mercoledì 29 aprile 2009

I PROPRIETARI MUSULMANI DI UNA GIOIELLERIA DI GLASGOW PROIBISCONO IL NIQAB


Discriminazione? Sicurezza! rispondono i proprietari musulmani della gioielleria. Il niqab e il burqa oltre ad essere un simbolo infamante per la donna, pongono anche un problema di sicurezza importante che è raramente evocato.

D'ora in poi chiunque vorrà entrare nella gioielleria Ataa di Glasgow, dovrà mostrare il viso secondo le nuove norme di sicurezza destinate a proteggere il personale dei negozi da futuri attacchi.
I proprietari della gioielleria hanno deciso di agire adottando questa misura dopo che due uomini orientali vestiti con un niqab, hanno rubato migliaia di sterline in una gioielleria all'inizio di questo mese.
I due malfattori mascherati alla maniera islamica pretendevano di volere comperare alcuni gioielli ed hanno attaccato i dipendenti con una bomba lacrimogena per poter aprire poi la cassaforte.
Ora, i membri della famiglia Sadiq, proprietari della gioielleria, metteranno un cartello sulla loro porta per informare i clienti che non possono portare veli che coprono il viso all'interno del negozio.
La famiglia dice di capire che la loro politica possa offendere alcuni musulmani, ma si aspetta che altre imprese adottino un approccio simile. Dei ladri velati islamicamente hanno già portato a termine almeno un altro attacco in questa città. Anche il rappresentante locale della Comunità musulmana è d'accordo. (Fonte: Scettico)
Intanto in Iran: 113 arresti per aver festeggiato insieme: permalink .
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SBAI, "LA PROPOSTA ANTI-BURQA" DEVE DIVENTARE LEGGE


"Sposo subito l’ordinanza del sindaco (sindaco di Fermignano, nelle Marche, del quale ho linkato in qualche post fa e che ha deciso di vietare entrare col volto coperto nei luoghi pubblici, ndr) e presenterò io stessa una proposta di legge per tutta l’Italia", sono le parole di Souad Sbai, deputato del Pdl, marocchina di nascita e cittadina italiana dal 1981, laureata in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una serie di titoli in alcune Università italiane, in alcune delle quali è docente, giornalista e opinionista per 'Avvenire', collaboratrice di RaiTre. La parlamentare è venuta a sapere dell’idea di Giorgio Cancellieri, sindaco leghista, di vietare i copricapo che nascondano il volto delle persone e di conseguenza il burqa, dai giornali e dai membri dell’associazione Acmid-Donna Onlus (Associazione delle Donne Marocchine in Italia), di cui l’onorevole Sbai è presidente dal 1997. Alla domanda come giudica l’ordinanza, Souad Sbai, da anni in prima linea per combattere le violenze, fisiche e mentali, sulle donne straniere in Italia, diventa un fiume in piena.
"Porterò l’istanza del sindaco in Parlamento e non posso che complimentarmi con lui: non siamo in Afghanistan e non voglio che qui diventi come l’Afghanistan dove le donne muoiono per la loro libertà. Da 10 anni io combatto per difendere le donne in Italia che sono costrette a portare il burqa e mi sorprende che sia stato un uomo a fare questa proposta e non una donna. Anzi, ho letto gli interventi di donne di certa sinistra e sono deliranti".
"Voglio che sappiano che non sono le donne islamiche a decidere di stare dietro quella grata, se non si mettono il burqa le donne non escono di casa, vengono picchiate e i mariti adesso non fanno rinnovare loro i permessi di soggiorno, così diventano clandestine e non li possono denunciare. Le donne italiane devono farsi un esame di coscienza, andare a conoscere quelle straniere costrette a portare il burqa e leggere quello che accade nel mondo a chi non vuole portare questi indumenti".
In molti hanno difeso il diritto delle donne straniere di rispettare la propria tradizione e religione. "Il burqa non è una loro tradizione è dell’Afghanistan: la maggior parte delle donne straniere che sono a Fermignano e in Italia è marocchina o egiziana e in questi paesi non si porta il velo. Io andavo al mare in costume da bagno in Marocco, mentre in Italia molte donne sono costrette a chiedere spiagge separate". "Non è una tradizione per noi e molte si trovano a subire questo inferno quando arrivano in Italia. Una donna, se vuole, può anche mettersi un foulard, molte anziane straniere lo fanno, ma io non ho mai visto alcuna donna che portasse il velo con felicità. Sono le imposizioni di qualche cretino integralista che non sa cos’è l’islam".
Il sindaco ha giustificato l’ordinanza con la sicurezza, perché non si può sapere se sotto il burqa c’è una donna o un kamikaze.
"Certo, basta leggere quello che è successo in Egitto qualche settimana fa, dove un uomo coperto dal burqa si è fatto esplodere. Sono gli estremisti che impongono questo inferno del burqa: vorrei vedere come vivono queste donne a casa, che uomini sono i loro mariti, ai quali io non rinnoverei mai il permesso di soggiorno perché sono degli estremisti e dobbiamo stare attenti perché sono sempre di più e stanno tentando di imporre queste idee nelle comunità straniere che vivono all’estero".
Il sindaco è stato accusato di strumentalizzare politicamente questo problema.
"Va benissimo anche la strumentalizzazione politica se arriva ad un risultato. L’indifferenza è quella che mi fa male davvero: non si può aspettare il morto per intervenire. Io sono disposta a venire con tante persone e a dimostrare il mio appoggio al sindaco, che sia leghista o del Pd non ha alcuna importanza". (Fonte: Arabiyya )
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DALIA MOGAHED: "GRAZIE AL MIO VELO FARO' DIALOGARE OBAMA E ISLAMICI"

Dalia Mogahed sostiene che sia possibile il dialogo con i Fratelli Musulmani, associazione terrorista dalla quale è nata anche Hamas. Ha scritto un libro con John Esposito, accusato di apologia del fondamentalismo islamico. Questi "dettagli" non la rendono la migliore candidata per parlare di rapporti fra Islam e Occidente.


Casa Bianca con il capo coperto da un velo stretto sotto il mento, per fede. Barack Obama l’ha appena nominata consigliere sull’islam. Farà parte di un nuovo comitato dal nome lungo: Advisory Council on Faith-Based and Neighborhood Partnerships. I suoi membri, 25, arrivano da tutte le comunità religiose degli Stati Uniti e lavoreranno al dialogo interreligioso. «Al presidente spiegherò che gli islamici non sono soltanto alla fonte del terrorismo, ma sono anche le sue principali vittime», ha detto lei. Mogahed, nata in Egitto e cresciuta in America, è presidente del Gallup Center for Muslim Studies, istituto di ricerca che fornisce numeri e sondaggi sull’opinione pubblica musulmana. Sulle sue analisi ha scritto un libro pieno di dati («Who Speaks on Behalf of Islam? What a Billion Muslims Really Think», con John Esposito, professore universitario accusato da alcuni d’essere apologeta del radicalismo islamico). La nomina ha suscitato già controversie online. Mogahed pensa infatti sia possibile la strada del dialogo con il gruppo islamista dei Fratelli musulmani, movimento cardine dell’islamismo mondiale. Dall’ideologia della Fratellanza, nata nel 1928 in Egitto e oggi fuorilegge al Cairo, sono nati gruppi terroristici come al Gamaa al Islamiya e Hamas, sulla lista nera di Washington e Bruxelles. «Gli Stati Uniti devono considerare quando e come parlare con movimenti politici che hanno un sostegno pubblico sostanziale e hanno rinunciato alla violenza». «I Fratelli musulmani potrebbero essere in questa categoria», è scritto in un rapporto, «Changing Course», del The Project on U.S. Engagement with the Muslim World, di cui Mogahed fa parte. Assieme, tra gli altri, a Madeleine Albright, ex segretario di Stato americano. Quale sarà il suo primo consiglio al presidente Obama?«Gli dirò che il terrorismo è un nemico comune. Non è soltanto qualcosa che ha origine nel mondo musulmano, ma anche qualcosa di cui il mondo musulmano è vittima. Gli estremisti sono una piccola minoranza». Per molti, la maggioranza moderata islamica non avrebbe fatto abbastanza per denunciare gli atti di terrorismo della minoranza.«La premessa che non ci siano state critiche non è reale. Quello che abbiamo trovato lavorando sui dati è che la maggior parte dei musulmani in diversi Paesi dice no alle violenze e alla domanda: “Cosa fanno i musulmani per migliorare le relazioni con l’Occidente?”, molti hanno risposto: “Cercano di controllare l’estremismo”. Quando agli abitanti di Pakistan, Marocco, Algeria chiedi: “Di cosa hai maggiormente paura?”, la riposta è: “Di essere vittima di un attacco terroristico”. I musulmani sono le principali vittime del terrorismo islamico e di conseguenza sono i più spaventati dal terrorismo islamico». Qual è la sua opinione sul dialogo con gruppi come Hamas, Hezbollah? E con i Fratelli musulmani? «I nostri dati mostrano che molti musulmani non credono che il mio Paese sia serio quando parla di sostenere la democrazia nella loro parte di mondo. Per affrontare la questione, una commissione di cui ho fatto parte, in un rapporto, «Changing Course», ha consigliato al governo americano di parlare con qualsiasi gruppo sia pronto a rispettare pacificamente le norme del processo democratico». Hamas e Hezbollah sono gruppi armati... «Ci sono condizioni da rispettare. Non c’è dialogo senza la rinuncia alla violenza. Nel caso di Hamas il rispetto delle richieste del Quartetto - Stati Uniti, Unione europea, Russia e Onu - (rinuncia alla violenza, smantellamento degli apparati terroristici e riconoscimento d’Israele, ndr)». E i Fratelli musulmani?«Sarebbe possibile un approccio, per via della rinuncia alla violenza». Cambierà la percezione degli Stati Uniti nel mondo arabo-musulmano con Obama?«Se ci saranno miglioramenti è perché non sta delegando ad altri la questione. Ma è troppo presto per dire se ci saranno o no; forse c’è un leggero cambiamento nella natura della conversazione all’interno dello spazio pubblico islamico: non ci si chiede più se l’America sia o no in guerra con una fede, l’islam. Ora il discorso è più focalizzato sulla politica. Si tratta di un cambiamento importante». E prima, con la precedente amministrazione? «L’Amministrazione Bush aveva già iniziato a focalizzare la questione sulla politica e non sullo scontro tra religioni. Sono stati fatti errori all’inizio, nell’uso delle parole, non dal presidente ma da alcuni membri del partito». (Fonte: "Il Giornale", 28/4)
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GRAN BRETAGNA: HOSTESS LICENZIATA PER AVER RIFIUTATO DI INDOSSARE L'ABAYA (ABITO ISLAMICO)


Tutela dei diritti a "geometria variabile". L'ultimo caso dalla Gran Bretagna.

