venerdì 30 ottobre 2009

PIU' ISLAMICHE DEGLI ISLAMICI...


Sono italo marocchina. Nata da madre marocchina e padre italiano. Il matrimonio "misto" dei miei genitori non è mai stato un problema per la famiglia di mia madre, anzi ha suscitato forse l´invidia delle mie zie, che speravano anche loro di impalmare uno straniero e partire così per la tanto desiderata Europa. Negli anni, viaggiando tra le due sponde del Mediterraneo, ho incontrato molte donne marocchine sposate con europei non solo di fede cristiana, ma anche ebraica. Nel 2006 il film che riscosse più successo nei botteghini in Marocco fu Marock, basato su una storia d´amore fra una giovane musulmana, che sceglie di liberarsi dai dogmi religiosi, e un attraente ragazzo ebreo. Per l´islam, però, una donna musulmana non può sposarsi con un non-musulmano. E, se ciò accade, può essere marginalizzata dalla società e anche minacciata di morte. Il corpo della donna, infatti, non è qualcosa di cui lei possa disporre a suo piacere, ma appartiene esclusivamente alla umma, la comunità islamica. Nel momento in cui una donna musulmana sceglie di sposarsi con un non-musulmano, è come se decidesse di abbandonare la sua comunità. Pertanto questo tipo di unione viene considerato dagli islamisti come un atto di apostasia da parte della musulmana. Tuttavia il Marocco è oggi un paese che sta investendo tutte le sue energie per aprirsi piano piano all´Altro. Ci sono riviste come il magazine Tel Quel (Ma a proposito: Distrutto Tel Quel Stampa e internet in Africa , ndr) che promuovono campagne per la laicità, e si possono incontrare ragazze in jeans e capelli sciolti con il fidanzatino da McDonald´s o che studiano per entrare in politica. Quando però torno in Italia, questa apertura che esiste in Marocco non la ritrovo sempre all´interno delle comunità marocchine. Anzi, assisto paradossalmente a una loro radicalizzazione. Accade infatti che l´immigrato, nonostante abbia raggiunto il suo scopo di trasferirsi in Europa, si metta a cercare la propria identità nel terrore di perdersi. È quel che è successo a mio zio che, andato via dal Marocco per trovare una vita migliore in Francia, si è sentito smarrito e inferiore, non essendo abituato a sentirsi una minoranza. Ha pertanto cercato di trovare un appiglio nel ritorno alla umma, o meglio al comunitarismo religioso. Ciò però non ha aiutato la sua integrazione, anzi lo ha alienato ulteriormente dalla società francese, perché il comunitarismo - di cui gli islamisti in Europa fanno un uso politico - lo ha portato ad alimentare il concetto di "noi" (musulmani) e "loro" (non-musulmani). Questo "noi" lo ha fatto nuovamente sentire parte di una maggioranza e più sicuro di sé, ma lo ha al contempo radicalizzato, fino al punto di vietare alle figlie di avere un fidanzato non-musulmano e di chiedere alla moglie di vestirsi in un certo modo per differenziarsi dai non-musulmani. Proprio questo atteggiamento in casi estremi può portare anche all´uccisione della propria figlia - come è successo alla giovane Sanaa - nel caso "trasgredisca", decidendo di uscire dalla "comunità". Donne senza diritto di dire io. Ed è proprio la donna, alla quale non viene concesso di essere un individuo, ad essere la prima vittima di questa mentalità. Perché nel mondo arabo, con le dovute eccezioni, è ancora radicata la concezione tribale del gruppo-comunità e dell´onore della donna, che appartiene all´uomo. Tant´è vero che in arabo la parola "onore" è la stessa che si usa per descrivere gli organi genitali femminili: ´ard. E nel dialetto marocchino il termine zufri, al maschile, significa individuo, mentre il suo femminile, zufria, sta ad indicare una donna facile, perché una donna che cerca la propria individualità non è da rispettare. Il problema oggi in Italia è che questo retaggio culturale rischia di essere adottato anche da una parte dei figli degli immigrati, in cerca più di chiunque altro di una loro identità. Da un lato, i loro genitori sono marocchini, ma dall´altro sono cresciuti in Italia e parlano a mala pena la lingua dei loro padri. Spesso pertanto non sono sicuri di chi sono, e la perdita d´identità - parafrasando il noto scrittore marocchino Fouad Laroui - può portare alla follia. Accade infatti che il più delle volte i figli di immigrati cerchino di essere "italiani", ma non vengano aiutati a sentirsi tali. È capitato per esempio ad un quindicenne di origini marocchine nato a Roma che un insegnante di liceo gli abbia chiesto di scrivere per il giornalino della scuola un articolo su quel che accade in Palestina, con la motivazione «perché tu sei arabo», quando questo non aveva alcuna idea nemmeno di dove si trovasse il Medio Oriente. E capita che la stessa politica, per scopi elettorali, non cerchi mai di cooptare il ragazzo che si presenta come laico e favorevole alle libertà individuali, ma piuttosto quello che dice di essere musulmano e di rappresentare un gruppo. Ciò ha creato dei modelli identitari confusi per i figli di immigrati, a cui viene offerta come unica scelta quella di essere sempre degli stranieri. Anche quando al Parlamento italiano sono stati eletti deputati nati in altri paesi, i media hanno continuato a chiamarli deputati marocchini o algerini, quando per essere eletti devono per forza essere italiani. Non esiste infatti una quota per stranieri. Sono pertanto i teenager le persone che più corrono il rischio di cadere nella retorica degli islamisti, che li allontanano dai valori della Repubblica e offrono loro esattamente quello che cercano: un´identità forte e sicura, che non li fa sentire più soli, ma parte di una grande comunità. A Milano si possono vedere diciottenni di origine maghrebina con l´accento del Nord Italia e che non parlano l´arabo, con barboni lunghi e con abiti che in Marocco nessun ragazzo indosserebbe. Ragazze che decidono di andare al mare in "burkini", quando invece un hotel in Egitto ha cacciato dalla sua piscina una donna scandinava di fede musulmana che si era presentata con questa specie di tuta da sub. Multiculturalismo e ghettizzazione E ancora ragazze che improvvisamente mettono il velo, perché se è vero che questo indumento viene anche imposto, è altrettanto vero che in molte lo adottano liberamente per affermare una propria identità, e spesso - non sempre - diventa un simbolo politico dell´adesione all´islamismo. In Tunisia, per esempio, alcune ragazze universitarie contrarie al presidente Ben Alì indossano il velo per mostrare il loro appoggio ai movimenti islamisti, unici veri oppositori al regime. Questo fenomeno non è quindi da sottovalutare. Quando pertanto leggo sulle pagine dei quotidiani italiani il dibattito sulla concessione della cittadinanza agli immigrati dopo cinque anni di residenza, rimango un po´ attonita. Infatti, dalle dichiarazioni di questi giorni sembra che dimezzare il tempo di attesa sia di per sé un elemento che faciliti automaticamente l´integrazione dell´immigrato. Ma forse altro non è che un escamotage per non trattare in maniera appropriata vere politiche di integrazione, che ancora mancano. C´è invece la necessità, per esempio, di promuovere corsi di italiano e di alfabetizzazione gratuiti, di creare modelli e attività sociali per i figli di immigrati, di istituire centri di aiuto ed empowerment per le donne immigrate, di controllare le moschee, di formare imam che abbraccino scuole di pensiero moderno, eccetera (la lista è lunga e avrebbe bisogno di un altro articolo). Senza l´adozione di politiche reali che permettano all´immigrato di fare propria l´identità italiana, tutto rimarrà uguale, che la cittadinanza venga data prima o dopo. Continueremo soltanto a vantarci inutilmente di vivere in un´Italia "multiculturale", quando il multiculturalismo senza integrazione ha sempre creato soltanto ghettizzazione. E avremo altri padri come quello di Sanaa, che uccideranno le loro figlie, ma questa volta con la cittadinanza italiana. (Fonte: "Tempi") Leggi tutto ...

mercoledì 28 ottobre 2009

QUANDO ISLAM E CATTOLICESIMO VANNO A NOZZE. ABDELLAH E SARA SPOSI A TORINO

http://wpop18.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=uiMvkEOJ3EjhWrRwAKOt5eIc1Vxj16/BRPXQ1RXQ6xz8ONXFzbhTnW2/ZtZIkaEf&Link=http%3A//www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Quando%2Dislam%2De%2Dcattolicesimo%2Dvanno%2Da%2Dnozze%2DAbdellah%2De%2DSara%2Dsposi%2Da%2DTorino_3897498573.html .


