domenica 29 novembre 2009

A PRESTO!

Vado via fino al 2!
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giovedì 26 novembre 2009

NEW YORK, TENTA DI SGOZZARE SUO MARITO "CRUDELE" CHE LE FACEVA MANGIARE MAIALE

Per questa demente incoranizzata non era abbastanza "buon musulmano" per i suoi gusti.

Staten Island-NY - perché non era il pio musulmano che credeva di avere sposato e che in più la incitava a mangiare maiale ed a bere alcol, una donna di 37 anni, di origine pakistana, ha tentato di sgozzare suo marito mentre dormiva. In una confessione scritta di 4 pagine, Rabia Sarwar racconta gli episodi di crudeltà psicologica ed emozionale che l' avrebbero portata, ieri mattina, a volere sgozzare suo marito, Sheikh Naseem, che insegna matematica all'istituto universitario Susan Wagner di New Brighton nello stato di New York. “Ho fatto tutto il possibile per tagliargli la gola ma si è svegliato ed è riuscito a togliermi il coltello„ si può leggere nella deposizione. Secondo l'avvocato della signora Sarwar, Sheik Naseem era un uomo crudele che aggrediva sua moglie. Alla vigilia dell'incidente l' avrebbe letteralmente minacciata di fare mutilare i suoi genitori. Rabia Sarwar, di origine pakistana, ha dichiarato agli inquirenti che cinque mesi fa quando le hanno presentato il marito per un matrimonio combinato, Sheik Naseem si era presentato a lei come un musulmano praticante. Ma è stato soltanto dopo il matrimonio che ha potuto scoprire la vera personalità di suo marito, che, ad esempio, prima di conoscerla aveva frequentato soltanto dei non musulmani e che considerava anche Salman Rushdie come uno dei suoi autori preferiti. Di più l' avrebbe forzata a condursi in modo che va contro le sue convinzioni religiose: “Mi obbligava a fare cose che non gradivo come mangiare maiale, bere alcol, portare abiti che la scoprivano troppo e facevo tutto ciò che chiedeva perchè fosse felice.„ (Fonte: Per la pace e l'amicizia tra i popoli , 30/10)
Ieri, alle 3 di mattina, Rabia Sarwar “sì non ne poteva più„ ed ha aggredito suo marito addormendato lacerandogli il collo varie volte, la guancia e la mano destra con un coltello gridando “ è l'ora per te di morire! „ e “i tuoi bambini saranno orfani! „, riferendosi ai due bambini che ha avuto da un primo matrimonio. Dopo essere riuscito ad afferrare l'arma dalle mani di sua moglie si é accorto che lei aveva nascosto tutti i telefoni di casa, allora é corso dai vicini per chiedere aiuto. Quanto a Sheikh Naseem ha dichiarato in un'intervista al giornale The Post che sua moglie aveva molte difficoltà ad adattarsi allo stile di vita americano: “Provava a fare come me, ma poi andava a dire ai suoi genitori che era uscita per bere un bicchiere con me e con questo sua madre ha iniziato a fare osservazioni scortesi nei miei confronti. „ Intraprenderà fin d'ora le pratiche di divorzio ma non crede che sua moglie debba essere condannata alla prigione: “È una demente ed ha bisogno di un trattamento in un ospedale psichiatrico. Le auguro soltanto del bene per la sua vita futura. Spero che potrà uscirne. „

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CONVERSIONI DALL'ISLAM AL CRISTIANESIMO


EGITTO: DINA 15 ANNI CHIEDE AIUTO A OBAMA

In questa lettera scritta a mano in Arabo (vedere sopra), postata in vari siti copti, Dina (nella foto col padre) si lamenta dei cattivi trattamenti inflitti alle minoranze religiose dal governo egiziano e chiede a Barack Hussein Obama la sua mediazione.

“Signor Presidente Obama,
siamo una minoranza in Egitto. Siamo mal trattati. Ha detto che la minoranza musulmana in America è molto ben trattata, allora perché non siamo trattati qui allo stesso modo? Siamo imprigionati nella nostra casa perché i musulmani religiosi hanno chiamato all'omicidio di mio padre, e adesso anche il governo ci rinchiude, siamo prigionieri nel nostro paese. „ Dina aggiunge " io ho soltanto 15 anni, ma spero tuttavia che il mio messaggio giungerà al presidente Obama„
La famiglia El-Gowhary si è vista impedita dalle autorità di lasciare l'Egitto il 17 settembre 2009, senza alcuna ragione giuridica. Gli hanno detto, tuttavia, che l'ordine veniva da un'alta autorità.
Dina, è la figlia di Maher el-Gowhary, conosciuto anche sotto il suo nome di battesimo Peter Athanasius. La famiglia ha segretamente abbracciato il cristianesimo 35 anni fa. Ma nell'agosto 2008, ha lanciato una procedura contro il governo egiziano per potere modificare ufficialmente il suo nome sui suoi documenti per dichiarare la sua nuova identità cristiana (perchè nel moderato Egitto c'è la voce religione nei documenti!, ndr) . Ha perso il suo processo nel giugno 2009. Secondo il decreto del giudizio, la conversione religiosa di un musulmano è contro la legge islamica della charia e costituisce una minaccia “all'ordine pubblico„ in Egitto. Ha fatto appello a questa sentenza.
Peter e Dina vivono nella clandestinità da quando ha depositato tale reclamo, perché le autorità religiose musulmane lo hanno dichiarato apostato e molte fatwa (editti religiosi), chiamando “a versare il suo sangue„ sono state emesse. Cambia spesso di nascondiglio, per evitare di essere ucciso, e degli amici gli forniscono gli alimentari. “Non possiamo dormire, mangiare o uscire in strada„, dice. Peter pensa che le autorità esercitino pressioni su lui e Dina, affinché si riconvertano all'islam.


GRAN BRETAGNA, GUAI A CHI DIVENTA CATTOLICO

La deriva della politically corectness britannica arriva persino a generare forme odiose di discriminazione nei confronti dei cristiani. È accaduto ad una donna, – che chiamerò Ms. Brown –, da tempo impegnata nell’attività di affidamento di minori. (…) I guai, infatti, cominciano quando le viene affidata una ragazza sedicenne – a cui diamo il nome di Miryam – sottratta alla famiglia d’origine musulmana. (…) Quando Miryam chiede, infatti, di farsi battezzare, le autorità comunali competenti sulla vigilanza dell’affidamento contestano alla donna di aver violato i propri doveri di affidataria, tra cui quello di «preservare la fede religiosa della ragazza» e di «usare la propria influenza per impedire il battesimo». Ad aprile dello scorso anno le autorità dispongono che alla ragazza venga interdetta la possibilità di frequentare la chiesa per sei mesi, affinché possa riconsiderare «in maniera più saggia» la denegata ipotesi di diventare cristiana. A Ms. Brown viene ingiunto di scoraggiare, in qualunque modo, la ragazza dal partecipare a qualunque tipo di attività religiosa, persino semplici eventi sociali. qui

Su Unpoliticallycorrect e Per la pace e l'amicizia tra i popoli altri post su "donne e islam" (e non solo).
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BARBIE IN BURQA


Per il 50e anniversario della Barbie, una vendita si tiene in Italia una vendita all'asta. Fra i modelli presentati, anche delle Barbie vestite con il burka. "Penso che sia molto importante che le bambine, ovunque siano, possano giocare con una Barbie che dà loro la sensazione di rappresentarle", questa la "strabiliante" dichiarazione di Angela Ellis, proprietaria della collezione.La superficialità occidentale nell'approcciarsi alla condizione dei diritti della donna nei paesi islamici, é spaventosa. C'é chi crede che "burqa é bello" o che lo considera un capo di vestiario" estroso" che le donne musulmane indossano con grande piacere. Ma dal paese del burqa per antonomasia, l'Afghanistan, i racconti che ci giungono sono orribili per la crudeltà e la ferocia contro il genere femminile: sono storie di segregazione, violenze sessuali anche in tenera età, torture e abusi di ogni genere, mutilazioni. Al punto che le donne in quei paesi preferiscono cospargersi di benzina e darsi fuoco, é un inferno che dura pochi minuti, quasi una liberazione se confrontato all'inferno in cui hanno vissuto tutta la loro vita."Mi sono data al fuoco perché i miei genitori mi torturavano, mi picchiavano sempre. Non avevo altre scelte che il fuoco per sfuggire da loro. Avevo 10 anni quando mi sono sposata" racconta una giovane ragazza. "Avevo 7 anni quando mi sono sposata, ma non ho avuto bambini prima dei miei 12 anni. Sono madre di quattro ora. Mio marito è un tossicomane…" racconta un'altra ragazza ustionata. Sotto il regime talebano, le donne non avevano i diritti di lavorare né di studiare, ma oggi, otto anni dopo la loro "ritirata", le donne continuano a soffrire. I gruppi di difesa delle donne dicono che le violenze domestiche e le discriminazioni sono frequenti e le donne non hanno generalmente accesso alla giustizia. Il divorzio è raramente possibile in un paese in cui l'80% delle donne è costituito da analfabete. Di più la giustizia islamica in vigore in Afghnistan favorisce gli uomini. Una donna deve potere provare che suo marito non soddisfa i suoi bisogni vitali su un periodo sufficientemente lungo o che abusa di lei al punto da mettere la sua vita in pericolo. Ha anche bisogno di testimoni e deve chiedere l'accordo del suo coniuge per divorziare. Inoltre, non avrà probabilmente la custodia dei suoi bambini, ed è spesso ciò che conduce le donne al suicidio. Ecco ditemi voi, quale ragazzina sana di mente, desidera sentirsi rappresentata da tutto questo orrore. Per noi donne occidentali libere e fortunate, una bambola con il burqa é un "gingillo" stravagante, ma per le donne musulmane, che il burqa lo pagano sulla propria pelle, con sofferenze atroci, é il simbolo del loro inferno quotidiano. (Fonte: Orpheus, 24/11 )
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mercoledì 25 novembre 2009

ECCO MAXXI, IL MUSEO DI ROMA NATO TRA MILLE ENTUSIASMI E TROPPE PERPLESSITA'


