lunedì 30 giugno 2008

COME L'AVREBBERO CURATA I TALEBANI?

Un soldato italiano sottopone a visita medica una bambina afghana, sotto gli occhi divertiti di due ragazzine sullo sfondo.

Con i Talebani le Afghane non potevano farsi curare da un medico uomo (e visto che alle donne era proibito lavorare, significa che non c'erano medici donne!) , mostrando il volto e senza essere accompagnate da un uomo(maharam "guardiano").
Grazie a Barbara per avermi scannerizzato la foto da "Magazine", settimanale del "Corriere".
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domenica 29 giugno 2008

IL DELIRIO VA IN ONDA. UN ESPERTO DI MATRIMONI ISLAMICI SAUDITA SUL CANALE LIBANESE LBC: "LECITO SPOSARE UNA BIMBA DI UN ANNO"

.. Sempre che il rapporto sessuale sia "rimandato", eh...! Questa "chicca" è del 19 giugno. Duemila-e-otto. No, meglio specificare, anche se si può arrivare da soli a capire che sia una cosa recente. Mica per altro: 1400 anni fa non esistevano i PC, nè tanto meno i video!



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sabato 28 giugno 2008

DAL FOCUS DEL "CORRIERE" "BAGDAD, LA SVOLTA": LE PARRUCCHIERE RIAPRONO, I FIDANZATI SI TENGONO PER MANO, MA I CELLULARI "AUMENTANO" I DELITTI D'ONORE

A Baghdad sono tornate le parrucchiere. E non è cosa da poco. Zeinab Hussein, 45 anni, sciita, ha riaperto il suo salone in Mutanabi Street da qualche mese. L'aveva chiuso nel 2005: "I miliziani dell'Esercito del Mahdi mi avevano avvertito che era meglio se lasciavo perdere. Le mie due lavoranti abitavano una a Dora l'altra ad Amairiya (quartieri controllati da Al Qaeda, ndr)e non potevano muoversi". Oggi la gente ha ripreso ad andare con i mini-bus da una parte all'altra della città, dall'Ovest a maggioranza sunnita all'Est sciita. Hanno riaperto al traffico ponti rimasti a lungo of limits (come quello tra Adamiya e Khadamiya, teatro di una strage dove morirono centinaia di persone durante una processione). Zeinab siede nel suo negozio deserto, lo hijab nero sul capo fa un curioso contrasto con le acconciature "ardite" che tappezzano le pareti. "Adesso fa molto caldo, ma più tardi veranno le clienti: una volta chiudevo alle 2, ora la gente non ha più paura di restare in giro fino a sera". E le donne si truccano: "E'tornata un po' di voglia di vivere". I parrucchieri (per uomo e donna) erano una delle categorie più minacciate dalla violenza settaria. Decine di barbieri sono stati uccisi in tutto l'Iraq perchè "osavano" fare il loro lavoro (per gli emiri di Al Qaeda tagliarsi la barba è peccato). Stessa sorte alle parrucchiere che non ubbidivano agli ordini di chiusura.
Alcune sono entrate "in clandestinità", ricevendo le clienti a casa, con le tende tirate.
Zeinab ricorda una collega, Rana, ammazzata sulla porta di casa. Poco più di un anno fa l'Iraq era anche questo: si poteva morire per delle mèches o una permanente. Per le prime settimane Zeinab ha chiesto al marito, che ha un posto al ministero dei Trasporti, di prendere un po' di ferie e fare la guardia al negozio, seduto fuori dalla porta. Adesso non è più necessario: "C'è la polizia per strada, le milizie sono scomparse". Fa questo lavoro dai primi anni '90. Ha aperto il salone nel 2002. Ha un sogno: comprarsi una casa.

BASSORA - All'Istituto di Belle Arti Mohammed gira mano nella mano con la fidanzata Sabreen. "Prima non avrei potuto nemmeno starle accanto" (dice). "Prima" i miliziani (Esercito del Mahdi, partito della Virtù etc)punivano severamente chi non rispettava una rigida interpretazione dell'islam (donne uccise perchè non portavano il velo). I partiti a cui queste milizie fanno riferimento sono ancora al potere. Via i soldati torneranno le ronde? "E' la nostra paura - dice Mohammed stringendo la mano di Sabreen - godiamo questa libertà finchè dura".

Cellulari - Su 28 milioni di iracheni, 12 milioni di cellulari. Erano un milione 4 anni fa, quando anche la guerriglia e Al-Qaeda li utilizzava per propaganda (immagini di decapitazioni). Il filmato dell'impiccagione di Saddam a fine 2007 è stato fatto con un cellulare. Oggi i telefonini costituiscono un'arma terribile contro le donne che vengono ammazzate nei cosiddetti "delitti d'onore", anche nelle più pacifiche province curde del nord (40 vittime al mese nel 2007). Donne "accusate" di tradimento e uccise dal marito o dai familiari: nella metà dei casi le "prove" sono immagini realizzate con il telefonino dai partner che poi le passano agli amici in una catena che le rende di dominio pubblico.
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venerdì 27 giugno 2008

IRAN, DONNA CONDANNATA ALLA LAPIDAZIONE PER ADULTERIO

E ovviamente questa madre di tre bambini non è la prima. Al suo amante? "Solo" 100 frustate (che immagino ammazzino comunque). Eh, già: lui è un maschio!
Attualmente nella Repubblica islamica (di cui siamo partner commerciali!) ci sono 8 donne che sono state condannate allo stesso supplizio per adulterio.
(ho trovato la notizia sul blog "Radio Londra")

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DUE ANNI DI CARCERE PER AVER CIRCONCISO LA FIGLIA

Condannati per avere fatto circoncidere la loro bambina: due anni di carcere (pena sospesa) e un risarcimento di entità ancora non stabilita. Un tribunale di Zurigo ha emesso la sentenza, senza precedenti in Svizzera, a carico di una coppia di immigrati somali. La mutilazione è stata portata a termine da un amico di famiglia, anch'egli somalo, sul tavolo di cucina quando la bambina aveva due anni. Solo undici anni dopo, in occasione di un ricovero in ospedale della ormai ragazzina, le autorità elvetiche sono venute a conoscenza dell'avvenuta circoncisione.
Aduc.it
(Fonte: sito "Arabiyya")

All'inizio di giugno, a Treviso, è stata arrestata una donna nigeriana è stata arrestata dopo aver praticato una circoncisione su un bimbo di due mesi, morto dissanguato il giorno dopo. I genitori si sono dichiarati cattolici.

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IRAN, E' BOOM PER PRIMA AGENZIA MATRIMONIALE: GIA' CINQUANTAMILA ISCRITTI

Nel Paese il 70% della popolazione ha meno di 30 anni
La coppia potrà incontrarsi solo tre volte, due in sede e una sola fuori dagli uffici e per una durata molto limitata. Obbligatoria la fede musulmana per usufruire dei servizi E' un successo senza precedenti per la prima agenzia matrimoniale iraniana, alla quale in poche settimane si sono iscritte 50.000 persone in cerca dell'anima gemella.
Gestita da una fondazione, l'agenzia da poco è sbarcata nel mondo virtuale, offrendo la possibilità a uomini e donne di registrarsi on line dietro il versamento di una quota pari a 20 euro. In cambio, per sei mesi gli iscritti potranno beneficiare dei servizi dell'agenzia, che cercherà di facilitare incontri - rigorosamente controllati - tra possibili anime gemelle.
La coppia potrà incontrarsi solo tre volte, due in sede e una sola fuori dall'agenzia e per una durata molto limitata e sempre sotto stretta sorveglianza dei responsabili della fondazione. Il successo dell'iniziativa nasce anche dalle rigide regole di comportamento imposte dal governo, che ostacolano i rapporti tra i giovani, in un paese dove il 70% della popolazione ha meno di 30 anni.
Una delle caratteristiche "rivoluzionarie" di questa agenzia matrimoniale, è la possibilità di cercare un partner anche se non si ha la cittadinanza iraniana: obbligatoria invece per gli iscritti la fede musulmana. (Fonte: Blog "Liberali per Israele", 26/6).
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giovedì 26 giugno 2008

PIACENZA, NON VUOLE IL PROMESSO SPOSO, RAGAZZA MAROCCHINA FINGE SEQUESTRO

Il "promesso sposo" ha cinquant'anni più di lei (la nota è mia)

Una sedicenne di origine marocchina, ma cresciuta a Piacenza dove frequenta una scuola superiore, ha simulato un sequestro di persona per sfuggire al promesso sposo, anch'egli marocchino e ultrasessantenne. La ragazza si era allontanata da casa all'inizio del mese e non aveva più dato sue notizie. I genitori, allarmati, hanno denunciato la scomparsa in una stazione dei carabinieri della Val Nure. Successivamente alla famiglia sono arrivate richieste telefoniche di denaro e minacce, e il padre e la madre della ragazzina si sono nuovamente rivolti all'Arma. Del caso si sono occupati i carabinieri del Nucleo investigativo di Piacenza, diretti dal tenente Rocco Papaleo e coordinati dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Bologna Valter Giovannini. Quarantotto ore di serrate indagini hanno portato gli investigatori da Piacenza alla stazione centrale di Milano, poi a Buccinasco e Rozzano, dove la minorenne è stata ritrovata. La ragazzina ha raccontato di essere fuggita al promesso sposo in arrivo dalla Francia, un matrimonio combinato dalla sua famiglia, ma lei si era innamorata di un suo coetaneo.(Fonte:LEGGO Online) Continuando a leggere, c'è un pezzo di un articolo su questa vicenda pubblicato di ACMID-DONNA e un intervento dell'On.Isabella Bartolini. Grazie a Stefano di avermelo inviato.
I matrimoni combinati si svolgono soprattutto in Pakistan, Iran e Afghanistan, Yemen. Nel Maghreb si tratta di un fenomeno più marginale. In Italia i matrimoni combinati riguardano quell’immigrazione che è “rimasta indietro”.
In Marocco in questi giorni una ragazzina ha denunciato il padre per aver combinato il matrimonio.
Il padre è stato rinviato a giudizio. E’ la prima volta che la giustizia marocchina accetta un caso simile a seguito dell’approvazione nel 2003 della Moudawana che è la riforma del diritto in Marocco.

On. Bertolini: "Ennesimo caso inquietante. Liberare dalla schiavitù le donne straniere è nostra priorità"

"La fuga della giovane marocchina residente in provincia di Piacenza, organizzata per sfuggire ad un matrimonio combinato dalla sua famiglia con un uomo di 60 anni, conferma la grave condizione di subordinazione alla quale, spesso per motivi religiosi e culturali, sono sottoposte migliaia di giovani donne straniere che vivono in Italia". Lo ha affermato l'Onorevole Isabella Bertolini in riferimento al finto sequestro organizzato dalla ragazza di 16 anni frequentante un istituto superiore di Piacenza per sfuggire all'obbligo, imposto dalla sua famiglia, a contrarre matrimonio con un uomo di 60 anni. “Per noi – ha affermato la Parlamentare del PdL – è prioritario liberare dalla segregazione fisica e culturale queste donne che, pur vivendo in Italia, sono oppresse da famiglie che impongono loro regole e principi incompatibili con i diritti e le libertà individuali sancite e tutelate dalla nostra costituzione. Questa è una battaglia di civiltà e di libertà che auspico sia condivisa da tutte le forze politiche sia di maggioranza che di opposizione. L'occasione concreta per dimostrare questa volontà ci sarà quando sarà discusso alla Camera il progetto di legge che ho presentato per chiedere l 'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulla condizione della donna di origine extracomunitaria presente in Italia. Attraverso questa Commissione di indagine potremo individuare gli interventi da assumere, sia a livello centrale che periferico, per circoscrivere questi veri e propri drammi che la cronaca quotidiana pone di fronte alle nostre coscienze”.