Dopo il caso francese del licenziamento di un dipendente, colpevole di aver proposto maiale a consumatori musulmani, ecco un altro esempio di tolleranza a “geometria variabile” riportato da Times on-line. Parliamo del licenziamento di una hostess britannica, dipendente (ci teniamo a sottolinearlo) di una società aerea britannica, a causa del suo rifiuto di indossare l’abaya. La donna in questione è stata licenziata in tronco per essersi rifiutata di prendere il volo per l'Arabia Saudita. Motivo del rifiuto? Non aver aderito alle direttive predisposte per l’equipaggio in servizio sul volo per l’Arabia Saudita. Direttive che contemplavano per la hostess il dover indossare un abito islamico tradizionale e, oltretutto, di camminare dietro i suoi colleghi maschi. Lisa Ashton, hostess con un salario di 15.000 sterline annue, era stata informata che nei luoghi pubblici in Arabia Saudita, sarebbe stata obbligata a portare un abito nero, conosciuto come “Abaya”, che copre l’intero corpo. Ad eccezione del viso, dei piedi e delle mani. “La legge non esige ch’io cammini dietro gli uomini in Arabia Saudita, né tantomeno di portare un’abaya. Non accetto dunque di essere trattata alla stregua di una cittadina di serie B” ha dichiarato la signora Ashton, 37 anni, la settimana scorsa. “È scandaloso. Sono una donna inglese con il suo orgoglio e non accetto queste restrizioni che mi sono state imposte. “ D’altronde, gli stessi esperti sauditi, operanti per le imprese che reclutano donne professioniste per lavorare nel paese assicurano che questa disposizione è legata ad una diceria prossima al mito. Le donne occidentali non sarebbero affatto obbligate camminare dietro gli uomini. Ed ancor meno sarebbe necessario indossare un’abaya in pubblico, anche se molte donne del luogo lo indossano. Ma la signora Ashton non può di certo dormire tranquilla. Proprio quest'anno, il tribunale del lavoro di Manchester ha giudicato che la società BMI (proprio la compagnia aerea che l’ha licenziata) aveva il diritto di imporre sul proprio personale “norme vincolanti che si richiamavano ad una cultura diversa”. Una sentenza che ha fatto esultare molti islamisti di Albione, dando il benservito ad una pletora di usurate femministe impegnate sotto qualche chiesa per lamentare chissà quale discriminazione sessuale. Intanto le femminucce inglesi, se vogliono lavorare con i clienti musulmani, cominciassero a riabbassare la “capa”.

Meglio ricordare agli inglesi, affamati di capitali “freschi” della finanza islamica, una frase dell’arabo libanese Kahlil Gibran: “E' strano come tutti difendiamo i nostri torti con più vigore dei nostri diritti”.


Dedicato alle suffragette dei tempi nostri, se non si sono totalmente estinte… . (Fonte: Kritikon)


E sempre dal Paese dell'islamismo wahhabita: Niente palestre per le donne in Arabia Saudita. permalink .
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SOTTO LE CARTE SI NASCONDE...?

C'era la carta principale, la carta del partito, la carta di membro, la carta blu, la carta di fedeltà ..... ed ecco che nella repubblica islamica d' Iran si adotta una nuova carta, la carta "del khosh hedjabi" cioè la carta del velo appropriata! Nella provincia dell'Azerbaijan occidentale, limitrofa alla Turchia e dell' Iraq saranno d'ora in poi consegnate delle carte di ben velate alle donne, ed è il direttore del centro per la famiglia della regione che lo annuncia. E per le giovani donne studentessere (istituto universitario e più) la carta sarà accompagnata da bei regali, e per questo, mentre il bilancio iraniano é anch'esso dimezzato dalla crisi economica mondiale, una busta di circa due cento milioni di rial è stata trovata. E come se ciò non bastasse, Gholam Reza Hassani, il grande mollah di Oroumyeh (ex-Rezayeh), non ha esitato a pronunciare parole terribili che non saranno certamente mai riportate in Occidente a meno che non lo facciamo: "28 anni dopo la rivoluzione e ci sono ancora donne mal velate in vita ed è una vergogna per l'islam di vederle con la testa sollevata. Queste donne, i loro coniugi e i loro padri devono morire".

Provate dunque a dire il contrario sulle donne velate ... .

Una caramella rappresenta la ben velata, del sangue con delle mosche per le altre rappresentate come animali.

E come se ciò non bastasse ecco che questo tipo di pubblicità contro le non velate ma anche contro le braccia nude degli uomini si ramifica nel mondo.

In Indonesia… dove si velano donne e bambine, si vede anche che le costruzioni sono scomparse ..... (un aereo?)

Quanto a questo cartello in occasione di una manifestazione a Londra parla da solo, indicandoci dove si situano le priorità:

"L' hidjab è un diritto elementare della donna musulmana" dice il cartello.

E per quanto riguarda la pubblicità per il velo in alcuni Paesi arabi parla da sola anche questa:

Le donne sono lecca lecca e gli uomini sono mosche.

"Per comprendere la politica del sistema islamista che prova ad estendersi all'Europa, la questione del velo è essenziale. Perché questo sistema difende, sparge, promuove il velo? Il velo è l'emblema del sistema islamista, ed è attorno al velo che una società islamista può crearsi. In altre parole, l'islam può esistere senza il velo delle donne, ma il sistema islamista non può esistere senza il velo delle donne". (Chahdortt Djavann)

"Tutto questo mostra a che punto la problematica del velo va al di là del semplice aspetto dell'abbigliamento". (Fonte: Scettico )

Olanda - un musulmano strappa dei cartelloni pubblicitari di biancheria intima con le sue unghie, " per Allah: link .

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martedì 28 aprile 2009

21 APRILE: "MILLE E UNA DONNA" COMPIE 1 ANNO !!!


E noi festeggiamo oggi! :-) grazie a tutti coloro che mi hanno seguito finora e pensano di continuare a seguirmi. Mi auguro che visite e COMMENTI siano sempre più numerosi !!!
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lunedì 27 aprile 2009

LILLA, TESTIMONIANZA. DOPO UN MATRIMONIO FORZATO, LA SECONDA VITA DI HALIMA


Foto, Halima a sinistra con due buone amiche che l'hanno sostenuta: Héléne François e Halima Ayachi .

Il suo permesso di soggiorno è stato una liberazione. Halima, un' algerina fuggita da un matrimonio forzato, ha voluto testimoniare.
Non per avere pietà di lei, non perché si immagini che la sua sorte sia quella di tutte le algerine. Ma per ringraziare coloro che l' hanno sostenuta. Sulla sua maglietta fashion c'è scritto "Liberty". "Che felicità", dice spesso. I suoi occhi scintillano.
Sorride. Sorride così tanto che ha difficoltà a credere realmente a quello che racconta. Halima ha 25 anni e nasce per la seconda volta. "Non avevo più speranza, ero morta", confida in occasione dell' intervista. Halima è algerina. Ha nove fratelli e sorelle ed una vita familiare complicata. Ma trova il suo equilibrio grazie al karaté. Anche se fare uno sport di lotta, "era mal visto in famiglia". La sua vita oscilla nel 2004. Ha 20 anni, vogliono sposarla. Il fidanzato ha 50 anni, è ricco. Questa non è la sorte riservata a tutte le giovani donne in Algeria, ma questo succede ancora. "Ho rifiutato,sono stata vittima di violenze".

Trappola

Nel 2005, la storia si trasforma in un calvario. “Il signore mi ha chiamato un giorno, mi ha detto " venite, possiamo discuterne". Sono partita con lui, nella sua automobile. E' finita male. La trappola si chiude… . Si sveglia in ospedale il corpo pieno di lividi, delle ossa rotte, il cuoio capelluto aperto su quasi tutta la lunghezza, la memoria quasi persa. "Sono stata in ospedale quasi un anno". Da quel momento Halima ha una sola idea in testa. Fuggire. Il suo allenatore di karaté l' aiuterà. "Lui mi ha fatto avere un visto per venire in Francia". Un visto per partecipare ad una competizione. Anche se, a causa delle ripercussioni, Halima ha abbandonato lo sport. Il gruppo riparte, ma non lei. Halima si stabilisce da sua cugina, a Lilla, e deposita una domanda di permesso di soggiorno. Per nove mesi, finché la prefettura non prende la sua decisione, è in regola. Poi la sua domanda è rifiutata e Halima diventa "una clandestina". Siamo alla fine 2007. Alcuni mesi più tardi, diventerà un'ombra, un fantasma. "Sono stata fermata due volte. La prima volta, sono rimasta 48 ore in cella in commissariato ed una settimana in un centro di detenzione. Il tribunale mi ha rilasciata e mi ha assegnato una residenza". La seconda volta, Halima evita il centro di detenzione. Ma il timore di essere espulsa diventa così forte che decide di restare da sua cugina. "Non sono più uscita per nove mesi. Non osavo neanche guardare dalla finestra, abbassavo il suono della tele. Non uscivo per comperare il pane".

Ultima possibilità

Tra i due arresti, la sua cugina è andata a bussare alla porta del Saffia, un'associazione di Fives (Solidarietà alle donne e famiglie di qui e d'altrove). Questa non è la prima associazione che contatta. Ma - come dire? - tutte non praticano la stessa politica. "Si è provato a trovare una strategia", spiega Hadda Zouareg, la presidente. Il problema, bisognava riunire le prove". Per due volte, la Codrese* gli richiede infatti delle prove complementari. Nel novembre scorso, questa commissione dell'ultima possibilità degli stranieri in situazione irregolare convoca Halima prima di emettere un parere definitivo. La giovane donna deve difendersi duramente per farsi credere: "Se le donne del Saffia non fossero state là…" tuttavia, il colloquio fila bene. Anzi benissimo: la prefettura le rilascia un permesso di soggiorno di un anno per vita privata e familiare. Un prezioso documento che le dà diritto di lavorare. Con l' iuto dell' associazione, Halima diventa allora aiutante a domicilio per le persone anziane. "Che felicità", ripete. Il suo francese non è perfetto, ma la giovane donna é molto fiera di annunciare che ha superato con successo le quattro prove imposte dal ministero dell' Immigrazione. "Il mio paese, è la Francia. La mia famiglia, è qui, é l' associazione", sussurra osservando Hadda Zouareg e Halima Ayachi, una benefattrice. Indiscreto, si finisce per avere la notizia che Halima si è installata con il suo compagno a Lilla. "Ora, ho una vita normale, come tutti. Una vita migliore. Sono felice". (Fonte: Scettico, da nordclair , 25/4)

*Codrese: commissione dipartimentale di riesame della situazione amministrativa degli stranieri.
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domenica 26 aprile 2009

AYAAN HIRSI ALI: "CARE FEMMINISTE OCCIDENTALI, LOTTATE PER LE DONNE ISLAMICHE"