La prima settimana di notorietà del Maxxi, il nuovo museo d’arte contemporanea di Roma firmato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid, è ormai alle spalle. Nonostante l’apertura vera e propria avverrà la prossima primavera – con le mostre inaugurali, durante le quali la struttura svolgerà la sua autentica funzione – si può dire che questa preview sia stata un grande successo, di pubblico e di critica. Noi ci siamo stati e confessiamo di non aver superato alcune perplessità, alcune di fondo e altre di merito, nonostante il clima circostante inducesse decisamente all’entusiasmo.
Prima di tutto la struttura è architettonicamente contraddittoria. È, cioè, interessante e innovativa a livello progettuale, ma manca di vari requisiti essenziali. Andiamo con ordine. Innanzitutto la rivendicata capacità di integrarsi con l’ambiente preesistente pare quantomeno opinabile. Se da un parte è apprezzabile la volontà di far sopravvivere una parte della facciata della caserma demolita, dall’altra non sembra che le linee dell’edificio si sposino con il contiguo paesaggio urbano. Pare, invece, che lo incrocino per antinomia. C’è chi dice: è proprio quello il bello. Sarà, ma continuiamo a credere che il difficile per un architetto sia integrarsi veramente nel tessuto preesistente, non distaccarsi in modo narcisistico concependo un corpo estraneo.
L’impressione è che il Maxxi di Zaha Hadid sia fatto apposta, quasi fosse una fotomodella, per esser ritratto con aura ammiccante e suggestiva, tale da ammaliare il visitatore o ancor di più il lettore del magazine à la page. E indubbiamente se ci si isola – sentendosi per un attimo abitanti della Luna e non cittadini di Roma – si subisce il fascino di questa “astronave” e se n’è subito attratti. Ma varcato l’ingresso su via Guido Reni si è immediatamente colpiti dalla strana atmosfera che caratterizza gli esterni. Provando a sostare in amabili conversari nei pressi dell’entrata, quella sensazione diviene più chiara: dove siamo? Sotto lo svincolo della tangenziale o all’ingresso di un museo? Crediamo di poter essere facili profeti nel prevedere una revisione prossima ventura: l’incombere minaccioso dell’immane struttura non ispira certo accoglienza, ma al contrario diffidenza e preoccupazione. (Fonte: L' Occidentale, 22/11)


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VIDEO DI SS&C DI VARESE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne l'agenzia di comunicazione SS&C ha realizzato un video di sensibilizzazione, che offre alle associazioni, ai blogger e a tutti coloro che vorranno diffonderlo e farne uso.

Il video si pone davanti alla violenza che colpisce le donne non come problema sociale da denunciare, ma come male storico che affligge la nostra società da secoli.

La scelta di questo taglio ha un motivo preciso: tutti siamo responsabili, perchè tutti, in qualche modo siamo complici del disprezzo, della riduzione del corpo femminile a merce, di una "cultura" che a parole si dice progredita, ma nei fatti tollera e nasconde.

Ecco allora che i segni della violenza sfigurano non volti presi dalla cronaca di oggi, ma ritratti femminili che la tradizione occidentale ci ha tramandato attraverso una cultura pittorica vecchia di secoli.

Della bellezza della donna, omaggiata e fissata nell'arte, il video di SS&C fa emergere il lato oscuro: mogli, sorelle, figlie, tutte le donne offese e dimenticate.

Perchè non succeda più.

La violenza sulle donne è dentro la nostra storia, recita il cartello finale, il vero capolavoro sarebbe cancellarla.



Grazie a Giada! Leggi tutto ...

domenica 22 novembre 2009

"TRADURRE IN EGITTO I TESTI EBRAICI PER CONOSCERE LE TRAME DEL NEMICO"

Tempesta in vista, fra gli intellettuali in Egitto, dopo che la poetessa egiziana Iman Mersal ha permesso che uno dei suoi libri venisse pubblicato in ebraico (“Geografia alternativa”, tradotto da Sasson Somekh, per i tipi della Hakibbutz Hameuhad publishing house). Come può – ci si domanda – un qualunque autore egiziano superare questo limite, sfidare gli ordini dell’Associazione Scrittori e demolire le basi su cui viene condotta la battaglia contro la normalizzazione con Israele? Nell’ultimo round di questa pubblica diatriba è intervenuto lo scrittore e critico Jaber Asfour, direttore del Centro Nazionale Egiziano per la Traduzione (il titolo si riferisce alle sue dichiarazioni, ndr). Lo stesso istituto di Asfour è finito sotto accusa per la decisione di permettere che libri in ebraico venissero tradotti in arabo, sulla base di un accordo stipulato pochi mesi fa dal presidente egiziano Hosni Mubarak e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nei giorni in cui il ministro della cultura egiziano Farouk Hosny era in lizza per il posto di direttore generale dell’Unesco. Alla fine Hosny non è stato eletto, cosa per la quale non ha esitato ad accusare Israele (e non meglio precisate lobby israeliane). Ma il programma di traduzioni è rimasto in piedi. In un’intervista a un’importante rivista letteraria egiziana, “Akhbar Al Adab”, Asfour ha affrontato il concetto di “normalizzazione”. “Normalizzazione – ha detto – indica un atto dal quale chi lo commette ricava un vantaggio economico o spirituale. Questo non è accaduto nel caso di Mersal”. In altre parole, la poetessa non ha preso denaro per aver concesso che il suo libro venisse tradotto in ebraico. (Fonte: Liberali per Israele, 20/11)

Iman Mersal scrive prevalentemente sull’oppressione delle donne in Egitto, sulla sua infanzia e sulla sua vita degli immigrati.

(ndr: Egitto e Israele sono legati da un trattato di pace dal 1979)
È lo stesso argomento con cui Asfour ha difeso la sua convenzione per la traduzione di libri dall’ebraico: nell’intervista sottolinea il fatto di non aver firmato nessun accordo con case editrici israeliane, garantendo così “che il denaro pubblico egiziano non finisca in mani israeliane”. Le traduzioni in arabo, ha precisato, vengono invece fatte da ditte straniere a partire dall’inglese o dal francese. Se normalizzazione significa vantaggio economico, è stato chiesto ad Asfour, cos’è il “vantaggio spirituale”? Ha risposto: “Se ad esempio i giornali israeliani scrivono di te in modo favorevole”.“Ma questo non è un criterio – ha obiettato Mohammed Shair, l’intervistatore – Dopo tutto, se Ha’aretz domani dovesse scrivere bene di lei per quanto riguarda il suo ruolo culturale in Egitto, dovremmo allora accusarla di normalizzazione?”. “No, non è quello che penso – è stata la risposta di Asfour – Ma se avviene nel contesto di una cooperazione fra me e loro, allora sì che è normalizzazione”. Asfour ha poi tracciato una distinzione fra tradurre dall’ebraico all’arabo e tradurre dall’arabo in ebraico. “Dobbiamo conoscere il nemico – ha spiegato, a giustificazione delle traduzione in arabo di opere ebraiche – per capire i suoi punti forza e i suoi punti deboli, cosicché si possa sapere come pensa e che cosa trama contro di noi”. E nella direzione opposta? “Preferisco che le traduzioni in ebraico non vangano fatte col consenso dello scrittore. Se poi ci rubano la nostra letteratura, è un’altra faccenda”. Asfour perlomeno assolve da un peccato, chi è implicato nell’aborrita normalizzazione con Israele. Costui, dice, “non è necessariamente un traditore”. “Tuttavia – aggiunge – egli agisce contro il consenso nazionale, il quale considera la normalizzazione culturale come l’ultima arma che abbiamo per affrontare gli israeliani. Noi intellettuali abbiamo il diritto di dire ‘no’, finché non vi sarà una pace giusta. Ma se uno di noi vìola il consenso, noi non lo definiremo traditore”.Beh, è già qualcosa.
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venerdì 20 novembre 2009

APPELLO MONDIALE A BARAK OBAMA DAGLI ESULI IRANIANI IN ITALIA


APPELLO MONDIALE A BARAK OBAMA PER LA VENDITA DEI BENI SEQUESTRATI ALL' IRAN E DEVOLVERE IL RICAVATO A FAVORE DEI FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA REPRESSIONE IN IRAN.

Egregio Presidente degli Stati Uniti d’America Signor Barak Obama Quale Associazione dei Rifugiati Politici Iraniani residenti in Italia siamo profondamente grati all’amministrazione americana per aver disposto il sequestro della Alavi Foundation, proprietà di un’organizzazione islamica controllata dal regime di Teheran e supporto logistico del terrorismo iraniano negli Stati Uniti. Moschee, terreni, conti correnti ed un intero grattacielo nella Fifth Avenue di New York del valore complessivo di 500 milioni di dollari. Un’ottima iniziativa che, sappiamo, s’inserisce nel quadro delle sanzioni adottate contro il programma nucleare della Repubblica Islamica ed il più grande sequestro della storia disposto dalla magistratura statunitense all’interno di un’operazione antiterrorismo. Tuttavia le giovani ed i giovani iraniani si chiedono da che parte stia oggi l’America: se al loro fianco o con la tirannia di Ahmadinejad. Il 4 novembre, mentre si celebrava il primo anno dal Suo insediamento alla Casa Bianca, in occasione della giornata dello studente, i manifestanti lo domandavano a gran voce: “Barak Houssein Obama Ya ba Una ya ba Ma", “Barak Hussein Obama o sei con noi o sei con il regime dei mullah”. Come segno tangibile del Suo supporto, senza “se” e senza “ma” al popolo iraniano che combatte contro tale tirannia e della volontà USA di ristabilire la pace, la democrazia e la libertà in Iran, chiediamo che vengano venduti tutti i beni sequestrati al regime di Ahmadinejad e il ricavato venga devoluto ai familiari delle vittime del terrorismo e della repressione, come risarcimento per quanto hanno dovuto sopportare. In particolare durante la grande rivolta popolare, nella quale sono stati arrestati, torturati, violentati e uccisi ragazze e ragazzi come Neda Agha Soltan (foto), Taraneh Moussavi, Sorhab Arabi, Ashkan, Khorshid, Ali, Azar, e molti altri. Solo in questo modo il Governo americano potrà sdebitarsi con il popolo iraniano e dimostrargli di non volere soltanto un dialogo fine a se stesso con la teocrazia che lo opprime e che minaccia il mondo procedendo verso la costruzione della bomba atomica, ma di essere davvero dalla sua parte, di essere sinceramente suo amico. Signor Presidente Con tale iniziativa l'America e il mondo civile darà una ferma e determinata risposta al regime dei mullah che continua costantemente a incrementare la sua repressione e le sue attività terroristiche in Iran e nel resto del mondo. Il mondo civile ha il dovere e l’obbligo umano di schierarsi da parte del popolo iraniano. Davood Karimi, presidente dell’Associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia ( CHIEDO A CHI DESIDERA FIRMARE APPELLO DI MANDARE UN EMAIL ALL'INDIRIZZO irandemocratico@yahoo.it )