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IRAN, GLI AYATOLLAH VIETANO LA LAMPADA

TEHERAN - Il governo iraniano proibisce ai cittadini di farsi la lampada. Non per ragioni di moralità, ma perchè fa male alla pelle. Il ministero della Salute iraniano ha vietato "le cabine abbronzanti" perchè produrrebbero danni alla salute. Lo affermava ieri il sito Internet della tv di stato. "I responsabili della salute hanno messo in guardia contro i rischi di utilizzazione degli apparecchi per abbronzarsi artificialmente... e hanno riaffermato che le cabine abbronzanti sono vietate" e che ne è interdetta anche l'importazione, si legge nel sito. Il comunicato del ministero aggiunge che saranno effettuate ispezioni nei solarium, saloni di bellezza, hotel e Spa che possiedono lettini e cabine per l'abbronzatura, e che i proprietari che ignorano il divieto saranno denunciati. L'abbronzatura artificiale è diventata molto di moda tra le ragazze delle famiglie iraniane più abbienti. (Fonte: "Corsera")
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IMAM DI FES: "NO A NOZZE TRA MAROCCHINE E UOMINI EUROPEI"

Rabat. Sposare uomini europei è contrario alla legge del Corano. E' questo il monito lanciato da uno degli Ulema della città di Fes, lo sceicco Muhammad al-Tawil, per arginare l'ondata di matrimoni tra donne marocchine e giovani europei. Alla tv satellitare 'al-Arabiya', l'Ulema ha spiegato che questo genere di matrimoni - "tra donne marocchine e uomini europei non musulmani" - sono proibiti dal Corano e dalla Sunna, "dove è spiegato che una donna musulmana non può sposare un uomo miscredente, mentre un uomo musulmano può contrarre matrimonio con donne cristiane ed ebree". Sono invece lecite, secondo la legge islamica, le unioni fra donne marocchine e uomini europei che hanno deciso di abbracciare la fede islamica, anche solo poco prima delle nozze. "Se uno straniero diventa musulmano solo prima delle nozze - chiarisce l'imam di Fes - e poi decide di ritornare alla sua fede per noi non ci sono problemi perché nell'Islam bastano due testimoni per convertirsi e il matrimonio è valido". Fermo restando che per chi abbandona l'Islam vale "il detto di Maometto secondo il quale chi cambia la propria religione deve essere ucciso, essendo diventato un apostata". (…) [Adnkronos]
(Fonte: "Unpiliticallycorrect", 25/6)
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mercoledì 25 giugno 2008

NOI, ITALIANE CON IL VELO

Dal blog di Flavia Amabile de "La Stampa"

Sono sempre di più le donne italiane che si convertono alla religione musulmana. Ho raccolto le storie di alcune di loro, hanno tutte percorsi e motivazioni abbastanza simili. Ve ne riporto tre.

Lucilla Aya Di Maggio, 30 anni, Roma

"''Lavoravo in una pizzeria. E in una pizzeria lavorava anche lui, egiziano, musulmano. Entrambi eravamo camerieri. Fu da subito un grande amore anche se all’inizio ero molto titubante: non sapevo nulla dell’Islam e della cultura araba. ... Lui è praticante, prega cinque volte al giorno ma lo fa per conto suo. Non mi ha mai detto nulla, sono stata io ad iniziare a chiedergli, volevo capire il suo mondo. Sentivo che la religione faceva parte della sua vita. ... I miei genitori credevano fosse un gioco. Solo quando ho messo il velo hanno capito che facevo sul serio. A quel punto mi hanno fatto la guerra perché si vergognavano di questa figlia così cambiata, socialmente regredita perché si è messa in testa un fazzoletto come se lo mettevano le nonne. Mia madre è stata molto pesante: non ti posso più vedere con questo fazzoletto in testa, toglilo. ... Fra le mie amiche, due hanno capito, un'altra invece mi ha rivesciato addosso un Tir pieno di luoghi comuni. ... Lavoro come segretaria in un ufficio privato che si occupa di cinema. Il mio vecchio capo non aveva avuto perplessità sulla mia conversione, mi permetteva anche di indossare l’hijab in ufficio. Poi è arrivato un nuovo capo e tutto è cambiato. Anche se lui è più giovane. Il nuovo capo, invece, no: anche se più giovane. Ne abbiamo parlato con mio marito. Se il futuro lo permetterà magari il lavoro lo lascio ".

Giorgia Afnan Caldani, 34 anni, Verona

''Sono diventata musulmana perché mi sono sposata con mio marito ma probabilmente ci sarei arrivata anche in altro modo. Ho girovagato fra le religioni da quando avevo 15 anni. Sono stata testimone di Geova, poi Hare Krishna, poi induista e lì ho avuto il mio primo approccio con l'Islam. Sono entrata in una moschea sufi e mi sono messa a pregare. In quegli anni ho iniziato a frequentare mio marito, un palestinese del ’48, dei Territori. ... Ci siamo sposati, abbiamo avuto una figlia. Io ero ancora cattolica. In paese esisteva un unico asilo, quello della parrocchia. E' stato allora che ho iniziato a pormi il problema dell'educazione religiosa di nostra figlia. E abbiamo iniziato a parlarne con mio marito. Lui ha raccontato di Gesù che per loro è un profeta, ha parlato dei cinque pilastri dell'Islam. Mentre parlava, per la seconda volta mi sono sentita avvolta da qualcosa di profondamente diverso dal materialismo della religione cristiana, troppo adattabile alle persone".

Stefania Shaima Capoccia, Albenga.

''Ho incominciato a frequentare mio marito perché lavorava da mio padre al ristorante. Avevo un’amica che si era convertita da giovane ed ero rimasta in contatto con lei. Poi dopo essermi sposata a poco a poco ho iniziato ad andare in profondità sulla questione. ... E’ stato un processo lungo, ho iniziato a non mangiare il prosciutto e sono arrivata poi a fare il Ramadan e a mettere il velo. I miei familiari si sono risentiti perché lo vedono come una privazione di libertà, in realtà per me è una dimostrazione di libertà. Si può andare in giro nudi sul lungomare di Albenga ma non ci si può mettere il velo in testa. In Italia ci sarebbe bisogno di una grande pulizia. A noi donne musulmane non piace uscire e non trovare sicurezza. Mio marito è egiziano, fa lo chef di cucina italiana. Gli amici veri sono rimasti. Gli altri nemmeno mi riconoscono più. Ai miei due più cari amici ho chiesto di non darmi più baci o abbracciarmi quando ci incontriamo. ... Da piccola ero catechista e soprano di una corale di una chiesa in provincia di Savona. ... La cosa che mi dava più fastidio nella religione cattolica è che cambia nel tempo. Ero commessa ma non andava bene il mio modo di vestire. ... I soldi che guadagno? In quel caso sarebbero miei, se la donna lavora può tenerli. E’ l’uomo che deve mantenere la famiglia, è lui che deve garantire una vita serena a me e ai miei figli.''

Grazie mille a Stefania di "Unpoliticallycorrect" per la segnalazione!



Lucilla Aya Di Maggio, 30 anni, Roma

''Lavoravo in una pizzeria. E in una pizzeria lavorava anche lui, egiziano, musulmano. Entrambi eravamo camerieri. Fu da subito un grande amore anche se all’inizio ero molto titubante: non sapevo nulla dell’Islam e della cultura araba. Otto mesi siamo stati fidanzati, poi ci siamo sposati. Io ero cristiana, lui musulmano, abbiamo scelto il matrimonio civile in comune. Era il 3 ottobre di quattro anni e mezzo fa.

Lui è praticante, prega cinque volte al giorno ma lo fa per conto suo. Non mi ha mai detto nulla, sono stata io ad iniziare a chiedergli, volevo capire il suo mondo. Sentivo che la religione faceva parte della sua vita. Ho iniziato a leggere il Corano , mi ha coinvolto come mai prima altre religioni e mi è venuta voglia di fare la Shahada, di convertirmi. Ne sei sicura?, mi ha chiesto lui. Ho risposto di sì ma lui ha insistito: guarda che la Shahada significa fare un patto con Dio. Sono sicura, ho risposto. Ho pronunciato le parole di rito due anni e mezzo fa, in Egitto, dove ci trovavamo per il matrimonio di un cugino.

I miei genitori credevano fosse un gioco. Solo quando ho messo il velo hanno capito che facevo sul serio. A quel punto mi hanno fatto la guerra perché si vergognavano di questa figlia così cambiata, socialmente regredita perché si è messa in testa un fazzoletto come se lo mettevano le nonne. Mia madre è stata molto pesante: non ti posso più vedere con questo fazzoletto in testa, toglilo. Ho cercato di portare pazienza e fare quello che mi insegna la religione: rispettare i genitori e sapere che questo non mutava i nostri rapporti. In realtà le cose sono andate un po' diversamente: impormi la pazienza mi è servito come forma di autoeducazione,mi ha insegnato a comprendere i miei genitori. Fra le mie amiche, due hanno capito, un'altra invece mi ha rivesciato addosso un Tir pieno di luoghi comuni.

Lavoro come segretaria in un ufficio privato che si occupa di cinema. Il mio vecchio capo non aveva avuto perplessità sulla mia conversione, mi permetteva anche di indossare l’hijab in ufficio. Poi è arrivato un nuovo capo e tutto è cambiato. Anche se lui è più giovane. All’inizio addirittura gli avevano raccontato che portavo il burka. In realtà indosso solo il foulard in testa e una camicia lunga con le maniche sempre lunghe. Mi ha detto che preferiva che i clienti non vedessero me in hijab.

E così, la mattina arrivavo in ufficio e mi toglievo il foulard. Mi sembrava di tornare indietro nel tempo, e non in senso positivo: non mi sentivo a mio agio senza l'hijab, mi sembrava di essere quasi nuda. Anche perché se decido di mettere il velo lo faccio perché lo sento, e sento di dover frequentare di più.

Il nuovo capo, invece, no: anche se più giovane. Ne abbiamo parlato con mio marito. Se il futuro lo permetterà magari il lavoro lo lascio. Se potessi, mi piacerebbe trovare un lavoro part-time, più congeniale per una mamma. Spero di riuscire a rimettere l’hijab in ufficio, però. Una volta ho anche provato. Ad un certo punto indirettamente mi hanno fatto capire di toglierlo.

In genere qui a Roma ognuno si fa i fatti propri. Solo quando vado in giro mi guardano, soprattutto nella zona dei miei genitori. Una signora mi fissava proprio. La prima volta ho fatto finta di nulla, la seconda anche, la terza ho ricambiato lo sguardo e ora lei guarda da un’altra parte. In estate è più difficile: io vesto con abiti lunghi, maniche lunghe anche in pieno luglio. E - guarda caso - c'è sempre qualcuna che inizia a sbuffare per il caldo.''




Giorgia Afnan Caldani, 34 anni, Verona

''Sono diventata musulmana perché mi sono sposata con mio marito ma probabilmente ci sarei arrivata anche in altro modo. Ho girovagato fra le religioni da quando avevo 15 anni. Sono stata testimone di Geova, poi Hare Krishna, poi induista e lì ho avuto il mio primo approccio con l'Islam. Sono entrata in una moschea sufi e mi sono messa a pregare.

In quegli anni ho iniziato a frequentare mio marito, un palestinese del ’48, dei Territori. L’ho conosciuto lavorando in pizzeria. Io lo facevo come secondo lavoro, ero cameriera. Ci siamo sposati, abbiamo avuto una figlia. Io ero ancora cattolica. In paese esisteva un unico asilo, quello della parrocchia. E' stato allora che ho iniziato a pormi il problema dell'educazione religiosa di nostra figlia. E abbiamo iniziato a parlarne con mio marito. Lui ha raccontato di Gesù che per loro è un profeta, ha parlato dei cinque pilastri dell'Islam.