Da ADNCronos: Quando islam e cattolicesimo vanno a nozze. Abdellah e Sara sposi a Torino

http://wpop18.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=uiMvkEOJ3EjhWrRwAKOt5eIc1Vxj16/BRPXQ1RXQ6xz8ONXFzbhTnW2/ZtZIkaEf&Link=http%3A//www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Quando%2Dislam%2De%2Dcattolicesimo%2Dvanno%2Da%2Dnozze%2DAbdellah%2De%2DSara%2Dsposi%2Da%2DTorino_3897498573.html

E´ proprio una bella notizia. Finalmente un musulmano che interpreta correttamente il Nobile Corano. Probabilmente concorda con gli insegnamenti del grande pensatore Sudanese Mahmoud Taha (che è stato giustiziato come apostata nel 1985).
La bella notizia suscita però alcune considerazioni e alcuni interrogativi:
i musulmani da sempre possono sposare donne cristiane ed ebree (lo ha fatto anche il Profeta). La notizia vera sarebbe stata il matrimonio di un cristiano con una musulmana, magari figlia di un imam che interpreta correttamente il Nobile Corano, non di un ignorante imam integralista come al-Qaradawi e simili.
Come mai la moglie cattolica non mangia maiale e non beve vino? Passi per il maiale (magari innalza il colesterolo) ma il vino? Nella messa il pane diventa il corpo di Cristo e il vino diventa il suo Sangue. Perché quindi si specifica che la moglie non beve vino? Per rispetto alla religione del marito? E dove troviamo il rispetto per la religione della moglie? Forse non la merita, in base a Corano 4:34:

"Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande."

secondo cui le donne sono inferiori agli uomini e a loro sottoposte e, se non obbediscono, possono pure essere picchiate. Forse in Arabo battere significa "carezzare"? Vi assicuro di no. La forma verbale usata in questo versetto proviene dalla radice DaRaBa che significa battere, picchiare, con una delicatezza tale che l´espressione "battere sul collo" significa "decapitare"!!! Alcuni Commentatori classici poi si sono spinti fino a porre un limite a queste "battute". Sapete quale è il limite? Le percosse no devono provocare fratture o danni permanenti.
A parte questo, lo sposo ci dovrebbe spiegare quali parti del Corano si dovrebbero saltare o "cancellare" o quale dovrebbe essere la giusta interpretazione non fondamentalista. Per esempio che ci dice di Corano 5:51, 5:57, 5:59, 5:63, 5:82, che deve essere letto con i due versetti successivi 5:83 e 5:84 e che trovano completa spiegazione in Corano 5:32 e 5:33? e potrei continuare per pagine e pagine, citando centinaia di versetti, perché il Corano io l´ho letto (a proposito, se non li conoscete, potete trovare tutto il Nobile Corano sul mio sito: Islàm, questo sconosciuto, incluso un commento esaustivo, basato sulle classiche interpretazioni [tafsir] degli studiosi islamici). Lasciatemi solo citare altri due versetti, 9:5, il versetto della spada:

"Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso"

e 9:29:

"Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo*, e siano soggiogati"

il versetto che ha causato la morte e la persecuzione di milioni di infedeli sotto il giogo della dominazione musulmana, dal settimo al ventesimo secolo, dalla Spagna all´India e oltre, per terminare nel ventesimo secolo con la strage (si può dire shoà?) di oltre un milione di Cristiani Armeni.
So che molti i mi giudicheranno, come il solito islamofobo; io però non ho insultato nessuno, mi sono solo limitato a citare il Nobile Corano e a porre domande: attendo risposte, non insulti. Come bisogna interpretare i versetti citati? Quando il Nobile Corano, verbo increato di Allah dice "uccidete", cosa dobbiamo intendere? Porgete l´altra guancia? Ma le risposte non arrivano mai: è più facile insultare.
La conclusione è: prima di saltare di gioia per questo bel matrimonio, bisogna leggere e meditare il Nobile Corano. Ma se fosse troppo difficile o troppo noioso, bisognerebbe tacere.

Grazie a Paolo!

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KUWAIT: PER AVERE IL PASSAPORTO ALLE DONNE NON SERVE PIU' IL CONSENSO DEL MARITO



Le donne del Kuwait alla fine ce l'hanno fatta: potranno ottenere il passaporto senza che sia più obbligatoria la firma del marito. I giudici che hanno emesso questa importante sentenza sostengono che la norma tanto osteggiata, datata 1962, "comprometteva la loro capacità di esprimere la libera volontà e quindi la loro umanità". A differenza dell'iper-conservatrice Arabia Saudita, le donne in Kuwait possono già votare, essere elette e guidare. In migliaia avevano firmato una petizione che chiedeva la modifica di questa norma. Aisha al-Rsheid, attivista per i diritti delle donne, saluta con gioia questo importante traguardo ma dichiara: "Vogliamo vedere le donne fare i giudici, vogliamo che le donne possano dare la propria cittadinanza ai loro figli, e vogliamo che le donne abbiamo diritto alle case popolari, proprio come gli uomini". (Fonte: Mondo Donna )



Diritti umani versus Shari'a: violenza contro le donne Permalink e Islam e Delitti d'onore Permalink .
Sarebbe interessante sapere cosa dovrebbero indossare le donne musulmane permalink .


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lunedì 26 ottobre 2009

INTERVISTA ALLA FEMMINISTA MAROCCHINA FOUZIA ASSOULI. "LE DONNE ISLAMICHE IN EUROPA PERDONO I DIRITTI CONQUISTATI QUI".


Il paradosso è questo: in molti Paesi islamici la legislazione si sta evolvendo, per garantire maggiori diritti alle donne, mentre in Europa cresce la poligamia. Il caso più eclatante è quello del Marocco, luogo d’origine del padre e della madre di Sanaa, giovane donna recentemente uccisa in Italia in quello che può essere senza mezzi termini definito un delitto d’onore. Il regno nordafricano ha dal 2004 un codice della famiglia, la Moudawana, in cui è scritto che la poligamia è permessa soltanto in alcuni rari casi e soltanto con il consenso di un giudice e della prima moglie; che l’età minima per il matrimonio è 18 anni; che la donna può sposarsi senza chiedere il permesso del padre. A questo codice hanno lavorato assieme accademici, teologi, esperti di giurisprudenza. Per quella che è stata considerata una rivoluzione nel mondo arabo hanno lottato per decenni le donne marocchine, come racconta Fouzia Assouli, femminista e militante di vecchia data, presidente della Ligue Démocratique pour les droits de la Femme, che guarda con preoccupazione a quello che sta succedendo in Occidente. In Europa la condizione delle immigrate sembra a volte essere peggiore di quella delle loro compagne nei Paesi d’origine, come il Marocco.
Perché? «Il problema non è culturale o religioso: è la strumentalizzazione politica della religione. Si cerca di utilizzare la religione per reprimere le donne». (Fonte: "Il Giornale", 19/10)


Poi non scordatevi di guardare: Per la pace e l'amicizia tra i popoli .
In Inghilterra esistono tribunali coranici. Se ne è parlato anche qui in Italia... .

«I tribunali devono rispettare i rapporti sociali, il diritto positivo, i diritti umani che sono universali: non si tratta di valori occidentali ma universali. Non esistono veri e propri tribunali coranici, da nessuna parte. Sono un’invenzione: anche nei Paesi più conservatori e religiosi sono sottoposti in qualche modo al diritto positivo. Nell’islam ci sono diversi riti e interpretazioni, ci sono divisioni, i sunniti e gli sciiti, ci sono diverse scuole giuridiche, non esiste il clero come nella Chiesa cattolica».

Perché in terra d’immigrazione si tende a tornare indietro rispetto ai Paesi d’origine dove si va avanti con lotte per i diritti?

«Ci sono il razzismo, la vulnerabilità. Si cerca di trovare una ragione per il mal di vivere e correnti politiche attive tentano di sfruttare questa fragilità utilizzando la religione. Ci sono attivisti che vogliono indottrinare».

E cosa pensa del fatto che in alcune parti d’Europa i tribunali islamici siano tollerati dallo Stato?

«È pericoloso, è un passo indietro. Sono anni che nel nostro Paese si lotta per difendere le donne, i diritti umani, e non si può per il rispetto di una cultura legittimare la discriminazione. Abbiamo lottato 30 anni qui per avere questi diritti che non sono anti-islam. Le donne si sono battute in Europa, in Marocco, in Algeria... non dobbiamo tornare indietro con il pretesto del relativismo culturale».

Lavorate anche con le donne marocchine all’estero?

«, in Francia e Spagna organizziamo incontri e seminari con le immigrate. Spieghiamo loro le evoluzioni dei diritti nei loro Paesi d’origine. Spesso non ne sanno nulla. In Marocco, per esempio, ci sono state riforme per mettere le moschee e gli imam sotto la tutela del ministero ed evitare indottrinamenti».

In Italia stanno crescendo la poligamia e i matrimoni non registrati.

«E in Marocco invece i matrimoni devono essere trascritti per legge, civilmente, non ci sono unioni o contratti orali».
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PROCESSO A KARADZIC, FURIOSE LE MADRI DI SREBRENICA


Furiose le 'Madri di Srebrenica', le donne che hanno perso mariti e figli nel massacro di cui Radovan Karadzic è accusato. 'I giudici dovevano costringere quel criminale a presentarsi in aula, perché rimandando la seduta fanno il suo gioco e continuano a passare sopra il nostro diritto ad avere giustizia', dice una delle donne all'uscita dall'aula del Tribunale dove i giudici hanno aggiornato a domani l'udienza del processo a Karadzic. Sulla testa dell'ex leader serbo pendono 11 capi d'accusa tra cui genocidio e crimini contro l'umanità commessi durante la guerra di Bosnia (1992-1995). (Fonte: http://www.ansa.it ).

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domenica 25 ottobre 2009

INTERVISTA A SOUAD SBAI. L' ESTREMISMO ISLAMICO MINACCIA ANCHE L' ITALIA MA ESISTE IL MODO DI FERMARLO, di Andrea B. Nardi


La sharia in Europa e in Italia, le corti islamiche in luogo dei tribunali ordinari, le minacce degli estremisti islamici, la paura delle donne musulmane segregate, la tragica responsabilità della Sinistra nostrana e internazionale: su questo e molto altro abbiamo sentito l’opinione di Souad Sbai, deputata del Parlamento italiano per il Popolo della Libertà (PdL) e Presidente di ACMID-Donna Onlus, Associazione delle Comunità Marocchina delle Donne in Italia.

Onorevole Sbai, può dire ai nostri lettori quali sono il suo impegno e i suoi maggiori interessi in questa legislatura?

Sono impegnata da sempre sui temi della lotta alla violenza contro le donne, di qualunque provenienza esse siano, attività che da anni porto avanti come. E ovviamente sono impegnata sul versante dell’immigrazione al fine di poter disegnare per l’Italia un modello di multiculturalismo lontano da derive nichiliste che tanti danni hanno compiuto nel resto d’Europa: un modello che sappia coniugare con efficacia la sicurezza di tutti i cittadini, da un lato, l’integrazione e l’accoglienza dall’altro.