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DALLA SOMALIA ALL' ITALIA

IN SOMALIA

Punita con la morte per aver tradito suo marito. Una donna di 29 anni è stata lapidata con l’accusa di adulterio. Il giudice Ibrahim Shaikh Abdirahman ha condannato a morte la donna e a cento frustate il suo amante. L’esecuzione si è svolta nel villaggio di Eelbon, nella Somalia del sud, sotto gli occhi di centinaia di persone. (PR)
Ricordiamo le parole di una convertita italiana: «A chi ritiene la lapidazione una sofferenza, ricordo che dura 15 min al massimo. La jehenna è per sempre… decisamente non c’è differenza». qui


IN ITALIA. PICCHIAVA LA MOGLIE, CONDANNATO

Un marocchino di 29 anni che picchiava la moglie italiana e’ stato prima denunciato, poi arrestato e ieri condannato con rito abbreviato. Lo ha stabilito il tribunale di Bergamo che gli ha inflitto una pena a 3 anni di carcere per maltrattamenti in famiglia. I fatti risalgono al periodo tra aprile e agosto 2008. Subito dopo il matrimonio il rapporto tra i 2 coniugi si e’ deteriorato. L’uomo ha persino picchiato la donna dopo il parto. Pretendeva che la moglie si comportasse secondo il Corano. (Apcom)

Chiariamo: in Occidente la legge considera la violenza domestica un reato. Nei Paesi islamici la Sharia considera la violenza domestica un diritto dei mariti.

4:34. Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande. (An-Nisâ’) qui .
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giovedì 19 novembre 2009

"NUDO ISLAMICO"


Te lo diamo noi l’Islam, colonnello Gheddafi, quello che ci piace che osserviamo con rispetto e attenzione, quello davvero moderato, che proprio perché è tale non si sogna neanche di venire in Italia a tenere lezioni di Corano alle ragazzotte affittate un tanto, un poco, al chilo. Due fotografie non fanno una teoria, ma a guardare l’immagine che viene dal Marocco e l’altra desolante scattata a Roma almeno un paragone si può ragionevolmente provare a fare: meglio là che qua, meglio il tentativo di emancipazione della donna che il re Mohammad VI, discendente diretto del Profeta, dunque difensore della fede e comandante dei credenti, invia da un Paese islamico, del teatrino volgare che a Roma è stato consentito di inscenare al dittatore della Libia. Gheddafi è partito per fortuna, la terza seratina con le signorine da convertire all’Islam finché sono giovani carine e disponibili non c’è stata, probabilmente si era già stufato del nuovo gioco; le ragazze, accorse per sessanta euro (eh, sì, sono state proprio pagate!), restano, speriamo che qualcuna si sia pentita e si vergogni. Speriamo. In Marocco le notizie sono migliori. Non era mai accaduto che una donna completamente svestita posasse per la copertina di una rivista di un Paese islamico. Ora anche questo tabù è stato infranto. La presentatrice tv, Nadia Larguet, si è fatta riprendere infatti nuda e incinta . La donna, conduttrice di un programma per bambini, appare con il pancione in bella vista sull’ultimo numero della rivista Femmes du Maroc. La foto è di profilo, come potete vedere, lei addosso ha solo un anello. Non è una immagine nuova né originale: la posa ricorda il celebre scatto dell’agosto 1991 all’attrice americana Demi Moore per la copertina di Vanity Fair, negli anni l’hanno imitata e ripresa molti personaggi e molti fotografi famosi. Ma è una rivista marocchina, e il rischio era grande, le reazioni dei tradizionalisti sono state numerose e chiassose, la Larguet e la stessa redazione del mensile sono stati accusati di esaltazione della pornografia, di sfruttamento sessista della donna. La protagonista ha reagito compostamente: Nadia Larguet, in un’intervista ha ribadito di voler introdurre con questa sua scelta «un’aria di libertà e modernità» nel Paese. Il servizio, ha spiegato, è stato realizzato con discrezione, solo la fotografa e la sua stilista e giornalista, Myriam Jebbor, erano presenti.
I responsabili di Femmes du Maroc e della casa editrice, Caracteres, hanno sostenuto di aver voluto porre al centro la donna e la sua forza, ma anche di voler ricordare il numero alto di figli illegittimi e di aborti nel Paese. In Marocco le donne crescono e si sposano secondo un nuovo ed evoluto diritto di famiglia, la poligamia è proibita (in realtà no, però è limitata in base al Corano e al consenso della prima moglie, ndr), il divorzio consentito. Dai libri di scuola sono state tolte le immagini di donne velate, le impiegate degli uffici pubblici e le assistenti di volo della compagnia di bandiera vestono all’occidentale, perfino le interruzioni per la preghiera sono state rigorosamente regolate, la religione non è un pretesto per non lavorare. Le donne sono in Parlamento e nel governo grazie a una legge di “quote rosa”, è donna il sindaco di Marrakech. Naturalmente è una politica rischiosa, l’Iran è un nemico capitale dei moderati musulmani, e qualunque debolezza di troppo dell’Occidente verso gli ayatollah è un colpo per i moderati dell’Islam. In qualche grottesco modo lo è anche consentire ai Gheddafi di passaggio in città di inscenare spettacoli come quello appena per fortuna finito a Roma. Non dimentichiamo però che senza alcune centinaia di sciocchine italiane disponibili e scodinzolanti a un prezzo da ricarica di cellulare metterlo in scena sarebbe stato impossibile. (Fonte: Informazione Corretta )
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mercoledì 18 novembre 2009

"TUTTI ZITTI SULLE LEZIONI DI GHEDDAFI", di Pierluigi Battista


RISERVATE SOLO A RAGAZZE BELLE TAGLIA 42 E NESSUNO LANCIA PETIZIONI.

Ragazze come gingilli da esibire al cospetto del satrapo in visita ufficiale.

Un paio di domande su donne e potere. La prima: perché una ragazza non av­venente o di statura infe­riore al metro e 70 deve es­sere esclusa, e solo a causa di queste presunte «man­chevolezze» fisiche, dagli insegnamenti religiosi im­partiti dal colonnello Ghed­dafi nel suo tour romano? La seconda: si ha per ca­so notizia di qualche peti­zione, di qualche protesta, di qualche indignata consi­derazione che voglia stig­matizzare questa palese of­fesa alla dignità delle don­ne, ragazze come gingilli da esibire al cospetto del satrapo in visita ufficiale?
Le prescrizioni di Gheddafi sono state molto precise. I suoi collaboratori doveva­no contattare circa duecento ragazze attra­verso un sito specializzato per il reperi­mento di hostess da retribuire con una ses­santina di euro (tra l’altro: non esiste un sindacato delle hostess?). Il canone fissato prevedeva che le ragazze fossero di bel­l’aspetto, possibilmente bionde. Che dal metro e sessantanove centimetri in giù di statura sarebbe scattato implacabile l’ostra­cismo. Che fossero vestite di nero, vietate minigonne e scollature, il tacco di almeno sette centimetri, e la taglia, inderogabil­mente, 42. Solo a queste condizioni le ra­gazze sarebbero state meritevoli delle le­zioni di Gheddafi sul Corano e sensibili al­le istruzioni del Libretto Verde, distribuito come cadeaux dopo un paio di notti di in­fervorate diatribe religiose innaffiate, rac­contano le cronache, da dosi massicce di cappuccino.
Dicono inoltre le cronache che una ra­gazza è stata allontanata, perché giudicata troppo bassa e un’altra esortata a lasciare la compagnia (sarebbe meglio dire l’im­provvisato simulacro di un harem?) per­ché non del tutto compatibile con i canoni ideali della bellezza secondo il colonnello Gheddafi: in altre parole, perché bruttina. Ma c’è qualcosa di più feroce di un’esclu­sione dovuta esclusivamente per cause, per così dire, fisiche? Mica quelle ragazze erano state selezionate per un concorso di bellezza, o per il casting di una trasmissio­ne televisiva, o per allietare un evento mondano. No, erano state scelte per ascol­tare la parola di Gheddafi sull’Islam, sul crocifisso, sulle profezie, sulla virtù, sulla conversione. E allora che c’entrano la ta­glia 42 e il tacco di almeno sette centime­tri? (Fonte: Corriere della Sera )
Ma se non c’entrano, come mai si è im­provvisamente inaridito il fiume di discor­si e petizioni che in questi mesi si è impo­sto sulla degradazione del corpo delle don­ne, sulle ragazze ridotte e umiliate a stru­mento per allietare le serate dei sultani, al­l’imposizione di un canone convenzionale di bellezza che mortifica l’intelligenza del­le donne, che trasforma le ragazze in oche e veline sottomesse ai capricci dei potenti? E invece adesso c’è il silenzio. Il silenzio as­soluto.
L’imbarazzo ufficiale per le stravaganze di un sultano con cui è obbligatorio (e con­veniente) conservare eccellenti rapporti bi­laterali. L’imbarazzo civile di chi centellina con un po’ di cinismo (o di malafede?) la propria indignazione, azionandola solo in qualche occasione, imbavagliandola quan­do il bersaglio non è il solito Nemico di cui è persino superfluo fare il nome. Una festa dell’ipocrisia in cui a farne le spese sono un gruppo di ragazze ammassate su un tor­pedone. Taglia 42, tacco di sette centime­tri, abitino nero per regalare al colonnello la soddisfazione di una bella lezione di reli­gione.
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martedì 17 novembre 2009

DA INFORMAZIONE CORRETTA: SUZANNE MUBARAK E FANATICHE MUSULMANE IN FRANCIA

Donne musulmane, tutto bene per M.me Mubarak, ma non la conta giustaL'intervista di Emanuele Novazio, la cronaca in Francia di Guido Mattioni .