«Il movimento femminista è an­dato in bancarotta», svuotato di significato dal suo stesso successo. È radicale, Ayaan Hirsi Ali, nella diagnosi, ma anche nelle aspettative. Femminista, 39 anni, nata in Somalia, ex deputata in Olanda e oggi stu­diosa dell’organizzazione conservatrice American Enterprise Institute negli Stati Uniti, dove vive sotto scorta, Hirsi Ali ha criticato duramente il trattamento delle donne nelle società islamiche. Lo ha fatto nei suoi libri Non sottomessa (Einaudi), In­fedele e Se Dio non vuole (Rizzoli). Nel 2004 il suo amico Theo van Gogh, con cui aveva girato un film sulla sottomissione delle donne nell’islam, fu assassinato in Olanda. Sul suo petto, c’era una lettera af­fissa con un coltello: una sentenza di mor­te per Hirsi Ali, autrice della sceneggiatura del film. Mentre le donne musulmane combatto­no in Occidente e nei Paesi d’origine una battaglia per i diritti, le femministe occi­dentali non stanno protestando con forza accanto a loro. Sul fronte italiano, Susan­na Camusso, Lidia Menapace, Assunta Sar­lo hanno sostenuto che «il movimento femminista è come un movimento carsi­co, che compare e scompare» e che vivia­mo «una stagione di silenzio», in cui le donne non hanno rilievo politico. Per que­sto, dicono, oltre che per una difficoltà a discutere di islam, non si scende in piazza. «Non esiste un nuovo femminismo glo­bale fatto di donne immigrate, donne dei Paesi del Terzo Mondo e donne occidenta­li — dice adesso Hirsi Ali —. In ogni Paese ci sono donne come me, come Taslima Na­sreen, come Irshad Manji in Canada, Necla Kelek in Germania, ma siamo sparse per il mondo, non abbiamo un’unica organizza­zione ». All’analisi segue però l’obiettivo. «È il momento di ripensare l’intero movi­mento femminista, di dire che dopo aver ottenuto tanto in Occidente, si deve inizia­re un movimento per la liberazione delle donne non occidentali». A 5 anni Hirsi Ali fu sottoposta all’infi­bulazione. A 22, fu costretta a sposarsi. Messa su un aereo per il Canada, approfit­tò dello scalo in Germania per fuggire. Si rifugiò in Olanda, dove è poi diventata de­putata del partito neoliberista VVD. Quan­do l’Olanda ha rifiutato di proteggerla, si è rifugiata in America. Se Hirsi Ali riesce a parlare, perché è così difficile per le fem­ministe occidentali? Una delle ragioni, di­ce lei, è la «mancanza di affinità»: «Le don­ne in Afghanistan protestano per il diritto a lavorare, a non essere stuprate nel matri­monio o costrette a sposarsi, tutte cose che le europee e americane hanno conqui­stato. Per le femministe occidentali oggi le priorità sono infrangere il 'soffitto di ve­tro' del potere, conciliare maternità e car­riera ». C’è anche una difficoltà, ammessa dallo stesso movimento, a lottare oggi per i diritti delle donne persino in patria. «In questo l’Italia non è diversa dall’Olanda, dai Paesi scandinavi e dalla Francia — dice Hirsi Ali —. La tragedia delle femministe europee è che si sono avvicinate troppo al­lo Stato. Le organizzazioni prendono sussi­di dal governo, loro sono diventate funzio­nari statali e parlamentari. In passato face­vano pressione e protestavano contro lo Stato se non proteggeva le donne. Ma se prendi sussidi, diventi lo Stato». La ragio­ne principale del silenzio, però, è ideologi­ca, sostiene: «Le femministe hanno ab­bracciato l’ideologia del multiculturali­smo ». «In Afghanistan le donne manifesta­no contro pratiche previste dalla legge isla­mica, ma le organizzazioni femministe oc­cidentali non sono per niente critiche del­l’islam — spiega — . Ascoltano la minoran­za di uomini che usano l’islam come stru­mento per sottomettere le donne. Nei con­fronti dell’uomo musulmano hanno una sensibilità che non avevano per l’uomo cri­stiano». Ed è così che la sinistra ha perso il primato nella difesa delle donne. (Fonte: "Corsera")

Stanzani e Niccolò Figà Talamanca: da parte del Parlamento Europeo un forte appello a rispettare e rafforzare i diritti delle donne in Afghanistan .

- Queen Rania in "The Situation Room" : la regina Rania di Giordania parla alla CNN di educazione e parità di genere in Medio Oriente.

- La principessa e l’ancella, salvatrici di cavall... . La principessa Haya di Giordania, cavallerizza agonistica di ottimo livello, ha sponsorizzato la borsa di studio "King Hussein's Memory", per gli studenti più meritevoli e in difficoltà economiche dell'Alma Mater Studiorum di Bologna, dopo che i veterinari dell'istituto hanno curato il suo cavallo.

«L’idea in sé di liberare le donne dalle catene della tradizione e della religione è oggi negli Stati Uniti una questione soste­nuta e promossa con passione dal partito repubblicano. È un paradosso perché una volta era la missione principale della sini­stra. Idealmente dovrebbe essere una que­stione bipartisan. Ma di fatto in Europa e in America sono i conservatori a parlare e offrire denaro e tempo per la questione delle donne musulmane». Il movimento femminista globale teoriz­zato dalla scrittrice dovrebbe presentare petizioni, portare la gente in piazza. «Quando le donne afghane sono andate a manifestare, c’è stata una contromanifesta­zione di centinaia di uomini. L’Italia ha mandato truppe in Afghanistan: donne e uomini dovrebbero dire 'Vogliamo giusti­zia per quelle donne'. Se guardiamo al­l’esempio del Sudafrica, prima dell’aboli­zione dell’apartheid, c’era un’enorme indi­gnazione in Occidente: ai bambini veniva insegnato a scuola che la segregazione raz­ziale è un male, la gente mandava soldi, ve­stiti e risorse all’Anc, le organizzazioni per i diritti civili europee e americane faceva­no pressioni sui governi e proteste senza fine. Niente del genere sta accadendo per le donne musulmane, né per le cinesi, le indiane o le donne del Sud del mondo». Molte attiviste musulmane però non condividono l’idea di Hirsi Ali che islam e diritti umani siano inconciliabili (altro ostacolo alla creazione di un «movimento globale»). Lei ritiene che «il principio del­l’oppressione sia contenuto nel Corano e negli insegnamenti di Maometto». E ha ab­bandonato l’islam, professandosi atea. Ma molte musulmane sostengono che le vio­lenze sulle donne nel nome di Dio sono contrarie al «vero islam». «Non devono rinnegare la loro religione — dice Hirsi Ali —. Ma per emanciparsi, devono capire una cosa: il Dio che dice che devono esse­re oppresse è lo stesso Dio che pregano per ottenere la salvezza. Le organizzazioni di donne musulmane non lo capiscono. Le occidentali possono aiutarle condividen­do la storia della propria emancipazione, che non sarebbe stata possibile senza una cornice morale laica che garantisce pari di­ritti e se non avessero contestato la Bibbia e le autorità religiose. La prima battaglia che le donne musulmane devono combat­tere non è contro gli uomini che le oppri­mono, né contro lo Stato: è contro il loro stesso Dio» .

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ROXANA, CONDANNATA IN IRAN FA LO SCIOPERO DELLA FAME

Roxana Saberi, la giornalista irano-americana in carcere a Teheran e condannata a otto anni di reclusione per spionaggio in favore degli Usa, è da cinque giorni in sciopero della fame e andrà avanti fino a quando non verrà rilasciata. Lo ha detto oggi il padre, Reza Saberi. La giornalista è attesa intanto idealmente il mese prossimo sulla scena del Festival del cinema di Cannes, dove il suo fidanzato, il regista curdo iraniano Bahma Qobadi, presenterà un film la cui sceneggiatura è firmata, fra gli altri, dalla stessa Saberi. «Roxana - ha detto il padre- mi ha telefonato oggi e mi ha detto di essere in sciopero della fame da martedì. Oggi, quindi è il quinto giorno». Saberi ha aggiunto che tornerà a far visita alla figlia lunedì. Ma si è detto preoccupato per le sue condizioni, avendola sentita «debole». Intanto l'avvocato della giornalista, Abdolsamad Khorramshahi, ha detto di avere formalizzato oggi il ricorso in appello. «Grazie all'intervento dell'ayatollah Shahrudi si saprà molto presto se ci sarà un cambiamento con la sentenza d'appello», ha sottolineato Khorramshahi. L'ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, capo dell'apparato giudiziario, ha chiesto nei giorni scorsi ai magistrati competenti di portare a termine in modo «rapido e giusto» il processo. Ma alla domanda se ciò potrà avvenire già nei prossimi giorni, l'avvocato Khorramshahi ha sottolineato di aspettarsi la sentenza di secondo grado «tra circa un mese». Per il momento, tuttavia, restano inascoltati gli appelli del presidente Usa Barack Obama perchè Roxana venga rimessa in libertà. (Fonte: Libero/news.it)
Così come non vi sono notizie che le autorità di Teheran abbiano acconsentito ad un'altra richiesta di Washington perchè alla giornalista sia consentito incontrare diplomatici dell'ambasciata svizzera a Teheran, che rappresenta gli interessi americani in Iran. Roxana Saberi, nata e cresciuta negli Usa, con padre iraniano e madre giapponese, risiede da sei anni in Iran con passaporto iraniano e le autorità locali non le riconoscono la cittadinanza americana. La stampa iraniana riferisce intanto che il film che Bahman Qobadi porterà a Cannes si intitola "Nessuno sa nulla sui gatti persiani", riguarda il mondo della musica underground iraniana e sarà presentato nella sezione Un certain regard. Roxana Saberi è coautrice della sceneggiatura insieme allo stesso Qobadi e a Hossein Abkenar. Bahman Qobadi, autore di film conosciuti e premiati all'estero, ha pubblicato nei giorni scorsi uno scritto in difesa della fidanzata su un popolare sito Internet in lingua Farsi. Leggi tutto ...

sabato 25 aprile 2009

MARINA, TORTURATA A EVIN: "NON RESTIAMO IN SILENZIO"


Marina Nemat aveva 16 an­ni quando fu arrestata, trasci­nata in cella, torturata come «sovversiva comunista» per qualche protesta in classe e un paio di articoli sul giornalino del liceo. Era il 1982, a Tehe­ran. E il lugubre carcere dove rimarrà due anni era Evin, che oggi rinchiude la reporter ira­no- americana Roxana Saberi e molti altri «dissidenti». Mari­na riuscirà a evitare la morte: già davanti al plotone d’esecu­zione fu salvata da una Guar­dia della rivoluzione che l’ama­va, le impose di convertirsi al­l’Islam (lei era ed è cristiana), la sposò. Poi la fuga in Cana­da, un nuovo marito (il suo primo amore), due figli. E nel 2007 un libro: Prigioniera di Teheran (Cairo Edizioni), proi­bito in Iran, tradotto in 23 lin­gue, che presto diventerà un film.