Per continuare Leggi tutto... .
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ITALISLAM. DIETRO IL VELO


Al grande mercato "multiculturale" romano di Piazza Vittorio, tra le venti macellerie islamiche è facile incontrare donne con la testa coperta da grossi foulard annodati intorno al collo. Tutte condannano il padre marocchino che di recente, a Pordenone, ha assassinato la figlia Sanaa (come tre anni fa accadde alla bresciana Hina) perchè amava un italiano. Ma toni ed esperienze sono diverse.

- "Ho una figlia sposata, nello Sri Lanka, ha 21 anni e si chiama Sabina", racconta la colf cingalese Fatima Sheriffdeen, 43 anni. "Sono musulmana, ma alla mia ragazza ho sempre permesso di essere libera. Non porta il velo, come non lo porto io. Non ho niente da nascondere e ho il cuore aperto al prossimo come vuole Allah misericordioso. Perchè dovrei blindarmi dietro un burqa? Il Corano è un libro di pace. Pecca ferocemente chi, invocando le norme di Maometto (della cui figlia porto il nome), uccide la figlia di un infedele".

- Concorda Alima Mohamed Goti, 72, originaria di Mogadiscio e da 33 anni a Roma: "Sono vedova di un italiano da cui ho avuto due figlie che non hanno mai portato il velo. Io invece lo porto, perchè sono abituata a farlo da quando avevo dieci anni. Ma detesto il burqa che con questi odiosi e brutti scafandri si violenta il corpo delle donne".

- Interviene Carla, 45 anni, cameriera. "Mi sono convertita all'islam in età adulta: l'uso del velo mi è proibito sul lavoro ma fuori lo porto volentieri perchè mi ricorda le mie origini, africane per metà".

- "Io invece il velo non lo voglio: preferisco i capelli sciolti, e le extension colorate", dice Wafa, 19 anni, bengalese di Dacca. "Ma non voglio dispiacere troppo a mio zio Mohamed. Sua moglie porta il burqa integrale, e vuole tornare in Bangladesh per crescere come si deve, dice, le sue bambine. Che a 10 anni dovranno mettere il burqa e rispettare alla lettera il Corano. Dice che se rimanessero in Italia e andassero a vivere con un uomo senza sposarsi, le ripudierebbe". (Fonte: "Oggi", 14/10)

E poi leggete tutti gli articoli finora postate riguardo alle donne su Per la pace e l'amicizia tra i popoli. Scusate se li faccio cercare a voi, ma sono tanti!
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sabato 24 ottobre 2009

IL REGIME MISOGINO DEI MULLAH HA IMPICCATO LA DONNA PIU' POVERA E SOLA DELL' IRAN

Domenica scorsa, la sala delle impiccagioni di Evin a Teheran ha ospitato e ha accolto tra la sua fune la donna più sola e più povera del paese. La donna si chiamava Soheila Ghadiri, 28 anni che per "amore" aveva ucciso il suo figlio di appena 5 giorni. Soheila era arrivata a Teheran dal Kurdistan quando aveva appena solo 18 anni. Era una ragazza semplice della campagna. Era sola e non aveva nessuno e passava le sue giornate tra i parchi e zone appartate di Teheran mendicando e prostituendosi. Ha passato molti anni dormendo nel caldo e nel freddo della città nei parchi e nei palazzi abbandonati. Era caduta molte volte tra le braccia di coloro che la volevano per quei pochi minuti e basta. Soheila non aveva mai provato amore e carrezze. Aveva subito solo violenze e attenzioni sessuali degli uomini che l'abbandonavano a volte nemmeno pagando il prezzo della prestazione! Soheila non aveva mai visto il calore e la protezione di una casa propria. Soheila non aveva vista e provato il piacere di preparare un minestrone caldo quando il gelo di Teheran arrivava sotto lo zero. Soheila non aveva mai provato il piacere di sentire la parola " auguri, buon compleanno"! Soheila non aveva provato mai la soddisfazione di avere un vestito nuovo. Soheila non aveva mai provato il piacere di avere una carrezza oppure una parola di dolcezza quando nel suo grembo cresceva una creatura, frutto di una delle tante violenze sessuali subite nelle sue notti di solitudine. Soheila viveva nell'incubo del futuro del suo figlio. Soheila non voleva consegnare alla società una creatura che finisse come lei nella più sperduta zona della società iraniana. Dove, nel nord di Teheran i cani randaggi sono più sazi dei bambini che popolano la zona sud della città. Le uniche carezze ricevute da Soheila provenivano dagli uomini poveri o ricchi che l'avrebbero abbandonato subito dopo la fine del rapporto. Soheila era arrivata a Teheran per costituirsi una vita migliore. Il frutto di questa vita fu un bambino che, Soheila, come aveva molte volte gridato in tribunale, amava e non voleva che diventasse come lei un oggetto di piacere oppure un uomo vagabondo. Per amore, dopo 5 giorni dal parto, Soheila uccide il suo " amore" e chiama la polizia dicendo di aver sgozzaato il figlio. Durante il processo Soheila aveva gridato che ha "ucciso il figlio solo per amore e basta". Ma il regime misogino dei mullah ha voluto vendicarsi di Lei perchè si era macchiata del sangue di un "maschio". Nella maligna legislatura del regime fondamentalista iraniana se "un padre uccide la figlia" può essere perdonato e liberato. Ma se una donna per qualsiasi motivo uccide il figlio deve passare gli ultimi secondi della sua vita nella " stanza della morte del carcere di Evin" accompagnata da una fune che la accompagnerà fino all' aldilà! Questo è la giustizia di un regime che discrimina le donne e riconosce molteplici diritti al genere maschile. Soheila non aveva un avvocato del taglio del premio Nobel che la difendesse e la scagionasse dalla terribile accusa di essere assassina del figlio. Soheila, povera, prostituta e minorata mentale aveva solo alcuni metri di fune che la attendeva nella stanza della morte per liberarla da questo regime misogino e fondamentalista che ha speso miliardi di dollari per costituire la sua bomba atomica islamica e per finanziare i gruppi terroristici del mezzo mondo. Le nostre più sentite conoglianze a tutte le donne e mamme del mondo. Cara mia sorella Soheila sei e rimani nei nostri cuori! Nell'Iran di domani ci ricorderemo di te come la mamma più bella del mondo. ( Fonte: Iran Democratico ) Leggi tutto ...

giovedì 22 ottobre 2009

RANIA DI GIORDANIA PER 1GOAL: EDUCATION FOR ALL



Roma. Campidoglio. Protomoteca. La Regina Rania di Giordania ha partecipato alla presentazione della campagna 1Goal: Education for All che grazie all appoggio della FIFA World Cup 2010 vuole promuovere l' importanza dell istruzione primaria per tutti i bambini del mondo, a partire dall'Africa, dove si giocheranno i mondiali 2010 e dove la metà dei bambini al mondo non può andare a scuola, 226 milioni non hanno accesso all'istruzione secondaria e 776 milioni di adulti (una donna su 4) non sanno leggere nè scrivere. Vedi il sito http://www.join1goal.org .

Grazie a Roberto per il video. Leggi tutto ...

RANIA DI GIORDANIA E LE PREDICHE DI FARE FUTURO


Nelle foto: Samia (venduta in sposa dal padre a 7 anni e torturata dal "marito" in Afghanistan ) e Gulmar (bruciata viva perchè voleva lasciare il marito violento, sempre in Afghanistan) e Rania di Giordania.

Nell'ultima delle sue prediche quotidiane, la Fondazione Fare Futuro intima a chiunque abbia dubbi sulla possibilità di un dialogo veritiero con l'Islam di oggi, di "rimanere in vergognoso silenzio" davanti al passaggio di Sua Altezza la regina Rania di Giordania.
Quello di invitare tutti al "silenzio" è in realtà un vizietto che in nome della "moderazione", "della politica garbata e gentile", Fare Futuro si permette un po' troppo spesso di recente. E un giorno se la prendono col "bipolarismo al viagra", l'altro con la "politica col burqa", con i "politici che dovrebbero pensare cento volte prima di parlare", e poi chiedono "urla per il silenzio", elogiano il "sussurro", biasimano le "cattive parole".
Insomma, piano piano si sono eretti a tribunale di quello che si può e non si può dire, di quando parlare e di quando restare in silenzio. Una brutta cosa.
Questo invito a tacere e a vergognarsi davanti alla regina di Giordania però le batte tutte. Secondo loro se uno non infila la parola "dialogo" in ogni discorso dedicato all'Islam non è degno di guardare negli occhi Sua Altezza, non deve parlarne, non deve scriverne, non deve applaudirla.
Ora, Rania di Giordania è sicuramente una donna notevole, ma da qui a dire che la sua sola apparizione dimostri l'esistenza dell'Islam moderato e metta a tacere tutti i dubbi in proposito ce ne passa. La Giordania poi è un paese che ha nutrito grandi promesse di cambiamento e di rinnovato rispetto dei diritti umani, in particolare delle donne, ma altrettante ne ha deluse.
Nella classifica della Freedom House sulla condizione della donna nel Nord Africa e nel Medio Oriente, la Giordania mantiene a fatica una posizione di mezzo. Hanno risultati migliori il Marocco, la Tunisia, l'Algeria, il Libano, l'Egitto e persino la Palestina. Fanno un po’ peggio l'Arabia Saudita, lo Yemen e la Libia. La fondazione tedesca Friedrich Hebert ha mostrato che con il 14 per cento di penetrazione nel mondo del lavoro, le donne giordane hanno la peggiore situazione della regione. Ogni anno dalle 10 alle 15 donne vengono uccise in delitti d’onore dove i colpevoli subiscono condanne dai tre mesi ai tre anni. Un recente sondaggio dell’istituto di statistica giordano ha mostrato come il 20 per cento delle donne giordane tra i 15 e i 49 anni reputi normale essere picchiata dal marito per motivi di “disciplina”.
Che il paese abbia una regina bella ed elegante, ricca e privilegiata, che non indossa il burqa o il velo, non vuol dire affatto che il resto delle donne giordane viva in condizioni paragonabili e neppure che queste condizioni siano destinate a migliorare.
Proprio in questi giorni la ventitrenne Afaf (la conosciamo solo con il nome) sta combattendo per riottenere la custodia della figlia, dopo che, avendo chiesto il divorzio dal marito che aveva sposato a 16 anni e che la picchiava ogni giorno fino a svenire, la giustizia giordana le aveva immediatamente tolto la custodia della figlia e la sua stessa famiglia l’aveva ripudiata. Afaf per sopravvivere è stata costretta a prostituirsi.
E’ davanti ad Afaf e alle migliaia di donne giordane come lei che preferiamo semmai restare in silenzio, ed è certamente lei che preferiamo applaudire. (Fonte: L' Occidentale )
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GIORDANIA SVELATA

Esposte a Milano le atmosfere del Regno Hashemita.