La Stampa- Emanuele Novazio: " Le donne arabe si emancipano con le quote rosa " Il Giornale - "Viaggio tra le radicali islamiche il burqa è la nostra vera pelle"

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LA MOGLIE DI AHMADINEJAD A ROMA ED ALTRE PIU' O MENO DISCUTIBILI FIRST LADIES...

Davood Karimi : " La moglie del passdar terrorista Ahmadinejad a Roma: la ferma condanna della comunità iraniana

"L'associazione dei rifugiati politici iraniani residenti in Italia condanna fermamente la presenza della moglie del passdar terrorista Mahmoud Ahmadinejad a Roma. Il regime liberticido e terrorista dei mullah ha mandato a Roma in segno di oltraggio e disappunto alla comunità internazionale la moglie del presidente di un regime che ha represso in sangue e continua a reprimere le pacifiche manifestazioni del popolo iraniano per la libertà e la democrazia. La comunità iraniana chiede al governo italiano di espellere dal territotio italiano la moglie di Ahmadinejad prima possibile evitando il propagarsi delle propagande terroristiche iraniane in Italia e in Europa. Riteniano la presenza della moglie di Ahmadinejad in Italia un fatto gravissimo ed un errore politico da parte del governo del presidente Berlusconi. Chiediamo a tutte le organizzazioni e organismi per i diritti umani e in particolare alle organizzazioni che lottano per i diritti delle donne di condannare, nel nome di Neda Agha Soltani e Taraneh Moussavi, due simboli della resistenza delle donne iraniane, la presenza della moglie di Ahmadienjad chiedendone l'espulsione immediata. Di fronte alla violenza, alle brutalità e al terrorismo usate dal regime di Ahmadienjad nei confronti del popolo iraniano e della comunità internazionale occorre dimostrare fermezza e determinazione. Non va dimenticato che dietro la repressione in Iran e il terrorismo in Afghanista e in Iraq, dove morirono numerosi militari italiani, esiste la manus lungus del regime di Ahmadienjad di cui la moglie oggi passeggia tranquilamente nelle strade della città eterna e partecipa al secondo vertice delle first ladies del movimento dei Paesi non allineati organizzato quest'anno dalla moglie del presidente egiziano Husni Mubarak.

" Iran: Nirenstein, le donne iraniane sono con Neda "

Siamo al fianco dei dissidenti iraniani e di tutti quelli che manifestano contro la presenza a Roma e il discorso di Azam al Sadat Farahi, moglie del presidente iraniano Ahmadinejad. Per noi, come per tutti i democratici del mondo, il simbolo delle donne iraniane è Neda Agha Soltan, uccisa a 27anni a sangue freddo dalle forze del regime iraniano solo per aver portato in piazza il suo desiderio di libertà, la sua bellezza, la sua vitalità. Nedaera contro il regime che la signora Azam al Sadat Farahi venuta qui a rappresentare e a pubblicizzare. Sono certa che le donne iraniane sono ben più fiere di Neda che della signora Ahmadinejad. Personalmente non possiamo giudicarla, ma di lei il presidente iraniano dice che sia stata una delle sue grandi maestre. Ad oggi, risulta perfettamente congeniale al sistema ultrarepressivo di un Paese che penalizza in particolare le donne. http://www.fiammanirenstein.com/ e Le mogli dei dittatori ci fanno lezione sui diritti umani ?!? .

CORRIERE della SERA - Lorenzo Salvia : " Lady Ahmadinejad: ' Ascoltare le voci dei bimbi di Gaza' " (16/11)

ROMA — Le porte dell’ascensore vip si aprono sul cor­ridoio che porta alla sala verde della Fao. Azam Al Sadat Farahi, moglie del presidente iraniano Mahmoud Ahma­dinejad, non se ne è accorta. E sta ridendo, un’allegra ri­sata fuori dal severo protocollo che si è imposta per que­sto suo debutto internazionale. Si ricompone subito, si­stema il chador nero che lascia scoperti solo gli occhiali fumé. E raggiunge veloce il posto assegnato all’Islamic Republic of Iran. Il «First ladies summit» dei Paesi non allineati, alla vigilia del vertice Fao, è per lei il primo ap­puntamento pubblico oltre confine. Anche in Iran le sue apparizioni sono state rarissime. Ed è per questo che adesso la signora Ahmadinejad deve sopportare i flash che le scaricano addosso i fotografi di mezzo mondo.Qui si parla di povertà, di fame, di cosa possono fare le donne per curare queste ferite antiche. E quando la paro­la passa a lei — dieci minuti in farsi, seduta al suo posto in seconda fila — il brusio di fondo finalmente scompa­re: «Il nostro mondo è testimone di un chiaro esempio di insicurezza, dal punto di vista alimentare e sanitario, nel caso dell’assedio di Gaza. Queste persone innocenti sono vittime di un blocco che è contro tutte le regole internazionali». Il suo appello finale viene applaudito con moderazione: «Ci aspettiamo di vedere la fine imme­diata di questa grande oppressione», con la speranza che «l’incontro di oggi porti in tutto il mondo le voci delle donne e dei bambini di Gaza». A differenza di quanto ha fatto suo marito, più volte e in che modo, per Israele nemmeno una citazione. Ma pro­prio come il presidente, la signora sorvola sul rispetto dei diritti umani in casa propria e rivendica la via irania­na allo sviluppo perché la «politica dell’occupazione e del riarmo sono responsabili dell’imposizione della po­vertà in una larga sezione della popolazione ed in partico­lare delle donne».Alle altre delegazioni ha distribuito un libro che spie­ga la campagna del governo di Teheran per favorire l’al­lattamento al seno, con il part time a stipendio pieno e i congedi fino a 24 mesi. Una risposta all’Occidente dove «il femminismo ha allontanato le donne dalla famiglia». Fuori da questo palazzo blindato l’associazione degli ira­niani rifugiati in Italia giudica un «fatto gravissimo» la visita in Italia della signora: «È la moglie di un presiden­te di un regime che reprime nel sangue le pacifiche mani­festazioni per la libertà e la democrazia». Da lei nessun commento. Anzi, non è possibile nemmeno farle la do­manda.
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lunedì 16 novembre 2009

BURKINA FASO, ADOTTATA DICHIARAZIONE CONTRO L' INFIBULAZIONE

"Verso il divieto universale delle mutilazioni genitali femminili".

Roma, 10 nov. (Apcom) - Si è chiusa oggi con l'adozione per consenso di una Dichiarazione finale la riunione ad alto livello "Dal Cairo a Ouagadougou: verso un divieto universale delle mutilazioni genitali femminili (Mgf)", organizzata dall'associazione radicale "Non c'è Pace Senza Giustizia" ed il governo del Burkina Faso, con il sostegno della Cooperazione Italiana e in collaborazione con l'Unops.
La Conferenza si è svolta con il patrocinio della First Lady del Burkina Faso, Chantal Compaoré, e ha visto la partecipazione di ministri, parlamentari e esponenti della società civile provenienti da 13 Paesi dell'Africa occidentale, nonché di Gibuti, Uganda e Egitto. Lo scopo della riunione era di valutare i progressi compiuti in molti paesi e di discutere delle misure volte a rafforzare e accelerare il processo di divieto globale delle mutilazioni genitali femminili come violazione dei diritti umani.
Tra le sue principali raccomandazioni, la dichiarazione finale esorta non solo all'adozione di efficaci leggi nazionali che vietino le mutilazioni genitali femminili in tutti i paesi in cui sono praticate, ma anche ad una loro armonizzazione in modo che la loro applicazione e le sanzioni previste consentano di affrontare la dimensione sempre più transfrontaliera della pratica. Affrontare il problema delle Mgf al livello regionale e non solo a livello nazionale è di fondamentale importanza. (Fonte: http://www.notizie.virgilio.it )
"Uno dei risultati più importanti di questa riunione è il riconoscimento ormai acquisito che sia di fondamentale importanza avere strumenti legislativi efficaci che vietino le Mgf", ha affermato Emma Bonino, vicepresidente del Senato e fondatrice di "Non c'è Pace Senza Giustizia". "Proprio in virtù degli incoraggianti passi avanti che si sono avuti da questo punto di vista negli ultimi cinque anni, occorre stimolare una maggiore e più coesa mobilitazione politica tra gli attivisti, i parlamentari e i governi, al fine di elaborare strategie e politiche legislative coordinate e armonizzate contro le mutilazioni genitali femminili", ha aggiunto Bonino.
"Come afferma la dichiarazione finale, dobbiamo anche esortare tutti gli Stati interessati ad assumere un ruolo attivo nella redazione e la promozione di una risoluzione delle Nazioni Unite focalizzata esclusivamente sulle MGF. Tale risoluzione delle Nazioni Unite contribuirebbe a creare le basi di una vera e forte alleanza internazionale per sconfiggere le mutilazioni genitali femminili e bandire una volta per tutte questa pratica", ha concluso Bonino.
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domenica 15 novembre 2009

"LE COSE CHE NON HO DETTO". AZAR NAFISI PRESENTA IL SUO ULTIMO LIBRO AL "FRANCO PARENTI" DI MILANO


Editore Adelphi. Azar Nafisi sarà intervistata da Farian Sabahi

Leggere Lolita a Teheran era l’ultima cosa in ordine di tempo (dopo Innamorarsi a Teheran, Guardare i Fratelli Marx a Teheran) che Azar Nafisi aveva elencato in un taccuino segreto – e che si rimproverava di aver taciuto a tutti. Molte delle altre, a tanti anni di distanza, ha deciso di raccontarle in questo libro. Che è un magnifico ritratto del padre, sindaco di Teheran all’epoca dello Scià, e della madre, primo membro femminile del parlamento iraniano.
È la storia dei tradimenti di lui, del mondo fantastico in cui lei a poco a poco trasforma la realtà insopportabile che la circonda, e soprattutto della forzata, dolorosa connivenza dell’autrice con il padre. Ma è anche e soprattutto la rivelazione di come a volte le dittature sembrino riprodurre i silenzi, i ricatti, le doppie verità su cui si regge il primo, e più perfetto, sistema totalitario: la famiglia. Chi conosce Nafisi sa già cosa troverà, qui, in ogni pagina: l’emozione di leggere sempre, a dispetto di tutto, qualcosa di vero e di importante. Qualcosa che magari arriva da molto lontano – dalle strade e dai giardini di Teheran, certo, ma anche dalle pagine di Firdusi, o dei grandi cantastorie persiani –, eppure ci riguarda molto da vicino. (Fonte: http://www.teatrofrancoparenti.com/ )

Leggere Lolita a Teheran, il libro che ha rivelato Azar Nafisi, ha venduto più di un milione di copie negli Stati Uniti, e circa centocinquantamila in Italia. Come nel caso precedente, anche per il lancio di Le cose che non ho detto l’autrice ha in programma una tournée italiana, che si svolgerà in novembre. Di lei Adelphi ha pubblicato Leggere Lolita a Teheran (2004) e BiBi e la voce verde (2006). Le cose che non ho detto (Things I’ve Been Silent About) è apparso nel 2008. Lunedì 16 novembre ore 20.30. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
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venerdì 13 novembre 2009

APPELLO A SONIA GANDHI IN DIFESA DELLA SCRITTRICE TASLIMA NASREEN MINACCIATA DAI FONDAMENTALISTI

Lettera aperta dall'Italia a Sonia Gandhi, presidente dell'Indian National Congress Party, in difesa della poetessa e scrittrice Taslima Nasreen (foto).

