sabato 21 marzo 2009

DALLA PARTE DELLE BAMBINE LIBERE

Unione europea. Votata all'unanimità in Commissione per i Diritti delle Donne la Relazione Muscardini per una strategia europea comune contro le Mutilazioni Genitali Femminili.

Il villaggio di Koro sta sul confine tra Mali e Burkina Faso, nella regione del Dogon. Sulle carte turistiche, quelle occidentali, è noto per il suo mercato, tipico suk saheliano, dove si possono comprare stoffe e spezie, cuscus e kilim. Ogni sabato, il mercato di Koro pullula di stranieri, turisti occidentali e gente locale, che vi arriva dai Paesi oltre frontiera. In maggioranza, ed in numero sempre crescente da qualche tempo a questa parte, sono famiglie del Burkina Faso che vengono qui per contattare le escissore maliane, le donne che praticano l'infibulazione sulle bambine. Il Mali è infatti uno degli Stati africani dove questa pratica è più diffusa e tollerata, con il 94 per cento di donne e ragazze infibulate. La regione trasfrontaliera di Dogon è dunque diventata il punto di riferimento e di accoglienza per le famiglie dei Paesi vicini che vogliono fare infibulare le figlie, senza correre rischi a casa propria. La pratica di aggirare i divieti che mettono al bando le MGF portando le figlie all'estero, in Paesi tolleranti, dove l’infibulazione viene eseguita nella clandestinità di villaggi compiacenti, è silenziosamente diventata una strategia comune anche a molte comunità di immigrati in Europa. Secondo dati forniti dall'Oms e dall'UNPFA, comunque parziali, nel vecchio Continente sarebbero 500.000 le ragazze e le donne immigrate infibulate, e 180.000 quelle a rischio ogni anno, nei diversi Paesi europei. Dove integrazione imperfetta, disagio sociale, emarginazione e persistenza di modelli culturali in scontro frontale tra loro, costituiscono il terreno di cultura più fertile per la perpetuazione di questa pratica. È la questione centrale intorno alla quale si sviluppa la "Relazione sulla lotta contro le mutilazioni sessuali femminili praticate nell'UE", redatta dalla parlamentare Cristiana Muscardini ed approvata dalla Commissione per i Diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento europeo, nella seduta dello scorso 12 febbraio 2009. La Relazione sollecita l’adozione di una strategia comune ai Paesi dell’Unione Europea, e sarà discussa e votata nella seduta plenaria del PE di metà marzo. Cosa chiede, cosa prevede? Quali obiettivi si pone? Ne parliamo con la relatrice, europarlamentare eletta nelle fila di Alleanza Nazionale, e copresidente del Gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni.

Women in the city. Onorevole Muscardini, in quale contesto si inquadra questa Relazione, quali le premesse generali in rapporto alle politiche comunitarie?

Cristiana Muscardini. Quando si parla di Mutilazione Genitali Femminili si affronta un tema complesso, una situazione grave che coinvolge milioni di donne al mondo. Si parla di una pratica violenta, che nei fatti costituisce una vera e propria menomazione fisica, ed una violazione dei più elementari diritti umani delle donne, il diritto all'integrità del proprio corpo, ed il diritto alla salute. Non è purtroppo ormai un mistero quasi per nessuno che la pratica dell'infibulazione, oltre a violare il corpo delle donne, porta con se setticemie, malattie genitali, infezioni di ogni genere, è veicolo di diffusione dell'HivPer non parlare degli aspetti legati ai rapporti sessuali, al concepimento ed al parto, alla salute riproduttiva in generale. E di quelli afferenti la salute psichica delle donne. Nei contesti urbani europei, dove vivono famiglie di immigrati, questi aspetti si saldano a quelli delle questioni dell'integrazione, che per le donne in particolare significano anche stare bene con sé stesse e con le altre, un benessere condiviso che è contemporaneamente fisico e psichico. Non è tollerabile che una bambina immigrata di dieci anni che va a scuola con bambine italiane debba sentirsi diversa, debba vergognarsi del suo corpo menomato. Mutilare sessualmente una bambina è un reato. I Paesi membri e le istituzioni europee devono farsene carico, per apportare un contributo risolutivo alla lotta contro questa pratica.

WiC. Lei denuncia da anni l'assenza di una strategia comune dei Paesi europei, con una sottostima della pratica che registra invece un progressivo aumento tra immigrati e rifugiati. Qual è la richiesta più forte contenuta nella sua Relazione?