Del caso Saberi si sta par­lando molto in Occidente. Ma dei prigionieri politici ira­niani si sa poco in realtà. Co­me mai?

«Roxana, a cui sono vicina, è un caso speciale: ha doppia nazionalità, è parte del gioco politico tra Iran e Usa, verrà usata, credo, come 'merce di scambio'. Per questo staranno ben attenti a non torturarla né ucciderla. Hanno gli occhi del mondo su loro. Ma in Iran ci sono da decenni migliaia di de­tenuti innocenti, giovanissi­mi, ragazze, ignorati da tutti in Occidente. Solo negli anni 80 i prigionieri politici erano 40-50 mila. E il 90% di loro era­no adolescenti, come me».

Eppure anche lei ha aspet­tato quasi 20 anni per parla­re, nemmeno suo marito sa­peva tutto. Perché?

«È quasi impossibile uscire da simili traumi e parlarne su­bito. È successo alle vittime delle torture in Cile e in Argen­tina, quasi tutte restate in si­lenzio anche con l’arrivo della democrazia. Dopo quei traumi si vive in una bolla, si diventa come un maratoneta condan­nato a correre fino alla morte o a cadere. Io sono caduta. Do­po la morte di mia madre, nel 2000, ho capito che lei non ave­va mai saputo chi fossi io dav­vero. Nessuno mi conosceva. Ho iniziato ad avere incubi, flashback, perfino episodi psi­cotici. Ho capito che il silenzio mi avrebbe ucciso. Mi ero sba­gliata sperando di poter rimuo­vere Evin: era dentro di me. Dovevo farlo uscire».

Cos’è il carcere di Evin per lei e gli iraniani?

«L’orrore in cui entri e spari­sci. L’incubo assoluto. Un tabù nazionale. Se qualcuno soprav­vive e ne esce non ne parla: per paura di tornarci, di rap­presaglie sui propri cari, per­ché è 'nella bolla'. Evin è par­te del sistema dai tempi dello Scià, che lo costruì. Non è cam­biato nemmeno con il modera­to Khatami: la reporter ira­no- canadese Zahra Kazemi fu uccisa a Evin sotto la sua presi­denza. Ora con Ahmadinejad è peggio. Da poco è morto in cel­la il blogger Omid Mir Sayafi, uno dei tanti». (Fonte: Informazione Corretta.it , dal "Corsera")


Iraq: secondo attentato kamikaze della settimana .
Qualcosa sta cambiando però: le aperture di Obama a Teheran, le prossime presi­denziali in Iran. Siamo a una svolta?

«Obama porta una nuova speranza, dopo i disastri di Bu­sh. E credo che in giugno il candidato moderato Mir-Hos­sein Mousavi abbia buone chance, la gente ma anche i khomeinisti sono stanchi di Ahmadinejad. Ma perché le co­se cambino davvero ci vuole la caduta del regime, per ora im­possibile. La Storia ci ha inse­gnato che né l’islamismo né il marxismo portano alla demo­crazia. E sarebbe ingenuo illu­derci ».

Che fare, allora? Shirin Ebadi ritiene che sanzioni o, peggio, una guerra sarebbe­ro un disastro per tutti.

«Concordo in pieno. Piutto­sto, l’Occidente dovrebbe alza­re la voce contro ogni violazio­ne dei diritti umani, non solo di cittadini con doppia nazio­nalità. E aiutare la nascita di un’opposizione non ideologi­ca, una vera alternativa. In quanto a me, non posso torna­re in Iran, ho subito minacce, ma resto in contatto con il mio Paese. Sto preparando un secondo libro, insegno. E cer­co altri ex prigionieri di Evin per convincerli a parlare. Ma è difficile. Quasi tutti scelgono di restare nella loro bolla, in si­lenzio ».
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"DONNE E BLOGGER HANNO PIU' FUTURO DI AHMADINEJAD". INTERVISTA AD AZAR NAFISI


La scrittrice: il mio Paese ama la libertà. Il consenso per il regime è al minimo.

Le cose che Azar Nafisi ha taciuto dei suoi 18 anni nell’Iran khomeinista sono elencate nei diari che teneva quando, prima d’emigrare negli Stati Uniti, insegnava all’università Allameh Tabatabai: innamorarsi a Teheran, andare a una festa a Teheran, mangiare il gelato a Teheran, guardare i Fratelli Marx a Teheran. Bisogni privati negati dalla politica come leggere, «Leggere Lolita a Teheran», il libro che l’ha resa celebre in tutto il mondo. «Scrivo per tener vivo il Paese che la dittatura ha congelato», dice sprofondata nella poltrona chester di un caffè di South Kensington, il cuore opulento di Londra. Jeans, pullover azzurro, scarpe basse, ha appena presentato al festival «Free the World!» il suo secondo romanzo edito da Random House, «Things I’ve Been Silent About», le cose che ho taciuto, l’autobiografia cui lavora dal 2003, dalla morte della madre nell’ospedale a lei precluso di Teheran. In Italia sarà pubblicato da Adelphi.

Sono passati cinque anni da «Leggere Lolita a Teheran». Perché ha taciuto tanto a lungo?

«Raccontare la propria vita è difficile. La dittatura rende la sfera personale un tabù, il privato diventa politico. In Iran non potevo parlare della letteratura che amavo o degli amici arrestati e uccisi. Non riuscivo a parlare neppure del rapporto conflittuale con mia madre, verso cui nutrivo amore e risentimento, esattamente come verso il mio Paese. Ho cominciato a scrivere di lei quando è morta e non potevo tornare in patria a dirle addio, e ho scritto dell’Iran quando sono partita per Washington, nel 1997».

Cos’è l'Iran per lei, sua madre, autoritaria e distante al limite dell’anaffettività, o suo padre, affascinante narratore di fiabe capace anche di mentire?

«L’Iran è la somma dei due. Mia madre, nata da una famiglia benestante e moderna di Teheran, emancipata al punto da sposarsi due volte per amore e lavorare in banca rivendicando la propria indipendenza. E mio padre, nato nella conservatrice Isfahan, erede di una dinastia di studiosi religiosi, intellettuali e puritani. Lei voleva plasmarmi a sua immagine anche a costo di leggere di nascosto i miei diari, lui mi raccontava le storie de Il libro dei Re, che oggi insegno a mia figlia, ma mi rendeva anche complice dei suoi tradimenti con altre donne».

Che Paese è oggi quello che ha lasciato? Da un lato il governo Ahmadinejad apre al dialogo con gli Stati Uniti, dall’altro incarcera con l’accusa di spionaggio la giornalista iraniano-americana Roxana Saberi e condanna a morte Delara Darabi che sarà impiccata lunedì per un reato commesso quando aveva 17 anni. (sappiamo che per fortuna l'esecuzione di Delara è stata sospesa, ndr)

«Non mi fido della politica. Il governo parla di aperture per calmare la gente e uccide nelle galere. L’Iran è una dittatura islamica ma, attenzione, è anche il Paese dove le donne hanno lanciato la «One Million Signatures Campaign», un milione di firme contro la repressione. È il Paese dei blogger, dei giornali democratici che non si scoraggiano se vengono chiusi, del Nobel Shirin Ebadi che, estromessa dalla carriera di giudice, si mette a fare l’avvocato dei diritti umani, della poetessa Simin Behbahani che a 82 anni non ha smesso di scrivere versi sulla libertà della donna e sul potere sovversivo dell’erotismo. Ahmadinejad lo sa: tempo fa ammise che a 30 anni dalla rivoluzione islamica le università continuano a fare resistenza. Credo nella società iraniana, la politica dovrà adeguarsi. L’Iran è diverso da altri Paesi, ad esempio il Venezuela, dove la dittatura è allo zenit. La nostra dittatura si è consumata come una candela. Vent’anni fa il giornalista Akbar Ganji credeva come me nella rivoluzione islamica, oggi è in esilio negli Usa e contesta il regime citando Hannah Arendt, Spinoza». (Fonte: "La Stampa", da 19/4)


"Donne e uomini separati": in Israele riparte la polemica sui bus monosesso.
Secondo una barzelletta raccontata a Gerusalemme, solo Obama può salvare l’Iran dalle bombe israeliane. Ha fiducia nel nuovo presidente americano?

«Ho imparato a dubitare seguendo il proverbio inglese per cui prima di giudicare il pudding bisogna mangiarlo. Obama rappresenta la speranza, al punto che all’indomani della sua elezione una rivista iraniana è uscita titolando “Perché non possiamo avere uno come lui?" ed è stata chiusa. Ma aspetto. È giusto che provi a parlare con il governo, i governi parlano tra loro. Ma l’America del primo presidente afroamericano di nome Hussein deve ascoltare la gente, gli iraniani, quelli che vengono torturati, il popolo che dà legittimità al governo. Ahmadinejad ha vinto perché ha promesso ai poveri quello che non poteva mantenere, ma soprattutto perché non ci sono elezioni democratiche in Iran né osservatori internazionali, vedremo cosa accadrà la prossima volta».

Europei e americani impazziscono per i suoi libri. Cosa si aspetta da loro, politicamente?

«La comunità internazionale può piegare il regime iraniano con le sanzioni economiche, evitando prove di forza tipo raid aerei. Ma deve crederci. Mi sembra che il vero problema dell’Occidente oggi non sia l’economia quanto la mancanza di una visione. In Iran la gente muore per la libertà che i relativisti europei negoziano in cambio di un generico rispetto delle culture altre. I diritti sono universali, come il desiderio di leggere Lolita a Teheran, Roma, New York. Il regalo che il popolo iraniano può fare al mondo occidentale è l’immagine ideale che ne conserva discutendo in segreto di Calvino, Svevo, Hemingway, Nabokov».
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BARBIE TALEBANA

(Fonte: Liberali per Israele, 21/4)

E a proposito di bambole: Bambola islamica conquista l'Olanda .

E nelle Marche: "Niente velate nel mio paese" Ordinanza anti-burqa . Leggi tutto ...

venerdì 24 aprile 2009

LA ZIA DI MOHAMMED VI E I SUOI SCAGNOZZI SFIGURANO UN' AVVOCATESSA

Hafsa Amahzoun, sessanta anni, ha due particolarità. È la zia del re del Marocco, Mohammed VI, ed è pericolosa. Secondo il quotidiano El Pais, con alcuni uomini, ha sfigurato una povera avvocatessa, nella città di Khenifra, il 14 aprile scorso. La vittima è oggi all'ospedale in attesa di un'operazione di chirurgia plastica. Tutto questo per una storia di pieno di benzina!
Uno sciopero dei trasporti perturba attualmente la fornitura delle stazioni di servizio in quasi tutto il regno. Semplicemente insopportabile per la zia di Mohammed VI,che, a bordo della sua vettura, ha tentato di intercettare vicino alla località di Mrirt, un autocarro del petroliere Afriquia per fare il pieno e riempire le cisterne del suo serbatoio di benzina.
L'autista non si è sceso: il combustibile che trasporta è destinato ad un distributore di benzina della città di Khenifra, ad una trentina di chilometri da là. E a nessun'altra.