Mentre parlava, per la seconda volta mi sono sentita avvolta da qualcosa di profondamente diverso dal materialismo della religione cristiana, troppo adattabile alle persone. Leggere il Corano è un’esperienza fortissima. A volte ti coccola, altre ti scrolla. Ho fatto un sogno: c’erano tante porte e qualcuno mi diceva: ‘se sulla strada giusta’. Avevo anche iniziato a pregare, facevo meditazione yoga kundalini e invece piano piano sono arrivata all’Islam. Ora mia figlia è iscritta in una scuola di suore e facciamo grandi discussioni. Le faccio partecipare, devono frequentare la comunità in cui vivono. Non ho messo subito l’hijab, non è un elemento fondamentale, non è uno dei cinque pilastri, fa parte della coscienza della persona. Quando ho deciso poi però facevo più fatica a uscire senza che con. E’ visto come un elemento di sottomissione e invece non è vero. Mio marito dopo un mese che lo mettevo mi ha detto: Ah, ma lo metti sempre? Temevo per i miei genitori. In effetti mia mamma non è stata contenta. E mio padre nemmeno. Ma una volta messo non l’ho tolto più. Sono bionda e con gli occhi azzurri, si vede che non sono araba. Poi però le persone si abituano.

Da un anno sono casalinga: con i primi due ce l’ho fatta, con la terza no e mi sono presa alcuni anni di pausa. Prima ero responsabile della sicurezza e della qualità per una ditta che si occupa di ponti radio. Mio marito è medico, dopo anni di sacrifici lavorando come cameriere, ora lavora la pronto soccorso, al 118. Problemi? Devo sempre rendere conto degli incontri che faccio. Come donna con il velo sono etichettata, allora cerchi di stare più attenta per comportarti nel migliore dei modi, mi sento meno libera di agire agli occhi degli altri ma ho raggiunto un equilibrio che prima non avevo. La preghiera mette serenità, sai che c’è il Clemente, il Misericordioso che ti accoglie. La carità e l’amore nel cristianesimo sono utilizzate senza crederci.

Nell’Islam la carità è fondamentale. Ti dicono di farlo ma la mano destra non deve sapere quello che fa la mano sinistra. La religione cristiana sembra politica non religione. Ho sempre amato frati e suore di clausura. Ma il papa e i cardinali distorcono lo spirito della religione cristiana. E poi perché devo andare a confessarmi e perché qualcuno deve avere il potere di assolvermi? Chi è per avere questo potere? Io parlo in modo diretto con Dio. Solo lui può decidere. ''


Stefania Shaima Capoccia, Albenga.

''Ho incominciato a frequentare mio marito perché lavorava da mio padre al ristorante. Avevo un’amica che si era convertita da giovane ed ero rimasta in contatto con lei. Poi dopo essermi sposata a poco a poco ho iniziato ad andare in profondità sulla questione. Mi affascinava il Ramadan, questo periodo di digiuno, poi sono andata ancora più in là. E’ stato un processo lungo, ho iniziato a non mangiare il prosciutto e sono arrivata poi a fare il Ramadan e a mettere il velo. I miei familiari si sono risentiti perché lo vedono come una privazione di libertà, in realtà per me è una dimostrazione di libertà. Si può andare in giro nudi sul lungomare di Albenga ma non ci si può mettere il velo in testa. Ogni tanto i miei attaccano ancora la solfa poi però vedono che sono serena, convinta, mio marito mi tratta come una regina, si vede che sto bene e non possono dire nulla.

L’Islam dice che alle donne spetta il dovere di educare i figli molto più che al padre. Quindi il padre non decide tutto. Fra musulmani organizziamo dei corsi pe insegnare l’alfabeto, ci incontriamo per le gite. Un giorno abbiamo deciso di andare a Milanoi alla conferenza dell’Amdi e ho lasciato i figli a mio marito e sono andata. Sono felice di aver fatto questa scelta. Quella che potrebbe sembrare una privazione da un punto di vista fisico la si fa così volentieri che non mi appare tale. Ho una figlia piccola di 19 mesi. In Italia ci sarebbe bisogno di una grande pulizia. A noi donne musulmane non piace uscire e non trovare sicurezza. Mio marito è egiziano, fa lo chef di cucina italiana. Gli amici veri sono rimasti. Gli altri nemmeno mi riconoscono più. Ai miei due più cari amici ho chiesto di non darmi più baci o abbracciarmi quando ci incontriamo.

Da piccola ero catechista e soprano di una corale di una chiesa in provincia di Savona. Ero di Loano e ora vivo ad Albenga. La cosa che mi dava più fastidio nella religione cattolica è che cambia nel tempo. Prima si diceva che i bambini appena nati andavano nel limbo, ora si dice che vadano in Paradiso. Se le Scritture sono un libro rivelato non possono essere cambiate. Se c’è una fuga delle anime non è la Chiesa che deve adattarsi agli altri. Ero commessa ma non andava bene il mio modo di vestire. Ora sto facendo dei corsi di programmazione. Mi piacerebbe poter lavorare da casa. I soldi che guadagno? In quel caso sarebbero miei, se la donna lavora può tenerli. E’ l’uomo che deve mantenere la famiglia, è lui che deve garantire una vita serena a me e ai miei figli.''
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IN MALAYSIA TACCHI ALTI E ROSSETTO VIETATI ALLE DONNE MUSULMANE

Il provvedimento è stato emesso dal Consiglio municipale di Kota Baru, dominato da un partito islamico conservatore. L’obiettivo sarebbe “evitare stupri e a proteggere la dignità delle donne e la moralità”.

Kuala Lumpur (AsiaNews) – Rossetti troppo accesi e tacchi alti saranno vietati alle donne musulmane in Malaysia per “proteggere la loro dignità e preservarle da aggressioni sessuali”. La norma è stata emessa dal Consiglio municipale della città di Kota Baru, nel nord del Paese, amministrata da un partito di ispirazione islamica. Secondo la notizia diffusa dall’agenzia Bernama, le autorità comunali hanno ordinato alle impiegate di ristoranti ed altre attività commerciali di non indossare “trucco pesante e scarpe con il tacco alto che facciano rumore”. In una circolare si spiega che il divieto mira ad “evitare stupri e a proteggere la dignità delle donne e la moralità”. Kuala Lumpur (AsiaNews) – Rossetti troppo accesi e tacchi alti saranno vietati alle donne musulmane in Malaysia per “proteggere la loro dignità e preservarle da aggressioni sessuali”. La norma è stata emessa dal Consiglio municipale della città di Kota Baru, nel nord del Paese, amministrata da un partito di ispirazione islamica. Secondo la notizia diffusa dall’agenzia Bernama, le autorità comunali hanno ordinato alle impiegate di ristoranti ed altre attività commerciali di non indossare “trucco pesante e scarpe con il tacco alto che facciano rumore”. In una circolare si spiega che il divieto mira ad “evitare stupri e a proteggere la dignità delle donne e la moralità”. (Fonte: sito di ACMID-DONNA)
Funzionari dell’amministrazione cittadina non hanno voluto confermare la notizia. Un’impiegata, in forma anonima, dice di sapere delle nuove norme ma di non conoscere i tempi di applicazione. Kota Baru è la capitale dello Stato di Kelantan, governato dal Pan-Malaysian Islamic Party (PAS), partito islamico che tra l’altro si batte per l’introduzione della sharia per i cittadini musulmani. In città già vige una direttiva che impone alle donne di coprirsi il capo con veli che non siano trasparenti, indossare abiti con maniche lunghe e non uscire senza calzini ai piedi; pena, multe fino a 500 ringgit (150 dollari). Paese a maggioranza musulmana, la Malaysia vanta una tradizione di società multietnica e tollerante. La Costituzione garantisce la libertà religiosa, ma la presenza di tribunali islamici a fianco di quelli civili ha più volte messo in discussione il reale rispetto della libertà religiosa e la laicità dello Stato. (Fonte: sito di ACMID-DONNA)
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A GIUDIZIO IL PREGIUDIZIO NEGLI EMIRATI ARABI UNITI


Nominata la prima donna giudice degli Emirati Arabi Uniti

Una donna di nome Tani Siri Dano Yakoub, nonostante il nome un po' improbabile, passerà alla storia. La dottoressa Yakoub, originaria della Malesia, è la prima donna a essere eletta giudice negli Emirati Arabi Uniti.

Un segnale importante. Ieri è avvenuto quello che mai era accaduto prima, in un paese conservatore come quello dei sette ricchi emirati del petrolio. La signora ha ha prestato giuramento davanti allo sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, vice presidente degli Emirati Arabi Uniti, nonché primo ministro dell'emirato di Dubai. Tani Siri è la seconda donna in un paese membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo a indossare la toga di magistrato, dopo la nomina di una sua collega del Bahrein a un incarico analogo, Muna Jassim al Kawari, nominata nel 2006 dal re del Bahrain come presidente della Suprema Corte Civile del piccolo stato del Golfo. (Fonte: Peace Reporter, 29/1/2008)
Tani Siri Dano Yakoub, in passato, ha ricoperto la carica di presidente della Suprema Corte di Giustizia nel suo paese di origine, la Malesia. Il fatto che il giudice non sia una donna nata negli stessi Emirati ha causato qualche polemica nel paese, ma le autorità hanno replicato che la preparazione della donna è eccellente, mentre negli Emirati Arabi Uniti mancavano cittadine di eguale caratura professionale. Secondo il quotidiano panarabo edito a Londra al-Sharq al-Awsat, che ha raccontato la vicenda, la polemica sul passaporto è pretestuosa, perché in realtà la resistenza alla nomina del giudice Yakoub è tutta di natura culturale. I conservatori degli Emirati sono ostili a queste novità, sempre più diffuse per altro, visto che secondo lo stesso giornale sarà annunciato entro pochi giorni un rimpasto di governo che prevede la nomina a ministro di una terza donna che si aggiungerà alle titolari dei dicasteri dell'Economia e degli Affari Sociali.
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UN' EBREA PERDUTA IN IRAQ E' IN PROCINTO DI TORNARE A CASA

Per decenni non ha mai fatto avere notizie di sé e i congiunti pensavano che fosse morta in Iraq. Invece Hanna Menashe, 76 anni, ieri ha finalmente riabbracciato la sua famiglia a Tel Aviv, mettendo fine, così, a un dramma familiare inziato a Baghdad all’inizio degli anni ’50. In quegli anni la famiglia Menashe è emigrata dall’Iraq in Israele, ma durante i preparativi Hanna, che aveva circa 20 anni, era misteriosamente scomparsa. Il padre si trattenne il più a lungo possibile, senza tuttavia trovare la minima traccia della figlia. Un mese dopo l’arrivo in Israele la madre di Hanna morì all’improvviso a 37 anni, forse proprio per il dolore. La triste vicenda era stata ormai rimossa da tempo quando sei mesi fa un funzionario di un ministero israeliano li ha contattati per appurare se a Baghdad i loro genitori avessero dato la luce anche a una bambina di nome Hanna. (Fonte: blog "Fuori dal ghetto")
In un consolato di Israele in Europa, ha spiegato loro, c’era una signora che sosteneva di essere la “ragazza ebrea perduta”. Ieri Hanna ha iniziato a colmare le lacune della storia familiare: era stata rapita da un vicino di casa islamico che l’ha costretta ad accudire i suoi figli e a vivere da musulmana praticante. Quando l’uomo è morto, ha chiesto asilo ad un Paese europeo da dove ha poi organizzato l’immigrazione in Israele.
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DONNE, POVERI, ISTRUZIONE: I NODI DEI PAESI ISLAMICI

La diffusa ricchezza petrolifera spesso alimenta le diseguaglianze Donne, poveri, istruzione: i nodi dei Paesi islamici. Nell'aspettativa di vita 25 Stati sotto la media mondiale