FIRMA L'APPELLO LE ADESIONI

Lei, che ha a radici nel Paese in cui viviamo, è stata ed è da tempo una delle figure più importanti e influenti della politica di una nazione laica tanto grande, complessa e piena di energia come l’India. Per questa ragione noi, intellettuali, poeti, artisti e scrittori italiani ci rivolgiamo a Lei e le chiediamo di intervenire in aiuto di una grande scrittrice, nota in tutto il mondo e perseguitata da tempo per la sola colpa di amare la libertà e di combattere, da non credente, in nome dei diritti e della dignità delle donne di tutto il mondo: Taslima Nasreen.Come Lei certamente sa Taslima Nasreen è di lingua e cultura bengalese, e da tempo le viene impedito di vivere nel suo paese, il Bangladesh, a causa delle minacce e delle pressioni dei gruppi di integralisti musulmani che le hanno scagliato contro ben due fatwah e posto diverse taglie sulla sua testa, per punire il suo orgoglio e contrastare la battaglia per la libertà e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Nonostante questo, Taslima Nasreen gira tutto il mondo per far conoscere la grandezza e la ricchezza della sua terra, della sua cultura, della sua lingua, senza per questo rinunciare ad esprimere liberamente il suo pensiero, senza temere di criticare ciò che qualsiasi società civile rifiuterebbe: la schiavitù della donna, i soprusi contro la sua intelligenza, la sua sensibilità e il suo corpo, nonché gli abusi da parte di un regime autoritario e teocratico.Dal 2004 fino a poco tempo fa, Taslima Nasreen viveva in esilio in India, paese che considera la sua patria adottiva, ma sin dal giorno del suo arrivo non si sono fatte attendere le minacce, le aggressioni, le campagne stampa diffamatorie orchestrate da gruppi integralisti musulmani. Questi attacchi hanno fatto sì, infine, che la scrittrice venisse allontanata anche dall’India.Da quel momento non le è più consentito di fare ritorno nella sua casa a Calcutta, dove sono ancora tutti i suoi beni, i suoi libri, ogni cosa che le appartiene, materialmente e sentimentalmente.Noi – che svolgiamo un lavoro tanto simile a quello di Taslima – possiamo soltanto immaginare quale terribile ferita, quale irrimediabile danno possa causare nella vita di una scrittrice l'esilio forzato, la lontananza imposta dalla propria lingua, il violento strappo che separa dalle radici a cui si sente di appartenere.Taslima non vuole vivere in Occidente, vuole tornare a risiedere là dov’è nata, nel subcontinente indiano. Se le fosse consentito di tornare a vivere in India, Taslima potrebbe fare molto di più nella lotta che da tempo la impegna per la difesa della dignità delle donne e per la diffusione della democrazia e dei diritti umani, ideali che sappiamo anche Lei condivide.Taslima ha già provato due volte a tornare in India, ma non appena arriva le viene comunicato l’ordine del Governo indiano di lasciare il paese. Troviamo tutto ciò scandaloso e indegno. Noi abbiamo la concreta speranza che Lei, Signora Gandhi, voglia intervenire affinché a una così importante scrittrice e poetessa, che da anni mette in gioco la sua vita in nome della libertà e della democrazia, sia infine permesso di tornare nella sua casa, tra la sua gente, circondata dal suono della sua lingua, nell’unico luogo dove, com’è suo diritto, lei desidera vivere.Lei, Signora Gandhi, è uno dei principali leader di un paese democratico e noi tutti, artisti, intellettuali e scrittori italiani, ci aspettiamo che faccia qualcosa per difendere il diritto di Taslima a tornare a casa, a dispetto di tutte le pressioni e le prepotenze dei fanatici, nemici della libertà e della convivenza.Nel ringraziarLa della sua attenzione, Le inviamo i nostri più distinti saluti,

Lello Voce, Wu Ming, Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Ermanno Cavazzoni, Dima Saad, Paolo Repetti, Franco "Bifo" Berardi, Gianni Biondillo, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta, Gabriele Frasca, Laura Pugno, Stefano Tassinari, Maria Rosa Cutrufelli, Kai Zen, Antonio Moresco, Sergio Baratto, Franco Buffoni, Luigi Nacci, Guido Barbujani, Simone Regazzoni, Giaime Alonge, Giovanna Cosenza, Marco Palladini, Tiziana Colusso, Chiara Daino, Guglielmo Pispisa, Monica Mazzitelli, Sergio Paoli, Nino G. D'Attis, Rossella Macchia, Giacomo Verde, Rosaria Lo Russo, Claudio Calia, Alberto Garlini, Maria Valente, Alberto Masala, Vanni Santoni, Simone Sarasso

(Fonte: http://www.temi.repubblica.it/ ) Leggi tutto ...

IL MAXXI DI ROMA APRE LE PORTE

Un progetto ambizioso che dopo 10 anni di lavori finalmente vede la luce: stiamo parlando del Maxxi, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, uno dei musei di arte contemporanea più grandi al mondo, ideato dell’architetto Zaha Hadid (foto) è costato 150 milioni di euro.
Un’architettura d’avanguardia caratterizzata da spazi immensi e luminosi che nei prossimi mesi ospiteranno una collezione permanente di arti visive, mostre e non solo: saranno infatti organizzate manifestazioni, eventi, performance, per una visione dell’arte a 360° che renda questo progetto dinamico e al passo con le esigenze della contemporaneità.
Il Maxxi si aggiunge al progetto del Macro, realizzato sempre dal comune di Roma, e concorre a rendere finalmente la nostra capitale un riferimento importante per l’arte a livello internazionale. (Fonte: http://www.artsblog.it/ )


L'irachena naturalizzata britannica Zaha Hadid (Baghdad, 1950) è stata la prima donna a vincere, nel 2004, il premio Pritzker, una sorta di Nobel per l'Architettura ed è la prima donna a lasciare un segno importante nell'architettura pubblica in Italia.
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FORUM DELLE DONNE DEL MEDITERRANEO A MARRAKECH


(ASCA) - Roma, 11 nov - Il ministro per le Pari Opportunita', Mara Carfagna, alla guida della delegazione italiana al Forum delle Donne del Mediterraneo che si svolge a Marrakech, accompagnata dall'Onorevole Souad Sbai, ha incontrato oggi Fatima al-Mansouri, primo sindaco donna della citta'. Un incontro ''importante e ricco di temi'', lo ha definito il Ministro Carfagna, aggiungendo che ''siamo partite dall'importanza di garantire alle donne pari opportunita' di accesso al mondo dell'istruzione. L'alfabetizzazione, infatti, e' un primo aiuto all'integrazione anche in caso di emigrazione: l'87 per cento delle donne marocchine in Italia e', infatti, analfabeta'' spiega il Ministro.''L'Italia e il Marocco - ha concluso il Ministro - andranno presto a delineare comuni strategie tra i due Paesi.Un primo passo sara' quello di aprire in Italia centri di alfabetizzazione per le giovani donne marocchine.Successivamente, attraverso accordi e gemellaggi tra Marrakech ed importanti citta' italiane, si potra' fare lo stesso in Marocco''. (Fonte: Incapervinca )