All'inseguimento dell'autista

Rifiutando di farsi smuovere, l'autista riesce a prendere la fuga a bordo del suo autocarro, lanciato a 110 km/h. Secondo il responsabile della sezione locale dell'Associazione marocchina dei diritti dell'uomo (AMDH) citato da El Pais - una versione simile è stata pubblicata in due quotidiani marocchini -, una quarantina di uomini guidati da Sua Altezza l' hanno inseguito con una decina di automobili.
Tutto queso folto gruppo si ritrova finalmente verso le 23 al distributore di benzina di Khenifra dove il psicodramma prenderà fine. I poliziotti sono chiamati ad intervenire e decidono: il combustibile trasportato nell'autocarro ritorna al distributore di benzina e non alla zietta reale. Visibilmente punta, la principessa ed i suoi scagnozzi, armati di manganelli e di armi bianche, mettono la stazione sotto-sopra e distruggono un ristorante attiguo. Degli operai sarebbero anche stati aggrediti e colpiti.
Spaventato, il proprietario del distributore di benzina chiede allora a sua moglie, Fatima Sabiri, di andare a rifugiarsi al commissariato più vicino. Prima di andarsene in automobile, quest' avvocatessa dichiara: "qui, tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge". Crimine che fa imbestialire Sua Altezza! La zia di Mohammed VI insegue allora l' insolente che riesce a superare la soglia del commissariato. Là, è riacciuffata dalla zietta furibonda e dai suoi uomini che, secondo il presidente dell' AMDH ed il marito della vittima, attaccano l'intero commissariato e aggrediscono l' avvocatessa con due colpi di coltello, di cui uno è quello al viso con il quale l'ha sfigurata.

"Qui, tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge"

Secondo il marito, i poliziotti hanno lasciato partire gli aggressori senza importunarli e, durante il supplizio di sua moglie, si sono accontentati di chiedere agli sbirri di Sua Altezza di essere "misericordiosi". Dato che una denuncia è stata esposta ed è avvenuta una manifestazione di protesta, che ha raccolto tra 3.000 e 4000 persone, organizzata a Khenifra dalla AMDH, questo dramma riporta con rilievo la questione dell'impunità della famiglia reale. (Fonte: Bakchich, da Scettico)

E infine: Francia: una coppia di musulmani integralisti arrestata per violenze sulle loro figlie link e Perpignan: Due genitori imprigionati per maltrattamento in nome dell'islam? link .
(...) Prima ancora uno zio di Mohammed VI, Hassan Yacoubi, aveva sparato a un poliziotto che l' aveva multato dopo essere passato col rosso ad un incrocio a Casablanca. La questione è stata sepolta e l'uomo dichiarato malato mentale. Cosa ne sarà con la zia di Mohammed VI, Hafsa Amahzoun? Sarà difficile inventare scuse psichiatriche per tutti i crimini commessi da membri della famiglia reale da quando questi ultimi sono portati a conoscenza del grande pubblico.
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GRAN BRETAGNA, SCHIAVE DELLA LORO SUOCERA


Una donna, che ha sequestrato le sue tre nuore, trattandole come schiave per oltre 10 anni, è stata ascoltata ieri al tribunale. Naseebah Bibi 62 anni, avrebbe dominato le 3 donne con la paura - picchiandole e prendendole a schiaffi se queste non avessero obbedito. Minacciava di rompere loro le gambe e le privava del mangiare. Il loro calvario è stato scoperto quando una delle tre donne è riuscita a liberarsi ed é corsa in strada per dare l'allarme ad un vicino.
Il tribunale ha appreso che Tazeem Akhtar, Nagina Akhtar e Nisbah Akhtar erano arrivate in Gran Bretagna da molti anni grazie a matrimoni combinati in Pakistan per i suoi figli Nahim, Fahim e Nadeem. Anziché vivere con il loro marito ed educare i loro figli, le donne sono state messe al lavoro dalla loro suocera, cucinare, pulire e lavorare come sarte con una macchina da cucire industriale. Naseebah Bibi nega le accuse portate contro di lei. Philip Boyd, il procuratore, ha dichiarato: "La signora Bibi ha chiaramente sfruttato ciascuna di queste donne. Sono state trattate come bambine, o piuttosto come schiave o cani, costrette ad obbedire sotto minaccia e sotto l'impiego della forza". "Queste giovani donne sono state ripudiate dai loro mariti, poco dopo il loro matrimonio combinato, esse non parlano l'inglese, e poiché non avevano i mezzi per tornare in Pakistan, l'accusata le ha sfruttato per il suo impiego". (Fonte: Daily Mail, da Scettico, 21/4)

E Spiagge islamiche? Definizione! link .
La seconda donna Tazeem Akhtar, che ha sposato Nahim in Pakistan è venuta in Gran Bretagna appena ha ottenuto il suo visto nel 2001. Il Sig. Boyd dice: "È venuta, aspettandosi di vivere il suo sogno di avere bambini con suo marito, ma il suo sogno era destinato al fallimento. Ignorava che Nahim era già sposato con una donna bianca, con la quale ha due bambini. Non aveva effettivamente l'intenzione di vivere come marito e moglie con lei. Aveva già una sua vita e ha scoperto questo fin dal primo giorno del suo arrivo".
È stata anche messa al lavoro da sua suocera ad un ritmo estenuante, dall'alba a mezzanotte". … aggiunge: "Era trattata come una schiava,… autorizzata a mangiare solo con un permesso…" . Il suo calvario si è concluso dopo 18 mesi, nel 2003, quando Bibi l' ha riportata al Pakistan e l' ha abbandonata laggiù. La terza donna, Nisbah - che è la sorella di Tazeem - si era sposata con Nadeem in Pakistan ed è arrivata in Inghilterra nel dicembre 2005. Ma al suo arrivo, è stata ripudiata dal marito e lo stesso schema di sfruttamento è cominciato. Il 28 ottobre 2007, una discussione é scoppiata tra Nisbah e la suocera, e suo marito l' ha colpita con pugni al viso, quindi è stata chiusa a chiave in camera da letto. Poi dicendo di aveve bisogno di andare alle toilette, è riuscita a fuggire in strada. Un vicino ha dato l'allarme alla polizia, e la signora Bibi e Nadeem sono stati interrogati. Il processo continua... .
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UNA MUSULMANA UCCIDE UNA BAMBINA: COSA FA ARRABBIARE IL MARITO?


Una bambina di 2 anni è morta massacrata con dei colpi dalla testa ai piedi da sua zia. Il corpo ha 55 contusioni e ferite distinte. Ma non è di questo che si preoccupa il marito della donna. No, quello che lo fa arrabbiare, e che fa parlare la comunità musulmana locale, è che la polizia ha fotografato sua moglie senza il suo hijab, come lo vuole la procedura. E questo avviene negli Stati Uniti!
Chicago, Illinois - la fotografia presa dalla polizia in occasione dell'arresto della signora Nour Hadid, sospettata di avere ucciso una bambina martedì scorso, è "un insulto alla nostra religione", ha detto il marito della Hadid, Alaeddin.
I poliziotti di Orland Park dicono che la donna musulmana di 26 anni è stata trattata come qualsiasi altro sospetto per un affare d'omicidio, e che non avevano alcuna intenzione di umiliarla quando l' hanno fotografata domenica senza il suo velo e le spalle nude.
Nour Hadid è accusata di avere picchiato a morte sua nipote di 2 anni Bhia Hadid per oltre quattro giorni nel suo domicilio. La bambina ha 55 varie contusioni e tracce di botte "dalla testa ai piedi", secondo i procuratori, che dicono che Hadid ha riconosciuto il suo crimine.
La donna è accusata d'omicidio di primo grado ma Alaeddin Hadid - che insiste che sua moglie è innocente - ha detto alla polizia di Orland Park che si troveranno "in grande difficoltà" alla liberazione di sua moglie per la diffusione dei mass media della foto di lei senza il suo hijab.
"È contro la nostra religione, non facciamo questo nella nostra cultura", ha dichiarato Alaeddin. "La gente mi interroga tutti i giorni sull'argomento".
I funerali della piccola Bhia Hadid hanno avuto luogo giovedì. Ci si potrebbe immaginare che il marito abbia cambiato intenti e che non realizzi più ciò che dice?
Sicuramente no. il medico Mohammed Sahloul, il presidente del Consiglio delle organizzazioni islamiche di Chicago ha dichiarato che i poliziotti "devono rispettare il pudore dell'accusata",
Sahloul che ha dichiarato di non essere al corrente dei dettagli dell'affare Hadid, ha parlato in termini generali dell' hijab, ed ha fatto osservare che le donne musulmane sono anche autorizzate a portare l' hijab sulle foto della carta d'identità," se lo scopo è l'identificazione, e che si coprono in pubblico, allora l'identificazione sarà più facile (con l' hijab) in qualunque caso", ha detto.
Nour Hadid che viene dalla Giordania, nelle sue confessioni filmate, ha detto di aver colpito a morte sua nipote perché era in collera con suo marito che l' accusa di avere rubato denaro nascosto sotto il materasso. Ma il marito afferma che l'interprete ha tradotto male le opinioni di sua moglie e che le confessioni sono state ottenute senza la presenza di un avvocato. (Fonte: South town Star, da Scettico, 20 aprile)
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IRAQ/STUPRATA IN CARCERE, VIENE UCCISA DAL FRATELLO

Tutela donne, dove "uccidere la moglie costa meno di divorziare".