Il numero di musulmani nel mondo è in forte crescita, tanto che anche il Vaticano nelle scorse settimane ha riconosciuto per la prima volta il sorpasso sui cattolici nel suo "Annuario Pontificio". Secondo il "libro rosso" della Santa sede, che utilizza dati del 2006, gli islamici sono il 19,2% della popolazione mondiale, contro il 17,4% dei fedeli della Chiesa di Roma.
Il motivo va cercato soprattutto nel boom demografico di questi Paesi. Nel complessivo, quasi 1,5 miliardi di persone, su un totale di oltre 6,7 miliardi (stima 2008), vive in 53 Stati a maggioranza islamica o comunque con una significativa presenza di musulmani.
Quasi la metà si concentra in Indonesia, Pakistan, Bangladesh e Nigeria. Ma cosa significa, da un punto di vista socioeconomico, abitare in uno Stato dove la maggior parte dei cittadini è fedele ad Allah? Per le donne vuol dire una maggiore difficoltà a imparare a leggere e scrivere. In molti casi, inoltre, una grossa fetta della popolazione è sotto la soglia di povertà e l`aspettativa di vita è drammaticamente bassa. A dirlo sono i dati contenuti nel "World Factbook" della Cia, aggiornato l`ultima volta il giugno scorso. La differenza più marcata rispetto ai Paesi occidentali è quella dell`istruzione maschile e femminile. Si tratta di una situazione legata alla cultura locale, che spesso consente alla donna di occuparsi esclusivamente di casa e figli. Solo in 17 Stati a maggioranza islamica la distanza tra maschi e femmine alfabetizzati è inferiore al 1o%, mentre in Occidente di solito non si arriva all`1 per cento. Le uniche eccezioni rilevanti sono Emirati Arabi Uniti e Maldive, dove le donne capaci di leggere e scrivere sono più degli uomini. Ma sul versante opposto si trovano distanze abissali.
Nel Pakistan delle madrasse gli uomini hanno un vantaggio di 27 punti percentuali. E non è la situazione peggiore: nello Yemen è alfabetizzato il 70,5% degli uomini e appena il 3o% delle donne, in Guinea-Bissau e Afghanistan la differenza supera il 30% e in Niger è il 27,8 per cento. Nel mondo l`alfabetizzazione media maschile è dell`87% e quella femminile del 77 per cento. Tra i 53 Stati considerati, solo 20 superano questa soglia (in un caso il dato non è disponibile).
Sono solo numeri, ma raccontano la storia di milioni di persone. (Fonte: "Il Sole 24 ore, 25/6/2008)


Grazie infinite a Valentina per la segnalazione!


Come quelli che analizzano la popolazione che vive sotto la soglia di povertà. In Francia, ad esempio, si trova in queste condizioni circa il 6% dei cittadini e negli Usa il 12 per cento. Ponendo la sbarra al livello degli Usa, si scopre che solo quattro tra i Paesi considerati reggono il confronto (Malaysia, Libia, Tunisia, Siria). Mentre in altri 39 Stati in cui la fede di Allah è maggioritaria i poveri sono più numerosi. Nel dettaglio, gli Stati in cui almeno la metà dei cittadini è sotto la soglia di povertà sono io (il triste primato va al Ciad, con l`8o%). E tra il 30% e il 50% se ne trovano altri quattordici.
Le stime 2008 sull`aspettativa di vita alla nascita non sono più incoraggianti. La media a livello mondiale è di 66,12 anni. I Paesi sopra questa soglia, tra quelli analizzati, sono 27, mentre quelli sotto sono 25. Se questo può far pensare auna situazione nella media, analizzando i dati con attenzione si ha un`altra percezione.
In un`ipotetica classifica che metta in fila oltre 220 Paesi partendo da quello con un`aspettativa di vita più alta, bisogna scendere al 4o ° posto per trovarne uno (la Giordania) a maggioranza islamica. Tra i primi So Stati al mondo, solo due sono abitati in prevalenza da musulmani.
E tra le ultime So nazioni, ben 18 sono a maggioranza islamica (la Sierra Leone si ferma a 40,93 anni). Questi dati fotografano le condizioni attuali, ma la spiegazione, ovviamente, non sta solo nel credo religioso. In alcuni casi il legame è più evidente, come la scarsa alfabetizzazione femminile, ma vanno tenute a mente la storia e la cultura di questi popoli per provare a risalire alle cause.

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lunedì 23 giugno 2008

IRAQ, ATTENTATRICE FA STRAGE A BAQUBA

Il bilancio è di almeno 13 morti

BAQUBA
È di almeno tredici morti e 35 feriti il bilancio di un’ennesima strage avvenuta in mattinata a Baquba, dove un’attentatrice suicida si è fatta saltare in aria nel centro della città, capoluogo della turbolenta provincia centro-settentrionale irachena di Diyala, a popolazione di confessione mista, sciita e sunnita, e dove è particolarmente attiva la branca locale di Al Qaeda. Secondo fonti delle forze di sicurezza, la kamikaze ha azionato la carca esplosiva del proprio giubbotto, nascosto sotto alla veste, al passaggio di una pattiglia della polizia: la deflagrazione è avvenuta a pochi metri dall’ingresso del palazzo dove ha sede il governatorato provinciale, e da un palazzo di giustizia; la strada antisatante era molto affollata, ed è stato un massacro. In Iraq gli attacchi terroristici sono al minimo da quattro anni, ma il ricorso a donne disposte a immolarsi si fa per contro sempre più frequente. Si tratta della carneficina peggiore da martedì scorso, quando a Baghdad un camion-bomba esplose a una fermata degli autobus: non meno di 51 persone rimasero uccise e altre 75 ferite.
Alcune fonti parlano di almeno 15 morti e 35 feriti.
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TURCHIA: 200 DELITTI D' ONORE/ANNO

Tra gli uccisori predominano i cittadini di province orientali

(ANSA) - ANKARA, 23 GIU - Oltre 1.000 delitti d'onore sono stati commessi commessi in Turchia negli ultimi cinque anni, scrive il quotidiano Radikal. Il giornale, citando dati di un'inchiesta condotta dal Governo, indica che nella sola Istanbul almeno una persona alla settimana viene uccisa per 'motivi d'onore'. nella maggior parte dei casi, gli omicidi sono stati commessi da persone provenienti dalle province orientali del Paese. Leggi tutto ...

IMMIGRAZIONE: MERCOLEDI' A ROMA INCONTRO SU MINORI NON ACCOMPAGNATI = 'GIORNATA DEL MINORE' PRESSO IL CENTRO AVERROE'

Roma, 23 giu (Velino) - Si terrà mercoledì 25 giugno al Centro Averroè (Zona Colosseo) “La giornata del minore”. Parteciperanno all’incontro-dibattito i giovani stranieri ospitati presso la Città dei ragazzi e delle ragazze di Roma, accompagnati dai loro educatori e dai rappresentanti dei due istituti. Saranno presenti, inoltre, alcuni membri delle comunità di immigrati, della seconda generazione degli immigrati in Italia e dell'Atm onlus (Associazione per la tutela dei minori immigrati non accompagnati). Aprirà il convegno Eugenia Roccella, sottosegretario del ministero del Lavoro. Interverranno alla tavola rotonda Karima Moual, giornalista di Metropoli – La Repubblica e presidente dell’Associazione delle seconde generazioni di maghrebini in Italia, Genemaghrebina, Massimiliano Blasi, della Fondazione Raphael onlus, che si occupa delle adozioni a distanza e delle adozioni a livello nazionale ed internazionale e Marzia Masiello, responsabile ristituzionali dell’Associazione Ai.Bi. Amici dei bambini. A moderare il dibattito sarà Valeria Coiante, giornalista e conduttrice del programma di Raitre “Un mondo a colori”. L’Opera nazionale delle Città dei Ragazzi è una comunità educativa di Roma che accoglie i minori, perlopiù stranieri, privi di supporto familiare o a rischio di devianza sociale. Attualmente le due comunità ospitano 60 giovani tra i 12 e i 18 anni.
Sono 15, invece, le ragazze che risiedono nella sezione femminile. Il Paese d’origine più frequente è l’Afghanistan ed alcuni ospiti hanno richiesto lo status di rifugiato. Negli ultimi anni il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati ha assunto proporzioni significative in tutta l’Unione Europea. Rientrano nella definizione di minori stranieri non accompagnati tutti quei giovani giunti in Italia senza l’assistenza di un genitore, di un parente entro il quarto grado, di un tutore o di un affidatario legalmente responsabile. Al 31 dicembre 2006, i minori stranieri non accompagnati segnalati al Comitato minori stranieri risultavano 6.551, per la maggior parte originari della Romania (36 per cento), del Marocco (22) e dell’Albania (15).

Per motivi organizzativi si prega di confermare la propria presenza al numero 06 47 42 387 oppure tramite e-mail a info@centroaverroe.it
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domenica 22 giugno 2008

KABUL, NELLA CELLA DEL "BLASFEMO". "IL MIO E' UN PROCESSO POLITICO"

Rischia la morte per aver sostenuto la parità delle donne

KABUL — Il parlatoio del carcere distrettuale in centro città è uno stanzone lungo e sporco, diviso a metà da una grata arrugginita cementata al soffitto e al pavimento. Dove i fori sono troppo larghi, i secondini hanno aggiunto filo di ferro. Ma, nella confusione di grida e decine di persone accalcate le une sulle altre, non riescono a bloccare il passaggio di banconote, bigliettini, persino piccoli dolci dal pubblico ai detenuti. All'entrata una guardia ha requisito i cellulari e firmato in pennarello il suo nome sul polso dei visitatori. «Così non vi confondete con i prigionieri», spiega. Pochi secondi di attesa appoggiati a un bancone di cemento scrostato ed ecco apparire il«blasfemo». «Sayed, Sayed», lo chiama il fratello Yaqub.
Si riconoscono immediatamente.
Il prigioniero sorride. Appare meglio di quanto potrebbe essere dopo 8 mesi di cella e una condanna a morte. Capelli neri a spazzola, le occhiaie, ma lo sguardo vivo, attento. L'aiutano i suoi 23 anni, la fibra forte, e forse anche l'intima certezza di essere nel giusto. «Sono un prigioniero politico. Le accuse nei miei confronti sono assurde, artificiali», dice ad alta voce, quasi gridando per sovrastare la ressa. Aggiunge che è in cella con otto detenuti comuni: «Nessun assassino, solo ladri, che non mi disturbano. Però non esco mai nei corridoi, temo che qualche militante filo-talebano possa cercare di uccidermi, come avevano minacciato nel carcere di Mazar-e-Sharif». Pensi davvero che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini? Riscriveresti oggi quello che hai scritto su Internet l'anno scorso, e cioè che se per il Corano un uomo ha diritto a quattro mogli anche una donna dovrebbe poter avere quattro mariti?
Lui ci pensa sopra un attimo,
poi replica: «Certo che le donne sono eguali agli uomini.
Sono solo alcuni mullah estremisti a distorcere il Corano
per affermare le loro interpretazioni.
Ma altro non voglio dire, rischio di pregiudicare la mia posizione processuale. Purtroppo temo che il presidente Karzai non mi aiuterà, è troppo occupato a ingraziarsi i circoli religiosi più conservatori nella speranza di vincere le elezioni dell'anno prossimo. Ma, visto che parlo a un giornale italiano e che l'Italia ha contribuito a finanziare la ricostruzione del nostro sistema giuridico, vorrei dire che qui siamo ancora dominati da giudici medioevali. Non servono tribunali nuovi, se poi gli amministratori della legge sono vecchi». È disarmante incontrare in carcere Sayed Parwez Kambakhsh: uno dei casi più indicativi di una nazione che ha perso le speranze sorte dopo lasconfitta talebana del 2001 e ora sta rapidamente ricadendo nelle lotte tribali tra signori della guerra e sotto il dominio delle teocrazie religiose più conservatrici. Lo scorso 27 ottobre Sayed viene infatti arrestato dai servizi di sicurezza interni nella sua città natale, Mazar- e-Sharif, con l'accusa di «ehaant be Islam», il termine usato dalla «Sharia» (la legge religiosa) per i blasfemi. I fatti sono ancora sotto inchiesta. Lui, studente di giornalismo, ha mandato via e-mail ai compagni un articolo di un intellettuale iraniano dove si sostiene che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, anche in materia di matrimonio. Secondo il pubblico ministero, avrebbe aggiunto del suo. La difesa nega. Il fratello, Yaqub Ibrahimi, è tra l'altro noto per le sue inchieste contro droga e corruzione, che danno un mucchio di fastidio ai signori della guerra e mafiosi locali. (Fonte: "Corsera")

