venerdì 9 gennaio 2009

DOPPIA MALIKA. "SONO UNA VERA MILANESE CON IL PAPA' MUSULMANO: PORTO NELLE MIE CANZONI L'INCROCIO DI DUE CULTURE"

ROMA — Malika in Marocco vuol dire regina. Il nome l'ha ereditato dalla nonna che ora vive in un paesino del Piemonte. «Sta con mio padre, Ahmed, che fa lo scultore e ha scelto un posto dove la vita costa poco, così non ha bisogno di fare mille lavori per vivere. Facciamo una bella coppia quando la vado a trovare: io con il mio cappottino arancione, e lei una vecchietta che parla in marocchino». Malika Ayane si sente «milanesissima... e si capisce dall'accento», scherza. È nata a Milano, 24 anni fa, ma dentro di lei convivono la cultura musulmana del padre e quella occidentale della madre. «Mamma era una grande viaggiatrice, incontrò papà in Marocco si innamorarono, poi si trasferirono in Italia. Non mi sono mai sentita esclusa, emarginata. Andavo a scuola negli anni Novanta, i maghrebini erano i primi immigrati, i rumeni dell'epoca. Però non ricordo episodi sgradevoli, al massimo gli insegnanti che mettevano una nota a chi ti chiamava "marocchino". (Fonte: "Arabiyya", dal "Corsera")
Caterina Caselli («La discografica più "caterpillar" che conosca») l'ha scoperta, le ha prodotto un cd con la sua etichetta Sugar, scommettendo e investendo su di lei come aveva già fatto con Andrea Bocelli, Elisa e i Negramaro. E a febbraio Malika si troverà sul palco dell'Ariston per gareggiare fra le nuove proposte al Festival di Sanremo. La canzone, «Come foglie», l'ha scritta per lei Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Il suo padrino nella serata dei duetti sarà Gino Paoli. «Ce n'è abbastanza per farmi morire di paura. Il pezzo di Giuliano è il racconto non di una storia, ma di un'emozione. È una musica "da giovedì pomeriggio", come dice Curzio Maltese, malinconica e viscerale. Fra qualche giorno andrò a Genova per provare con Paoli, un artista che con Tenco, De André, ha fatto grande la canzone italiana. Una persona che ha una storia musicale ed esistenziale talmente grande da farmi sentire più goffa e imbranata di quello che sono. Mi auguro di non cadere dalle scale del palco dell'Ariston e spero di lasciare un segno in chi mi ascolta». Una traccia di sé Malika l'ha già lasciata con la canzone «Feeling Better», piccolo tormentone di fine estate, contenuta nel primo album, prodotto e arrangiato da Ferdinando Arnò, al quale hanno collaborato, oltre a Conte e Sangiorgi, anche Pacifico. «Due testi li ho scritti pure io, ma vedremo se continuerò ... se devono venir fuori delle schifezzuole meglio lasciar perdere. Non considero svilente essere un'interprete, basti pensare alle grandi voci come Billie Holiday, Edith Piaf, Janis Joplin». Il suo sogno, per ora, l'ha esaudito. «Papà quando ero bambina ha pensato alla mia educazione musicale: mi faceva ascoltare Stevie Wonder e Paul McCartney. È stato allora che ho deciso di fare la cantante e non ho mai perso di vista questo obiettivo». A dieci anni ha passato l'esame di ammissione al Conservatorio di Milano per studiare violoncello («Avevo anche chiesto di imparare la batteria») ed è entrata nel coro delle voci bianche della Scala, dove è rimasta fino a 17 anni. «Mi hanno dovuto mandare via, avevo raggiunto il limite massimo. Ma alla Scala dopo un po' sono tornata, anche se per preparare caffè al bar». Sono stati anni di studio («È un'alternativa allo svacco sulle panchine o al rimbambirsi a casa davanti alla tv») ma anche di soddisfazioni, come il suo primo piccolo ruolo da solista nel «Macbeth», ottenuto dopo un provino con Riccardo Muti. «È un uomo divertente e un professionista serissimo: se sente sbattere una porta durante le prove ferma tutto e caccia gli estranei dalla sala. Mentre facevo l'audizione con lui avevo il cuore attaccato alle tonsille». Finita la scuola ha cominciato la gavetta cantando ai matrimoni, nelle feste, in piazza, nei pub: «Spesso ti trattano come uno straccio, peggio di un ornamento senza valore». Nemmeno la nascita di una bambina, quando aveva soltanto 21 anni, le ha mai fatto perdere di vista il suo obiettivo: «Anzi, io che sono una persona dispersiva con mia figlia ho imparato a concentrare le mie energie. Però non sono sola, il mio compagno mi aiuta parecchio». Ha mai perso la fiducia? «Mai. Quando qualcosa va storto mi tiro su con l'ironia. E ho imparato, da tutti i grandi che ho conosciuto, a fare le cose con passione. Senza, non si va da nessuna parte».

2 commenti:

Stefano Maestri ha detto...

I razzisti sono i miglior amici degli integralisti islamici.
E gli integralisti islamici, sono i migliori amici dei razzisti.
Persone come Malika invece sono un valido antidoto a razzismo e all' integralismo. Attorno a persone come malika si forgia la nuova cultura che prende il meglio dalla multiculuralità, e che se si affermerà causerà la fine di razzismo ed integralismo.
Stefano.

Alessandra ha detto...

E dedico questo post (ma volendo anche altri!)a chi mi ha accusata anche recentemente di razzismo!