C.M. La Relazione nasce da due proposte di risoluzione e da numerose interrogazioni parlamentari con le quali, per molti anni, ho sostenuto entro il Parlamento europeo la necessità di andare alla definizione di una strategia chiara, di lotta comune, contro le MGF. Che sono un reato. Nell'autunno scorso, la Commissione per i Diritti delle donne mi ha assegnato la proposta di Relazione. Ho avviato incontri di confronto con parlamentari di diverso schieramento ed esponenti di associazioni femminili attive su questo terreno come Donne in rete, presieduta da Mariam Ismail, che lavora concretamente con la Regione Lombardia. Lo scorso 12 febbraio, la mia relazione è stata approvata dalla Commissione presieduta da Anna Zaborska, e sarà dunque votata nella seduta plenaria del PE di metà marzo. Alla seduta in Commissione hanno partecipato anche Bernadette Carranza, ex deputata PD ed autrice di un documentario sulle MGF, la stessa Ismail, e Khadidiatou Koita, presidente del "Reseau Européen des Preventions des PTN-FGM. Qual è la richiesta centrale? Oltre alla condanna di questa pratica barbara e cruenta, si richiede l'armonizzazione della legislazione dei Paesi membri nella definizione giuridica e penale di MGF. Le istituzioni europee devono introdurre nelle direttive sull'immigrazione la previsione di reato, e prevedere di conseguenza sanzioni adeguare per chi lo commette. Pene certe per chi pratica le infibulazioni, menomando l'integrità fisica di una donna. In questo ambito, la legge italiana approvata dal governo Berlusconi nel 2006,la numero 7 del 9 gennaio, "Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile", è all'avanguardia, anche se per molti aspetti non è ancora applicata. (Fonte: Women in the city)
WiC. Con la Dichiarazione di Mobutu, anche l'Unione Africana ha condannato le MGF. Eppure l'infibulazione continua ad essere praticata e la voce delle associazioni africane che chiedono interventi fermi cade nel vuoto. Penso all'Association Malienne pour le Suivi et l'Orientation des Pratiques Traditionnelles, creata dalla professoressa Kadidia Sidibe dopo la morte di una sua studentessa di 16 anni, infibulata a forza. Ma penso anche alla Dichiarazione di Malicunda Bambara, che l'Unicef ha definito storica, firmata da 35 associazioni femminili del Senegal, della Mauritania, del Burkina Faso, della Guinea, che ha condotto 5000 villaggi ad abbandonare questa pratica. Come sostenere l'azione delle associazioni femminili sui territori?

C.M. Nella Relazione chiediamo che vengano introdotte clausole penalizzanti anche nei negoziati per la cooperazione con i Paesi terzi, se non si adoperano contro le MFG. Sostegno significa far crescere dappertutto una cultura di rifiuto e di abbandono di queste pratiche. La convinzione che una ragazza non infibulata debba essere esclusa dalla sua società va capovolta; è un processo di sensibilizzazione e di informazione capillare, quello che abbiamo di fronte. Lo spot che il nostro Governo ha realizzato e lanciato in occasione della Giornata Mondiale contro le MGF, in onda sulle reti televisive italiane, è un ottimo veicolo di sensibilizzazione, porta il problema in tutte la case attraverso il televisore, e illustra in maniera chiara ed efficace che cos'è l'infibulazione, quali danni arreca alle figlie, perché i genitori devono essere contrari. Ma tutto questo va di pari passo con la definizione delle MGf come reato contro la persona, cosa non ancora considerata tale in molti Paesi europei. Solo Gran Bretagna e Svezia hanno leggi specifiche contro le MGF, altri si affidano a quanto prevede il Codice penale per le lesioni, con le eventuali aggravanti. Invece, le MGF sono un reato specifico, che deve perseguito come tale. Ecco perché è molto importante che la relazioni approdi al dibattito in seduta plenaria in Aula, e venga votata. Posso contare sul consenso dei Gruppi Socialista e Liberale. Dopo l'approvazione, saranno il nuovo Parlamento e la nuova Commissione per i Diritti delle Donne a decidere lo stanziamento di risorse necessarie a promuovere sui territori progetti per sostenere e mettere in rete le associazioni, e questo renderà più incisiva la pressione sui governi locali.

WiC. Intervenendo l'anno scorso alla riunione del Comitato Inter-africano di lotta contro l'escissione femminile, i leaders delle tre religioni presenti in Africa, cristiana, musulmana e tradizionale, hanno sollecitato i governi "ad impegnarsi e a sostenere le azioni condotte nel quadro di questa lotta". L'alleanza delle Chiese può segnare una svolta?

C.M. Senza dubbio, la Chiesa può essere un'ottima alleata, e segna certamente una svolta la decisione di dare un contributo diretto alla lotta contro le MFG. Spendersi in prima persona oggi è indifferibile per tutti, oltre ai milioni e milioni donne che soffrono assurdamente per una pratica barbara che hanno dovuto subire, ci sono milioni di bambine a rischio, ad un passo dal subirla. Tra le più atroci sofferenze. Come dimenticare che in tanti villaggi africani l'infibulazione viene praticata con lamette da barba, con pietre affilate, con pezzi di vetro… E che nelle comunità immigrate, c'è sempre una praticona, una mammana, a disposizione, che taglia con gli stessi metodi… Il rito tribale ha finito per prevalere sulla vera religione e sul rispetto dei diritti umani, l'integrità fisica non è considerata un valore della persona umana, nessuna comunità può tollerarlo…

WiC. La trasversalità dell'azione politica è un valore in più, nella lotta per i diritti delle donne? Qual è il suo punto di vista?

C.M. Sono convinta che la politica trasversale sia importante, l'unico cruccio è che le donne in politica sono poche. Specialmente noi italiane. Nel nostro Paese c'è un problema serio, a questo proposito, il nostro percorso in politica è sempre più lungo e difficile, rispetto a quello degli uomini. Alla fine, le elette sono poche. I motivi di penalizzazione, tanti. Nelle campagne elettorali, per esempio, la mancanza di chiarezza sulle spese elettorali finisce per penalizzare soprattutto le donne, che non riescono a fare campagne forti. Lo stesso avviene per l'assenza di par condicio tra uomini e donne dei partiti sulla scena mediatica. Le donne candidate vanno meno in televisione dei loro colleghi che si prendono tutto lo spazio, non possono spiegare i loro programma di lavoro che viene così occultato, risultati compresi. Si dice che le donne non votano le donne, ma il vero problema è che le elettrici non conoscono il loro lavoro, e quindi non le votano. Oltre alla par condicio tra i partiti, è necessaria una par condicio di genere, dentro i partiti e tra le coalizioni.

2 commenti:

Stefano Maestri ha detto...

Grandissi9ma Cristina!

Alessandra ha detto...

Davvero consolante dopo che qualche parlamentare europeo ha praticamente proposto il riconoscimento della poligamia con il ricongiungimento familiare!