Dal 3 novembre, a Kabul è in carcere per "blasfemia" anche il cinquantenne giornalista Ghows Zalmai , giornalista ed ex portavoce del Procuratore generale dello Stato. Anche lui rischia dunque la pena di morte. La colpa? Aver tradotto il Corano in farsi, "con gravi errori e senza accompagnarlo alla versione araba tradizionale". E' un caso meno noto di quello di Sayed perchè, come dice oggi lo stesso Corsera, anche i suoi avvocati sperano in questo modo di facilitare la liberazione del loro assistito. Ma i tempi sono lunghi. La prima seduta d'appello sarà tra una settimana. Le associazioni di giornalisti intendono usarlo per fronteggiare "la crescente aggressione dei circoli religiosi in Afghanistan". Negli ultimi mesi, almeno 27 reporter hanno ricevuto minacce, 8 sono stati incarcerati e 5 restano in cella. Due giornaliste sono state assassinate.
La vicenda è raccontata dai media di tutto il mondo. E tanta fama lo trasforma in vittima. Sostiene di essere stato torturato e messo al buio in cella d'isolamento. Yaqub assieme alle associazioni dei giornalisti locali cercano di aiutarlo: da Mazar, dove è stato riconosciuto colpevole di avere offeso il Corano e la figura del Profeta e rischia la condanna a morte, viene trasferito per il processo d'appello a Kabul. «Ma è peggio che andar di notte. Qui il giudice capo, Abdul Salam Qazizada, è noto per i legami con le ali più conservatrici degli Ulema (i capi religiosi sunniti, ndr) e persino i mullah più filo-talebani», dice il suo avvocato, Afzal Nooristani, a sua volta già minacciato di morte perché ha accettato di difendere Sayed. Tra gli esponenti dell'Unione Europea è diffusa l'opinione che in qualche modo ne verrà fuori, magari spedito in sordina all'estero, come avvenne un paio d'anni fa per Abdel Rachman, il convertito al cristianesimo poi fuggito a Roma in esilio. Però non subito. Spiegano: «Se il caso di Sayed fosse avvenuto tre anni fa, Karzai sarebbe intervenuto immediatamente per liberarlo. Ma i tempi stanno cambiando. In Parlamento i conservatori stanno proponendo leggi degne del tempo dei talebani, per esempio il divieto alle donne di uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo di famiglia. E Karzai sta cercando consensi tra i religiosi pashtun in vista delle presidenziali nell'estate 2009. Ecco perché non ha risposto agli appelli, neppure dopo l'ultima seduta del processo una settimana fa. Addirittura si è detto favorevole alla censura delle telenovelas indiane sulle tv locali».
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FEMMINISTA CONDANNATA A 5 ANNI IN IRAN

Una femminista iraniana di 21 anni, Hana Abdi, studentessa universitaria, è stata condannata a cinque anni di carcere con l'accusa di "complotto contro lo Stato". Nel mirino delle autorità contro le leggi islamiche che discriminano le donne. E' la condanna più dura inflitta a un'attivista per i diritti delle donne da quando, due anni fa, è partita una raccolta di firme per abrogare le norme discriminatorie, una campagna sostenuta anche da Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace. ("Corsera") Leggi tutto ...

SCANDALO ALL' UNIVERSITA' DI ZANJAN. "IL PROF MI MOLESTA". E LA STUDENTESSA IRANIANA FINISCE IN PRIGIONE

Dopo la denuncia, i compagni hanno filmato il docente con lei. Le autorità: «Mostrare certi atti è peggio che commetterli»

Con i capelli neri non velati e il collo nudo in vista, al posto del chador prescritto, una ragazza scappa da un'aula universitaria. La telecamera la riprende per un istante. In primo piano, un uomo dagli occhiali spessi, con il colletto della camicia sollevato e sbottonato, all'inizio fa finta di niente. Poi guarda fisso dentro la telecamera, sembra accorgersi improvvisamente che la scena è stata ripresa, cerca di scappare, ma un gruppo di ragazzi lo afferra per la camicia e blocca l'uscita. La ragazza è una studentessa dell'università di Zanjan, provincia rurale situata 300 km
a nord-ovest di Teheran.
Ha denunciato di aver subito molestie sessuali da parte di quell'uomo, Hassan Madadi, un vicerettore dell'università, oltretutto incaricato della «moralizzazione » dell'ateneo.
Il vicerettore è stato sospeso e, secondo l'agenzia ufficiale iraniana Fars, arrestato. Ma la stessa sorte è toccata alla ragazza, il cui nome non è stato divulgato. Non sono chiare le accuse contro di lei, ma il procuratore locale avrebbe detto che rendere pubblica l'esistenza di certi crimini è peggio che commetterli. In Iran i rapporti sessuali tra coppie non sposate sono illegali. Le pene: dalle frustate alla forca.
Il video è stato girato sabato 14 giugno. Diffuso su YouTube, in una settimana è stato visto 400.000 volte.
Gli autori sono studenti. Hanno fatto irruzione in aula durante un incontro tra il vicerettore e la ragazza, convocata, pare, per discutere la sua condotta poco etica. Dalle riprese non è certa la dinamica degli eventi. Gli studenti sostengono di aver sorpreso Madadi mentre si spogliava. Diversi siti web iraniani dicono che la ragazza aveva già denunciato all'Associazione islamica studentesca i tentativi del vicerettore di costringerla ad avere rapporti e che esisterebbe una registrazione audio delle avances. (Fonte: "Corsera")
Ma sui blog c'è pure chi sospetta che sia «tutto un complotto contro il poveruomo. La ragazza potrebbe averlo sedotto» (Mike, Los Angeles Times) o forse era consenziente (Hassani, Global Voices). Gli studenti hanno consegnato l'uomo alle autorità. E in serata e nei due giorni successivi, in migliaia hanno bloccato il campus con un sit-in davanti alla palestra, rifiutando di entrare in aula nonostante gli esami in corso. Nei video diffusi sul web, centinaia di studentesse, chador nero e zainetto in spalla, protestano mano nella mano con i colleghi maschi. Hanno chiesto il licenziamento del vicerettore e di altri dirigenti e le scuse del ministero dell'Istruzione. Quest'ultimo li costringe a rispettare un rigidissimo codice di abbigliamento e comportamento, oltre a reprimere le libertà politiche, ma già in passato studenti di altre università hanno denunciato molestie da parte di professori. Le proteste si sono fermate dopo che il rettore Alireza Nedaf ha annunciato la sospensione di Madadi e promesso che il caso verrà esaminato da un comitato composto anche da studenti. «Se vi è stata corruzione, c'è la volontà di appoggiare gli studenti nell'eliminarla», ha detto. Ma il ministro della Scienza Mohammadi Mehdi Zahedi ha condannato il video- denuncia, accusando gli studenti di «diffondere immagini pornografiche». «Questo tipo di azioni — ha detto — sono contrarie all'etica islamica>>. Leggi tutto ...

DONNE IRACHENE CHIEDONO L' ALLONTANAMENTO DEL REGIME IRANIANO DALL' IRAQ, E IL LORO SUPPORTO AL PMOI

NCRI- Decine di associazioni e di organizzazioni di donne irachene, incluse la sezione femminile del Movimento Nazionale per la Conciliazione e la sezione femminile del Fronte Nazionale per il Dialogo, durante un incontro tenutosi nella città di Ashraf hanno dichiarato il loro supporto per la Resistenza Iraniana e hanno chiesto l’allontanamento del regime iraniano dall’Iraq.I partecipanti hanno dichiarato il loro supporto a Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e hanno espresso solidarietà nei confronti delle donne appartenenti all’Organizzazione dei Mujahedin del Popolo iraniano (PMOI/MEK) residente nella città di Ashraf in Iraq. La riunione delle donne iraniane ha avuto luogo all’interno del Congresso di Solidarietà del Popolo iracheno.La speciale sessione femminile, a cui hanno preso parte molte più di 42 organizzazioni e associazioni femminili, si è tenuta nella città di Ashraf . (Fonte: sito delle "Donne democratiche iraniane", 20/6/2008). Molte importanti donne irachene hanno preso la parola durante l’incontro. Sediqeh Hosseini, segretario generale dell’Organizzazione dei Mujahedin del Popolo iraniano(PMOI) è stata una delle oratrici in questa occasione. La sig.ra Hosseini ha affermato : oggi per me è un giorno storico e meraviglioso perché vedo che le donne iraniane stanno raprresentando fino in fondo il loro ruolo storico.Questa unità, solidarietà, felicità e entusiasmo per la libertà e l’uguaglianza merita le mie congratulazioni.Questa unità rappresenta un significativo passo avanti verso la vittoria sul fascismo religioso. La sig.ra Faeza al-Ubaidi presidente della sezione femminile dell’Accordo Nazionale Iracheno diretto dal Dr. Ayad Allawi, ha sottolineato l’importanza della solidarietà tra le donne patriottiche e ha affermato: In primo luogo voglio pregare Dio per il benessere dei fratelli e delle sorelle del PMOI residenti ad Ashraf dopo l’attacco missilistico del regime clericale; questo attacco è un segno della debolezza del regime e della vostra forza e un segno del vostro impegno per la salvezza di due nazioni: l’Iran e l’Iraq. Dobbiamo essere uniti per vedere realizzati I nostri desideri in entrambe le nazioni e per fondare un governo libero dal regime iraniano.Il regime iraniano vuole separare le nostre due nazioni ma noi dobbiamo unirci con tutti i patrioti e non dobbiamo lasciare che il regime iraniano realizzi la sua politica settaria in Iraq. Gli altri oratori al Congresso sono stati:• Ms. Roqiyeh Abbassi, funzionario del PMOI• Mrs. Makkiya Abboud, presidente della sessione femminile del Fronte Nazionale per il Dialogo.• Mrs. Karima Dawoud, giurista• Mrs. Mona Adnan, presidente dell’Unione Donne Irachene • Mrs. Saham Abdulhussein, chairwoman of Women Union in Kirkuk , Diyala and southern Iraqi provinces• Mrs. Amira Abdulhussein, presidente della Società di Karkh per l’ambiente – Movimento Nazionale per la Conciliazione.• Mrs. Maison Majid, presidente dell’Associazione per la compassione e la carità. Mrs. Maryam Rajavi, Presidente eletta della Resistenza Iraniana in un video messaggio al Congresso ha affermato : Attraversiamo un momento cruciale nella storia dell’Iran, dell’Iraq e dell’intera regione; ci sono le basi per cambiare l’era dominata dal fascismo oscuro protetto dalle bandiere della religione in una democrazia. Leggi tutto ...

sabato 21 giugno 2008

"LO STUPRO E' UN'ARMA DI GUERRA"

Una risoluzione Onu chiede la fine delle violenze sessuali contro civili, pratica assai diffusa nelle zone di guerra.
Il segretario Ban Ki Moon: "la violenza contro le donne ha assunto proporzioni inaudite"