Spettacoli musicali, proiezioni video, incontri, eventi culturali e tre mostre fotografiche (sopra bambini galleggiano sulle acque del Mar Morto) dal forte impatto visivo e narrativo. Sono gli eventi in programma a Milano dal 21 al 30 ottobre in occasione di Giordania Svelata (in Via Dante 14) . Un appuntamento da non perdere che svela e rivela le meraviglie e le atmosfere del Regno Hashemita. Un itinerario inedito attraverso luoghi, volti e gesti quotidiani di una Terra affascinante e sorprendente, disegnato da sessanta immagini di forte impatto realizzate dai fotografi di Parallelozero, che conducono idealmente verso Galleria Meravigli. Immortalate in un enorme palcoscenico all’aperto, l’antica e leggendaria città di Petra, una delle sette meraviglie del mondo e Patrimonio dell’Umanità; il deserto del Wadi Rum; la valle e le rive del Mar Morto. Immagini preziose, intense che saranno messe in vendita a scopo benefico a favore della Jordan River Foundation, fondazione non governativa presieduta da Sua Maestà la Regina Rania, che dal 1995 si occupa di assicurare, in particolare modo alle donne e ai bambini giordani, un futuro migliore. (Fonte: http://www.milanodabere.it/ )
Però forse Rania dovrebbe fare qualcosa anche per le donne e i bambini delle famiglie PALESTINESI COME LEI, PRIVATE DELLA CITTADINANZA GIORDANA CON IL PRETESTO DEL "DIRITTO AL RITORNO"... .
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martedì 20 ottobre 2009

DIETRO IL VELO, REPORTAGE: COSA PENSANO DAVVERO LE MUSULMANE D' ITALIA/2


NAJDA, 18 ANNI (nella foto, prima in alto a sinistra)

PAZZA PER LA MODA

Marocchina, studentessa. "Velo? Neanche a parlarne. Adoro la moda, vestirmi come mi pare. A Milano sto benissimo, fino a due anni fa vivevo in Francia, e lì è tutto diverso: dei compagni di scuola algerini mi hanno picchiata perchè non ero velata. Un fidanzato italiano? Se capitasse, che male c'è? Una coppia è una coppia, se c'è l'amore c'è tutto. E i miei la pensano come me".

AZAZY, 35 ANNI (seconda in alto)

Egiziana, casalinga. "Porto il velo da quando ero ragazzina, al Cairo si usa così (NON DA SEMPRE !), ma l'ho deciso io, nessuno mi ha obbligata. Mi piace, è anche un accessorio, come per voi una collana. Mia figlia, che ha 13 anni ed è nata in Italia, l'anno scorso l'ha messo, poi in classe si è sentita a disagio e ha preferito toglierlo. E in casa, nessuno si è sognato di dirle niente.

SELMA, 25 ANNI (prima in basso a sinistra)

PER DIO E PER PUDORE

Siriana, studentessa. "La mia migliore amica è cristiana. Differenze? Se vado al mare con lei non posso mettermi in bikini, quindi non ci vado, tutto qui. Il velo lo porto per Dio e per pudore: una ragazza non dovrebbe essere esposta a sguardi insistenti, essere corteggiate è un'altra cosa. Amici italiani ne ho mille, ma un fidanzato italiano è escluso: non capirebbe i miei "no", i miei valori".

NELLY, 35 ANNI (secondo in basso a destra)

Senegalese, cuoca. "Sono musulmana, prego, osservo il Ramadan. Ma da noi il velo non esiste: chi vuole si mette un allegro turbante colorato. L'Africa non ha niente a che vedere con i Paesi arabi, siamo una società matriarcale: mettere una donna nell'angolo è inconcepibile. E se un padre ammazza la figlia, che Dio l'aiuti. Perchè la madre e la sua famiglia non gli lasceranno scampo".


ANCORA IN FUGA DAL PADRE PADRONE

Marocchina, impiegata. "L'integrazione è un'illusione: i musulmani più radicali non vogliono essere integrati, vogliono vivere come a casa loro. Come mio padre.
Quando ero ragazzina, a scuola passavo ore seduta per terra in palestra, perchè "non si fa ginnastica davanti ai maschi". Mai partecipato a una gita, mai uscita da sola con le amiche: lui non voleva.
Quando a 13 anni mi ha imposto il velo ho protestato. Ma ho dovuto cedere, sennò erano urla, e mia madre mi supplicava di ubbidire. Come se quelle velate fossero tutte brave ragazze: le ho viste io, togliersi il velo e andare a bere un drink. Il liceo non l'ho mai finito, perchè "tanto poi ti sposi e fai dei figli, a che ti serve studiare?". Dopo aver lasciato la scuola, però, ho convinto mio padre a farmi cercare un lavoro in un call center, tanto per uscire di casa. Dicevo che finivo alle 18, invece ero fuori un'ora prima. Un'ora d'aria per vedere due vetrine, per fare due passi, anche da sola. Un pomeriggio mio padre mi ha scoperto, e mi ha chiusa in casa. Non per modo di dire: andava al lavoro e portava via le chiavi, tornava e sprangava la porta. Un giorno le ha dimenticate appese alla serratura. Era la mia unica possibilità. Non ho preso niente, non ho pensato, non avevo un euro, sono scappata così, con addosso un paio di jeans. Era cinque anni fa. Ora lavoro, ho degli amici. Ma ho dovuto rinunciare alla mia mamma, i miei fratellini non sanno nemmeno che esisto. Vivo guardandomi le spalle: tempo fa mio padre mi ha spedito un video. Dove mi spiegava che cosa mi merito".

SABRINA, 23 ANNI

NON TUTTO E' MASCHILISMO

Italo-egiziana, studentessa. "Sono nata e vissuta a Milano, per capire quale la giusta via mi è servito tempo. Sono stati i Giovani musulmani a farmi capire il senso del velo, e ora non vedo l'ora di metterlo. E se incontro un amico adesso lo saluto, ma non lo abbraccio. L'islam maschilista? No, protegge noi donne, e questo mi piace. Un uomo che mi chiedesse di non lavorare, però, non lo accetterei mai". (Fonte: "Oggi")

Sotto, storie di altre 2 ragazze.
E poi una regina araba e musulmana che torna in visita in Italia, a Roma: Rania, amore su Twitter «Roma così romantica» .
Invece in Malaysia: «È troppo sexy». Beyoncé non canta più .
HASSINA, 17 ANNI

TUTTA ISLAM E PARROCCHIA

Algerina, studentessa. "Chi l'ha detto che l'integrazione è impossibile? Io rispetto il Ramadan e faccio l'animatrice in parrocchia, così vivo il mio mondo ma anche quello degli altri. Il velo lo metterò quando sarò consapevole: non mi piace fare le cose perchè le fanno gli altri. Un ragazzo italiano? I miei non lo accetterebbero mai. Ma a me l'idea della coppia mista non sembra così assurda...".

SABIR, 30 ANNI

APERITIVO SENZA ALCOL

Marocchina, impiegata. "Vivo in Italia da tre anni, lavoro anche accanto a degli uomini e nessuno mi ha mai discriminata perchè sono musulmana. Porto il velo perchè mi piace, mi fa sentire protetta. Da cosa? Sguardi troppo insistenti, battute pesanti, cose così. Ma se mi invitano fuori per bere qualcosa, vado più che volentieri. Basta che nel bicchiere ci sia un analcolico".
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lunedì 19 ottobre 2009

PAUSA DALL' ISLAM...

Montalto di Castro - Stupro di gruppo, la famiglia della vittima: ora ci rivolgeremo al giudice civile.

PROCESSO SOSPESO AGLI 8 VIOLENTATORI. LA MADRE DELLA RAGAZZA: DISGUSTATA.

Affidati «in prova» al Comune. Il sindaco aveva pagato loro le spese legali.

