmente: il test è costoso (3000 DH), a carico della donna e resta sottoposta alla discrezione del padre supposto.
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ACCOLADE, LA PRIMA ROCK BAND "IN ROSA" DEL REGNO SAUDITA

Per sfuggire alle rigide norme islamiche le ragazze provano in luoghi nascosti e distribuiscono la musica sul web. Per la leader del gruppo “suonare è una sfida”, ma il sogno nel cassetto è tenere un vero concerto aperto al pubblico a Dubai. “Per mostrare a tutti quello che siamo capaci di fare”.


Jeddah (AsiaNews/Agenzie) – Non si possono esibire in pubblico, le loro foto non compariranno sulle copertine degli album, persino le loro prove sono fatte in gran segreto, per paura di offendere la morale e il pudore nel regno ultraconservatore. Nonostante tutto le componenti della prima rock-band tutta al femminile dell’Arabia Saudita – le AccoLade – non si fermano di fronte alla censura e ai taboo.
La band in rosa del rock saudita ha da poco completato il primo singolo, “Pinocchio”, che è già diventata una hit nel Paese con centinaia di ragazzi attaccati a internet per scaricare il file dal loro profilo ufficiale su MySpace (nella foto). Ora il progetto è quello di incidere un album, registrato in luoghi ben nascosti per sfuggire alle maglie della censura.
Le AccoLade sono quattro e tutte donne: la band è stata fondata da Dina – chitarrista – assieme alla sorella Dareen, che suona il basso; Lamia è la voce del gruppo, mentre Amjad si occupa delle tastiere. Il nome del gruppo si ispira invece ad un quadro del pittore pre-raffaelita Edmund Blair Leighton che Dina – studentessa di arte alla King Abdulaziz University – dice essere il suo preferito. (26/11)
Una sfida aperta che non intende sfociare nella provocazione aperta, per non incappare nelle ire della polizia saudita; da qui le prove in luoghi nascosti e i timori di repressione da parte dei fondamentalisti. A questi si aggiunge l’auto-censura sui testi e sui titoli delle canzoni: Dina rivela di aver voluto scrivere una canzone ispirata dal dipinto “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci. Una scelta che è stata poi lasciata cadere perché giudicata “troppo controversa”, visto che non sono ammessi simboli religiosi cristiani e i casi di conversione dall’islam sono punibili con la morte in base alla legge sull’apostasia.
La band ribadisce di voler continuare con il progetto musicale, mettendo da parte i classici stereotipi associati al rock: il fumo, l’alcol e le droghe. Il loro sogno nel cassetto resta quello di tenere un vero concerto a Dubai: salire sul palco e trasmettere le emozioni al pubblico. “Vogliamo mostrare a tutti – conclude Dina – cosa siamo capaci di fare”.
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LA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE VISTA DAGLI ARABI

Roma, 25 nov. (Apcom) - In tutto il mondo si celebra oggi la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: anche nel mondo arabo si moltiplicano le iniziative contro i soprusi e le aggressioni a milioni di donne, in una società come quella islamica, restia a condannare gli atti di violenza fisica del coniuge maschio contro la moglie. (…)
A ricordare le immane difficoltà delle donne arabe a rivendicare un diritto fondamentale, ci pensa la tv saudita al Arabiya che riporta gli strali dei fondamentalisti islamici: su tutti quello del presidente dell'Associazione degli Ulema algerini, lo Sheikh Abdul Rahman Sheiban, che "irritato" per le iniziative che si moltiplicano nel suo Paese afferma alla tv araba: "i promotori non sono mica più misericordiosi del padreterno che nel Corano ha ordinato di picchiare la donna dissociata al fine di educarla".
Ma Sheiban, che è anche un ex ministro degli Affari Religiosi nel suo Paese, oltre alle argomentazioni di fede, è preoccupato dall'immagine negativa che emerge della sua religione: "è politicamente scorretto perché deforma l'immagine dell'Islam che viene tacciato di violenza e aggressività, ma non c'è alcun dubbio che dal un punto di vista della Shariya islamica la questione è chiara: picchiare la donna e' una sanzione simbolica, come per farle capire che se un uomo arriva a usare le mano è perchè lei si sta avvicinando agli animali". E se non basta a chi si ostina a difendere la donna ricorda: "ma alle donne piace essere picchiate". (Fonte: Unpoliticallycorrect")

Ed ecco un esempio di "educazione" che alcuni vogliono dare alle bambine egiziane: permalink
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LONDRA VARA UNA LEGGE PER COMBATTERE I MATRIMONI FORZATI


Fino a due anni di prigione per i genitori che venissero trovati colpevoli.


E' entrata oggi in vigore in Inghilterra, Galles e Irlanda del nord, una legge che dovrebbe combattere la pratica dei matrimoni forzati.
La nuova legge, che sembra diretta soprattutto verso alcune minoranze etniche, permette a chiunque venga a conoscenza di un tentativo di intimidazione, di ricorrere al tribunale perchè emetta un ordine di "Marriage protection". Ai familiari dovrebbe dunque essere impedita ogni possibilità di portare la ragazza all'estero, di sequestrarle il passaporto o di esercitarle pressione sotto ogni altra forma. Coloro che dovessero essere trovati colpevoli d'aver costretto qualcuno a sposarsi contro la propria volontà, rischieranno d'ora in avanti fino a due anni di carcere.Ma la nuova legge, secondo quanto dichiarato dal ministro della giustizia britannico, Bridget Prentice, offrirà protezione anche a chi ha già dovuto subire un matrimonio imposto. Una pratica che, in Gran bretagna, porta ogni anno a più di 300 unione forzate, soprattutto all'interno della comunità pakistana. La legge era stata approvata in realtà un anno fa, ma è entrata in vigore solo. Nel frattempo è stata preceduta da un'ampia campagna d'opinione, che pubblicizza un numero "rosa" del ministero degli Interni, Esteri e Giustizia, cui possono rivolgersi delle vittime. (Fonte: "Peace Reporter", 25/11)
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giovedì 27 novembre 2008

IRAN, DONNA IMPICCATA PER OMICIDIO: UCCISE IL MARITO CHE STUPRAVA LA FIGLIA

L'ORGANIZZAZIONE HRW: CON Ahmadinejad, quadruplicato IL NUMERO DELLE ESECUZIONI.
La donna ha fatto a pezzi il «coniuge temporaneo».
Dieci le condanne a morte eseguite all'alba nel carcere di Ewin.