Roma, 24 apr. (Apcom) - Ci sono storie di ordinaria ingiustizia contro le donne che avvengono ogni giorno in Iraq, ma quella riportata oggi dal quotidiano panarabo edito a Londra, al Sharq al Awsat, merita di essere raccontata. Una detenuta 'rimane incinta nel carcere di stato' nella città di Tikrit, che ha dato i natali a Saddam Hussein. La ragazza chiama il fratello per chiedere aiuto. Il tizio arriva in cella e appena vede la pancia, perde la testa; prima ancora di ascoltare la sorella, estrae una pistola e le spara alla testa uccidendola sul colpo. I carcerieri sembrano sollevati. Ma all'obitorio, un impiegato "scrupoloso e desideroso di sperimentare le moderne attrezzature del nuovo laboratorio" arrivato dall'Europa decide di fare l'analisi del Dna al feto e a quelli che lavorano nel struttura carceraria. Emerge così che a stuprare la donna è stato il direttore del carcere. Arrestato assieme ad altri due agenti del carcere, l'uomo, un maggiore della polizia giudiziaria, ottiene però la libertà perchè "appiana" il tutto pagando una somma alla tribù della vittima.
Storia di ordinaria tragedia, che racconta come vengono tutelate le donne in Iraq, dove "decapitare la moglie costa meno che divorziare", come denuncia Ibtisam Hammoudi al Azzawi, direttrice di una piccola Ong per la difesa dei diritti delle donne. "Spesso, - afferma Ibtisam - ricevo donne che sono scappate di casa che mi raccontano della 'scomparsa improvvisa' di loro amiche in difficoltà nei rapporti con i mariti; se hanno fatto denuncia alle autorità capita che scompaiano, magari morte in un attentato". A sentire un funzionario dell'obitorio che ha parlato in condizioni di anonimato, il dramma raccontato non è che la punta di un iceberg: "Le denunce di stupri nelle carceri sono di gran lunga inferiore rispetto ai casi che conosciamo"; e aggiunge che "in media, la polizia in tutto il paese è oggetto da 5 a 10 denunce di stupro al mese". (Fonte: http://www.osservatorioiraq.it/)

E Turchia. Parla Edibe Sahin, esiliata nel 1980, eletta sindaco a Tunceli, “Io, la più votata alle amministrative del 29 marzo, e vi spiego perchè...” .
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giovedì 23 aprile 2009

"MATRIMONI MISTI, SEMPRE E SOLO CRISI?" di Layla Joude'

Secondo i dati forniti dall''Istat la popolazione straniera residente in Italia al primo Gennaio 2008 è pari a 3.432.651. Proporzionale all''incidenza della presenza straniera nel nostro Paese è la frequenza dei matrimoni misti, una realtà in continua crescita : nell''arco degli ultimi dieci anni è stato registrato un aumento del 300%. E' sicuramente un fenomeno di grande rilievo sia per il continuo e rapido incremento sia perchè questi dati rappresentano il segno più significativo del processo di integrazione delle comunità immigrate in Italia. Secondo una nota informativa dell''Istituto Nazionale di Statistica la composizione più frequente, nelle coppie miste, è quella in cui lo sposo è italiano e la moglie di cittadinanza straniera . Le donne italiane , che scelgono un partner straniero sono invece molto meno numerose. Nello specifico gli uomini italiani che sposano una cittadina straniera scelgono nel 49% dei casi donne dell''Europa Centro Orientale: Rumene al 21% e a seguire Ucraine e Polacche. Mentre le donne italiane mostrano una preferenza per gli uomini di origine nordafricana, in particolare proveniente dal Marocco e dalla Tunisia. Secondo una nota informativa dell''Istituto Nazionale di Statistica la composizione più frequente, nelle coppie miste, è quella in cui lo sposo è italiano e la moglie di cittadinanza straniera . Le donne italiane , che scelgono un partner straniero sono invece molto meno numerose. Nello specifico gli uomini italiani che sposano una cittadina straniera scelgono nel 49% dei casi donne dell''Europa Centro Orientale: Rumene al 21% e a seguire Ucraine e Polacche. Mentre le donne italiane mostrano una preferenza per gli uomini di origine nordafricana, in particolare proveniente dal Marocco e dalla Tunisia. Per quanto riguarda l'istruzione invece, le cittadine straniere che sposano un uomo italiano hanno un titolo di studio superiore a quello del coniuge più spesso di quanto accada nelle coppie italiane. E' quindi una notizia notevole il fatto che i cittadini stranieri che sposano gli italiani sono più giovani ed istruiti. La paura generata dalla cattiva propaganda alle unioni miste ha come principali motivi la differenza culturale e spesso religiosa. In Italia le ondate migratorie si sono sviluppate in periodi diversi e molto vasti a seconda anche dei Paesi di provenienza. La realtà odierna ci mostra come la società italiana sia composta ormai da Seconde Generazioni: figli di immigrati e sempre più, di coppie miste. Le differenze culturali si accorciano, le tradizioni e le religioni iniziano a convivere. I futuri matrimoni saranno sempre più misti e la società italiana sempre più multi etnica e multireligiosa. Sarebbe ipocrita dichiarare che non vi sono casi in cui la religione, se estremizzata, o l'imporre la propria cultura sorpassando quel confine che delimita il rispetto dell'altro, siano problematiche reali ed attuali ma il far luce sugli aspetti positivi e sull'effettiva realtà italiana fatta di statistiche e casi reali è sicuramente un investimento nel proporre un'integrazione che nasce anche dall'amore, il quale spesso e volentieri avvicina le culture e le intreccia generandene di nuove, noi figli. (Fonte: Layla Joudè, studentessa nata a Trento da madre italiana e padre siriano, è un'altra titolare del Blog Gli altri siamo noi ) Leggi tutto ...

"DONNE ARABE IN LOTTA PER I PROPRI DIRITTI" di Smahane Atif


Dal 26 al 29 marzo scorso, a Beirut si è tenuta la conferenza regionale per la riforma del diritto di famiglia nei Paesi arabi, protagoniste ancora una volta le donne, presenti quasi tutte: l’Unione delle donne giordane, Centro per l’assistenza delle donne egiziane (CRWLA), Centro per la l’assistenza delle donne nei territori palestinesi occupati(WCLAC), l’Associazione Mubadara dalla Siria e Sisterhood Global Institute.
L’idea di quest’incontro è nata su iniziativa dell’unione delle donne giordane, la più antica associazione femminile esistente in Medio Oriente.
L’incontro è stato momento di confronto e discussione sulle problematiche del mondo delle donne da portare all’attenzione dei governi e della società civile.
Linda Maatar della Lega per i diritti Libanesi spiega: "Nel nostro paese ci sono 18 diverse confessioni religiose, che risultano in 15 diversi statuti personalizzati, quindi c’è donna e donna, ci sono libertà e libertà" . (...)
La conferenza per la riforma del diritto di famiglia, ha dimostrato ancora una volta, la voglia cambiare, di “crescere” e di migliorarsi da parte delle Donne.
Le Donne Arabe si confrontano e cercano di superare le barriere culturali che impediscono l’incontro. Lottano per avere visibilità e spazio nella società contribuendo alla costruzione di un “Nuovo Mondo Arabo” dove le parole Donna e libertà non suonino come un ossimoro. (Fonte: Blog de "La Stampa" Gli altri siamo noi e Smahane Atif, studentessa di origine marocchina , in Italia da quando aveva 1 anno, ne è una delle 4 giovani titolari, 7/4)
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ARABIA SAUDITA, SENZA VELO DURANTE IL LAVORO: PUNITE LE IMPIEGATE DEL CENTRO SANITARIO PER SOLE DONNE

Una "punizione collettiva" è stata decisa dalle autorità saudite per le impiegate di un centro sanitario aperto solo alle donne, perché colpevoli di non aver rispettato l'obbligo del velo. E' quanto si legge oggi sul quotidiano saudita 'al-Watan', secondo cui la decisione della direzione per gli Affari sanitari del ministero della Salute di Riad è scattata dopo un'ispezione nel centro. Le impiegate sono state anche condannate al pagamento di una multa, della quale però il giornale non rivela l'entità. Le impiegate del centro sanitario, precisa il giornale, non indossavano il hijab regolamentare e per questo sono state anche costrette a firmare una "nota di richiamo". Alla decisione delle autorità saudite, le impiegate del centro hanno reagito affermando che l'ordinanza sulla base della quale sono state punite riguarda solo le strutture sanitarie principali, come gli ospedali, dove donne e uomini lavorano insieme.

Dal canto suo, il ministero della Salute del regno ha giustificato la decisione parlando di una sorta di azione preventiva "nel timore che l'episodio possa portare a una competizione in fatto di abbigliamento" tra le impiegate. "Se a ogni impiegata fosse concessa la possibilità di indossare quel che vuole, si assisterebbe a una gara di abbigliamento e ci si allontanerebbe da quello che è l'obiettivo essenziale delle regole, ossia fare in modo che il lavoro proceda in tutta efficienza", ha detto il portavoce del ministero della Salute Khaled Marghalani.
In base a un'ordinanza del 2006, tutte le donne saudite che lavorano negli ospedali o nelle strutture sanitarie governative e private sono tenute a indossare una divisa adeguata e a coprire completamente i propri capelli. "L'impiegata deve occuparsi del malato senza badare a questioni di forma, dal momento che chi lavora per il ministero della Salute deve mettere al primo posto il servizio al malato", ha concluso Marghalani. (Fonte: Adnkronos/Aki, da Associazione Genemaghrebina )
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DANIMARCA - I MATRIMONI ISLAMICI TRA CUGINI SONO RESPONSABILI DEL TERZO CASO DI MALATTIE GENETICHE RARE TRA I BAMBINI

Non solo i matrimoni consanguinei nuocciono alla salute dei bambini. In Irlanda, uno studio ha rivelato che le donne velate ed i loro bambini soffrono di gravi problemi di salute a causa della mancanza di sole. Negli Stati Uniti, uno studio sugli effetti del digiuno del Ramadan durante la gravidanza ha confermato che i bambini avevano una più forte probabilità di soffrire di handicap all'età adulta, come problemi della vista e dell'udito come pure problemi mentali (o per la comprensione). (infatti le donne incinte sono esenti dal Ramadan, ndr)
I matrimoni tra primi cugini riguardano principalmente l'ottenimento dei visti per i membri della famiglia.
Danimarca: I matrimoni tra cugini sono la causa del terzo caso di malattie genetiche rare che colpiscono i bambini.
Intanto, in Olanda, il consigliere comunale di Amsterdam Lodewijk Asscher propone di proibire i matrimoni tra cugini. Non è la prima volta che questa proposta è presentata. Asscher firma una lettera nel Volkskrant che dice che numerosi problemi nei ragazzi che soffrono di ritardo mentale si spiegano con l'importazione dei coniugi che sono fatti arrivare nei Paesi Bassi per servire come una sorta di pena detentiva a vita al pari di coniugi professionali. Inoltre, dice, ci sono 1200 bambini ad Amsterdam che sono inviati a scuola nel loro Paese d'origine dai loro genitori.
Ogni anno, 25 bambini nascono con malattie genetiche rare. Un terzo di loro viene da famiglie che appartengono a minoranze etniche dove il padre e la madre sono spesso vicini-parenti. (Fonte: Scettico, da Islam in Europe)
Secondo il giornale Sygeplejersken (Nursing), il rischio per una coppia formata da cugini di avere bambini portatori di un handicap o di una malattia genetica è il doppio della media.