ROMA — Dovranno dimo­strare di essersi pentiti, di esser­si sbagliati a commentare allo­ra il loro comportamento come una semplice «ragazzata», di riuscire a chiedere scusa alla vit­tima e alla sua famiglia con sin­cerità, e non solo per conve­nienza. Dovranno farlo, ora che il tribunale dei minori di Roma ha concesso la sospensione del processo con «messa in prova» per 24 mesi agli otto adolescen­ti di Montalto di Castro, accusa­ti dello stupro di gruppo di una studentessa di 15 anni al termi­ne di una festa di compleanno, nell’estate 2007. Prossima udienza il 27 marzo 2012. Fra più di due anni, un tempo infi­nito, ancor più insopportabile di un faccia a faccia in tribuna­le, per chi quella violenza l’ha subita.
La lista delle intenzioni (il rammarico profondo, le scuse) è stata messa a verbale, perché così è previsto per la concessio­ne del beneficio, invocato dalle assistenti sociali, e accolto dal giudice. Ora i ragazzi, sei dei quali sono nel frattempo diven­tati maggiorenni, saranno affi­dati ai servizi sociali dell’ammi­nistrazione della giustizia che, in collaborazione con il Comu­ne di Montalto di Castro, li sot­toporranno a un programma di osservazione, sostegno e con­trollo. Vuol dire che quel che hanno tolto alla giovanissima vittima due anni fa - «non vuol più andare a scuola, ha attacchi di panico, è molto impaurita» racconta la mamma, che si dice «disgustata, delusa e amareg­giata » da quest'en­nesima beffa - do­vranno restituirlo attraverso l’impe­gno al servizio de­gli altri e la dedi­zione ai compiti che gli verranno assegnati. Alla «re­denzione » degli ot­to parteciperà an­che il Comune di Montalto, che allo scoppio del caso concesse loro aiuto per pagare le spese legali, scatenando polemiche a non fi­nire. E se la «prova» avrà un esi­to positivo, il tribunale dei mi­nori potrà dichiarare estinto il reato. (Fonte: Corriere della Sera, 18/10)

Montalto di Castro, la vittima: «I miei violentatori liberi e non ... .

E a questo proposito ricordiamo Carmela, violentata dagli uomini, uccisa dallo stato: 5 ottobre ... e l' Associazione a lei dedicata Associazione "IoSoCarmela" .
Da quando la notizia s’è diffu­sa nel paesotto, al confine fra la Tuscia e la Toscana, il telefono di casa della quindicenne di al­lora non ha smesso di squillare. «Telefonate di solidarietà e of­ferte d’aiuto - riferisce la consi­gliera di parità della Provincia di Viterbo, Daniela Bizzari - . In attesa di vedere come si conclu­de il procedimento penale, i ge­nitori hanno intenzione di av­viare un’azione civile contro gli stupratori e alle spese legali si potrà contribuire servendosi di un conto corrente». Precisazio­ne non casuale: «A pagare gli avvocati saranno le persone co­muni, non le istituzioni locali». Le «istituzioni locali» hanno un nome e un cognome: quello del sindaco di Montalto di Ca­stro Salvatore Carai, che appun­to all’indomani della violenza scatenò una bufera decidendo di stanziare 20.000 euro per aiu­tare nelle spese legali sei degli otto aggressori. Bufera politica: l’allora segretario del Pd Piero Fassino impose la sua esclusio­ne dalle liste per il congresso di fondazione del Pd. Bufera fra le donne ds, indignatissime. «Se nella giunta di Montalto, fatta di soli uomini - si sono doman­date - ci fossero state anche donne, si sarebbe presa una de­cisione di quel tipo?». Alla sena­trice Anna Finocchiaro il primo cittadino replicò definendola una «talebana del c.», salvo poi schermirsi pubblicamente: «Tutto è partito da una richie­sta dei servizi sociali. Quei sol­di non servono per il processo, ma per il reinserimento dei ra­gazzi ». Fra gli otto c’era anche suo nipote? «Si dicono tante stupidaggini» obiettò in un’in­tervista.
La bufera è stata anche me­diatica: la storia ha colpito l’opi­nione pubblica, è diventata un caso nazionale. Addirittura è en­trata a far parte di uno spettaco­lo teatrale: «Bambole -Storie si­lenziose di donne», di Candela­ria Romero. Fra i comportamen­ti messi sott’accusa dalla pièce, l’abitudine a trattare le vittime con sarcasmo, come se l’accadu­to fosse anche un po’ colpa lo­ro.
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sabato 17 ottobre 2009

DIETRO IL VELO. REPORTAGE: COSA PENSANO DAVVERO LE MUSULMANE D' ITALIA /1

Perchè lo portano? Sorie di fede, d'amore e di violenza nell'islam di casa nostra.

C'è chi lo indossa per amore di Allah. E chi prega, ma non l'ha mai messo. Donne serene. E ragazze che hanno dovuto fuggire. Noi le abbiamo intervistate. Quante sorprese...

Il 15 settembre, Sanaa, 18 anni, viene uccisa dal padre con una coltellata alla gola: per El Katawi Dafani, immigrato 11 anni fa da Marocco, la figlia aveva gravemente violato le regole dell'islam andando a convivere con il fidanzato italiano. Cinque giorni dopo, Daniela Santanchè, parlamentare del Pdl, racconta di essere stata aggredita mentre manifestava contro l'uso del burqa di fronte al teatro Ciak di Milano, dove centinaia di musulmani festeggiavano la fine del Ramadan.
Il primo ottobre, una donna di 33 anni chiede aiuto in lacrime allo Sportello donna del comune di Abbiategrasso: a casa l'hanno picchiata di morte perchè non voleva indossare il niqab, il velo integrale.

IN CORSA PER LA LIBERTA'

"E noi dovremmo offrire luoghi di culto a questa gente? Ai musulmani non diamo niente, neanche un chiosco a San Siro", ha commentato Matteo Salvini, consigliere comunale a Milano ed eurodeputato leghista.
"Le violenze sono da condannare senza eccezioni", ha replicato la senatrice Vittoria Franco, responsabile nel Pd delle Pari opportunità. "Ma segregare non serve, anzi: ciò che è successo dimostra che il processo di integrazione di queste ragazze immigrate nella nostra società, che le spinge verso la libertà e l'emancipazione, è inarrestabile". E' davvero così?
Velo o non velo, islam e amore, matrimonio, amici, lavoro: lo abbiamo chiesto a loro.

AMAL SAYEDIN, 37 ANNI, EGIZIANA, COMMESSA

"Quando ho saputo di Sanaa mi è venuto da piangere. Ammazzare una figlia per come si veste, per un fidanzato... . Questo non è islam, questa è follia. E' vero, nella nostra cultura che una ragazza musulmana scelga di stare con un non musulmano è considerato grave. Ma il problema non è il Corano, il problema sono gli ignoranti. Che conoscono solo il linguaggio della violenza.

EINGAR MARWA, 25 ANNI, EGIZIANA, CASALINGA

"Tradizionalista io? Figuriamoci: quando mio marito mi ha chiesto di sposarlo avevo le mèches rosso fuoco. Oggi indosso il velo perchè il Ramadan è finito da poco, ma tra pochi giorni lo toglierò. E comunque il mio non è come quello delle altre: lo annodo diversamente, è più fashion".

ELMANSI HOWAIDA, 36 ANNI, EGIZIANA, COMMESSA

"Mia figlia ha voluto mettere il velo e noi siamo contenti, lo ammetto, ma nessuno l'ha obbligata. Siamo in Italia da tanti anni, per noi conservare le nostre tradizioni e i nostri valori è importante. Comportarci da buoni musulmani è un dovere davanti a Dio".

YARA, EGIZIANA, 16 ANNI, STUDENTESSA. IN EGITTO SI SENTE A CASA

"I miei compagni? Di come sono vestita non dicono nulla, e se lo fanno alle mie spalle non m'importa: io non giudico loro, loro non giudichino me. I ragazzi italiani non m'interessano: sono così immaturi, così bambini... . Io sto bene in Egitto, ci passo ogni estate, vorrei andarci a vivere. C'è più rispetto, più calore, più pudore. Stare in Italia mi piace, ma solo lì mi sento a casa".

ABDELFATTAH REDA, 46 ANNI, EGIZIANO, FORNAIO, PADRE DI YARA

"Cosa farei se mia figlia frequentasse un italiano? Io credo che quando un figlio prende la strada sbagliata la colpa è solo del genitore: sei tu che devi educarlo bene e consigliarlo nel modo giusto. Certo che una ragazza non può andare in giro mezza svestita: ci sono occhi buoni e occhi cattivi, una donna dev'essere protetta. Certo che deve avere un marito musulmano, altrimenti come cresceranno i suoi figli? Ma non userei mai la violenza: i figli si consigliano, non si picchiano. E se la ragazza non ascolta? La si manda a parlare con l'imam, e se non basta la si manda dal medico, poi dagli anziani della moschea. Solo se è ancora ostinata, solo se si dichiara atea, allora il Corano dice che la moschea può farla uccidere. La moschea, però: non i genitori".

ZARA ZANAN, 41 ANNI, MAROCCHINA, COLF

"Provi a farsi un giro per una città marocchina: vedrà donne col velo e donne senza, donne con la jilabah, la nostra tunica, e ragazze in minigonna. Perfino la nostra regina (che poi non ha il titolo di "regina", anche se è la moglie del re, ndr) l' hijab, il velo, lo mette due volte l'anno, se va bene. Non siamo mica come gli egiziani, noi: loro sì, che sono rigidi. Per non parlare del burqa o del niqab: i veli integrali afghani e dell'Arabia Saudita sono un'offesa al corpo e alla mente delle donne. Certo, gli ignoranti, i violenti ci sono anche da noi, come il padre di Sanaa. E integrarli non sempre è possibile. Per questo sono importanti i centri come l'Associazione delle donne arabe in Italia: perchè le donne meno libere e meno fortunate abbiano chi le aiuta".

HELEH AL ALI, 25 ANNI, IRANIANA, DISEGNATRICE

"La mia storia insegna che gli integralismi non si possono mitigare: si può solo fuggire. Mio padre è iraniano, mia madre una francese convertita all'islam. Sono nata e vissuta a Parigi fino a 16 anni. Poi, un giorno, mio padre ha deciso di tornare a vivere a Teheran. Per me, è stato come tornare al Medioevo. Se prima mio padre protestava solo per una gonna troppo corta, di punto in bianco si è messo a picchiarmi se mi si spostava il niqab dal viso e si vedeva un centimetro di naso. E mia madre era più fanatica di lui. Ho dovuto sopportare per due anni, poi mia nonna a Parigi si è sentita male e siamo rientrati in Francia per vederla. Appena lasciato l'aeroporto, sono saltata di nascosto su un treno per l'Italia. E non mi sono più voltata indietro".