NEW YORK - Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità la risoluzione 1820, sponsorizzata da oltre 30 paesi tra cui l'Italia, che classifica lo stupro come un’arma di guerra. Con questa decisione il Consiglio chiede la fine delle violenze sessuali contro i civili, una pratica molto diffusa nelle zone di guerra.
"TATTICA DI GUERRA" - Il documento dei Quindici, che raccoglie la proposta degli Stati Uniti, definisce lo stupro come una tattica di guerra e una minaccia alla sicurezza internazionale. Il testo, minacciando indirettamente di portare i colpevoli di fronte alla Corte penale internazionale de L'Aja (Cpi), chiede «a tutte le parti coinvolte nei conflitti armati la cessazione completa e immediata della violenza sessuale contro i civili, con effetto immediato». La risoluzione, definita «un atto storico» dalla organizzazioni in difesa dei diritti dell’uomo, considera la violenza sessuale come una tattica di guerra «per umiliare, dominare, instillare paura, cacciare e/o obbligare a cambiare casa i membri di una comunità o di un gruppo etnico» e chiede inoltre al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon di preparare un rapporto (che verrà pubblicato entro dodici mesi dall'approvazione) per individuare «i conflitti armati dove la violenza sessuale è stata usata ampiamente o sistematicamente contro i civili». Lo stesso segretario generale delle Nazioni unite ha denunciato come la violenza contro le donne abbia ormai raggiunto «proporzioni inaudite» in alcune società. Durante il dibattito al Consiglio - scrive la Bbc - Ban Ki Moon ha dichiarato: «Per rispondere alla guerra silenziosa contro le donne e le ragazze è necessaria una leadership a livello nazionale». Per il segretario generale le Nazioni Unite sono chiamate ad aiutare gli stati a «costruire questa capacità» e a «sostenere la società civile». ("Corsera", 20/6/2008) Leggi tutto ...

venerdì 20 giugno 2008

LEGGE IL METEO COMPLETAMENTE VELATA. GIORNALISTI E SPETTATORI: "UNO SCANDALO"

BRUXELLES - Un velo bianco e coprente sui capelli e sul volto (più un niqab che un burqa come qualcuno invece lo ha chiamato), occhiali e pochi centimetri di pelle: è quello che si è visto di Fadila su Tele Bruxelles, emittente della capitale belga che fa leggere le previsioni ai telespettatori. Proteste dei giornalisti della tv e di molti belgi, scuse dell'emittente: "il meteo velato", hanno detto i vertici, è andato in onda per mancanza di controllo. E non si ripeterà". (Fonte: "Corsera"). Leggi tutto ...

giovedì 19 giugno 2008

EGITTO, RAPITA RAGAZZA COPTA. CRISTIANI SCENDONO IN PIAZZA

Nuovo atto di violenza contro la comunità copta in Egitto. Una ragazza cristiana è stata rapita nei giorni scorsi da un giovane musulmano, presumibilmente per essere convertita con la forza all'islam. Maria Gerges Labib, quaesto il nome della vittima, 17 anni, è stata sequestrata sabato scorso all'uscita della sua scuola nella località di Abu Al Matamer, nella provincia settentrionale di Al Behera dove si era recata per gli esami di fine anno. I genitori hanno sporto denuncia contro il loro vicino, un giovane musulmano chiamato Amro Abd Mazen. Al momento la sorte della ragazza è un ''giallo'', visto che alcune fonti locali danno notizia della sua liberazione, ma nulla vi è ancora di ufficiale. La denuncia arriva dall'associazione ''Voice of the Copts'', che si batte per la difesa dei diritti dei copti in Egitto, la più grande comunità cristiana di tutto il Medio Oriente e che rappresenta circa il 10% della popolazione egiziana. ''Denunciamo l'ennesimo coinvolgimento dell'autorità egiziana filo-wahabita che protegge i sequestratori di giovani copti allo scopo di convertirli all'islam'' è l'allarme di Ashraf Ramelah, presidente di ''Voice of the Copts''. Oltre al danno la beffa: appresa la notizia del rapimento dell'adolescente cristiana, centinaia di copti si sono riuniti davanti al commissariato locale della polizia chiedendo notizie della rapita, ma la polizia ha arrestato 17 persone. Gali Eskander, un avvocato che difende la famiglia della giovane, ha dichiarato che i copti hanno iniziato una protesta pacifica di fronte al commissariato a causa dell'inerzia della polizia sul caso. (Fonte: "Avvenire")
Il caso della Labib è l'ultima vicenda di una pesante recrudescenza di violenza contro i copti. Il 28 maggio un gioielliere cristiano e tre suoi impiegati erano stati assassinati a colpi di arma da fuoco nel sobborgo di Zeitoun, quartiere a maggioranza cristiana nella periferia del Cairo. Il 6 giugno un giovane cristiano, Milad Ibrahim Farag, 20 anni, è stato ucciso a Dafash, nell'Egitto meridionale, da un vicino musulmano. Di recente il monastero copto di Abu Fana, vicino alla città di Minya, è stato assaltato e dato alle fiamme da una folla di islamici che accusava i monaci di illegalità per la costruzione di un muro dell'edificio: negli scontri un musulmano è rimasto ucciso. Commentando questi fatti. Il giornalista egiziano Ahmad Al-Aswani ha scritto che ''ciò che sta accadendo ai nostri fratelli copti non sono episodi sporadici, ma un'ininterrotta serie di omicidi, rapimenti e assalti''.A turbare la comunità copta, poi, l'altro giorno è sopravvenuto un incendio nella chiesa di Vergine Maria a Sakha sul delta del Nilo, conosciuta perchè - secondo la tradizione - conserva l'impronta di Gesù bambino mentre si apprestava a lasciare l'Egitto per tornare a Nazareth dopo la fuga da Erode. Le autrorità e i religiosi copti hanno però escluso il dolo e hanno parlato di ''incidente''.
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USA 2008/ RAGAZZE COL VELO ALLONTANATE DAL PALCO, OBAMA SI SCUSA

I volontari del senatore non le volevano nelle riprese tv

New York, 18 giu. (Ap) - Troppo rischio per un candidato alle Casa Bianca come Barack Obama, che di secondo nome fa Hussein, essere ripreso dalle telecamere accanto a due ragazze che indossano il hijab, il velo islamico. Non l'ha deciso il senatore di Chicago, ma alcuni volontari della sua campagna elettorale, che hanno loro malgrado provocato un pericoloso incidente diplomatico. Al punto che Obama è stato costretto a chiedere pubblicamente scusa.
L'episodio è avvenuto nel corso di un comizio elettorale a Detroit, in Michigan, in una delle molte tappe della campagna elettorale.
Ma Hebba Aref, avvocato di 25 anni, ha denunciato l'accaduto. Lei e la sua amica Shimaa Abdelfadeel erano tra i 20.000 sostenitori di Obama presenti alla Joe Louis Arena, martedì scorso, quando sono state invitate a lasciare i posti a sedere nell'arena. Erano proprio dietro al candidato democratico, nello spazio ripreso dalle telecamere televisive. (Fonte: Virgilio Notizie)
Secondo Aref, i volontari della campagna di Obama hanno chiamato in causa "la delicatezza del tema, in un clima elettorale così infuocato". Obama, è di religione cristiana, si batte da mesi contro le voci fasulle che lo dipingono come un musulmano.
Ma quella dei volontari si è rivelata una gaffe. Sull'episodio è intervenuto Bill Burton, il portavoce del candidato democratico: "è un comportamento offensivo - ha detto in un comunicato - contrario all'impegno di Obama di unire gli americani, e semplicemente non si addice al tipo di campagna che stiamo portando avanti. Sinceramente ci scusiamo per questo trattamento".
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IL CORAGGIO DI UNA DONNA: SENZA VELO IN PARLAMENTO

Il ministro dell’educazione del Kuwait, Nouriya Al-Subeeh, non ha voluto indossare il velo in Parlamento. Questo gesto ha suscitato le critiche dei suoi colleghi ministri, secondo i quali bisogna rispettare la legge islamica che prevede il velo per le donne. Invece gli intellettuali del Paese si sono schierati in favore della donna portandola a esempio per tutte quelle donne vittime del potere maschile.


Il ministro Al-Subeeh, spiegando le ragioni del suo rifiuto in un intervista rilasciata al settimanale egiziano Roz Al-Yousuf, dice “deve essere rispettata la scelta di una donna che non vuole indossare il velo, come quella di chi invece lo vuole indossare”. “Dal mio punto di vista – aggiunge Al-Subeeh – questa è l’essenza della democrazia, rispettare e accettare l’opinione degli altri”.
I ministri hanno invece criticato la decisione della collega, sostenendo che per legge le donne devono indossare il velo. “L’art. 1 della legge per le elezioni del 2005 – affermano - riconosce diritti politici alle donne, che però devono rispettare la legge islamica”. A maggior ragione, secondo loro, il ministro dell’educazione deve dare il giusto esempio e indossare il velo come prevede la legge.
C’è tuttavia qualche ministro che ha difeso la scelta di Al-Subeeh, sostenendo che il Parlamento non è la moschea dove prima di entrare bisogna levarsi le scarpe e indossare il velo, quindi indossare il velo è una decisione personale, non un obbligo. Il sociologo Ali Al-Tarah parla di un mondo capovolto dove acquista valore ciò che non dovrebbe averne. “Il velo – dice il sociologo – non rispecchia la personalità di chi lo indossa, si tratta semplicemente di una scelta personale che dobbiamo rispettare”.
Un avvocato e scrittore egiziano, Naja Abd Al-Halim, ha lodato il coraggio del ministro dell’educazione e scrive “La signora Nouriya è entrata in Parlamento con raro coraggio, grande sicurezza e calma, per l’invidia di tutti, soprattutto delle donne e speriamo che ogni donna vittima della tirannia, della dominazione, dell’arbitrarietà, dell’arroganza e del disprezzo di un uomo,impari da lei”. “Sarebbe meglio interessarsi - aggiunge Naja Abd Al-Halim - di ciò che c’è nella testa di Nouriya piuttosto di ciò che vi è sopra”.
Shamlan Yousuf Al-'Issa, docente di scienze politiche dell’Università del Kuwait, ha criticato le interferenze dei gruppi religiosi. Secondo il professore, questi gruppi stanno cercando, all’interno del Parlamento e fuori, di interferire in ogni ambito della vita e di prendere il potere, qualche volta in nome della religione qualche altra in nome delle tradizioni.
Secondo il giornalista Hassan Al-'Issa, il ministro Burmiya non aveva alcun diritto di attaccare Nouriya Al-Subeeh. (Fonte: AsiaNews, 15/5/2007)
Il sociologo Ali Al-Tarah parla di un mondo capovolto dove acquista valore ciò che non dovrebbe averne. “Il velo – dice il sociologo – non rispecchia la personalità di chi lo indossa, si tratta semplicemente di una scelta personale che dobbiamo rispettare”.
Il sociologo Ali Al-Tarah parla di un mondo capovolto dove acquista valore ciò che non dovrebbe averne. “Il velo – dice il sociologo – non rispecchia la personalità di chi lo indossa, si tratta semplicemente di una scelta personale che dobbiamo rispettare”.
Un avvocato e scrittore egiziano, Naja Abd Al-Halim, ha lodato il coraggio del ministro dell’educazione e scrive “La signora Nouriya è entrata in Parlamento con raro coraggio, grande sicurezza e calma, per l’invidia di tutti, soprattutto delle donne e speriamo che ogni donna vittima della tirannia, della dominazione, dell’arbitrarietà, dell’arroganza e del disprezzo di un uomo,impari da lei”. “Sarebbe meglio interessarsi - aggiunge Naja Abd Al-Halim - di ciò che c’è nella testa di Nouriya piuttosto di ciò che vi è sopra”.
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mercoledì 18 giugno 2008

LA STILISTA KUWAITIANA HAYA AL-HOUTI E LA SUA MODA D' ELITE

Ho deciso di chiamare cosi la moda della giovane stilista kuwaitiana Haya Al-Houti (a sinistra) perchè di questo si tratta (e non credo solo per il valore economico dei suoi abiti!). Le sue clienti sono infatti principesse saudite e qatariane e altre personalità del mondo arabo. Nonostante la loro "esclusività", vi mostro alcune creazioni andate in passerella negli USA durante la settimana della moda all'inizio dell'anno scorso, quando Haya ha avuto il suo debutto.