Karen Brondum-Nielsen, professore di genetica clinica all'istituto Kennedy, spiega: "Quando sposate un membro della vostra famiglia, il rischio che questa persona porta i vostri stessi geni difettosi che é molto più elevato che se sposate una persona che non è della vostra famiglia."
I matrimoni tra cugini sono molto frequenti nelle famiglie d'origine turca o pakistana. Uno studio norvegese del 2007 mostra che un terzo dei pakistani ed un decimo dei turchi sono sposati con un cugino. Ed occorrerà molto tempo per cambiare ciò, spiega Karen Brondum-Nielsen. Dice che la pratica è in gran parte sparsa nella cultura musulmana, in particolare nei paesi del Medio Oriente, e non è qualcosa che si può facilmente cambiare.
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LA MIA ROXANA AMA L' IRAN, TORNI LIBERA"

Appello su internet del regista curdo iraniano Bahman Ghobadi per la giornalistacondannata a Teheran per spionaggio: "Piange tutto il tempo e rifiuta il cibo".


"Se sono stato zitto finora, l'ho fatto per il suo bene. Se parlo ora, lo faccio per il suo bene. Lei è la mia amica, la mia fidanzata, la mia compagna. Una giovane donna intelligente e di talento che ho sempre ammirato". "Lei" è Roxana Saberi, giornalista americana di origini iraniane accusata di spionaggio e condannata a otto anni di reclusione da un tribunale di Teheran. E queste sono le prime, toccanti frasi della lettera in cui il regista curdo iraniano Bahman Ghobadi chiedela sua liberazione. Gli Stati Uniti prima e l'Unione Europea poi hanno definito le accuse contro la Saberi "senza fondamento" e secondo il regista, vincitore di diversi premi a Cannes e a Berlino, "Roxana è vittima dei giochi politici dell%u2019Iran". Nel lungo accorato messaggio pubblicato online in tre lingue %u2013 farsi, inglese e francese %u2013 l'uomo difende l%u2019innocenza della sua fidanzata e ripercorre i dieci giorni seguiti alla sua scomparsa, "il 31 di gennaio, il giorno del mio compleanno". Ore di ricerche spasmodiche, interrotte solo da una breve telefonata senza spiegazioni: "Perdonami, caro, ho dovuto andare a Zahedan". Poi la verità, quando il padre della ragazza lo ha informato dell%u2019arresto. E ora, dopo aver "bussato a tutte le porte per chiedere aiuto" e aver assistito impotente alla condanna, chiede alle autorità del suo Paese di lasciarla andare "perché non ha colpe ed è troppo debole, troppo pura, per essere coinvolta nei vostri giochi". Il caso di Roxana Saberi ha messo di fronte l'amministrazione Obama e il regime degli ayatollah, il segretario di Stato Hillary Clinton ne ha chiesto l'immediato rilascio, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è intervenuto per ricordare che "il diritto alla difesa non deve essere violato". Sembra che a difenderla in tribunale ci sarà anche Shirin Ebadi, nobel per la pace nel 2003. ("La Repubblica")

E sempre a proposito di Iran: link e link .

E poi sul tema del velo: link.

link, link e link. Infine tema del velo e non solo:link .

E dopo essere balzata alle ribalta delle cronache internazionali, irrompe sulla scena anche la dimensione privata della Saberi. Ghobadi chiede di poter testimoniare durante il processo d'appello e chiarisce che Roxana tempo prima avrebbe voluto lasciare il Paese mediorientale, in cui risiede da sei anni, ma non lo ha fatto per stargli accanto. "Lei mi ha aiutato a superare i momenti difficili, ho sofferto di depressione. Perché? Perché le autorità hanno vietato un mio film e non mi hanno dato l'autorizzazione a girarne un altro", spiega. "Ora sono devastato, è colpa mia se lei è vittima di questi eventi", si sfoga. La giornalista stava lavorando a un libro quando l'hanno arrestata. "L%u2019ho convinta a rimanere qui, volevo che sviluppasse l%u2019idea che aveva in mente", continua il regista. Un libro che l%u2019ha portata a intervistare artisti, sociologi, politici e che, chiarisce Ghobadi, "è un elogio dell'Iran", lo possono testimoniare "tutti quelli che hanno lavorato e parlato con lei". "Come possono accusare di spionaggio una persona che passava i giorni chiusa nel mio appartamento e vedeva solo me %u2013 si chiede %u2013 una persona che stava cercando qualcuno che le finanziasse la pubblicazione del libro qui, in Iran?".La maggiore preoccupazione dell%u2019uomo ora è la salute di Roxana: "Sono venuto a sapere che è depressa, piange tutto il tempo. È una persona molto sensibile, rifiuta di toccare cibo". Mentre la diplomazia si muove tra Washington e Teheran, in rete hanno aperto un sito che chiede per Roxana Saberi la liberazione e un processo d'appello "giusto". "Fate sapere che siete preoccupati per la sua sorte, scrivete all'ambasciatore iraniano negli Usa Mohammad Khazaee", è l%u2019appello. La Bbc racconta che a Fargo, in Nord Dakota, cominciano a spuntare nastri gialli sugli alberi in segno di solidarietà. Lì vivono i genitori della giornalista, figlia di padre iraniano e di madre giapponese. Come ricorda Ghobadi: "La mia ragazza iraniana con gli occhi giapponesi e il passaporto americano".

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AFGHANISTAN. PRIME DIECI DONNE SOLDATO

SVOLTA. LE CADETTE, TUTTE DICIOTTENNI, SONO ENTRATE NELL' ACCADEMIA MILITARE AFGHANA ROMPENDO IL MONOPOLIO MASCHILE.


«Speriamo che la nostra esperienza contribuisca al cambiamento del Paese» La scrittrice Deborah Rodriguez: «Sono ragazze coraggiose, ma restano casi isolati».

Mimetica e velo, sguardi seri e qualche sorriso: sono schierate su un attenti le prime (future) donne soldato afghane. Dieci pioniere, tutte diciottenni, selezionate tra 57 candidate, hanno rotto il monopolio maschile della prestigiosa Accademia militare nazionale di Kabul, risorsa chiave per portare il Paese fuori dal pantano, secondo la nuova strategia di Obama, che ha previsto 4200 soldati americani per l' addestramento delle truppe afghane. Negli anni ' 80 c' erano sì state alcune giovani che avevano indossato la divisa a fianco dei sovietici, ma non era mai successo che delle ragazze venissero addestrate come militari nel Paese in cui le donne ancora rischiano la vita per gesti banali, come uscire di casa senza il permesso dell' uomo o andare a scuola. «Non mi vedo ancora con il fucile in mano, e tanto meno a sparare», confessa Lida Laizy, che parlando con El Mundo si dice felice di essere tra le prime cadette afghane, anche se per ora non vuol sentir parlare di armi. E nemmeno di partire per il fronte. «Be' , se si dovrà andare, si andrà», abbozza Sonia Baha Nijrabi, sperando in realtà che, quando finirà la sua formazione, anche la guerra sia finita. Le giovani cadette hanno prestato giuramento l' altro giorno dopo le prime due settimane di corso. È la prima volta che pantaloni e giacca prendono il posto dei tradizionali abiti lunghi e morbidi. Ma questa, assicurano, non è la prima sfida che hanno dovuto affrontare. Ottenere un posto nell' accademia è stato un percorso a ostacoli. Oltre a superare un test all' università hanno dovuto passare un esame di inglese e un altro di educazione fisica. «Questa è stata la prova più difficile» ricorda Sonia, che ha dovuto correre e fare addominali, esercizi mai fatti prima (a scuola soltanto i maschi fanno educazione fisica). Non le scoraggia sapere che questo è nulla a confronto di quello che le aspetta. Il percorso è lungo. Più o meno sette anni per loro che aspirano a diventare medici militari: uno in Accademia e sei alla facoltà di medicina dell' università di Kabul. Bisturi e kalashnikov, camice bianco e mimetica. L' accademia, inaugurata nel 2003 dal comandante generale Karl Eikenberry (poi nominato da Obama ambasciatore Usa a Kabul), segue il modello di addestramento americano. Anche se faranno i medici «dovranno apprendere la disciplina e le tattiche militari, sapere cosa significhi indossare un uniforme e curare la preparazione fisica», riepiloga la comandante americana Letsi Pérez. Le cadette sono l' eccezione tra il migliaio di alunni dell' Accademia. Ma resta un esperimento interessante: maschi e femmine si ritrovano compagni di banco in un paese dove è considerato inopportuno guardare in faccia una donna e il burka continua a essere la regola. Un progetto destinato ad espandersi: «In futuro la presenza delle donne si estenderà in tutti i rami dell' esercito - annuncia Pérez - Ora non è ancora possibile perché mancano strutture adeguate. Nell' accademia ci sono soltanto camere e bagni per uomini e le cadette pernottano fuori, ma nel 2011 verrà inaugurata una nuova ala femminile», fa sapere. «Spero che la nostra esperienza contribuisca al cambiamento dell' Afghanistan», auspica Lida. Ma Sara Shaibani, una delle poche selezionate senza una famiglia di militari alle spalle, rivela che al di fuori del padre e del fratello nessuno sa che sta studiando per diventare soldato. «Nessuno lo capirebbe», spiega. E, al telefono dalla California, si dice sorpresa di questa «svolta» Deborah Rodriguez, l' autrice del bestseller La parrucchiera di Kabul (Piemme), spaccato della Kabul post-talebana ricco di storie e confidenze delle afghane che frequentavano la scuola per parrucchiere da lei aperta. «Credo che sia una sfida molto dura da affrontare per queste ragazze, loro sono molto coraggiose. Spero di sbagliarmi, ma credo che si tratti di casi quasi eroici, purtroppo isolati».
Con i sovietici Khatol Mohammad Zai (foto) è una delle centinaia di donne afghane che nei primi anni ' 80 si unirono alle forze armate al fianco dei sovietici contro i mujaheddin supportati dagli Stati Uniti. In quanto donna, non le era permesso combattere Alto ufficiale riuscì però in un' impresa: essere insignita di uno dei più alti gradi militari, quello di generale. Soltanto un' altra donna prima di lei arrivò a tanto (Suhaila Siddiqi, nel 2001 designata ministro della Salute). Diventata un' eroina nazionale, fu poi estromessa dai talebani, la sua vita stravolta. (Fonte: Corsera, 8/4)
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martedì 21 aprile 2009

NIGHT CLUB, BIRRA E SESSO FACILE. BAGDAD TORNA LA CITTA' DEL PIACERE

A Bagdad Sheherazade è di nuovo regina. La città ha cacciato il terrore e i racconti della signora delle “Mille e una notte” rianimano i suoi quartieri, le restituiscono la fama di capitale del piacere. I personaggi sopravvissuti al medioevo del terrore sono sempre lì nella vecchia via Abu Nawas. Negli anni ’70, nell’era d’oro di Saddam, era la strada maestra per postriboli e meretrici, la via a luci rosse più conosciuta del Medio Oriente. Oggi quella strada disegnata tra le anse del Tigri e chiusa dalle barriere della “zona verde” è una delle zone più sicure della città. Lì il sapore delle dimenticate, torride notti, riemerge dalla crosta del terrore, inonda bar e night. Lì barbe sfatte e voci rauche bivaccano ai tavoli invasi dal fumo e dallo scotch, sbirciano fanciulle scarmigliate radunate in crocchi di chador variopinti, attillati, scollacciati.