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giovedì 12 novembre 2009

LEGGETELO RAGAZZI. LEGGETELO PERCHE' E' GIUSTO LEGGERLO

Mi chiamo Karima, ho 21 anni e sono nata e cresciuta in Italia da genitori marocchini arrivati nel belpaese nell’80.Vi scrivo perchè ieri sera ho visto "Studio Aperto - Live" :"Tra jeans e velo. Sanaa e le altre ... , ora io non so spiegarvi e spiegarmi il perchè stia scrivendo ma so solo che ieri sera i miei occhi hanno pianto e il mio cuore ha ripreso a sanguinare dopo tempo che cercavo di coprire le sue ferite, cosi ho deciso che era ora di rompere questo silenzio che mi uccide dentro e che non mi lascia nemmeno uno spiraglio d’aria per respirare neanche un attimo. La mia storia inizia all’età di 11 anni quando inevitabilmente il mio corpo si catapultò in una pubertà che nessuno mi spiegava ma che i miei genitori mi riempivano di regole che non comprendevo. Mia madre prese assurdamente a volermi far pulire casa ad ogni costo ed ogni giorno, voleva insegnarmi a cucinare e a fare il pane in casa , e fin qui nulla di strano ma diventa più complicato quando a queste regole si mischiano il divieto di uscire da sola, il divieto di frequentare le amiche di scuola, il non poter andare a dormire a casa di un’amica, perchè, come diceva proprio mia madre: «una ragazza che sta fuori casa una sola notte, è certo che esce solo per fare la poco di buono e quindi è assolutamente sicuro che in quel giorno perde la verginità ed una ragazza non più vergine non si sposa e diventa la vergogna per la sua famiglia perdendo il rispetto di chiunque».Quando non adempivo ai miei ‘’compiti di brava ragazza marocchina’’ era inevitabile per me ritrovarmi con i lividi sul corpo per le botte che mi davano.. e qui non parlo di semplici sberle, ma parlo di calci sulla pancia, pugni in faccia, morsi sulle braccia e botte in testa.Tutta quella violenza, tutti quei controlli e quella paura mi fecero cadere in un problema assai più grave che mi complicò ulteriormente la vita: diciamo che quello stress (anche se il dubbio che sia saltato fuori per una botta in più in testa, alle volte mi viene) mi provocò un problema ‘’neurologico‘’, ovvero, tutte le volte che parlavo o facevo qualsiasi cosa, stranamente il mio cervello si ‘’spegneva’’ e io mi bloccavo con lo sguardo fisso nel vuoto senza dire una parola o accorgermi di cio che mi succedeva intorno, un po come una persona in catalessi, ci mettevo un minuto o due per risvegliarmi da quell‘assenza, ma la cosa più brutta era cio che sentivo dire dai miei genitori quando mi succedeva davanti a loro: «ecco, sta scema l’ha rifatto di nuovo, adesso tutti i nostri amici penseranno che è una malata di mente e nessuno verrà mai a chiedere la sua mano!» e dopo erano botte perchè per loro forse era una cosa che potevo evitare o controllare. Ma l’episodio più grave fu quando una domenica mattina mia madre mi svegliò alle 7 del mattino e con tono arrabbiato mi mise un pesce in mano e mi disse di pulirlo, cosa che io non sapevo assolutamente fare, e avendo paura di essere picchiata per l’ennesima volta caddi nuovamente in uno di quegli strani attacchi di assenza totale e quando mi risvegliai senti un dolore lancinante alla coscia sinistra, e guardando in basso verso la mia gamba vidi un coltello che mi ferì, e quel coltello era proprio impugnato da mia madre che inveiva dandomi della stupida, dell’idiota e dell’handicappata. Non riuscivo a dire una parola come se mi fossi sentita in colpa, come se fosse riuscita a convincermi della veridicità delle sue parole; Fu proprio quel giorno in cui scappai per la prima volta, andai alla polizia a denunciare la cosa ma non credettero al mio racconto più di tanto anche se registrarono la mia segnalazione e mi dissero che sarebbe venuta un’assistente sociale a controllare la situazione ma che più di tanto non potevano fare e che erano obbligati a riconsegnarmi ai miei genitori, che arrivarono poco dopo fingendosi preoccupati e affettuosi quando io invece sapevo cosa gli passava per la mente. Una volta arrivati a casa, chiudendo la porta sapevo che una volta giratami verso loro per me sarebbe iniziato un’altra volta tutto. Mi picchiarono tanto da non riuscirmi più ad alzare, mi coprivano la bocca per non farmi urlare e dicevano che mi avrebbero mandata in Marocco o che mi avrebbero ammazzata se l’avessi rifatto. Passarono 2 anni, avevo compiuto 16 anni nel frattempo e non vidi mai quell’assistente sociale. Un giorno mia madre venne a prendermi da scuola verso le 10 per portarmi in tribunale dato che la mia denuncia ebbe un seguito. In macchina mi disse che sarei dovuta stare attenta a ciò che dicevo o se no sapevo cosa sarebbe successo, cosi una volta davanti al giudice fui costretta, anche se sotto giuramento, a mentire dicendo che avevo inventato tutto e che la mia era solo una ragazzata d’adolescente. Quando uscimmo mi sentì la persona più sporca e più codarda del mondo, cosi passai tutta la giornata in camera senza uscire ne per mangiare ne per andare in bagno e alla sera quando sentì che ormai stavano dormendo scappai a gambe levate cercando di non farmi vedere da nessuno e ne tantomeno dalla polizia che mi avrebbe riportato in quella prigione di casa. Mi sentivo sola, amareggiata e tradita persino dalla legge che elogia il giusto e punisce i cattivi. Per me iniziò una nuova vita, trovai dei lavoretti saltuari e in nero per maternermi, ebbi per la prima volta dei veri amici (italiani), finalmente sorridevo e festeggiavo con le persone più care tutte le occasioni speciali, potevo uscire a bere un thè con le amiche per poi andare al cinema e al ristorante.. insomma un mondo nuovo! trovai persino l’amore, un ragazzo bellissimo che mi amava e che mi sapeva far gioire il cuore, gli regalai ciò che avevo di più caro, gli diedi la mia verginità e non me ne pentii mai, ma si sa il mondo è piccolo e la gente mormora e fu cosi che i miei genitori vennero a conoscenza di tutto cio che facevo e di chi frequentavo.Una mattina mentre andavo a lavoro incontrai mia madre che mi pregò di tornare a casa e che le mancavo, piangeva e mi supplicava.. Mi pianse il cuore a vederla cosi e per un attimo credetti che qualcosa in lei era cambiato e che non era la solita di sempre.. Decisi di montare in macchina con lei, di sorriderle e di voler riiniziare da capo, ma una volta ritornata in quell’ambiente mi accorsi che nulla era cambiato cosi un giorno mi picchiarono di nuovo per non aver pulito, piansi in silenzio nella mia stanza, mio padre uscì per andare a lavoro e io andai in sala da mia madre con tutta la rabbia che avevo in corpo perchè volevo delle maledette spiegazioni, e lei mi disse «ora ti spiego io perchè sei di nuovo qui Karima, abbiamo saputo tutto cio che hai fatto e che non sei più vergine, per noi sei la feccia di questa famiglia cosi abbiamo deciso di ucciderti perchè la rabbia era troppa, tuo padre è andato dall’imam della moschea a chiedere se era giusto ammazzarti e se una volta in prigione avrebbe potuto contare sulla solidarietà e sull’aiuto morale e materiale della moschea e dei nostri fratelli islamici, ma dato che l’imam ci ha detto che ammazzarti non era giusto ma che al massimo dovevamo mutilarti per insegnarti il rispetto abbiamo deciso di seguire il suo consiglio e cosi quando ci siamo reincontrate l’altro giorno e io ti ho pregata di tornare a casa, io e tuo padre avevamo un’idea ben precisa in testa. Avevamo deciso che io ti avrei attirata a casa di nuovo e con una scusa saresti uscita con tuo padre che ti avrebbe dovuta portare in un posto isolato per ammazzarti di botte senza pietà per poi tagliarti le gambe e ravinarti quel viso che tanto ti piace mostrare e con il quale ti piace fare la puttana con i ragazzi, ma per un inspiegabile motivo ho rinunciato e ho deciso di far cambiare idea a tuo padre perchè dopo tutto sei nostra figlia e io ho faticato per metterti sulla buona strada anche se non ci sono riuscita» . (5/10)
ASSURDO starete pensando, per me fu un colpo al cuore, per me fu l’odio in persona a dire quelle parole, mi girai e tornai in camera, stavolta non riusci a piangere, non avevo più lacrime e ripensavo che avrei potuto perdere la vita per la quale avevo lottato e che forse era ora di smettere di ribellarsi e sacrificare tutto per portare un po di pace..D‘allora sono passati due anni, mia madre continuava a tartassarmi con l’idea del matrimonio e che stavo diventando vecchia e che se continuavo cosi per me sarebbe passato il treno.. Cosi una sera sentendo mio padre parlare in modo entusiasta di un ragazzo che lo aiutava a lavoro mi saltò in testa l’idea più stupida del mondo. Feci di tutto per incontrarlo e per sedurlo cosi lui finì con l’innamorarsi e con il volermi sposare, il 22 novembre dell’anno scorso mi sono sposata con una persona che non amo solo per poter vivere in modo tranquillo senza più botte e insulti.. Solo per poter sentire un po d’amore da quei genitori che mi hanno ripudiata per aver voluto vivere all’occidentale. E proprio ieri sera mentre mio marito dormiva, io guardavo Live e, ascoltando la storia di Sanaa, Hina e le altre, mi sono detta «potevi essere tu Karima». Infondo io non volevo molto, non volevo andare in discoteca, prendere droghe, vestirmi in minigonna o fare la cretina con i ragazzi ma volevo semplicemente poter frequentare le amiche, guardare un film al cinema, magari poter andare ad uno dei concerti della mia cantante preferita Giorgia e perchè no, diventare maestra d'asilo.. Volevo una vita tranquilla ma invece ora sono ancora intrappolata in questo mondo che non mi appartiene senza poter far intravedere la mia tristezza per paura che qualcuno la possa riferire ai miei genitori che, quasi sicuramente, mi accuserebbero di voler fare la poco di buono e di non apprezzare il fatto che stare sulla buona strada paga e assicura il pardiso islamico. In questo racconto, vi giuro, non c’è nulla d’inventato o di volutamente esagerato, e per quanto la mia storia sia assurda e quasi incredibile ogni parola di questa lettera è scolpita con il dolore nella mia mente.. Una mente stanca e impaurita quindi, VI PREGO, non commetete lo sbaglio delle persone alle quali ho chiesto aiuto.. Stavolta provate a credere. Non mi firmerò con il mio nome, ma con umiltàmi firmo come ‘’una delle tante‘’.."IN MEMORIA DI QUESTE POVERE RAGAZZE Leggi tutto ...

martedì 10 novembre 2009

"DONIA E' ITALIANA: E ADESSO ANCHE LA LEGGE LO SA", di Karima Moual

La telefonata arriva poco prima di cena. "Sono Donia, avrò la cittadinanza"
Erano 22 anni che Donia (foto) aspettava. Ieri il sole 24 ore aveva parlato. " Donia è italiana, ma la legge non lo sa", questo il titolo di un articolo che serviva ad evidenziare il caso dei tanti ragazzi di seconda generazione, nati in Italia ma ancora senza cittadinanza. Nonostante sia nata a Roma e non sia mai uscita dall’Italia, a Donia era stata rifiutata la cittadinanza perché nella documentazione presentata per l’acquisizione, mancava la certificazione di un mese di residenza sul territorio italiano. Quel mese non dichiarato in tempo, diventa una attesa di quattro anni. Questa è la storia, e non si tratta di un caso isolato.
Ma oggi è un bel giorno. La sua storia è arrivata a chi di dovere e dal ministero dell’interno, dopo la lettura dell’articolo, hanno chiamato Donia. Il suo caso ha colpito il prefetto Mario Morcone, che si è impegnato a risolverlo al più presto concedendole la cittadinanza. E’ felicissima Donia. Da oggi è italiana e anche la legge lo sa. (Fonte: Associazione Genemaghrebina per ilsole24ore, 16/10)


Ma per leggere tutta la storia: Donia è Italiana ma la legge non lo sa .

“Tollerare l’intolleranza non è una virtù” di Nonie Darwish: Permalink.