TEHERAN - Non si ferma il boia in Iran. All'alba nel carcere di Ewin, a Teheran, sono state impiccate dieci persone tutte accusate di omicidio. Ne ha dato notizia l'agenzia Fars.
«UOMO TAGLIATO A PICCOLI PEZZI» - «Dieci persone sono state impiccate per omicidio questa mattina nella prigione di Evin», ha riferito il magistrato incaricato dell'applicazione delle pene. Il giudice ha aggiunto che fra le persone giustiziate vi era una donna condannata a morte per «aver ucciso suo marito e aver tagliato il corpo in piccoli pezzi» (sempre che sia vero che l'abbia fatto a pezzi: l'articolo sul "Corriere" cartaceo era in dubbio, ndr).
Secondo alcune associazioni di difesa dei diritti umani la donna, Fatemeh Pajouh - che aveva contratto con l'uomo un "matrimonio provvisorio" - aveva ucciso il marito poichè l'uomo aveva violentato la figlia di 14 anni. Il "matrimonio provvisorio", autorizzato dall'islam sciita, è un contratto limitato nel tempo tra un uomo e una donna, le cui condizioni sono fissate dalle due parti. (Fonte: "Corsera")

La figlia, che oggi è adulta, ha cercato invano di salvare la madre.
Guardate anche questo video... : http://www.memritv.org/clip/en/1925.htm.
ESECUZIONI QUADRUPLICATE CON AHMADINEJAD - Dopo il trionfo della Rivoluzione Iraniana, nel 1979, il «regime dei mullah» ha definito oltre cento reati punibili con la pena di morte, tra cui l'omicidio, il traffico di droga, lo spionaggio, ma anche l'omosessualità, l'adulterio e la blasfemia contro l'Islam. Di recente il Parlamento iraniano ha approvato una legge che aggiunge alla lista anche il delitto di «alterare l'opinione pubblica», una misura che è stata duramente criticata dai gruppi a difesa dei diritti umani a causa della sua ambiguità. Lo scorso mese di settembre, l'organizzazione Human Rights Watch (HRW) ha detto che la tutela dei diritti umani in Iran è peggiorata con il governo di Mahmoud Ahmadinejad, al potere dal 2005. Secondo HRW, durante il mandato di Ahmadinejad, il numero delle condanne a morte «è quadruplicato». Con le ultime esecuzioni, il numero delle sentenze capitali eseguite quest'anno è almeno a quota 216 (fonte AFP). Secondo Amnesty International, nel 2007 l'Iran ha avuto il macabro primato di aver eseguito il maggior numero di esecuzioni capitali dopo la Cina (almeno 317).
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mercoledì 26 novembre 2008

ROMEO E GIULIETTA TRA EBREI E MUSULMANI



La storia di 'Romeo e Giulietta' con protagonisti musulmani e ebrei, che vivono i propri sentimenti al di là del conflitto. E' la chiave con cui almeno tre film quest'anno rielaborano la tragedia di Shakespeare: 'In Fair Palestine', realizzato da alcuni liceali di Ramallah; David and Fatima di Alain Zaloum, sull'amore tra un soldato israeliano e una ragazza palestinese, e il canadese Adam's wall di Michael MacKenzie, sul legame a Montreal tra un ragazzo di origine israeliana e una giovane libanese.
Dopo il debutto a gennaio in Palestina, sarà a dicembre al Sottodiciotto Festival di Torino, In Fair Palestine: a story of Romeo and Juliet, la docu-fiction realizzata 'no budget' dagli studenti delle due ultime classi superiori della Quaker-run Friends' School di Ramallah. Coordinato da un professore di inglese, Doug Hart, il film diretto da uno dei ragazzi, Yazan Al Nahhas, e interpretato dai suoi compagni, mescola la rilettura della vicenda di Romeo e Giulietta, a scene di vita di tutti i giorni dei ragazzi palestinesi.
Dopo il debutto a gennaio in Palestina, sarà a dicembre al Sottodiciotto Festival di Torino, In Fair Palestine: a story of Romeo and Juliet, la docu-fiction realizzata 'no budget' dagli studenti delle due ultime classi superiori della Quaker-run Friends' School di Ramallah. Coordinato da un professore di inglese, Doug Hart, il film diretto da uno dei ragazzi, Yazan Al Nahhas, e interpretato dai suoi compagni, mescola la rilettura della vicenda di Romeo e Giulietta, a scene di vita di tutti i giorni dei ragazzi palestinesi. (Fonte: "Liberali per Israele", 23/11)
Guardate anche permalink, permalink e http://www.memritv.org/clip/en/1915.htm da "Caposkaw.
"Abbiamo pensato di usare una piece che ha valori e principi universali e che tratta di matrimoni combinati, guerre tra famiglie, amore a prima vista, vita di adolescenti per esprimerci in una maniera diversa da quella in cui i media occidentali ci rappresentano" ha spiegato Tarek Knorn, cosceneggiatore e attore nel film. In questa versione modernizzata, che segue fedelmente il testo shakespeariano, i palestinesi Romeo (Abdul-Majeed Tahboub) e Giulietta (Deema Totah), appartenenti a famiglie rivali, si incontrano a una festa che celebra il pellegrinaggio alla Mecca. L'elemento del conflitto israeliano-palestinese, trattato solo marginalmente nel film dei ragazzi, è centrale invece in David and Fatima dell'egiziano-canadese Alain Zaloum, che comprende nel cast in ruoli di contorno, Martin Landau (nella parte di un rabbino anticonvenzionale) e Tony Curtis. La pellicola (che ha debuttato a Los Angeles a settembre), ambientata a Gerusalemme, ma girata quasi interamente negli Stati Uniti (più qualche scena in Israele) con interpreti statunitensi, ha vinto il Mondavi Award per la pace e la comprensione culturale. La storia è quella di David (Cameron Van Hoy) israeliano idealista impegnato nel servizio di leva, che nella città santa incontra e si innamora di una ragazza palestinese, Fatima (Danielle Pollack). Come prevedibile, la loro relazione incontra l'ostilità feroce delle rispettive famiglie. "Sono nato in Medioriente e ho una moglie israeliana, quindi penso di capire le ragioni e le tensioni tra le due parti - ha detto Zaloum -. Il fatto di essere di religione cristiana forse mi ha dato più obiettività nel raccontare questa storia" (vedi official web site).
L'amore contrastato tra un ebreo e una musulmana ritorna in Adam's Wall di Michael MacKenzie. Il film, prodotto e da poco distribuito in Canada ha avuto la sua prima mondiale al Festival du Nouveau Cinema du Montreal. Protagonisti della vicenda sono Adam (Jesse Aaron Dwyre), adolescente i cui genitori sono stati uccisi in Israele, che vive a Montreal con il nonno ebreo ortodosso, e Yasmine (Flavia Bechara), ragazza musulmana emigrata dal Libano con parte della sua famiglia, attivista per i diritti dei palestinesi. I due si incontrano a una protesta studentesca e tra loro scatta un legame immediato.
Ad ostacolarlo, l'odio del nonno di Adam per gli arabi e nuove tensioni legate all'improvvisa scomparsa in Libano della mamma di Yasmine. "Intorno a questo conflitto c'é una grande rabbia e io non volevo mostrarlo in una versione edulcorata - ha spiegato il regista - allo stesso tempo la storia è riportata a un contesto quotidiano. Non esistono soluzioni immediate per uno scontro come questo ma va ricordato che anche un piccolo gesto può aiutare".
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TRINIDAD E TOBAGO: UNA DONNA IN BURQA PUO' SEDERE COME GIURATO?