In pochi mesi Abu Nawas è ritornata il budello dei pomeriggi giocati a dadi tra nubi di narghilè e boccali di birra, il girone oscuro dei sottoscala segreti dove tra gradinate affollate e scommesse urlate s’incrociano le spietate lotte dei galli, gli strepitii di un pubblico assetato di alcol, divertimento e piaceri forti. Tra le calli di Nawas street riecheggia, dopo il tramonto, la voce suadente di Adeeba, nel ventre oscuro dei suoi locali uomini e donne si scatenano al ritmo delle “miscredenti” canzoni che per tre anni hanno costretto la voce più famosa di Bagdad all’esilio in Bahrain. Ad Abu Nawas e a Karada, il quartiere elegante e cristiano, ritornano anche i piaceri del sesso mercenario. (Fonte: "Il Giornale")
L’appuntamento immancabile è all’Ahalan Wasahalan Club di Al Nidhal Street. Là dentro il giro del fumo e del piacere è tutto attorno a Tima Jabal. La chiamano la Sceicca, è un’ombra nera di avviluppato chador tagliato a veli trasparenti su seno e fianchi, un fantasma di desiderio in uno scintillio dorato di braccialetti, orecchini e collane. «La città vuole tornare a divertirsi - ride la Sceicca - e io le regalo il piacere».Dentro quel locale da 45 dollari a ingresso le altre donne sono la sua merce. E la sua ricchezza. «Le porti via per cento dollari a notte» - spiega una voce in un coro di barbe sfatte e mani inanellate strette intorno a sigarette e bicchieri di scotch e Arak. Tra i chador colorati dell’altro tavolo Baida non si nasconde dietro giri di parole. «Amo andare con gli uomini e se mi danno dei soldi mi diverto ancora di più - spiega l’ex studentessa passata dall’università ai night - non lo faccio per la mia famiglia, non lo faccio per nessuno, lo faccio solo per me».
Per tanti iracheni la Sceicca, Baida e le altre signore del piacere sono la vergogna inconfessabile, il volto osceno della libertà dopo la notte buia del terrore integralista. Hanaa Edwar responsabile di Al Amal, un’organizzazione per i diritti umani, voleva raccontarlo al parlamento, descrivere le nuove case del vizio a caro prezzo, ma anche le fanciulle di 12 o 15 anni tornate a vendersi per quattro soldi lungo il fiume. «In quel caso parlavo di ragazzine disperate costrette a farlo per portare qualcosa da mangiare a casa, ma quando mi sono presentata al parlamento i deputati erano scandalizzati, non hanno neppure voluto aprire la discussione».
Per la polizia ancora impegnata nella lotta al terrore il ritorno ai vecchi peccati è il minore dei mali. Per tanti ufficiali quelle prostitute, quelle creature del vizio sopravvissute agli anni bui si rivelano le migliori conoscitrici dell’integralismo, le gole profonde capaci di spiattellarti i nomi dei capi di Al Qaida o dell’Esercito del Mahdi, la milizia del predicatore sciita Moqtada Sadr. «Fino a pochi mesi fa - raccontano - sopravvivevano facendo le schiave dei signori del terrore, oggi sono ridiventate le schiave del denaro».
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NONNA OBAMA SI VUOLE BATTEZZARE. GLI IMAM: NON STAREMO A GUARDARE

Sarebbe stato un colpaccio della Chiesa avventista australiana del settimo giorno: battezzare la nonna africana di Obama, mama Sarah (foto) . La quale, nata musulmana 87 anni fa, per la verità «si era già convertita al cristianesimo ed aveva espresso il desiderio di essere battezzata - ha detto il prete evangelico Tom Obia -. Evidentemente la sua famiglia l’ha spinta a fare marcia indietro». Al momento di essere accompagnata allo stadio per il rito che doveva concludere tre settimane di proselitismo in Kenya della Chiesa avventista, la donna ha detto no. Il Consiglio locale degli Imam e Predicatori islamici ha accusato gli evangelici di voler «costringere Mama Sarah Obama a rinunciare alla sua fede islamica», ma il segretario dell’organizzazione, Sheikh Mohamed Khalifa, si è tradito quando ha detto che il tentativo dello chiesa «senza il consenso della famiglia provocherà la rabbia dei musulmani». «Mama Sarah - ha minacciato - non deve essere forzata da nessuno a convertirsi. La conversione deve avere luogo in una maniera volontaria». E ha invitato il governo a intervenire «urgentemente», perché «i musulmani non staranno a guardare». Capito? Non è la nonna a decidere per sè, ma la "famiglia". E se no, il governo. (Fonte: Libero)
Sarebbe stato un colpaccio della Chiesa avventista australiana del settimo giorno: battezzare la nonna africana di Obama, mama Sarah. La quale, nata musulmana 87 anni fa, per la verità «si era già convertita al cristianesimo ed aveva espresso il desiderio di essere battezzata - ha detto il prete evangelico Tom Obia -. Evidentemente la sua famiglia l’ha spinta a fare marcia indietro». Al momento di essere accompagnata allo stadio per il rito che doveva concludere tre settimane di proselitismo in Kenya della Chiesa avventista, la donna ha detto no. Il Consiglio locale degli Imam e Predicatori islamici ha accusato gli evangelici di voler «costringere Mama Sarah Obama a rinunciare alla sua fede islamica», ma il segretario dell’organizzazione, Sheikh Mohamed Khalifa, si è tradito quando ha detto che il tentativo dello chiesa «senza il consenso della famiglia provocherà la rabbia dei musulmani». «Mama Sarah - ha minacciato - non deve essere forzata da nessuno a convertirsi. La conversione deve avere luogo in una maniera volontaria». E ha invitato il governo a intervenire «urgentemente», perché «i musulmani non staranno a guardare». Capito? Non è la nonna a decidere per sè, ma la "famiglia". E se no, il governo.
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KABUL E IL SILENZIO DELLE FEMMINISTE: "ORMAI SIAMO ESCLUSE DAL DIBATTITO"

PROTESTE IN AFGHANISTAN E IN PAKISTAN, PIAZZE VUOTE IN ITALIA E NEGLI ALTRI PAESI OCCIDENTALI.

Camusso: «Non si parla per paura di criticare le religioni» .

«Commentavo con un’amica le ultime vicende in Afghani­stan. La consigliera assassinata, le sassaiole contro le manifesta­zioni di Kabul contro la legge che garantisce il diritto di stu­pro nel matrimonio sciita — os­serva la femminista Susanna Ca­musso, segretaria confederale della Cgil —. Tra le tante cose che ci sono state raccontate quando siamo intervenuti nel Paese è che le donne sarebbero state liberate dal burqa». Le atti­viste afghane hanno marciato per i diritti delle donne a Kabul. Le attiviste pachistane, sia lai­che sia dei partiti islamici, han­no protestato a Lahore e Kara­chi dopo la diffusione di video di ragazze frustate o uccise nel­le zone tribali per «relazioni ille­cite ». In Italia e nei Paesi occi­dentali si commenta e si riflette su queste notizie, c’è indignazio­ne sul web, ma le femministe non sono scese in strada a mani­­festare, non hanno presidiato le ambasciate. Nè si è registrata una reazione forte e continua delle donne di sinistra, destra o centro. Viviamo una «stagione di silenzio», dice Camusso. «Il movimento femminista è come un movimento carsico: compa­re e scompare». La fase di scom­parsa sembra durare da un po’.
Camusso denunciò nel 2007 il silenzio delle femministe su Hina, la pachistana uccisa a Bre­scia dal padre perché voleva vi­vere «all’occidentale». Non par­larono perché «l’attacco all’im­migrato non è politically cor­rect», disse. «La penso come al­lora — dice oggi —. Anzi, se possibile, è ancora peggio: si è continuato a tacere anche delle violenze sulle donne italiane. Il tema della violenza sessuale è scomparso, rinchiuso dentro le mura domestiche. Lo si usa solo per gridare scandalo se a com­mettere lo stupro è un extraco­munitario ». Se non ci si solleva per le violenze domestiche con­tro le italiane, figuriamoci nei casi delle donne all’estero. Lidia Menapace, ex senatrice di Rifon­dazione comunista, è d’accordo ma aggiunge che se le femmini­ste non parlano è anche per via di «un’esclusione soft»: «E’ diffi­cile prendere la parola. Sulla sharia viene interpellato il politi­co, non le donne, che non sono più soggetto politico». (Fonte: Corsera)
Secondo Assunta Sarlo, che nel 2006 organizzò a Milano una spettacolare manifestazio­ne per l’aborto, «pensare che l’unica modalità di espressione delle donne rispetto alle que­stioni dei diritti siano solo le manifestazioni è riduttivo. Ci sono molte modalità: ragiona­re, riunirsi. Ci sono siti, giorna­li, riviste in cui il dibattito con­tinua sul multiculturalismo. E le organizzazioni non governa­tive di donne, ce ne sono tantis­sime nei Paesi in via di svilup­po, pesano forse più delle mani­festazioni ». Camusso però cre­de che il problema sia più pro­fondo: «Chi teorizza il multicul­turalismo tende ad escludersi dal dibattito. C’è una forte fati­ca a dire una cosa intuitiva: che il metro di misura della demo­crazia in Afghanistan, in Iran, in Somalia è che i diritti delle persone non siano violati. C’è un’ulteriore difficoltà: il silen­zio nei confronti delle religio­ni. Io penso che esercitare la cri­tica rispetto a una religione, nella logica della sharia che pre­suppone la sottomissione, non significa non essere rispettosi, ma saper individuare aspetti di inciviltà». Un’altra questione è se il mo­vimento femminista nei Paesi musulmani apprezzi l’appog­gio occidentale. «A volte se don­ne straniere appoggiano le fem­ministe locali, queste ultime possono essere etichettate co­me anti-Islam da chi usa la reli­gione a scopi politici», dice la scrittrice egiziana Saher El Mougy. «In ogni caso, possono fornirci un appoggio morale che però non cambia nulla sul terreno. La lotta più difficile è cambiare la cultura: ciò che le donne fanno contro se stesse e le figlie». L’avvocato Mehran­giz Kar, una delle più note fem­ministe iraniane, crede invece che, benché non vi siano state grandi proteste di piazza, «le donne in Europa e in America siano molto sensibili al proble­ma delle afghane. Detto ciò, benché il movimento femmini­sta sia unico e lotti ovunque per l’uguaglianza, va capito che le priorità sono diverse. Oggi le femministe in molti Paesi mu­sulmani stanno spesso attente a dire che Islam e diritti umani sono conciliabili, per ottenere legittimità e sperando di raffor­zare i moderati. Chi le appoggia davvero all’estero fa lo stesso. E’ una strategia. Funzionerà? Non so. Forse solo nel breve pe­riodo ».
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