E naturalmente lo scontro Daniela Santanchè e Abu Shwaima su Maometto "poligamo e pedofilo": qui , qui, qui e Insulti a Maometto: timore di reazioni .
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domenica 8 novembre 2009

"OSSESSIONE PER I SIMBOLI RELIGIOSI?", di Lubna Ammoune

CROCIFISSO A SCUOLA. SI RIPROPONE LA DISCUSSIONE.

Sono senza parole! E non chiedetemi se sono favorevole o contraria, almeno questa volta, e cerchiamo, insieme, di andare oltre lo scoop mediatico del momento e aprire una discussione costruttiva. Sulla guerra legale di Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia, credo ci sia poco da approfondire, ancor meno mi soffermerei sulle dichiarazioni della classe politica. Se non è il velo è il burqa, se non è il niqab è il crocefisso e se non è il rispetto per i diritti umani è il limite della libertà di confessione.
Perdonatemi, non voglio cadere anch’io nella trappola di fare “macedonie” come se stessimo estraendo il tema per il prossimo tema di maturità, ma ho la percezione che ci sia un bisogno quasi viscerale e ossessivo di girare intorno a due temi, senza però coglierne l’essenza: laicità dello Stato e simbolismo religioso. Sono delusa. Delusa di questa decisione. Delusa di questa manipolazione e della dialettica con cui si affronta l’argomento, delicatissimo, a mio avviso, dei simboli religiosi.
Lascio a chi di dovere il compito di disquisire sul concetto di laicità dello Stato, laicità nello spazio pubblico, con annessi e connessi alla sfera giuridica che verte sui diritti di libertà . Non avendo competenze e conoscendo i miei limiti in materia, vorrei pensare alla mia esperienza. Alle elementari e alle medie avevo un crocefisso appeso in aula, al liceo mancava in tutte le classi. E se ci fosse stato? Di certo non avrebbe cambiato la mia identità, come sicuramente non avrebbe ostacolato la realtà di un pluralismo educativo. E chiaramente mai avrei avvertito di essere educata in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione. Il crocefisso assume un significato specifico per un cristiano, un altro per un fedele di un’altra religione e un altro ancora per un ateo o un agnostico.
Ma non sono forse sensazioni intime? E un percorso di fede, che di per sé è privato e interiore, può veramente essere ostacolato dalla visione di un crocefisso? Sulla stessa lunghezza d’onda di questi interrogativi che mi e vi pongo mi domando anche se sono meno musulmana se dichiaro che il mio luogo preferito, nella mia città, Milano, è il Duomo.

Sì, provo un amore smisurato per la nostra cattedrale, per la sua architettura ma soprattutto per la spiritualità in cui si è avvolti quando si entra, e quando varco la soglia mi sento a casa. Il sentimento può essere provato anche da un cristiano che quando entra in moschea si fa il segno della croce, scena che per me sarebbe una visione meravigliosa. Una persona consapevole delle sue credenze lo è maggiormente quando incontra un’altra cultura e dall’incontro ognuno dovrebbe cercare e offrire il meglio di sé, anziché ancorarsi in una gabbia identitaria apparentemente protettiva.
Attenzione. Trasmettere un messaggio di sincretismo o relativismo non è nelle mie intenzioni e nella mia sensibilità, ma quello che chiedo è questo: credete veramente che la presenza di un simbolo o una manifestazione che richiami una cultura di fede possa ledere il percorso di consapevolezza e di crescita spirituale di una persona? (Fonte: http://www.blog.vita.it/yalla, 4/11 )
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sabato 7 novembre 2009

CROCIFISSO/SBAI, MUSULMANA: ECCO PERCHE' L' EUROPA CANCELLA SE STESSA

Da laica, interpellata sul tema del crocifisso, devo dire che la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo rappresenta un campo minato. Ma mi sembra che non tutti riescano a comprendere la portata culturale di questo pronunciamento.
Prima che essere un simbolo religioso, il crocifisso rappresenta la cultura, la memoria e l’identità dell’Italia e dell’Occidente. E quando si arretra su questo terreno vi possono essere due pericolose derive: il laicismo e l’estremismo. L’Italia è sì uno Stato laico, ma il principio di laicità dello stato non deve diventare la bandiera di un laicismo sprezzante della cultura di tutta una civiltà. (Fonte: Souad Sbai, 5/11)
Una sentenza simile presenta un grande deficit: non tiene conto del senso storico e della consapevolezza culturale di un’Italia che è stata, volente o nolente, l’incubatrice della Cristianità. Vorrei a tal proposito ricordare che i regimi totalitari del Novecento - nazismo nel suo periodo di ascesa e comunismo - hanno tentato di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea, l’uno attuando la cosiddetta “guerra dei crocifissi”, l’altro tentando di cancellare Gesù Cristo dalla Storia dei Paesi dominati. In tal modo attuando un’operazione di de-semantizzazione e di conseguente distruzione del senso di una civiltà.
Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non dovrebbe la Corte europea dei diritti dell’uomo considerare che le tragedie dello scorso secolo sono state provocate attraverso meccanismi di deprivazione del significato, nella sua accezione più squisitamente semantica, dell’identità culturale di popoli che ritrovavano il loro proprio senso entro la matrice culturale del Cristianesimo? È questo il vero pericolo, il maggiore, insito in una sentenza che intende negare attraverso un’interpretazione giurisprudenziale ciò che gli uomini e la Storia hanno costruito in millenni di civiltà: smarrire le proprie radici, erodere il proprio senso culturale, essendo così condannati alla lunga notte dell’oblio.
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INTERVISTA ALLA MAURITANA ALNAHA BINT DJADDI OUELD MEKNES, PRIMO MINISTRO DEGLI ESTERI DONNA IN UN PAESE ARABO


Alnaha Bint Djaddi Oueld Meknes è la prima donna di un paese islamico a ricoprire la carica di ministro degli esteri. Erede di una delle famiglie piu’ autorevoli della Mauritania Alnaha Bint Djaddi Oueld Meknes è stata nominata in questo posto chiave dal nuovo presidente Mohamed Oueld Abdulaziz che lo scorso agosto è riuscito a farsi eleggere dopo aver conquistato il potere grazie a un colpo di stato.

– Signora Alnaha Bint Meknes lei ricopre uno dei ministeri piu importanti del governo del presidente Abdulaziz. Quali saranno le principali linee guida della politica estera della Mauritania?

“Nel suo discorso di investitura il presidente Mohamed Abdel Aziz ha ricordato che la politica estera della Mauritania ricalcherà gli interessi del popolo della Mauritania. Lavoreremo per affermare il ruolo della nostra diplomazia, una diplomazia che punterà allo sviluppo, definita lo ripeto in base agli interessi del popolo della Mauritania”

– Signora Alnaha Bint Meknes il presidente Abdel Aziz si è recato in Venezuela e ha buone relazioni con Hugo Chavez con la Libia di Gheddafi e con l’Iran. Ci saranno dei cambiamenti in politica estera?

“A partire da oggi le relazioni con i paesi fratelli e i paesi amici sarà basata innanzitutto sul mutuo rispetto. Saranno basati sul rispetto della sovranità della Mauritania. Tutti i paesi fratelli e amici che saranno pronti a lavorare con noi rispettando questi principi saranno i benvenuti. Noi saremo aperti a ogni possibile collaborazione con i paesi che rispetteranno la nostra sovranità”

– Il presidente Abdel Aziz è in Francia in visita ufficiale. Quali saranno i principali dossier a cui lavorerà assieme al presidente Sarkozy?

“Verranno presi in esame diversi dossier. Per il presidente in ogni caso la priorità è realizzare le riforme promesse, nel settore della sanità, dell’educazione, dalla costruzione di infrastrutture e garantire inoltre la sicurezza degli stranieri che vivono in Mauritania”

– Intende dire che la Francia potrebbe fornire aiuti militari al suo paese, formare i quadri delle forze armate con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza del paese?

“Ci sarà spazio per che intende aiutare la Mauritania a migliorare il livello di vita dei suoi cittadini”

– La Francia vi ha fornito qualche anticipazione sulla tipologia degli aiuti che intende fornire?

“Siamo pronti a lavorare con tutti i paesi che intendono collaborare con la Mauritania”

– La Mauritania è stata recentemente colpita da una serie di attacchi terroristici. In questo campo esiste una collaborazione tra il suo governo e la Francia?

“Vorrei precisare che in Mauritania non esistono campi di addestramento per terroristi ne esistono cellule terroristiche. Ma esistono infiltrazioni, gruppi che sono penetrati attraverso le nostre frontiere dai paesi vicini e noi intendiamo mettere un termine a questa situazione pericolosa e siamo pronti quindi a collaborare con tutti i paesi che sono disposti a garantire la sicurezza dei nostri cittadini”

– Dopo l’invasione di Gaza il presidente della Mauritania ha chiuso l’ambasciata israeliana a Nouakchott. Avete intenzione di riaprirla?

“La priorità del governo e del presidente della Mauritania è il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Gli altri dossier verranno trattati al momento opportuno” . (Fonte: http://it.euronews.net/ , 26/10) Per vedere l'intervista: http://it.euronews.net/2009/10/26/alnaha-bint-djaddi-oueld-meknes/ .
– La Mauritania rappresenta un punto di passaggio per gli immigrati clandestini diretti in Europa. Sappiamo che l’Italia ha firmato un accordo con la Libia su questa questione. La Mauritania pensa di fare qualcosa di simile? fa degli sforzi per frenare questo fenomeno?


“Sebbene esistano delle convenzioni con alcuni paesi per frenare il fenomeno dell’immigrazione clandestina io credo che la vera soluzione a questo problema stia nella lotta alla povertà e l’ignoranza. Dev’essere questo l’approccio. Lottando contro la povertà siamo sicuri che si possa mettere un termine all’immigrazione clandestina”

– Un’ultima domanda di tipo personale: lei è il primo ministro degli esteri donna nel mondo arabo. Pensa che il presidente con la sua nomina abbia voluto favorire l’emancipazione femminile o abbia pesato piuttosto la fama di suo padre che per lungo tempo ricoprì a sua volta l’incarico di ministro degli esteri?

“Sono fiera di quello che mio padre fece per il bene del paese e nella mia nomina vedo un gesto rivolto a tutte le donne della Mauritania. Un invito ad integrarsi in fondo le donne rappresentano la metà della società anzi di piu visto che rappresentiamo il 52% della popolazione”.
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giovedì 5 novembre 2009

IL BURQA IN GRAN BRETAGNA: CAMBRIDGE DICE DI SI' !