Secondo il ministro degli affari religiosi d'Egitto, il niqab è un'abitudine, non un obbligo religioso. Allora la vera questione è questa: una persona mascherata può sedersi in giuria, o anche come giudice?


Porto di Spagna, Trinidad: Un giudice dell'alta Corte del Trinidad e Tobago ha ereditato un compito difficile, determinare se una musulmana che porta il burqa che copre il viso può agire come giurato.
Il giudice Joan Charles ha deliberato dopo avere ascoltato le difese degli avvocati e l'Associazione degli avvocati in diritto penale.
La Trinidad Guardian riporta che gli avvocati hanno dichiarato che la legge sui giurati non permetteva al giudice di escludere questa donna dalla giuria.
La questione è diventata urgente quando una musulmana che sedeva come giurista si è presentata al tribunale coperta dalla testa ai piedi con il burqa, con soltanto una fessura all'altezza degli occhi.
Alla giurata è stato chiesto di tirar su il velo, in modo che il tribunale e l'avvocato potessero vedere il suo viso. Lei ha risposto che non aveva problemi a mostrare il suo viso ad una donna, ma certamente non agli uomini. Il tribunale le ha ordinato di mostrare il suo viso ad una poliziotta e ad una donna sceriffo allo scopo d'identificazione.
Secondo gli avvocati, "il semplice fatto che una potenziale giurata porti un hijab o il burqa non è di per sé una ragione d'esclusione di una giuria". Hanno sostenuto che le leggi di Trinidad-et-Tobago permettono alle parti dinanzi alla corte di rifiutare perentoriamente ogni giurato potenziale per qualunque ragione. (Fonte: "Scettico")
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SICUREZZA AL FEMMINILE

La polizia palestinese arruola donne per migliorare la sua immagine.

Da qualche tempo per le strade della città di Hebron, in Cisgiordania, la polizia palestinese arruola anche delle donne, che vengono impiegate per perquisire i sospetti di sesso femminile, e per migliorare l'immagine del corpo. Da ormai due anni, da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, il governo di Fatah che controlla la Cisgiordania è impegnato in quotidiane operazioni di polizia, per arrestare presunti terroristi, ma anche esponenti di Hamas, tra cui diversi deputati. Le perquisizioni casa per casa fino a due anni fa erano una prerogativa quasi esclusiva dell'esercito israeliano, ma oggi l'onere è stato in gran parte trasferito alla polizia palestinese, controllata dal presidente Abu Mazen. I nuovi corpi della polizia palestinese, che sono equipaggiati con armi di fabricazione statunitense, sono entrati in servizio in diverse città della Cisgiordania, con lo scopo di catturare i nemici di Israele e nel contempo consolidare il potere di al Fatah.
Le perquisizioni casa per casa fino a due anni fa erano una prerogativa quasi esclusiva dell'esercito israeliano, ma oggi l'onere è stato in gran parte trasferito alla polizia palestinese, controllata dal presidente Abu Mazen. I nuovi corpi della polizia palestinese, che sono equipaggiati con armi di fabricazione statunitense, sono entrati in servizio in diverse città della Cisgiordania, con lo scopo di catturare i nemici di Israele e nel contempo consolidare il potere di al Fatah.
La decisione di includere esponenti femminili nella polizia, e in particolare nei corpi incaricati delle perquisizioni domestiche, viene presentata come un'operazione per conquistare i cuori e le menti dei palestinesi. Le perquisizioni avvengono spesso di notte o nelle prime ore del giorno, normalmente accade che soldati irrompano in una casa e perquisiscano gli uomini, mentre le donne vengono rispettosamente messe da parte.
Ora a Hebron, invece, accade che le agenti donne prendono parte alle operazioni e si occupano delle femmine, prendendole da parte e perquisendole in modo da non offendere il loro pudore.
Secondo alcuni agenti di polizia, citati da Christian Science Monitor, in passato accadeva che le donne, contando sulla composizione maschile delle squadre di agenti, nascondessero armi sotto le vesti con la certezza di non essere perquisite.
Basterà questo tocco di rosa a far dimenticare ai palestinesi che stanno subendo dalla propia polizia lo stesso trattamento riservato loro dai soldati israeliani (sic)? Basterà arrestare i sospetti con “delicatezza” per far dimenticare le torture che i detenuti palestinesi subiscono, oltre che nelle carceri israeliane (nelle carceri israeliane? Ma dove? Ma quando?), anche in quelle dell'Anp? (Fonte: "Peace Reporter", 21/11) Leggi tutto ...

martedì 25 novembre 2008

ISLAMABAD, AL PARLAMENTO UNA LEGGE PER DARE "UGUALI" DIRITTI ALLE DONNE

Oggi nel diritto di famiglia sono molto maggiori i diritti del marito. Il Consiglio per l’ideologia islamica propone innovazioni per consentire alla moglie di chiedere il divorzio e preservare le sue proprietà. Ma ambienti estremisti lo accusano di “creare confusione”.