YASMINE LABAKI, 33 ANNI, LIBANESE, DENTISTA

"Mi trucco da quando avevo 14 anni, metto i tacchi da quando ne avevo 16, il mio primo fidanzato: è stato un tedesco di passaggio a Beirut. Ho studiato, mi sono laureata, lavoro, eppure sono musulmana al cento per cento. E sono sposata con un musulmano che mi chiede il permesso prima di andare a giocare a calcio con gli amici. So che per gli italiani è difficile fare distinzioni, ma io vorrei tanto che capiste: il problema non è l'islam, il problema sono gli ignoranti. Gente povera, violenta, stupida, ce n'è dappertutto. C'era anche da voi, fino a 50 anni fa. Chiedo solo una cosa: fate rispettare le regole con durezza, ma non giudicateci in blocco". (Fonte: Settimanale "Oggi")

Ibi, la superstite della strage ferroviaria, si sposa (si è sposata oggi) Viareggino . Leggi tutto ...

LIBERATA A BRESCIA SALENTINA SEQUESTRATA DA TRE NORDAFRICANI

BARI - I carabinieri di Brescia hanno liberato una donna, originaria della provincia di Lecce, che era stata sequestrata da tre nordafricani, che sono stati tratti in arresto. Si tratta di Rafi Ahlem, 30enne tunisina, Saidani Slah, 40enne tunisino, compagno della vittima, e Nabil Abdelaziz, 35enne marocchino. Le indagini sono state innescate da una segnalazione partita dai carabinieri di Gallipoli che avevano ricevuto la notizia della giovane sequestrata e che hanno immediatamente richiesto l’intervento dei colleghi di Brescia. Questi, intervenuti presso l’abitazione di un piccolo centro della provincia, sono riusciti a liberare la ragazza e ad arrestare i suoi sequestratori, tra cui una donna tunisina di 35 anni, agli arresti proprio presso quel domicilio. La vicenda risale ai primi di agosto quando la ragazza dopo aver conosciuto a Voghera (PV), un giovane tunisino rimane incinta ed il compagno la convince a seguirlo nel piccolo centro di Castel Mella (BS), nell’abitazione di sua nipote Rafi Ahlem e del marito Nabil Adelaziz. Dopo aver subito maltrattamenti la giovane donna incinta decide di andar via,ma è costretta a non allontanarsi dall’abitazione ed a subire le angherie dei tre, in particolare da parte del compagno che la minacciava di morte o di mutilarla. Le minacce l’avevano posta di fronte ad un bivio: abortire, oppure partorire e poi andarsene, lasciando il bambino nelle mani dei tre extracomunitari, perchè il nascituro era musulmano. Dopo alcuni giorni la donna è riuscita ad inviare un sms dal cellulare con una richiesta disperata di aiuto al cellulare della propria madre che immediatamente si è rivolta ai carabinieri di Gallipoli. Sentito il racconto i militari hanno subito avviato le indagini per individuare dove si trovasse la ragazza ed in breve tempo sono riusciti a localizzarla nella piccola località bresciana. È stato così che i carabinieri di Brescia hanno individuato l’appartamento e dopo averlo circondato hanno fatto irruzione trovando la ragazza in stato di choc per le angherie subite e catturato i tre aguzzini che si trovano ora nella Casa Circondariale di Brescia. Per i tre l'accusa è, in concorso, di sequestro di persona. (Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno on the web )


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giovedì 15 ottobre 2009

LA SHARIA NELLA NOSTRA PENISOLA

Sorelle (musulmane) d’Italia
In un convegno, la deputata del Pdl Souad Sbai denuncia i drammatici numeri della sharia familiare nel nostro Paese. E la Carfagna vuole una legge per proibire il velo.

- Bouchra, 24 anni, uccisa a Verona, a coltellate, dal marito perché si rifiutava di portare il velo e viveva da occidentale, come faceva già in Marocco;

- Kabira, 28 anni, accoltellata a morte dal marito, esibiva abiti occidentali e offendeva l’Islam;

- Darin Omar, uccisa dal marito perché si era fatta ”scandalosamente“ assumere in un call-center;

- Hina Salem stuprata dal padre a 9 anni, accoltellata e soffocata con un sacchetto di plastica dai suoi familiari, infine decapitata e sepolta con la testa rivolta verso la Mecca perché da adolescente frequentava un ragazzo italiano e rifiutava il matrimonio forzato impostole (e dopo la denuncia del padre per molestie sessuali, ndr);

- Fatima Saamali, uccisa sulla statale 26 a qualche chilometro da Aosta, poco prima, aveva denunciato alla polizia i continui maltrattamenti a cui la sottoponeva il marito;

- Malka, 29 anni, strangolata dal marito per i suoi atteggiamenti occidentali;

- Fatima Ksis, 20 anni, uccisa a coltellate dal fidanzato per averlo disonorato con il suo comportamento troppo indipendente;

- Amal, 26 anni, investita dal marito perché voleva recarsi dal parrucchiere;

- Sobia, avvelenata dai familiari, perché non si dimostrava sufficientemente sottomessa;

- Naima, accoltellata dal marito perché voleva riprendere con sé i figli sequestrati e portati in Marocco;

- Fouzia, strangolata dal marito Ali Islam Mostafa Mohamed Issa, in un appartamento in viale Zara a Milano, sotto gli occhi della figlia di 3 anni, che poi ha raccontato agli inquirenti: “…il papà ha fatto male alla mamma, ma la mamma è brava”, il corpo della povera donna è stato abbandonato in un giardino pubblico...era considerata dal marito “infedele”, perché aveva cominciato a seguire uno stile di vita occidentale;

- Sanaa Dafani, sgozzata dal padre (1 MESE FA COME OGGI...) a Pordenone per la sua scandalosa relazione con un ragazzo italiano“.

Un "vero e proprio bollettino di guerra". La lista delle vittime di questi reati è tristemente lunga e loro, le donne, non possono più raccontare gli infiniti lutti subiti – spiega al pubblico attonito di un convegno in cui doveva essere presentata l’annuale relazione del Telefono verde 800 911 753 - “Mai più sola”, dedicato alle vittime della sharia familiare in Italia - perché la loro bocca è stata chiusa per sempre“. ”Di loro – dice la Sbai - rimane solo una ferita nel nostro tempo, nella società sorda in cui hanno vissuto.“ Quella stessa società che scusa i carnefici in nome di una cultura che si suppone diversa e da tollerare persino in queste manifestazioni.”Voglio menzionarle qui – dice attonita la deputata di origine marocchina - per far sì che il loro sacrificio non sia stato vano e che le molte altre che oggi subiscono una sorte crudele trovino la forza di ribellarsi alla cieca violenza di mariti, padri, zii, cugini, fratelli, famiglie“. Per tutto l'articolo Leggi tutto...

E a proposito: Diede della «cristiana» alla deputata Sbai
Hassan Akrane, marocchino di 46 anni, vive e lavora a Bologna da oltre 20 anni.
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Poi: Immigrazione clandestina=STUPRI solito bollettino di guerra permalink .

In questo caso invece: Accoltella la figlia perché fidanzata con un albanese
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mercoledì 14 ottobre 2009

PARLAMENTARE KUWAITIANA: ABOLIRE IL RIFERIMENTO ALLA SHARIA NELLA LEGGE ELETTORALE


Rula Dashti, che non indossa l’hijab, contesta l’obbligo posto alle donne che vogliono esercitare i loro diritti politici a portare il velo islamico. La questione dell’abbigliamento delle donne musulmane ha suscitato negli ultimi giorni opposte fatwa di studiosi musulmani.

Kuwait City (AsiaNews/Agenzie) - Abolire l’articolo della legge elettorale del Kuwait per la quale le donne che vogliono partecipare alla vita politica - candidate o elettrici – debbono adeguarsi alle prescrizioni della sharia. E’ la proposta avanzata in Parlamento da una deputata kuwaitiana, Rula Dashti (nella foto). Per saperne di più su Rola Dashti - Wikipedia, the free encyclopedia .
Il suo intervento entra nei contrastanti pareri che, in questi giorni, arrivano da studiosi musulmani a proposito del velo islamico.
La norma della quale la parlamentare kuwaitiana vuole l’abolizione è stata introdotta quattro anni fa, quando fu votata la legge che concedeva alle donne pieni diritti politici, alla condizione, appunto, che rispettassero i requisiti richiesti dalla legge islamica.
La legge non specifica quali siano tali requisiti, ma la settimana scorsa il Dipartimento per le fatwa dell’emirato ha affermato che, per la legge islamica, le donne musulmane sono obbligate a indossare l’hijab. Questa fatwa aveva una portata generale e non aveva alcun specifico riferimento alla legge elettorale, essa ha suscitato reazioni contrastanti all’interno del Parlamento. I conservatori hanno chiesto alle loro colleghe e a quelle facenti parte dell’esecutivo di adeguarsi all’editto religioso, i liberali hanno sostenuto che la fatwa non è vincolante poiché non viene dalla corte costituzionale.
“La fatwa – ha dichiarato la Dashti – non è obbligatoria per la società kuwaitiana. Per noi l’unico riferimento è alla costituzione”. E a suo avviso, inserire la sharia nella legge elettorale è una violazione della Costituzione.
Rula Dashti è una delle quattro donne che fanno storia nelle recenti vicende del Paese, in quanto elette in Parlamento nelle elezioni svoltesi nel maggio scorso. Delle quattro, due indossano l’hijab e due no. Non lo porta neppure l’unica donna ministro, Mudhi al-Hmoud, che è responsabile dell’educazione (guardacaso un Ministero tipicamente femminile...) .