01. nov. - Se per l'Europa si aggira lo spettro dell'Islam integralista, a esorcizzarlo, a sorpresa, ci pensa l'universita' inglese di Cambridge. Mentre nel Vecchio continente ormai multietnico, e anche in Italia, opinioni pubbliche oltre a governi e parlamenti si avvitano sul dilemma se proibire o no il velo prescritto per le donne islamiche, l'antica universita' britannica, arca e simbolo di eccellenza accademica, di prestigio e tradizione, ha deciso che le sue studentesse musulmane potranno indossare il velo e persino il burqa integrale sotto la feluca durante le cerimonie formali di consegna delle lauree.
La revisione del rigido regolamento sull'abbigliamento dell'ateneo nelle occasioni formali, di cui parla la stampa britannica online, e' stata ufficializzata oggi da un portavoce della Cambridge University, che sul Daily Express dichiara: ''Diamo il permesso di indossare il burqa integrale se la studentessa l'ha indossato quotidianamente'', facendo capire di aver di fatto gia' ''sdoganato'' il velo integrale. Solo una raccomandazione: che sia scuro, consono al decoro richiesto dall'occasione solenne".
Ma in gioco non c'e' solo la tradizione: la decisione di Cambridge arriva solo pochi giorni dopo che, sempre in Inghilterra, il Burnley College, nel Lancaschire, ha imposto fra le polemiche a una studentessa di togliersi il burqa. E arriva nel pieno del dibattito sulla proibizione o meno del velo alle donne, un confronto fra l'esigenza di tutelare la dignita' della donna e quella di non intaccare la fondamentale liberta' religiosa dell'Occidente. Oppure fra un laicita' di stato inteso come ''laissez-faire'' anche in tema religioso e uno inteso come tutela del cittadino dalle imposizioni e dalla forza evocativa dei simboli religiosi.
La Francia, pioniere in questo campo, ha abbracciato la seconda accezione di laicita': li' il velo in tutte le forme e' proibito per legge dello stato dal 2005 nelle scuole e lo scorso giugno il parlamento ha messo in cantiere un progetto di legge per vietare il velo integrale (burqa o niqab) in pubblico. (Fonte: http://www.clandestinoweb..com/ )
gli strali di al Qaida, che ha minacciato ritorsioni Oltralpe. In Italia la Lega ha di recente depositato una proposta di legge per vietare il burqa sulla base del principio della identificabilita' delle persone. Nel resto del continente le decisioni in materia finora le hanno prese singoli enti o le corti di giustizia, rinfocolando la discussione ogni volta che una scuola, un'universita' o una azienda proibisce l'accesso a una donna velata o coperta da burqa o un'authority annulla una decisione in tal senso.
Dibattito che paradossalmente arriva rovesciato in un Paese a grande maggioranza musulmana come l'Egitto, dove il grande imam del faro dell'Islam sunnita, l'universita' al Azhar del Cairo, ha intimato di recente alle ragazze di non indossare il naqib in aula con la motivazione di si tratta di ''un'abitudine che non ha nulla a che fare con la religione'' L'agenda francese in materia raccoglie il consenso anche dall'altra parte della Manica, con una una comunita' musulmana di 2,4 milioni di persone, dove un sondaggio rivela che il 98% dei britannici sarebbe favorevole a vietare il velo integrale in pubblico. In completa controtendenza, dunque, la decisione di Cambridge, che raccoglie subito il plauso dei musulmani del Paese: ''E' stata una decisione assennata...credo sia stata la cosa giusta da fare e spero che altri faranno altrettanto'', ha dichiarato sul Telegraph Ahsan Mohammed, presidente della moschea di Newmarket.
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martedì 3 novembre 2009

BOTTE IN CASA: STOP A TRIBUNALI RELIGIOSI?

Politica. Libano. Arriverà ad essere dibattuto in Parlamento il nuovo disegno di legge contro la violenza domestica predisposto da un comitato di pilotaggio composto da attiviste dei diritti umani, avvocati, esperti? Non è così scontato.

Per Ghida Hanani, coordinatrice di KAFA, un’organizzazione libanese impegnata nelle lotta contro le forme di sfruttamento e di violenza contro le donne, almeno trequarti delle donne del Paese hanno subito violenza fisica, in un momento qualunque della vita, da parte del marito o da altri uomini della famiglia. Nel sistema democratico multiconfessionale del Libano, i fatti di violenza domestica sono portati davanti ad uno dei 15 tribunali religiosi, o tribunali degli affari familiari, le cui leggi risalgono all’era ottomana e che, secondo le attiviste, favoriscono sempre gli uomini rispetto alle donne. Il progetto di legge che dovrebbe andare in discussione nel nuovo Parlamento, propone che la violenza domestica non sia più di competenza dei tribunali religiosi ma del sistema giudiziario civile, e non dipenda dalle specificità confessionali ma dia le stesse garanzie e diritti alle donne musulmane e a quelle cristiane. Per le attiviste, questa legge rappresenterebbe un passo avanti cruciale verso l’uguaglianza donna-uomo. ”I tribunali religiosi non trattano le donne e gli uomini in maniera eguale”, dice Nadya Khalife, ricercatrice specializzata in diritti umani nel Medio Oriente e nell’Africa del Nord per Human Rights Watch, “la legge rappresenta un passo avanti nella giusta direzione, ma resta molta strada da fare per l’uguaglianza in Libano.”. Violenza domestica Warda, madre di sei figli, racconta di avere subito violenze domestiche per 20 anni. Suo marito, che era tossicomane, l’ha picchiata e violentata per tutta il matrimonio, ma tanto all’ospedale che alla polizia i suoi tentativi di ottenere aiuto sono rimasti senza risposta. La donna si è rivolta allora al rappresentante del suo tribunale religioso sciita, che però si è limitato a spiegarle che era difficile per lei ottenere un divorzio visto che suo marito si rifiutava di divorziare. Alla fine, la donna – che è sempre sposata, ma vive a casa dei genitori, e non ha il diritto di visitare i suoi figli -, è arrivata alle donne di Kafa. In Libano, ogni anno, sono più di 500 le donne che si rivolgono a centri di aiuto ma le case di accoglienza disponibili sono solo quattro, con una capacità totale di 40 posti. I casi di violenza domestica sono certamente molto più numerosi, commenta Ghida Hanani, “ quando si dice che le violenze e gli stupri non sono sufficientemente denunciati non è esatto, la verità è che non sono denunciati del tutto…”. Ospedali e polizia non li segnalano, “spesso i medici non chiedono alle donne neppure da dove vengono le ferite, e se una donna si lamenta di aver subito una violenza domestica, l’ospedale trascrive “incidente domestico”, e l’inchiesta si chiude.”. La polizia registra i casi di violenza contro le donne sotto la voce “percosse”!, senza precisare nel rapporto chi abbia commesso l’aggressione, “ è un po’ come si pensasse che se non ci sono conseguenze, non c’è il problema”. (Fonte: Women in the city, 13/10)
Tribunali religiosi


Il Libano conta 18 confessioni religiose riconosciute ufficialmente dallo stato e 15 tribunali religiosi competenti negli affari di matrimonio, divorzio, custodia dei bambini ed altri affari di statuto personale tra cui le violenze domestiche. Un sistema giudiziario distinto è competente per quanto riguarda il diritto penale comune. ”Si considera che gli affari familiari appartengano alla sfera privata”, spiega la responsabile di Kafa, “la donna è percepita come proprietà dell’uomo.”. Nel corso dell’ultimo decennio, gli sforzi per riformare i tribunali religiosi hanno cozzato con la resistenza di un establishment preoccupato di mantenere l’equilibrio confessionale in un paese che si sta a mala pena rimettendo dagli effetti devastanti di una guerra civile lunga 15 anni. , Per le attiviste, i tribunali religiosi rispettano ciascuno la propria tradizione, che difendono contro le altre. Molti temono che una legislazione civile unica turbi l’equilibrio generale. Tra diritto religioso e diritto civile ci sono nette differenze, così come tra diritto cristiano e diritto musulmano. L’età legale del matrimonio, qualunque sia il tribunale, è comunque molto più bassa per le ragazze che per i ragazzi, ed è più bassa per i Musulmani che per i Cristiani. In certi casi, la legge islamica autorizza il matrimonio delle bambine a nove anni. Le leggi religiose islamiche inoltre non condannano lo stupro coniugale né quelli che vengono rubricati come “crimini d’onore”, e in caso di divorzio accordano abitualmente al padre la custodia dei figli. Per Hanani tutto questo porta molte donne a scegliere di non lasciare il marito violento, per proteggere i figli. ” Non vogliamo un sistema giuridico che tratti in maniera diversa donne e uomini, e che tratti in maniera diversa donne druse, donne sciite, e donne cristiane”, spiega Nadya Khalife, HRW.


I dettagli del nuovo progetto di legge


Nel 2007, KAFA ha messo in piedi un comitato di pilotaggio composto da avvocati, giudici e specialisti che ha messo a punto il progetto di legge sulla violenza domestica conosciuto con il nome di “progetto di legge sulla violenza familiare”. La proposta, che dovrebbe essere dibattuta nel nuovo Parlamento, darebbe vita a Tribunali specializzati in diritto di famiglia con il compito di applicare un dritto civile comune a tutti i casi di violenza domestica, attraverso udienze private con intervento di giudici, lavoratori sociali, medici legali, e psicoterapeuti. La nuova legge obbliga ogni individuo testimone di un caso di violenza domestica a segnalarlo, apre la strada ad ordinanze di protezione stretta e esige che il colpevole fornisca ala vittima un alloggio sostitutivo, con il versamento di un’indennità di sussistenza e la presa in carico delle spese mediche. Il progetto di legge propone ancora la creazione di unità di polizia specializzata, in seno alle Forze di sicurezza interna, in ciascuno dei sei governatorato del Libano, con poliziotti specializzati sulle questioni di violenza domestica. “Se avessi avuto una legge così quando mi soni sposata venti anni fa, conclude Warda, avrei avuto qualche chanche, non sarei stata incarcerata da un uomo che non mi rispetta, non sarei stata ingabbiata da un sistema confessionale. Avrei vissuto nella dignità.”. Leggi tutto ...