Islamabad (AsiaNews) – Creano scompiglio le proposte del Consiglio per l’ideologia islamica (Cii) di riforma del diritto islamico della famiglia, che prevedono maggiori diritti per la moglie in caso di divorzio. L’attuale legge riconosce il divorzio pronunciato dal marito “a voce” e in privato e dà scarsi diritti economici alla moglie.
Il Cii (gruppo di rilievo costituzionale con funzioni di consigliere giuridico per parlamento e governo, costituito nel 1962), propone che anche la moglie possa chiedere il divorzio, per iscritto, con obbligo del marito di accettarlo entro 90 giorni. Passato il termine, il matrimonio sarà comunque sciolto, a meno che la donna non ritiri la domanda. Consigliato, pure, che la donna dichiari i beni di sua proprietà, al momento del matrimonio, perché oggi molti mariti tolgono alle mogli, a seguito del divorzio, persino questi beni.
Asma Jahangir, presidente della Commissione pakistana per i diritti umani, spiega ad AsiaNews che, comunque, la donna ha già il diritto legale al divorzio, ma il vero problema è che spesso il marito non fornisce alcun sostegno economico a lei e ai figli. Ricorda che molti mariti cacciano moglie e figli di casa senza nemmeno divorziare né dar loro nulla.
L’avvocato islamico Hifza Aziz aggiunge che oggi l’uomo può risposarsi senza nemmeno dire alla nuova moglie del precedente divorzio.
La proposta ha suscitato ampie opposizioni nel mondo islamico e il mufti Munibor Rehman, ascoltato leader religioso, accusa il Cii di “voler inventare una nuova sharia” e “creare anarchia e caos nel Paese”. (20/11)
Anche Hanif Jalandhry, segretario generale dell’Alleanza delle organizzazioni delle scuole islamiche, accusa il Cii di “avere superato le sue competenze costituzionali, con la proposta di riforme non-islamiche nella legge”. Maulana Sami-ul-Haq, presidente del Jamiat Ulema-i-Islam-Sami, dice che il Consiglio “semina confusione tra la gente, con interpretazioni sbagliate della sharia”.
Accuse rifiutate da SM Zafar, presidente della Società pakistana per i diritti umani, che ripete che “il diritto della donna a domandare il divorzio è già praticato sotto il principio del Khula, il Cii vuole solo formalizzare questa prassi”.
Il Cii non ritira la proposta di legge, che sarà esaminata dal parlamento. Hamid Saeed Kazmi ha già detto, il 18 novembre all’Assemblea nazionale, che il governo “non sostiene” queste proposte, operate dal Cii a titolo personale. Il ministro per la Legge e la Giustizia, Farooq H. Naek, ha specificato che il parlamento non approverà una legge in contrasto con il santo Corano e la Sunnah.
Altro punto controverso è la proposta del Cii di consentire alle donne di fare il pellegrinaggio dell’Hajj (obbligatorio per gli islamici almeno una volta nella vita), senza un Mahram (“guardiano”), nel rispetto del diritto costituzionale a viaggiare senza limitazioni.
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PAKISTAN: UNA BAMBINA DI 7 ANNI SPOSATA AD UN ADOLESCENTE DI 15 ANNI PER ORDINE DELLA JIRGA

Le foto si riferiscono a bambine afghane: le prime due (di cui una tristemente celebre), a Ghulam Haider, 11 anni, sposata con Faiz Mohammed, 40 anni (40 anni questo qui?!). Sognava di diventare insegnante, ma è stata costretta a lasciare la scuola una volta fidanzata. Il padre della bambina, Mahmoud Haider, 32 anni, ha dichiarato di non essere felice di cedere la bambina, ma di essere costretto a causa della sua estrema povertà.
Nella terza foto Majabin Mohammed, venduta a Mohammed Fazal, 45 anni per pagare debiti di gioco. Con lei l'altra moglie del marito e il loro bambino.
L'ultima foto, anch'essa famosa, è della piccola Roshan Qasem, 11 anni, amica di Gulham, che posa sorridente e ignara del suo destino, con l'aitante marito Said Mohammed, 55. Anche quest'ultimo ha già una moglie e tre figli, una dell'età di Roshan.
Shikarpur - Pakistan: un jirga (tribunale tribale - consiglio "degli anziani" che si riunisce per regolare un litigio) che si è tenuto sabato a Lal Khan Jatoi nella zona del villaggio di Kot Shahoo, ha ordinato di dare una bambina di sette anni in matrimonio ad un adolescente di 15 anni, per regolare una disputa su un crimine d'onore (karo-Kari) tra due gruppi belligeranti.
Secondo le fonti: Gli anziani delle tribù Maashi Jatoi Khan e Khan Bajhi hanno convocato Jirga, che ha dichiarato Jhando Jatoi colpevole di avere relazioni illecite con la donna di Saindad Jatoi. "Il tribunale" ha ordinato a Gajjan Jatoi di dare Hajul sua figlia di solo 7 anni in matrimonio a Shadoo Jatoi, il figlio del querelante, in titolo di compensazione per l'affronto subito da parte di Jhando Jatoi (il fratello del querelante), come pure 1205 $ US (circa 950 €).
Più tardi, il matrimonio (nikah, o diritto di fornicare) è stato celebrato. La bimba è stata in seguito ricondotta in casa di suo padre. l commissario di Shikarpur, Khadim Hussain Rind ha ordinato un'azione in giudizio contro gli organizzatori della jirga. (Fonte: "Scettico", da Khadija Shah)
Sul tema delle donne cedute per riparare a uno sgarbo (vero o presunto), pagare debiti ecc., consiglio a stomaci forti che non l'avessero ancora letto "Disonorata dalla legge degli uomini", di Mukhtar Mai (Cairo Editore, 2006).
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lunedì 24 novembre 2008

TARIQ RAMADAN SMASCHERATO DALLA TURCO TEDESCA NECLA KELEK

Nel contesto italiano, nei giorni scorsi si elevata solitaria la voce di Magdi Cristiano Allam nella critica alle iniziative di Tariq Ramadan e di chi con lui si dice promotore di un “islam europeo”. Ma per fortuna Allam in Europa non è solo.
Della turco-tedesca Necla Kelek, il cui impegno in difesa delle donne musulmane è stato riconosciuto di recente con l’assegnazione del Premio “Donne-Europa-Germania”, in Italia si sa poco o nulla. Quando nel 2005 uscì in Germania il suo libro La sposa straniera, la denuncia di donne musulmane costrette a matrimoni combinati e “importate” come spose provocò violente proteste da parte di musulmani, di turchi e di loro amici politici. La Kelek venne accusata di ingigantire singoli casi. Donne d’origine turca impegnate in politica dichiararono pubblicamente d’essersi sposate per amore, con l’intento evidente di dimostrare che i matrimoni coatti non avevano nulla a che fare con la loro cultura e con l’islam.
E’ un fatto però che in Germania ogni anno migliaia di donne e uomini musulmani contraggano matrimonio dietro costrizione. “Le case che ospitano donne maltrattate e i consultori sono pieni”, ha scritto di recente la Kelek sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, perché le ragazze temono di essere portate durante le vacanze nei paesi d’origine dei loro genitori per essere lì maritate.” Ed è utile ricordare anche che la comunità islamica tedesca ha a che fare non solo con i matrimoni coatti, ma anche con i cosiddetti omicidi d’onore, con la violenza all’interno della coppia.