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martedì 17 giugno 2008

IRAN: MISURE ANCORA PIU' REPRESSIVE CONTRO LE DONNE, I GIOVANI E I PROPRIETARI DI BOUTIQUES

NCRI – Le Forze di Sicurezza dello Stato (SSF) – la polizia repressiva dei mullah – hanno sviluppato nuove tattiche per reprimere le donne co l’accusa pretestuosa di essere “mal velate”, secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa governativa Fars domenica. “Da ieri gli agenti delle SSF hanno una nuova tattica per combattere il fenomeno delle donne “mal velate”. Alle donne che indossano abiti aderenti prima sarà prima consigliato vivamente di non presentarsi più in pubblico vestite in quel modo poi i membri delle SSF chiuderanno le boutiques che hanno venduto loro quei capi.” Ha aggiunto FARS.
L’agenzia di stampa ha riportato anche “I giovani uomini con tagli di capelli all’occidentale saranno oggetto di pressioni da parte delle SSF affinchè gli forniscano l’indirizzo del barbiere. Poi il negozio verrà chiuso dagli agenti della sicurezza.” Il cosiddetto piano per l’“incoraggiamento della pubblica sicurezza” è stato introdotto per la prima volta nell’Aprile del 2007 dalle SSF sotto il pretesto di combattere il fenomeno delle donne “mal velate” e degli “hooligan e dei teppisti”. Nonostante questo l’obiettivo principale di un piano così repressivo sono le donne e i giovani iraniani. Nell’implementare le varie fasi del piano, gli agenti delle SSF hanno arrestato per le strade più di 1.200,00 donne e un gran numero di giovani è stato mandato al patibolo.La resistenza iraniana ancora una volta sottolinea la necessità di una condanna delle misure repressive dei mullah da parte dei principali istituzioni internazionali e da parte delle organizzazioni per i diritti umani.

(Fonte: Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana 16 giugno 2008, sul sito delle "Donne Democratiche Iraniane") Leggi tutto ...

OGGI A MILANO LA STUDIOSA DI ISLAM AICHA EL-HAJJAMI

La "Libreria delle Donne-Circolo della Rosa" a Milano ospita oggi l'incontro con Aicha El-Hajjami, studiosa dell' islam, nota per aver tenuto una lezione al re del Marocco Mohamed VI e alla sua corte nel corso del Ramdan 2004. Aicha, docente di Diritto pubblico all'Università Qadi Ayyad di Marrakesch, è impegnata nello studio e nell'applicazione del nuovo Codice di Famiglia marocchino.
Via Pietro Calvi 29 alle ore 18.00. (Fonte: "Corriere della Sera" e il sito della "Libreria delle donne") Leggi tutto ...

lunedì 16 giugno 2008

LE DONNE MODIFICANO LE TATTICHE USATE NEGLI ATTENTATI SUICIDI IN IRAQ

Una ragazza che indossava una cintura esplosiva si e’ avvicinata a un capitano dell’esercito iracheno e si e’ fatta esplodere provocando la morte di entrambi. Una donna, che appariva come fosse incinta in modo da nascondere meglio la cintura esplosiva che avvolgeva il suo corpo, si e’ fatta esplodere mentre si trovava in un corteo nunziale. L’attentato suicida era parte di una azione coordinata con l’uso di armi automatiche subito dopo l’esplosione. Nell’attentato sono rimaste uccise 36 persone. Gli attentati del mese scorso sono stati quasi tutti portati da attentatrici suicide. Questo fatto ha evidenziato un mutamento delle tattiche che gli insorti hanno posto in essere per continuare a spargere il sangue e il terrore in Iraq. I dati forniti dalle forze armate americane mostrano che il numero degli attentati suicidi portati da donne è aumentato da otto nel 2007 ad almeno 16 nel primo semestre del 2008, non inserendo ancora un attentato suicida avvenuto vicino a Ramadi che la polizia irachena ritiene essere stato portato da una donna. Sempre secondo i dati disponibili, gli attentati suicidi effettuati da donne erano stati quattro sia nel 2005 e sia nel 2006. Molte delle attentatrici suicide sembra motivino la loro scelta come una vendetta, come è stato per la donna che ha ucciso 15 persone nella provincia di Diyala il 7 dicembre 2007. Era una ex appartenente al partito Baath di Saddam Hussein che aveva due figli che si erano arruolati nel gruppo terroristico di al-Qaeda e che erano stati uccisi dalle forze di sicurezza irachene. I comandanti statunitensi ritengono che al-Qaeda in Iraq stia cercando di incrementare l’impiego di donne come attentatrici suicide ricercandole tra quelle che sembra non si rassegnino al dolore provocato dalla perdita del marito, dei figli e altri parenti in conseguenza delle violenze terroristiche e delle azioni condotte dai governativi iracheni e dalle forze della coalizione. Il maggiore generale Mark Hertling ha dichiarato all’Associated Press durante una conferenza stampa avvenuta la settimana scorsa sulla situazione femminile in Iraq che “al-Qaeda sta cercando di convincere le donne che non hanno un lavoro, che non hanno una istruzione e che si sentono disperate ad accettare di diventare delle attentatrici suicide”.
L’impiego di donne come attentatrici suicide è un fenomeno relativamente recente in Iraq, anche se è stato utilizzato dai terroristi in altre parti del mondo, in particolare in Sri Lanka. Farhana Ali, una esperta di terrorismo presso il Rand Corp che ha studiato in modo approfondito l’argomento, ha dichiarato che gli sforzi di al-Qaeda per reclutare le donne spingono a ritenere che la rete terroristica in Iraq sia giunta alla disperazione dopo i recenti successi ottenuti nel campo contro-insurrezionale dalle forze della coalizione e dai governativi iracheni.
Ha proseguito dicendo: “Al-Qaeda e i gruppi degli insorti adesso sono disperati e vogliono a tutti i costi che la loro causa e le loro organizzazioni sopravvivano. Il coinvolgimento delle donne quali attrici delle violenze terroristiche contribuisce a mantenere viva la causa degli insorti per molte ragioni: anche le donne, come gli uomini, condividono situazioni di estrema sofferenza, specialmente le donne che hanno subito delle perdite tra i loro congiunti. Le donne controllano le loro famiglie e le loro comunità, e quando queste strutture sociali vengono distrutte, le donne diventano vulnerabili, deboli, facili prede per la propaganda dei terroristi”.
Faiza Sayyid Alwan, una componente sunnita del consiglio provinciale di Diyala che è sfuggita a tre tentativi di omicidio, ha dichiarato che le donne in condizioni di vulnerabilità hanno bisogno di poter disporre di maggiori alternative. Alla conferenza in Irbil, la maggiore delle città irachene della regione settentrionale della regione Kurda, ha precisato: “Noi dobbiamo intervenire, mentre il nemico sta cercando di convincere la povera donna descrivendole scenari e situazioni negative, noi dobbiamo cercare di batterlo sul tempo e di offrire una possibilità di salvezza alla donna offrendole delle soluzioni praticabili che le diano delle migliori opportunità”.
Secondo i dati forniti dalle autorità militari americane, l’incremento del numero di donne attentatrici suicide si sta verificando nel periodo in cui le violenze terroristiche hanno toccato il livello più basso di questi ultimi quattro anni. Le ragioni di questa situazione derivano dalle attività contro-insurrezionali condotte dalle forze della coalizione l’anno scorso, dalla rivolta delle tribù sunnite contro al-Qaeda e dal cessate-il-fuoco dichiarato dal leader clericale sciita Motqada al-Sadr. I comandanti americani dichiarano che al-Qaeda in Iraq vuole utilizzare le donne e i bambini per cercare di aggirare le misure di sicurezza adottate e superare i controlli ai posti di blocco. (Fonte: The Associated Press – Kim Gamel e ancora il blog "Liberali per Israele")
Alle donne irachene spesso viene permesso di attraversare i posti di controllo tenuti da guardie di sesso maschile senza essere perquisite e tradizionalmente indossano ampi vestiti e mantelli neri che facilitano la possibilità di occultare le cinture esplosive. Hertling, che comanda le forze americane nella parte settentrionale dell’Iraq, ha dichiarato che cinque dei sette attentati suicidi avvenuti nei trascorsi tre mesi nella provincia di Diyala sono stati effettuati da donne.
Questi includono un doppio attentato avvenuto il 17 maggio in cui una donna si è fatta esplodere fuori dalla sede di un gruppo sunnita alleato con gli americani e un altra donna, alla guida di un auto-bomba, ha attaccato una pattuglia della polizia irachena provocando la morte di un passante. Hertling ha proseguito dicendo: “I terroristi cercano le donne che abbiamo questi requisiti: analfabete, povere e sensibili alla manipolazione del loro fervore religioso. In molti casi, i reclutatori promettono alle donne che si occuperanno loro dei loro parenti e delle loro famiglie dopo la loro morte nell’attentato suicida, ma poi non mantengono le promesse”. L’ufficiale ha poi aggiunto che almeno due delle donne che si sono recentemente suicidate in un attentato erano le mogli di un leader di al-Qaeda in Iraq che era stato ucciso in una operazione condotta dalle forze statunitensi.
Omayah Naji Jubara, la responsabile dell’organizzazione delle donne irachene e arabe per la provincia di Salahuddin, ha dichiarato che le donne che vivono fuori delle città piu’ importanti dell’Iraq spesso si trovano di fronte alla realtà che “tutte le porte restano chiuse per loro”, in particolare sui temi del lavoro e della educazione scolastica. Jubara ha poi aggiunto: “Questi terroristi si recano dalla povere gente che ha fame ed è frustrata per la mancanza di un qualsiasi sostegno materiale da parte del governo iracheno”.
Allo stesso tempo, le autorità militari stanno cercando di incrementare il numero delle donne effettive alla polizia irachena. Hertling ha detto che 112 donne sono state arruolate in una unità addestrativa della polizia irachena nella difficile città settentrionale di Kirkuk e un analogo programma addestrativo lo si sta cercando di avviare anche nella zona di Diyala, a nord-est di Baghdad.
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MARITO ISLAMICO PICCHIA LA MOGLIE ITALIANA E LE IMPONE IL CHADOR: A PROCESSO IN SICILIA

A processo un marito musulmano che imponeva alla moglie di usare il chador e di indossare solo abiti lunghi.
Una ragazza di 26 anni di Troina, vicino a Enna in Sicilia, ha deciso due anni fa di denunciare il marocchino Moftha Jaquaddi, pasticciere di 35 anni, che dopo il matrimonio, nel 2002, aveva cominciato a imporle con la forza le usanze della sua religione, picchiandola e minacciandola anche con un'ascia. Il processo si svolge al tribunale monocratico di Nicosia (Enna) ed è giunto quasi al termine. L'uomo è accusato di maltrattamenti. "Le indagini sono partite dopo le due denunce della ragazza - spiega l'avvocato Silvio Vignera, parte civile -. L'ultima è stata dopo una aggressione a settembre del 2006. Dopo sono cominciate le pratiche per la separazione e adesso si è aperto il processo". I due si erano conosciuti quando lei aveva 18 anni e dopo due anni avevano deciso di sposarsi con il rito civile, come racconta il Giornale di Sicilia. Secondo le dichiarazioni della ragazza durante il processo, prima del matrimonio i due non avrebbero mai parlato di differenze di religione e il rapporto sarebbe stato fondato sul reciproco rispetto. Il marito è difeso d'ufficio e processato in contumacia. Al momento della separazione, la coppia era sposata da quattro anni e non ha figli. La ragazza, che ha deposto come testimone venerdì scorso, ha lasciato il marito nel settembre 2006 e anche dopo il pasticciere marocchino l'avrebbe minacciata rintracciandola a Catania. (Fonte: "Liberali per Israele")
Quello che scriverai al posto di questa frase apparirà dopo aver premuto "Leggi tutto ...".
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domenica 15 giugno 2008