A proposito vi ricordo: KUWAIT: ELETTE LE PRIME 4 PARLAMENTARI (tra cui Rula) IL CORAGGIO DI UNA DONNA: SENZA VELO IN PARLAMENTO e NON INDOSSANO IL VELO, DUE DONNE MINISTRO KUWAITIANE RISCHIANO DI ESSERE "DIMESSE" .
Quanto accade in Kwuait rientra nel contrastato dibattito che da tempo si svolge sul velo islamico, nelle sue diverse forme. Fatwa a favore o contro sono giunte in questi giorni da parte di studiosi musulmani. Così, colui che è ritenuto la maggiore autorità del mondo sunnita, Mohammed Saeed Tantawi, che presiede l’università egiziana di Al Azhar, ha posto il divieto di indossarlo a studentesse e professoresse, in quanto “non islamico”. Sulla stessa linea, in Canada, una associazione di musulmani ha chiesto al governo di bandire il niqab, sostenendo che esso è “un simbolo medioevale di misoginia e di estremismo”. A loro ha replicato il Gran muftì di Dubai, Ahmed Al Haddad, per il quale il velo “non è mai collegato al fanatismo o al terrorismo” e “le donne musulmane non sono mai state costrette ad indossarlo”. Forzarle a toglierlo, invece, è “mancanza di rispetto per loro, la loro fede, cultura e tradizione”.
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DUE NOTIZIE DALL' INDONESIA


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martedì 13 ottobre 2009

IRAN: IMPICCATO, MOGLIE DA LAPIDARE.

Lui per adulterio, lei per prostituzione. La causa: poverta'

(ANSA) - TEHERAN, 7 OTT - Un uomo e' stato impiccato per adulterio, sua moglie dovrebbe essere lapidata per essersi prostituita a causa della poverta'. L'uomo, Rahim Mohammadi, e' stato impiccato ieri a Tabriz, nel nord- ovest del Paese, senza che fosse informata la famiglia o il suo avvocato. Sua moglie, Kobra Babai, dovrebbe invece essere messa a morte per lapidazione. Il marito la fece prostituire con 30 o 40 uomini, pur di avere denaro. A sua volta Rahim avrebbe avuto rapporti con una donna e un uomo.

Poi: Iran, in carcere da 52 giorni la traduttrice di "El Mundo" .

Donne iraniane emancipate. La fantasia della manipolatrice di intervisteEcco un esempio della tattica di Farian Sabahi .

Nuova ordinanza anti-burqa a Drezzo‎ .

Padova: picchiate due ragazze perché lesbiche . Leggi tutto ...

lunedì 12 ottobre 2009

SPOSA BAMBINA AL LACCIO


Ovunque imperi l'islam, imperano ingiustizie spaventose nei confronti delle donne e dei bambini, soprattutto se sono femmine. Ecco una sposa bambina, sacrificata al Moloch della bramosia sessuale dei maschi, condotta sposa, coperta perché ormai è evidente a tutti, tranne agli imbecilli, che si deve negare la sua persona e umiliare la sua femminilità e non contenti dell'umiliazione, la si porta al laccio, legata come una bestia che si conduce al macello e dalle espressioni della sorella e della madre, più che a un matrimonio sembra proprio che stia per andare al suo funerale. (Fonte: Lisistrata )
Chiedo a "Lisistrata" se passa di qua, in che Paese è stata fatta la foto che documenta l'infamia... . In realtà a me sembra l' India!!!!
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RAGAZZE E RAGAZZI INSIEME NEL COLLEGE SAUDITA

Un campus universitario come tanti in America o Europa: studenti e studen­tesse che chiacchierano entrando in classe; siedono insieme nella caffette­ria; un gruppetto di tutte ragazze che partono sgommando in auto, salutate dagli amici. Parlano in inglese, vengo­no — è evidente — da vari Paesi. Qual­cosa di strano c’è: gli edifici nuovissimi sono circondati da palme e sabbia, fa molto caldo. E tra i ragazzi con vestiti «normali» qualcuno (pochi) indossa abiti tradizionali del Golfo. Perché il campus è quello della King Abdullah University of Science and Technology, in breve Kaust, il nuovissimo superate­neo creato a Nord di Gedda sul Mar Ros­so, in Arabia Saudita. Il primo e unico istituto scolastico del Regno delle due Moschee dove non esistono barriere tra i sessi. E uno dei pochissimi luoghi pub­blici d’Arabia dove donne e ragazze so­no libere di togliersi il camicione nero obbligatorio, l’ abaya , e di girare a viso e testa scoperti. Dove possono — perfino — guidare. Inaugurata pochi giorni fa da re Ab­dullah bin Abdul Aziz Al Saud, l’univer­sità a lui intitolata punta a diventareparole sue«un faro di tolleranza». «È la realizzazione di un sogno che coltiva­vo da 25 anni: un luogo d’incontro tra i diversi pensieri e culture, con una visio­ne compatibile con lo spirito della no­stra epoca e in sintonia con la nostra fe­de ». Affermazione, quest’ultima, preve­dibile nella terra dove l’Islam è nato ed è oggi il più conservatore. Ma il proget­to fortemente voluto dal sovrano 85en­ne, popolarissimo anche perché consi­derato vicino alle tradizioni beduine di­menticate da molti, non è scontato. Kaust vuole diventare uno dei centri ac­cademici scientifici d’eccellenza del pia­neta, attraendo talenti da tutto il mon­do, dimostrando quello che l’Arabia po­trà essere in un futuro dove il petrolio conterà sempre meno e donne e uomi­nianche qui avranno gli stessi di­ritti. Gli 817 studenti provenienti da 61 nazioni iscritti al primo anno (a regime saranno 20 mila) diventeranno ricerca­tori, scienziati, imprenditori. E i laurea­ti e post-laureati sauditi (oggi sono il 15% degli iscritti) saranno protagonisti di quella transizione da petromonar­chia wahabita a Paese moderno ed eco­nomicamente diversificato, seppur ov­viamente islamico, che re Abdullah so­gna, e con lui buona parte della società saudita o almeno dell’élite.

Anche tra i vertici del Regno non tut­ti però approvano. «La commistione tra sessi è un grave peccato ed esigiamo una verifica sulla conformità alla sharia dei programmi di studio», ha dichiara­to al quotidiano Al Watan Sheikh Saad Al Shethri, membro del più influente consiglio di religiosi del Regno. Carica che in passato gli avrebbe permesso qualsiasi affermazione, ma che oggi — qualcosa sta cambiando — non l’ha pro­tetto dall’ira del sovrano. «Fede e scien­za non sono in contraddizione tra loro se non per le anime malsane, anzi que­sti centri scientifici sono un baluardo contro l’estremismo», ha risposto re Ab­dullah, annunciando quindi il licenzia­mento in tronco di Sheikh Al Shethri.
E se nelle moschee e nella case le critiche non si sono zittite, i media hanno appro­vato il sovrano. «Se non fosse per lui— sosteneva un editoriale su Al Iqtisadiya — questa gente costringerebbe l’intero Paese a vagare nel deserto a dorso di cammello in cerca di pascoli e acqua». (Fonte: Informazione Corretta, dal Corriere della Sera)

E sempre a proposito di Arabia Saudita: NIENTE SESSO IN TV .

Intanto continua a tenere banco nel nostro Paese la proposta di vietare il burqa: La Carfagna: «Vietare il burqa nelle scuole» .
Su Kaust non ci sarà così nessuna marcia indietro. Anche perché la scom­messa è altissima: gli investimenti pre­visti sono di 23 miliardi di dollari, quasi la metà versati dal re, gli altri dall’élite saudita e dagli sponsor. Tra loro una lunga serie di corporation occidentali (Dow Chemical, Boeing, Ibm…) che col­laborano con l’università anche a livello scientifico sotto l’egida dell’Aramco. I dirigenti del colosso petrolifero saudita erano stati infatti incaricati da re Abdul­lah, tre anni fa, di realizzare l’università (costruita fisicamente dal gruppo Bin Ladin). E all’Aramco fanno capo vari set­tori di ricerca di Kaust, a partire da quel­lo cruciale sulle energie alternative al petrolio. Nei suoi quartieri generali a Dhakran, per altro, il gruppo offre da an­ni un’analoga quanto poco nota isola fe­lice: tecnici ed esperti dei due sessi e di molti Paesi che vivono e lavorano insie­me, senza veli o divieti, in nome dell’ef­ficienza.I dubbi che riguardano Kaust non so­no così sul suo futuro successo: incenti­vi (stipendi d’oro agli insegnanti stra­nieri e borse di studio), lussi (dal golf allo yacht club), serietà dei programmi sono da ora garantiti. Ma piuttosto su cosa vorrà dire la superuniversità per l’Arabia Saudita. «Resterà un’isola di li­bertà in un oceano di repressione o aiu­terà il diffondersi della libertà nel Re­gno? », ha scritto Joe Stork di Human Ri­ghts Watch. Sui siti e sui media locali sono in molti a chiederselo, pochi (per ora) ad azzardare risposte.
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domenica 11 ottobre 2009

ISLAM: EGITTO, AL-AZHAR CONFERMA DIVIETO NIQAB

(ANSA) - CAIRO, 8 OTT - Il consiglio supremo dell'università di Al-Azhar ha comunicato la decisione di bandire il velo integrale (il niqab) da tutte le scuole controllate dal massimo centro teologico dell'islam sunnita. Decisione che giunge pochi giorni dopo la presa di posizione del grande imam di Al Azhar contro il niqab, che ha suscitato non poche polemiche nel Paese. Il religioso, sheikh Mohamed Sayyed Tantawi, nel corso di una visita in un liceo femminile dipendente da al Azhar nella periferia del Cairo, aveva ordinato ad una ragazza di togliersi il velo che lascia scoperti solo gli occhi. «È un'abitudine che non ha nulla a che fare con la religione», aveva tuonato, annunciando l'intenzione di vietarlo in tutte le istituzioni dipendenti dall'università. In un comunicato oggi il consiglio supremo dell'istituzione ha affermato di aver deciso di «vietare a studentesse e insegnati di indossare il niqab durante i corsi frequentati da donne e tenuti unicamente da insegnanti donne». Sembrerebbe tuttavia che lo stesso velo possa essere portato all'interno delle case, per strada e nel cortile delle scuole. Secondo la stessa nota, l'obiettivo del divieto è di diffondere lo spirito di fiducia, condivisione e comprensione tra insegnanti e studenti. È stato inoltre deciso di proibire alle studentesse di indossare il velo integrale nelle sale in cui si sostengono esami dove non è prevista la presenza di uomini. Leggi tutto ...

sabato 10 ottobre 2009

UNA FEMMINISTA SOTTO IL VELO DELL' ISLAM...