Dopo la triste e vergognosa vicenda che lo ha visto pessimo protagonista del boicottaggio della Fiera del Libro di Torino dell’anno scorso, Tariq Ramadan è stato indiscusso protagonista delle cronache dei giorni scorsi grazie alla sua partecipazione ai colloqui catto-islamici in Vaticano. Ebbene Ramadan è soggetto ben noto in tutta Europa e la stessa Necla Kelek ha già avuto modo di intervenire più volte per smascherare il vero fine delle sue iniziative. Tra queste, la più recente è proprio quella relativa ai matrimoni coatti. Lui e i suoi amici (le associazioni islamiche di Rotterdam e di Berlino, la “Inssan”, vicina ai Fratelli Musulmani, e Günter Piening, delegato della città di Berlino per l’integrazione) l’hanno chiamata “Mano nella mano contro i matrimoni coatti”. Ma l’iniziativa alla Kelek non è piaciuta proprio. (Fonte: "L'Occidente")
Pur giudicando positiva l’ammissione implicita di “un problema proprio della società islamica”, la sociologa l’ha stigmatizzata come “un tentativo di catturare quelle giovani musulmane finalmente cresciute nella loro autocoscienza e di consigliarle secondo un punto di vista musulmano, evitando così che possano recarsi nei consultori statali, oppure possano cercare rifugio nelle case per donne maltrattate e dunque che possano allontanarsi da Allah” (così dall “FAZ” del 29 luglio scorso).
L’iniziativa è stata presentata nei mesi scorsi nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino, insieme ad una brochure in otto lingue che ne illustra i contenuti. In realtà, in nessun passo del libretto viene riconosciuto al singolo il diritto di decidere se sposarsi o meno. “La famiglia forma il nucleo della società islamica”, si dice, “ed il matrimonio nell’islam è l’unica maniera consentita di formare un famiglia.” Ma quale famiglia abbia in testa Ramadan ce lo spiega ancora la Kelek: “Con essa non si intende un nucleo costituito da madre, padre e figli, ma la grande famiglia, la stirpe. In questo modo, dalla comunità dei musulmani, la “umma”, deriva la cultura delle famiglie.” Sempre nel citato libretto si legge ancora a proposito della mutua assistenza: “In una cultura delle famiglie, la famiglia è più importante dell’individuo. La famiglia si comporta come unità per essere riconosciuta a tutti gli effetti come qualcosa di integro da parte delle altre famiglie del contesto sociale […]. Ogni individuo deve agire nell’interesse della famiglia.” “E se questo non accade”, è il commenta della Kelek, “viene ferito l’onore della famiglia.”
La sociologa, nonostante i frequenti attacchi dagli ambienti “liberal” oltre che musulmani, è figura stimata in Germania al punto da essere stata anche cooptata come consulente per l’immigrazione per il Land Baden-Wüttenberg e conosce come poche altre la condizione delle donne musulmane in Occidente. Da anni sostiene che il modello sociale musulmano è fondato sul controllo che gli uomini esercitano sulla donna e per questo motivo non crede nelle buone intenzioni di Ramadan e compagnia. Piuttosto interpreta anche questa iniziativa sui matrimoni coatti come “propaganda per la costrizione musulmana al matrimonio”, come una vera e propria “truffa”, pensata ancora una volta a spese delle donne.
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LA FEDE DI AMAL


Amal Soliman, donna egiziana di 32 anni, sposata e madre di tre figli, potrebbe entrare nella storia del suo Paese. Potrebbe, infatti, essere la prima donna a diventare mazouna, il funzionario amministrativo che celebra i matrimoni e sancisce i divorzi.

In un Paese islamico, la figura del celebrante è a metà strada tra il religioso e il burocratico, e il ruolo di celebrante prevede la recita di alcune sure del Corano e vidima i certificati ufficiali. Niente di che, ma comunque il Committe of Egyptian Mazouns, l'organizzazione di categoria, vieta a Amal l'accesso alla professione.''Nel 2007 uno dei due mazouns della mia zona è morto. A me, che volevo lavorare ma anche passare molto tempo con i miei figli, è sembrata una buona opportunità di lavoro'', ha raccontato Amal alla tv al-Jazeera, ''mi sono presentata alla Corte nei termini previsti per presentare la mia candidatura. Ero sicura di vincere: su dieci candidati ero l'unica ad avere un dottorato in diritto islamico. Ma non avevo fatto i conti con il mio essere donna''. Eppure, ai sensi della religione, questo non significa nulla. ''Nulla osta al fatto che una donna faccia questo mestiere, me l'ha confermato anche un grande Muftì (esperto giureconsulto islamico), secondo cui è un lavoro amministrativo e non religioso''. Le cose, però, non vanno così. ''Quando mi sono presentata con mio marito presso la Corte, la mia domanda non è stata accettata. Il motivo: ero una donna e per il consiglio dei mazouns la mia candidatura era irricevibile, nonostante gli stessi giudici della Corte mi ritenessero qualificata. Il mio caso è diventato d'interesse nazionale, grazie anche all'aiuto di alcuni giornalisti e di alcune organizzazioni femministe. Questo mi ha causato momenti terribili: minacce, insulti a me a alla mia famiglia. Alla fine ho vinto, però, anche se aspetto la nomina definitiva del ministero della Giustizia egiziana. Non sarò davvero contenta fino a quando non comincerò a lavorare, anche se mi rendo conto di aver segnato un momento importante per l'emancipazione dei diritti delle donne in questo Paese''. (Fonte: "Peace Reporter")
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IL MINISTRO DEGLI AFFARI RELIGIOSI EGIZIANO: "IL NIQAB NON E' UN OBBLIGO"


Quando i ministri dei paesi musulmani hanno più coraggio (e buon senso) dei nostri papaveri politici.