IL SOGNO DI DANA, GIOVANE CENTOMETRISTA IRACHENA

Dana è una determinata ragazza irachena di 22 anni, unica donna che avrebbe potuto partecipare alle Olimpiadi di Pechino come centometrista. Ha totalizzato infatti ventiquattro secondi e ottanta centesimi nei 200 metri (insieme ad altri 99 partecipanti). Finora ha già vinto una dozzina di medaglie. Invece è di oggi la notizia dello scioglimento (il 20 maggio) "per motivi politici" del Comitato Olimpico Iracheno (CIO), che un tempo era di proprietà di Uday, il figlio maggiore di Saddam Hussein (per intenderci quel giovanotto che faceva frustare torturava i calcatori se perdevano, costringendoli calciare palloni di pietra. Secondo il portavoce del Premier Al-Maliki (sciita come il 20% del Governo) il tutto è accaduto perchè erano rimasti 7 membri su 11, "non prendono decisioni" e "sono corrotti" ("Corsera"). Duro il Presidente ad interim curdo Bashar Mustafa: "Tutte scuse. Siamo in 7 perché gli altri 4 li hanno rapiti. I partiti di governo vogliono mettere i loro uomini al posto nostro". Insomma Dana e sei altri atleti sono bloccati in mezzo ai giochi di potere delle diverse correnti dell'islam che governano il nuovo Iraq (ricordiamo le persecuzioni e le armi di distruzione di massa usate da Saddam, sunnita contro sciiti e curdi). Dana però non si spaventa: continua ad allenarsi a Erbil, nel più tranquillo Kurdistan iracheno e a sognare di poter correre a Pechino. L'Iraq sarebbe fanalino di coda alle Olimpiadi, dato che i vincitori della Coppa d'Asia 2007 non si sono qualificati (ma sono ancora tutte da giocare le speranze per i Mondiali di calcio 2010). D'altra parte Dana Abdul Razzaq ha visto già più volte la morte in faccia: durante un allenamento all'Università di Baghdad è stata sfiorata da delle pallottole. E' svenuta, ma poi ha continuato ad allenarsi "con le sue scarpette da 40 dollari". In un'altra occasione, racconta il suo coach Yousif Abdul-Rahman, alcuni uomini hanno aperto il fuoco contro la loro auto mentre tornavano a casa dagli allenamenti passando per Saidiya, il distretto più pericoloso a sud della capitale irachena. Le è stato negato l'espatrio per allenarsi all'estero, occasione per diversi atleti per emigrare. Secondo il CIO, dal 2003, 104 tra atleti, amministratori, allenatori ed arbitri sono stati uccisi. Lo stesso è avvenuto a 22 funzionari, incluso lo stesso direttore del Comitato Olimpico. Non si sa più nulla di loro dal 2006. Dana poi, essendo donna ha dovuto sfidare anche i soliti pregiudizi e minacce degli integralisti islamici. Ma fortunatamente la famiglia la sostiene, compresi i maschi della famiglia (il padre era ciclista, il fratello è body-builder) e lei è di indubbia tenacia. Una tenacia che, ci auguriamo, abbia la possibilità di mostrarsi e venire premiata a Pechino. Leggi tutto ...

SOSTENIAMO GLI ATTIVISTI PER I DIRITTI DELLE DONNE IRANIANE NEL LORO GIORNO DI SOLIDARIETA' NAZIONALE

Con qualche giorno di ritardo posto questo appello di Human Rights First in favore delle donne iraniane. Il 12 giugno è stato il secondo anniversario di una grande protesta femminile repressa con la forza dalle "forze di sicurezza" e conclusasi con l'arresto di 70 persone tra donne e uomini. Gli attivisti iraniani per i diritti umani hanno lanciato la One Million Signatures Campaign, una campagna senza precedenti per cancellare le norme sessiste delle leggi iraniane. Il 12 giugno di quest'anno sono state arrestate 8 donne, che chiedevano di fermare le persecusioni contro gli attivisti per i diritti umani nella Repubblica islamica: Nafiseh Azad, Jila Baniyaghoub, Farideh Ghaeb, Jelveh Javaheri, Sarah Loghmani, Nahid Mirhaj, Aida Saadat, and Nasreen Sotoodeh. E' una richiesta fatta propria da "Human Rights First" e, nel nostro piccolo, da noi: express support . Visto il regime con cui abbiamo a che fare una petizione può far sorridere, ma... meglio firmare, no?

Subject:
Your Excellency:
I am writing to express my concern about the continued persecution of women's rights activists in Iran.
(Edit Letter Below) It has been two years since June 12, 2006, when women's rights activists attempted to hold a peaceful demonstration to ask for equality. Although the 70 individuals arrested on that date were released, several activists continue to be harassed and face prosecution in Iran. A number of activists have been convicted of "endangering national security," for doing nothing more than participating in a peaceful rally or collecting signatures for a petition to reform discriminatory laws. On June 12, security forces detained eight women who were planning to participate in an event commemorating the second anniversary of the protests.

Human rights defenders in Iran should be allowed to engage in activities to advocate for their basic rights. The activists involved in the One Million Signatures Campaign, in particular, deserve recognition and protection for the efforts to promote gender equality and to make Iranian laws more compliant with international human rights standards.
The rights to peaceful assembly and free expression are enshrined in the 1948 Universal Declaration of Human Rights, which was endorsed by all U.N. member states, as well as the International Covenant for Civil and Political Rights, to which Iran is a signatory and which is binding on the Iranian government. Therefore, these prosecutions (including the latest sentencing of Amir Yaghoub Ali on May 25, 2008) are violations of Iran's obligations under international law.
I ask that the government of Iran comply with its obligations to protect citizens exercising their fundamental rights to freedom of expression and assembly, to release those still in detention, and to drop all remaining charges against the activists.
Thank you for your attention to this urgent matter.
Sincerely,[Your name] [Your address]
Take Action on this Issue
Send this message to:
Head of Judiciary H.E. Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi
His Excellency Mahmoud Ahmadinejad President of the Islamic Republic of Iran
Supreme Leader of the Islamic Revolution Ayatollah Sayyid Ali Khamenei
Click here to take action. .
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sabato 14 giugno 2008

ISLAM E VERGINITA': LA CHIRURGIA "SOCCORRE" LE DONNE MUSULMANE

Rifarsi una verginità ed essere pronte per un matrimonio islamico senza il rischio di vederselo annullato il giorno dopo la prima notte di nozze? Oggi bastano meno di tremila dollari, un’incisione semicircolare, una decina di punti di sutura riassorbibili e circa trenta minuti di tempo. Il New York Times racconta la storia di una giovane studentessa, francese di Montpellier ma di origine marocchina, che ha perduto la verginità a dieci anni a causa di un incidente mentre andava a cavallo e che nella cosiddetta imenoplastica ha trovato “la chiave per una nuova vita”. La ricostruzione chirurgica dell’imene, la membrana vaginale che di norma si rompe durante il primo rapporto sessuale, è una pratica alla quale - scrive il NYT – sembra fare ricorso un “numero sempre più alto di donne musulmane in Europa”. Con il crescere della popolazione islamica nel Vecchio continente, molte donne musulmane si sono trovate a vivere “tra le libertà che offre la società europea e le inamovibili tradizioni dei genitori e delle generazioni ancora precedenti”.

“Nella mia cultura – ha detto la studentessa marocchina al New York Times – non essere vergine è scandaloso”. Una donna islamica che cresce in una più aperta società europea – afferma Hicham Mouallem uno dei chirurghi che effettua l’imenoplastica – si espone al “rischio probabile” di avere rapporti sessuali prima del matrimonio e “se si ha intenzione di sposare un uomo di religione musulmana e non si vogliono problemi, è possibile cercare di ricostruirsi la verginità”. Scrive ancora il quotidiano statunitense: “Secondo i ginecologi, negli ultimi anni il numero delle donne di fede islamica che hanno richiesto certificati di verginità per mostrarli a qualcuno è cresciuto”. Un fenomeno che a sua volta ha aumentato la domanda per interventi di questo tipo che “se effettuati con cura” sono, secondo i chirurghi estetici, praticamente impossibili da scoprire. Inoltre il servizio – nota il NYT – è largamente pubblicizzato su internet, dove è addirittura possibile trovare ‘pacchetti di viaggio’ verso paesi come la Tunisia dove l’intervento è molto meno costoso”. Sull’argomento, secondo il quotidiano Usa, “non esistono statistiche attendibili perché la procedura è per lo più effettuata in cliniche private e nella maggior parte dei casi non gode della copertura di piani assicurativi finanziati dallo Stato”.

La riparazione dell’imene è un argomento di cui negli ultimi tempi si parla molto e al quale due registi italiani hanno di recente dedicato un film. Corazones de Mujer è il titolo. Dietro la macchina da presa ci sono Davide Sordella e Pablo Benedetti che – hanno spiegato – data la delicatezza dell’argomento hanno deciso di firmarsi con il nome collettivo di Kiff Kosoof (in arabo, “Eclisse”) “per quello che era successo a Theo Van Gogh, per proteggerci”. La pellicola, completamente autoprodotta, costata appena 50 mila euro e scelta dal Festival di Berlino per la sezione Panorama, narra la storia (vera) di un sarto travestito di origine marocchina e di una promessa sposa araba che vive a Torino e che insieme a lui si reca a Casablanca per sottoporsi all’operazione e recuperare la verginità perduta.
(Fonte: "Liberali per Israele")
L’argomento è particolarmente sentito anche in Francia dopo che, un paio di settimane fa, una sentenza pronunciata a Lille ha decretato l’annullamento del matrimonio di una coppia di musulmani francesi dopo che il marito ha scoperto che la sposa non era vergine come aveva dichiarato di essere. Come racconta il New York Times, l’uomo, un ingegnere di circa trent’anni, in seguito alla deludente scoperta “ha abbandonato il letto nuziale ed è andato ad annunciare agli ospiti ancora in festa che la sua sposa gli aveva mentito”. La bugiarda – aggiunge il NYT - “è stata riconsegnata sulla porta di casa dei genitori la notte stessa”. Il giorno seguente lui s’è rivolto a un avvocato e lei, pentita, “ha confessato e ha acconsentito all’annullamento”. La Corte che ha preso la decisione non ha menzionato questioni religiose parlando semplicemente di “rescissione di contratto”, in quanto l’anonimo ingegnere aveva preso la decisione di sposare la donna perché gli era stata presentata come “libera e illibata”.

Riferisce ancora il quotidiano statunitense che “secondo femministe, avvocati e medici, l’accettazione da parte di una Corte di un ruolo tanto centrale della verginità nel matrimonio finirà per incoraggiare sempre più donne, francesi ma di background culturale islamico, a sottoporsi alla ricostruzione chirurgica dell’imene”. “Chi sono io per giudicare?”, commenta Marc Abecassis, il chirurgo che ha effettuato l’imenoplastica alla studentessa di Montpellier. “Alcuni miei colleghi negli Stati Uniti hanno pazienti che si sottopongono all’intervento per fare un regalo di San Valentino al marito. Quel che faccio io non è per divertimento: le mie miei pazienti – conclude Abecassis – non hanno scelta se vogliono trovare la serenità. E un marito”.
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