Una femminista sotto il velo dell'Islam. «Sono una donna che ha le sue idee, che deve fare le sue scelte, vivere la sua vita. Come penso sia giusto per me, non per qualcun altro». Insomma, "Io sono mia". Lo dice con convinzione Majda Badaoui (la mamma di Johara e zia di Fatima dell'articolo precedente, mediatrice linguistica culturale che ha seguito la mamma di Sanaa durante le testimonianze, ndr), 38 anni, marocchina e musulmana di Rabat, in Friuli dal 1987. Eppure, porta il velo. Lei che, per vivere come era «giusto» per se stessa e non per altri, ha sbattuto la porta in faccia al marito, un friulano convertito, che voleva farsi l'harem (anche se il termine "harem" non indica ciò che pensiamo noi in Occidente, ma è la parola araba per indicare il "gineceo", la parte della casa riservata alle donne, ndr) . «Forse si aspettava una donna musulmana sottomessa». Ma non è il caso di Majda . Che non sforna pane arabo dalla mattina alla sera da perfetto "angelo del focolare" marocchino, anzi non ama proprio cucinare e, se può, ripiega sui surgelati come qualsiasi occidentale. Eppure, porta il velo. Che i lavori di casa «li faccio se ho voglia e se mi fa piacere farli, altrimenti no». Eppure, porta il velo. Che fa la mediatrice culturale ma sogna un futuro da operatrice in un centro antiviolenza per difendere le donne. Eppure, porta il velo. Uno schiaffo all'emancipazione femminile per molti. Ma non per lei. «Lo porto per scelta. Perché è un obbligo religioso del Corano, come lo sono le cinque preghiere al giorno e il mese di digiuno del Ramadan. Non mortifica la mia femminilità, non è un segno di sottomissione all'uomo o una forma di inferiorità. Non è che, perché metto il velo, questo cambi il mio modo di pensare o il mio carattere. Il cervello, sotto, c'è lo stesso» . Anzi, anche il suo "khimar", il suo velo sopra un cervello che funziona, è un po' "femminista". Comodo, già "preconfezionato", da infilare come una cuffia. «Perché io non ho tempo da perdere per agghindarmi». Majda il suo tempo lo dedica, invece, a fare corsi su corsi, perché non si stanca mai di imparare. «Per mio padre (ex presidente della Corte marziale di Rabat e giudice in Cassazione ndr) lo studio è la cosa più importante nella vita. I miei fratelli - siamo in sette - hanno frequentato l'università in Francia, come ha fatto lui. Io ho scelto l'Italia: mi sembrava più esotico». Ci è arrivata nell'87, prima su quindici concorrenti, con una borsa di studio dell'ambasciata italiana a Rabat per l'Università per stranieri di Siena. Dopo due mesi, destinazione Trieste, facoltà di farmacia. Doveva tornare in Marocco dopo la laurea, invece in Friuli c'è rimasta. Per amore. «Lui, che è udinese, studiava all'Università come me, si era convertito all'Islam a 19 anni. Stava preparando la tesi sulle scuole medioevali in Marocco. E doveva parlare della città di mia mamma». E, fra un capitolo e l'altro, arriva il matrimonio, celebrato prima a Roma, con rito musulmano, e poi a Udine. Quindi, i figli, Johara, di 11 anni, Bilal, «dal nome del primo muezzin dell'Islam», 7 anni, e Maryam, 5.

Lei lascia l'Università nel '90 («In famiglia sono la pecora nera: una sorella è medico, un'altra farmacista, un fratello architetto, un altro docente all'ateneo di Parigi...») per dedicarsi ai bambini, lui fa carriera sotto l'egida del Profeta, arrivando ai vertici della comunità musulmana locale e poi alla direzione del centro culturale islamico di Milano. «Ma poi sono iniziati i contrasti, di natura caratteriale. Lui era abituato dalla mamma italiana ad essere servito. Io facevo i lavori di casa, ma solo quando riuscivo. Questo era il conflitto fra noi: secondo lui dovevo fare sempre, secondo me dovevo fare "se volevo" fare. Era molto diverso». Un abisso. «Voleva decidere della mia vita, scegliere le persone con cui dovevo fare amicizia, i luoghi dove potevo andare... Mi vietava anche di uscire con le mie amiche». (Fonte: http://www.ecologiasociale.org/, 2002 )

Naturalmente le violenze contro ragazze musulmane che stanno con o hanno amici italiani non sono una novità: Amico italiano: picchiata http://www.geolocal.it/ .
E, a un certo punto Majda dice basta. «Lui aveva deciso di sposarsi con una seconda moglie. È previsto dalla mia religione, ma è previsto anche che la donna possa esprimere il suo parere. La prima moglie può imporre al marito di non risposarsi con una clausola prematrimoniale. Noi non l'avevamo fatta. Ma a me non stava bene lo stesso. Per me se un uomo ama una donna non può amarne un'altra in uno stesso momento. Quando mi ha detto del secondo matrimonio gli ho risposto: "Vuol dire che ti piace quell'altra. Allora basta. Per me è finita". E me ne sono andata». Il divorzio islamico arriva dopo tre mesi - potenza della religione musulmana - , «anche se per lo stato italiano siamo ancora soltanto separati da un anno e mezzo».
E lei, a Udine, si reinventa la vita dal nulla. «Ho iniziato a fare la mediatrice linguistica due anni fa, poi sono diventata anche mediatrice culturale e di comunità. Prendevo 40mila lire lorde all'ora. Ma non puoi vivere solo di questo. Soprattutto con un mutuo sulla casa. Così, faccio anche le pulizie per una ditta. Vita sociale? Nessuna: non ho tempo». La mattina sveglia alle sei per inforcare ramazza e strofinacci e, dopo poche ore, è già a scuola, per aiutare i "suoi" bambini nel difficile cammino dell'integrazione. «Cerco di alleggerire il primo impatto, facendo da tramite fra la scuola e i bambini. La maggior parte delle maestre è molto disponibile. Alle volte, però, ci sono anche quelle che preferirebbero mettere il piccolo marocchino fuori dalla classe e farlo seguire solo da me, perché fa fatica a tener dietro alle lezioni. Ma così non va: il bambino si sente isolato. I più piccoli non hanno problemi, dalle medie in su incominciano le difficoltà. Spesso non vengono accettati dai compagni di classe. Allora capita che le maestre mi dicano: "Bisogna parlare alla tal ragazza e dirle di cambiarsi più spesso e di mettersi il profumo". Non è un lavoro facile ma mi piace». Ma per Majda non ci sono mai cose facili. La vita è una sfida, ogni ostacolo un modo per rimettersi in gioco. «Adesso sto seguendo un corso di un'associazione che combatte la violenza contro le donne. Mi piacerebbe diventare un'operatrice antiviolenza. Dopo il tirocinio deciderò. Sono attirata da questi problemi. Le donne marocchine, anche se subiscono violenza non si ribellano, perché nel mio paese non vengono ascoltate. Lì l'uomo comanda da padrone e la donna è nulla, è uno schiavetto. Quando arrivano in Italia, trovano gente pronta ad aiutarle e prendono coraggio. Si sentono più libere e protette. Perché qui la legge funziona. Se in Marocco vanno dalla polizia a denunciare il marito violento nessuno le ascolta. Le separazioni vengono viste come una colpa delle donne. Se l'uomo divorzia vuol dire che la moglie non ha saputo tenerselo. Se racconti che un marito ha buttato fuori di casa sua moglie, ti dicono "significa che ha scoperto in lei qualcosa che non va". Il problema non è sentirselo dire da un uomo, ma dalle donne stesse. Io, dopo la separazione, me lo sono sentito dire. Manca la solidarietà al femminile». Ma la colpa, secondo Majda non è dell'Islam. Che, a sentire lei, è una religione quasi femminista. «I diritti che ha una donna islamica da sempre, le occidentali se li sognavano fino a poco tempo fa. Già nel 612 d.C. le donne musulmane avevano diritto al voto, all'istruzione, al lavoro, all'eredità, ad avere una proprietà. Le donne ai tempi del Profeta davano lezioni di religione agli uomini, combattevano insieme a loro, potevano scegliersi il proprio sposo e divorziare. Perché nel 2002 stanno chiuse in casa a sfornare dolci e cous cous? L'Islam non c'entra: questa è la mentalità araba tramandata di madre in figlia. Il risultato dell'ignoranza di una società patriarcale e maschilista in cui la donna viene educata a considerare la casa il suo regno e a restare chiusa fra quattro mura sotto il controllo continuo del marito. Ma io non ci sto. Non mi piace neppure cucinare. Vado avanti a cose veloci, spinaci e surgelati. Mi piace viaggiare, invece: Europa, Giordania, Egitto... E sempre con un libro in mano». E alla fine, lo dice. «Se sono femminista? Abbastanza. Voglio giustizia anche per le donne». E sorride. Sotto il velo.
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