IL CAIRO – Il ministro egiziano degli affari religiosi è intervenuto nel dibattito, che attualmente infervora l’Egitto, circa l’obbligo del porto del niqab, scrivendo un libro nel quale riassume come questa pratica non sia islamica. Il quotidiano indipendente Al-Masry al-Yom ha pubblicato alcuni estratti del lavoro del ministro degli affari religiosi Zaqzuq Mahmoud Hamdi, intitolato “il velo, un'abitudine, non un obbligo religioso”, che il ministero provvederà a distribuire in modo capillare nelle moschee del paese.
“Non permetterò la propagazione della cultura del niqab in Egitto”, ha scritto il quotidiano, che cita il ministro. Il niqab è sempre stato un argomento di dibattito fra le scuole di giurisprudenza sunnita. A tutt’oggi, nell'ambito della maggior parte di esse si sostiene come il niqab non sia necessario. Ma, tuttavia, tutte le scuole pretendono che la donna copra tutto il corpo, salvo il viso e le mani. Il libro di Zaqzuq cita decreti del mufti dell'Egitto, il capo dell'università islamica Al-Azhar ed altri decreti che attestano come il niqab non abbia basi nel corano o negli hadith – ossia le tradizioni e le parole attribuite a Maometto. Nell'Egitto moderno, il niqab oramai sempre associato ai seguaci della scuola salafita, che è l'interpretazione dominante dell'islam in Arabia Saudita. Il ministero aveva precedentemente annunciato che avrebbe pubblicato dei libri per contrastare la corrente salafita nel paese.
Va riconosciuto che il ministro egiziano potrebbe dare più di una lezione ai nostri “dialogisti” ed alle nostre elites politiche.
Il niqab è un accessorio retrogrado, antico, legato ad una vetero-cultura che disumanizza la donna.Zaqzuq Mahmoud Hamdi dice che la propagazione del niqab in Egitto deriva dall'influenza dell'islam salafita e wahabita di radice saudita. E dice bene.Egli stesso ha compreso che conviene intervenire per proteggere la cultura egiziana da questo orrore.
Fosse successo in qualche paese occidentale, il ministro in questione starebbe già grocchiolando sopra una scomoda graticola. (Fonte: "Kritikon")
Gli islamisti, generalmente affiliati ai fratelli musulmani e generosamente finanziati dalla lega islamica mondiale che ha base operativa alla Mecca, sanno oramai ben utilizzare strumenti psicologici, giuridici e mediatici che fanno riferimento al concetto di tolleranza.Quanto basta per introdurre nella altre culture, non solo occidentali, ma anche del Maghreb musulmano, compromessi che, secondo i termini di Mohamed Pascal Hilout, sono immorali. Le nostre elite sono riuscite a deviare il senso “dei diritti umani”, diventati oramai “un diritto alla disumanizzazione” nel nome della tradizione e dell’identità.Ed i moventi politici o economici, che spesso accompagnano queste sfide, non hanno mai mancato di generare gli utili idioti tanto ricercati dai “fratelli musulmani” e dagli attivisti “saudito-salafiti”.
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domenica 23 novembre 2008

LA STORIA DI NASREEN: COSTRETTA A FUGGIRE, MA DECISA A NON TACERE

La scrittrice Taslima Nasreen, molto attiva sul fronte della difesa dei diritti delle donne, è stata costretta ancora una volta a lasciare l'India per le minacce dei fondamentalisti islamici. Una vita in costante pericolo, come quella di tanti altri personaggi, musulmani e non, perseguitati nel mondo islamico per la loro lotta contro la sharia.


“E’ la persona più coraggiosa o più priva di senno che abbia mai incontrato”: così uno dei suoi migliori amici definisce Taslima Nasreen. Di certo non c’è alcun dubbio sul coraggio della scrittrice nata nel 1962 da una famiglia musulmana a Mymensingh, nel Pakistan orientale, poi diventato Bangladesh nel 1971 con la conquista dell'indipendenza. Figlia di un medico di contea e di una donna devotamente religiosa, Taslima si è improvvisamente ritrovata al centro dell’attenzione a causa dell’ira suscitata nei fondamentalisti islamici dai suoi scritti laici e in difesa dei diritti delle donne.
Dopo la pubblicazione del suo primo libro di poesie nel 1986, la Nasreen si è subito impegnata in un'attività giornalistica di denuncia della crescente oppressione delle donne e della terribile escalation di violenza nel suo paese. La situazione si è aggravata in particolare dopo il 9 giugno 1988, definito un “giorno nero” dal forum interreligioso Bangladesh Hindu Bouddha Christian Oikya Parishad – che riunisce fedeli indù, buddisti, cristiani e musulmani. In quella data, infatti, è stato inserito un emendamento alla Costituzione bengalese del 1972, promulgata all’indomani della dichiarazione d’indipendenza dal Pakistan, secondo il quale “l’Islam è la religione ufficiale della Repubblica, anche se le altre religioni possono essere praticate in pace e armonia”. In realtà, la normativa ha portato a una sempre maggiore islamizzazione del Paese, nel quale le minoranze religiose devono subire una dura campagna di “repressione” e si trovano oggi costrette a richiedere a gran voce che si ritorni alla originaria “laicità” dello Stato, mettendo fine a un ventennio di soprusi che ha reso i non-musulmani “cittadini di serie B”.
Talisma conduce pertanto da anni una vera crociata contro le forze organizzate dei fondamentalisti in Bangladesh, dando prova di quanto la coscienza sopravviva anche nelle circostanze più difficili. Non è la prima donna ad aver portato avanti una simile battaglia, anche se probabilmente si espone in maniera più diretta ed esplicita rispetto a icone bengalesi a lei precedenti, come Jahanara Imam e Begum Sufia Kamal, che tanto hanno predicato l’umanesimo liberale. La vita di Taslima è stata un susseguirsi di minacce di morte e conseguenti fughe. Ha dovuto abbandonare la sua patria nel 1994 in seguito all’accusa di blasfemia pronunciata da alcuni estremisti islamici per i contenuti di un suo celebre romanzo – intitolato “Lajja”( “La vergogna”) e ambientato nel Bangladesh – nel quale racconta la vita di una famiglia di religione indù perseguitata dai fondamentalisti. L'organizzazione «Soldati dell'Islam» l’ha colpita con una “fatwa” (la condanna a morte scagliata anche contro lo scrittore Salman Rushdie nel 1989) e ha messo una taglia su di lei. Nel 2002 è stata poi condannata ad un anno di reclusione dai giudici dello stesso stato bengalese. E’ cominciato così il suo peregrinare: è approdata in Europa e negli stati Uniti, per poi stabilirsi a Calcutta in India, dove ha chiesto un permesso di soggiorno permanente. Ma le autorità le concedono solo visti rinnovabili ogni sei mesi, preoccupati per una possibile reazione ostile degli oltre 140 milioni di musulmani indiani. Ed è proprio di pochi giorni fa la notizia che la scrittrice bengalese è stata nuovamente costretta a lasciare l’India, a soli sette mesi di distanza dal suo precedente esilio in Svezia. Taslima si è detta però convinta di voler tornare a Calcutta il prossimo gennaio, sebbene non nasconda le sue preoccupazioni sul fatto che proprio l'India, “che si vanta di essere la più grande democrazia del mondo” potrebbe non darle ospitalità. (Fonte: "L'Occidentale")
Nonostante tanta incertezza sul suo futuro, Taslima ha promesso che non si farà intimidire: “Succeda quel che succeda, non riusciranno mai a farmi tacere”.
La sua immagine di autrice dal carattere forte e dalle ferme convinzioni le ha garantito una calorosa schiera di approvazioni da parte dei cittadini privati e degli intellettuali, ma ad un prezzo davvero alto. Nessuno è andato oltre il supporto morale, sperando probabilmente come chiunque altro che la scrittrice riuscisse a sopravvivere all’aberrazione. I suoi sostenitori in India si muovono in un terreno assai delicato, e nessuno si sognerebbe di creare un caso con il paese di origine di Taslima.
Del resto la Nasreen non è l’unica ad essere costretta a vivere perennemente in fuga, a causa delle minacce dei fondamentalisti islamici. Un esempio per tutti è rappresentato da Mohammed Ahmed Hegazy, forse il più famoso cristiano in Egitto, vissuto per gran parte della sua vita secondo i dettami del mondo musulmano e poi convertitosi al Cristianesimo. Hegazy ha richiesto formalmente che la sua carta d'identità riflettesse la sua nuova fede e così la sua faccia è stata mostrata in televisione e sui giornali, sconvolgendo letteralmente la sua vita e rendendolo un bersaglio vivente per i fondamentalisti di tutto il mondo. Si trova in costante pericolo, rinnegato anche dai suoi stessi familiari. In una recente intervista ha affermato che la sua situazione è simile a quella di molti altri cristiani, perseguitati dallo Stato e dalla loro famiglia, perché la costituzione egiziana è basata sulla sharia (legge islamica).
Anche in Europa non sono mancate minacce e azioni da parte dell'estremismo islamico. Basti ricordare il filosofo francese, Robert Redeker, che dal 2006 vive sotto protezione della polizia per le minacce ricevute dopo la pubblicazione di un suo articolo critico verso l'Islam. Per questo è stato condannato a morte con una fatwa e i fondamentalisti, utilizzando soprattutto il web, hanno invitato gli islamici francesi ad emulare l'olandese di origine marocchine, Mohamed Bouyeri, che poco prima aveva ucciso il regista Theo Van Gogh per il cortometraggio Submission ("Sottomissione", traduzione letterale del termine arabo "Islam").
Proprio su questa dimensione senza confini torna a concentrarsi il pensiero di Taslima Nasreen. La sua convinzione è che la natura umana si trovi di fronte ad un futuro incerto. Nuove forme di rivalità e conflitti si profilano minacciose all’orizzonte. In particolare, due sono i diversi concetti che si oppongono l’un l’altro: il laicismo ed il fondamentalismo. “Non sono d’accordo con chi ritiene che lo scontro sia tra le religioni o tra Oriente e Occidente”, ha scritto Taslima.“Per me questo conflitto di base è tra il pensiero logico e razionale da una parte e la fede cieca e irrazionale dall’altra. Per me si tratta di un conflitto tra la modernità e l’anti-modernismo”. Dunque ciò che vuole sottolineare è che mentre alcuni lottano per andare avanti, altri lottano per tornare indietro, dando vita ad un profondo conflitto tra innovazione e tradizione, “tra coloro che danno valore alla libertà e coloro che lo negano”.
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SAMIA, IN NOME DEL PADRE

Ha un sogno, non soltanto politico. Per l'Africa, oltre che per il Ghana. La figlia di Kwame Nkrumah, eroe dell'indipendenza, è candidata alle prossime elezioni. Nell'anno e nel segno di Obama.

La baracca è piena di gente. Gli sguardi sono tesi e fissi sul televisore. All'improvviso, un grido corale. Intenso e liberatorio. Poi gli abbracci e la bandiera agitata con forza. Rosso, oro, verde, con la stella nera al centro. The Black Stars, i giocatori della nazionale ghanese di calcio, hanno appena battuto quelli del Lesotho: altro passo utile per raggiungere la fase finale della prossima Coppa del mondo. Sudafrica 2010: la prima volta nel continente. Aleuwboah esce da quello che qui tutti chiamano bar, in realtà un rettangolo di terra battuta coperto dal tetto in lamiera. Corre verso la strada principale: l'unica traccia di asfalto nel villaggio di Nvelenu, a meno di 50 chilometri dalla frontiera con la Costa d'Avorio. Si ferma a respirare. Punta il poster appeso al palo di legno. Si avvicina. Appoggia le labbra sul viso di "Samia Yaba Nkrumah", come si legge sotto il volto della donna sorridente. "È la figlia di Kwame Nkrumah, il primo presidente del Ghana", urla l'uomo. "Senza di lui, senza di loro, non ci sarebbe il Ghana. Non ci sarebbe la nostra nazionale".

UNA DONNA SORRIDENTE

La stessa donna sorridente del poster passeggia sulla spiaggia di Accra. Il telefono in una mano, le scarpe con il tacco nell'altra. Si ferma a guardare l'oceano. Samia Yaba Nkrumah, splendida 48enne, è tornata a scoprire la terra in cui è nata, dove ha vissuto "per troppo poco tempo". Vent'anni fa. Ha deciso di fermarsi. Ispirata dalla memoria e forse anche dai sogni del padre: Kwame Nkrumah, l'uomo che il 6 marzo del 1957 emancipò la sua nazione - prima in tutto il continente - dal dominio coloniale. Il simbolo che diede forza all'ideale di un'Africa unita. Un sogno che durò meno di dieci anni. "Fu la Cia a volere il colpo di Stato militare con cui mio padre venne deposto, nel febbraio del 1966", ricorda Samia. All'epoca lei aveva sei anni. "Quello stesso giorno lasciammo il Paese e raggiungemmo Il Cairo, la città di mia madre Fathia. Poi ci spostammo ancora. Da allora mio padre non l'ho più rivisto: visse in Guinea, in esilio, fino alla morte, avvenuta nel 1972. Noi invece tornammo in Ghana, nel 1975". Con la madre e i fratelli Gamal e Sekou. Seguirono anni da adolescente ad Accra, per Samia. Poi, altre partenze: destinazione Europa, e ancora Egitto; gli studi, dedicati ad Africa e Medio Oriente. Il lavoro, da giornalista. Finché, conosciuto Michele, suo attuale marito, Samia si è stabilita a Roma. E oggi l'unica figlia femmina di Nkrumah (oltre agli altri due figli maschi avuti da Fathia, c'è Francis, dalla moglie precedente, oggi un anziano medico) intende riprenderne l'eredità politica. Candidandosi a un seggio parlamentare nella regione rurale di Jomoro, dove nacque il padre. "È il momento giusto per dare un contributo al mio Paese e un seguito alla visione politica di Nkrumah. Le sue idee sono ancora valide, e io voglio fare la mia parte". (Fonte: "La Repubblica", 21/11)

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NEL VILLAGGIO DIMENTICATO Ralousus Ackah se ne sta seduto nel suo piccolo negozio di ricariche per cellulari, una delle poche attività commerciali del villaggio di Ellonyin. "Ho aperto quando arrivarono i ripetitori", spiega l'uomo, appoggiato alla parete fatta di assi di legno. "Guadagno abbastanza per sopravvivere, ma...". Indica i figli seduti accanto a lui e aggiunge, nel suo inglese stentato: "Loro non hanno nulla da fare: qui non c'è lavoro e noi non abbiamo i soldi per mandarli a scuola". Ralousus ricorda. "Quando Kwame Nkrumah dichiarò l'indipendenza del Ghana ero un bambino, ma fu grazie a lui se la nostra gente ritrovò la speranza e ricevette un'educazione". Il vento spira forte e mulinelli di polvere si alzano tra gli abitanti del villaggio, incuriositi dalla nostra presenza. Molti di loro sono scalzi, parlano quasi soltanto nel dialetto locale. "Samia Nkrumah viene a candidarsi dove suo padre è cresciuto", incalza l'uomo. "E io vi dico che la voterò. Per suo padre. Perché faccia come lui, restituendo ai nostri figli quello che noi abbiamo perso: il diritto allo studio".

L'auto percorre gli ampi viali della capitale, Accra. Yesman guida e Samia guarda fuori dal finestrino, con occhi attenti. Ogni giorno questa donna sembra scoprire qualcosa di nuovo, riannodando i fili della memoria. Ma ciò che più le interessa è conoscere quei piccoli villaggi abitati da contadini e pescatori, stretti tra le campagne e l'oceano, nella regione dove ha deciso di candidarsi. "Mi chiedono perché ho scelto una zona così remota", racconta, districandosi tra decine di telefonate. "Ma è proprio questo il mio modo di fare politica: meno chiacchiere, più fatti. Perché la gente si aspetta di vedere i propri candidati sul terreno". Jomoro come palestra politica, dunque? "Voglio conoscere e capire il mio Paese, innanzitutto. E iniziare dalle mie origini mi aiuterà". Samia ha già fatto sue le idee del padre. Anche se, in tutto questo tempo, il Ghana è cambiato. Molto. Deformato da anni di dittatura militare e riforme economiche improvvisate, stretto nella morsa della guerra fredda prima e dello sviluppo ordinato dalle agenzie internazionali poi. "Ma ora dobbiamo avere una priorità: l'alfabetizzazione. Non possiamo parlare ai cittadini di riforme, di Unione Africana addirittura, se non garantiamo un'educazione di qualità ai giovani", aggiunge prima di partecipare a un incontro con i membri del Cpp (Convention People's Party), il partito a cui ha aderito. Quello fondato da suo padre.

DO YOU SPEAK NZIMA? I divani sono allineati lungo la strada che conduce a Beyin, cittadina doganale a ridosso della frontiera ivoriana. L'uomo seduto nella poltrona arancione si chiama Obaa Boatema e costruisce salotti economici: un'attività familiare ereditata dal padre, che impagliava le sedie nella piazza del villaggio. Obaa osserva la candidata sorridere da un cartellone elettorale e le restituisce un ghigno scettico. "Dimentichiamo per un attimo il cognome", attacca. "Lei è mai stata in questa regione? Parla nzima, la nostra lingua? Come pensa di poter aiutare la mia gente?". La campagna politica di Samia divide. E fa discutere. "Non si può presentare come la figlia dell'eroe dell'indipendenza, salutare, chiedere voti e poi andarsene". Intorno a Obaa si sono radunate altre persone. Qualcuno sostiene che Samia Yaba Nkrumah, in realtà, ambisca alla presidenza della Repubblica. "Anche il padre, in fondo, non ha fatto nulla per noi", grida un vecchio sdentato. "Siamo i più poveri di tutto il Ghana. E questa regione rimane un luogo dimenticato da tutti".

MARTIN LUTHER KING La luce del sole filtra dalle finestre, illuminando la sala in cui Samia si muove lentamente. Siamo nel mausoleo dedicato a Kwame Nkrumah, nel centro di Accra. Incuriosita, si sofferma su un'immagine: suo padre ritratto con Martin Luther King, nel giorno dell'indipendenza. "C'era anche l'allora vicepresidente americano Nixon", sorride ricordando i racconti ascoltati in casa. "A un certo punto si avvicina a King e gli domanda: "Com'è sentirsi liberi?". L'altro lo guarda serio e gli risponde: "Che ne so? Io vengo dall'Alabama"". Tempi lontanissimi, visti da questa fine del 2008 nel nome di Obama. "Una vittoria importantissima e simbolica", si illumina Samia. "Il trionfo della politica del dialogo". Valori a cui Samia dice di credere molto, nonostante le critiche dei suoi detrattori. "Non parlo nzima, è vero. Ma ho vissuto in tanti luoghi diversi e credo che la comunicazione valga molto più di una lingua. E, per promuovere l'approccio panafricano, occorre combattere la divisione su base micro-identitaria". Cita una frase di Nkrumah, rivolto ai leader africani: ""L'indipendenza per il solo Ghana non ha senso". Perché il panafricanismo è un ideale più grande, abbraccia tutti gli africani. Anzi, i neri di tutto il mondo. Il progetto di mio padre era profondamente culturale. Ora tocca a me portarlo avanti". Pausa. Poi aggiunge un'altra riflessione su Obama. "Per i neri di tutto il mondo la sua elezione è un'apertura per il futuro. Un meticcio alla guida della più potente nazione del mondo fa cambiare colore, metaforicamente, alla questione razziale".

TIFOSI Dominique sembra posseduto. Si agita nella sua camicia gialla e ripete ossessivamente: "Doctor Nkrumah. Doctor Nkrumah". Il passaggio della figlia del suo eroe nel villaggio è un sogno che si sta per realizzare. "Samia farà come suo padre. E il Ghana tornerà a essere protagonista". Poi, di colpo, ferma le parole. Il rumore di un fuoristrada si avvicina. Dominique corre verso l'inizio del villaggio, urlando. "Kwame Nkrumah, Kwame Nkrumah". Compare l'automobile. Dal tettuccio aperto spunta Samia. Sul vestito porta l'immagine del padre. E il motto del Ghana: "Libertà e giustizia". Alza le braccia e saluta il primo abitante che le corre incontro, agitandosi dentro una camicia gialla. Dietro di lui, tra le case, urla di gioia, abbracci e bandiere. Un tifo così, da queste parti, si era visto solo per la nazionale di calcio.
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