sabato 25 aprile 2009

MARINA, TORTURATA A EVIN: "NON RESTIAMO IN SILENZIO"


Marina Nemat aveva 16 an­ni quando fu arrestata, trasci­nata in cella, torturata come «sovversiva comunista» per qualche protesta in classe e un paio di articoli sul giornalino del liceo. Era il 1982, a Tehe­ran. E il lugubre carcere dove rimarrà due anni era Evin, che oggi rinchiude la reporter ira­no- americana Roxana Saberi e molti altri «dissidenti». Mari­na riuscirà a evitare la morte: già davanti al plotone d’esecu­zione fu salvata da una Guar­dia della rivoluzione che l’ama­va, le impose di convertirsi al­l’Islam (lei era ed è cristiana), la sposò. Poi la fuga in Cana­da, un nuovo marito (il suo primo amore), due figli. E nel 2007 un libro: Prigioniera di Teheran (Cairo Edizioni), proi­bito in Iran, tradotto in 23 lin­gue, che presto diventerà un film.

Del caso Saberi si sta par­lando molto in Occidente. Ma dei prigionieri politici ira­niani si sa poco in realtà. Co­me mai?

«Roxana, a cui sono vicina, è un caso speciale: ha doppia nazionalità, è parte del gioco politico tra Iran e Usa, verrà usata, credo, come 'merce di scambio'. Per questo staranno ben attenti a non torturarla né ucciderla. Hanno gli occhi del mondo su loro. Ma in Iran ci sono da decenni migliaia di de­tenuti innocenti, giovanissi­mi, ragazze, ignorati da tutti in Occidente. Solo negli anni 80 i prigionieri politici erano 40-50 mila. E il 90% di loro era­no adolescenti, come me».

Eppure anche lei ha aspet­tato quasi 20 anni per parla­re, nemmeno suo marito sa­peva tutto. Perché?

«È quasi impossibile uscire da simili traumi e parlarne su­bito. È successo alle vittime delle torture in Cile e in Argen­tina, quasi tutte restate in si­lenzio anche con l’arrivo della democrazia. Dopo quei traumi si vive in una bolla, si diventa come un maratoneta condan­nato a correre fino alla morte o a cadere. Io sono caduta. Do­po la morte di mia madre, nel 2000, ho capito che lei non ave­va mai saputo chi fossi io dav­vero. Nessuno mi conosceva. Ho iniziato ad avere incubi, flashback, perfino episodi psi­cotici. Ho capito che il silenzio mi avrebbe ucciso. Mi ero sba­gliata sperando di poter rimuo­vere Evin: era dentro di me. Dovevo farlo uscire».

Cos’è il carcere di Evin per lei e gli iraniani?

«L’orrore in cui entri e spari­sci. L’incubo assoluto. Un tabù nazionale. Se qualcuno soprav­vive e ne esce non ne parla: per paura di tornarci, di rap­presaglie sui propri cari, per­ché è 'nella bolla'. Evin è par­te del sistema dai tempi dello Scià, che lo costruì. Non è cam­biato nemmeno con il modera­to Khatami: la reporter ira­no- canadese Zahra Kazemi fu uccisa a Evin sotto la sua presi­denza. Ora con Ahmadinejad è peggio. Da poco è morto in cel­la il blogger Omid Mir Sayafi, uno dei tanti». (Fonte: Informazione Corretta.it , dal "Corsera")


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Qualcosa sta cambiando però: le aperture di Obama a Teheran, le prossime presi­denziali in Iran. Siamo a una svolta?

«Obama porta una nuova speranza, dopo i disastri di Bu­sh. E credo che in giugno il candidato moderato Mir-Hos­sein Mousavi abbia buone chance, la gente ma anche i khomeinisti sono stanchi di Ahmadinejad. Ma perché le co­se cambino davvero ci vuole la caduta del regime, per ora im­possibile. La Storia ci ha inse­gnato che né l’islamismo né il marxismo portano alla demo­crazia. E sarebbe ingenuo illu­derci ».

Che fare, allora? Shirin Ebadi ritiene che sanzioni o, peggio, una guerra sarebbe­ro un disastro per tutti.

«Concordo in pieno. Piutto­sto, l’Occidente dovrebbe alza­re la voce contro ogni violazio­ne dei diritti umani, non solo di cittadini con doppia nazio­nalità. E aiutare la nascita di un’opposizione non ideologi­ca, una vera alternativa. In quanto a me, non posso torna­re in Iran, ho subito minacce, ma resto in contatto con il mio Paese. Sto preparando un secondo libro, insegno. E cer­co altri ex prigionieri di Evin per convincerli a parlare. Ma è difficile. Quasi tutti scelgono di restare nella loro bolla, in si­lenzio ».

6 commenti:

Anonimo ha detto...

terribile: imprigionare adolescenti e sottoporli a torture... bisogna che la gente sappia queste cose.. Grandmere

Annamaria ha detto...

Si, è vero. La gente deve sapere. Alle volte mi stupisco di come queste notizie non ticchino l'animo delle persone, ma è anche vero che non se ne parla abbastanza...donne come queste dovrebberi ricordare alle nostre care femministe che se hanno deposto le armi per crogiolarsi negli antichi allori, beh, hanno lottato invano.
E qui non ci sono "uteri da gestire" nè "reggiseni da sventolare"...qui è da tutelare la persona, in quanto tale...sconforto, miei cari, tanto...alle volte mi prende!

Stefano. ha detto...

Ancora e sempre la stessa domanda: Femministe, dove siete?
Siete sparite, o l'unico vostro interesse è la gestione dell'utero?
Stefano.

Alessandra ha detto...

Ma possono essere interessate anche a quello o a reggiseni da bruciare (non solo da sventolare!), ma oggi come oggi, ci sono cose più importanti e per cui le femministe latitano. Nessuna femminista occidentale penso, si sognerebbe di bruciare il velo islamico come ha fatto in occasione della Festa della Donna di quest'anno una ragazza ex musulmana.

Stefano ha detto...

Appunto:
Non si sognerebbero mai di bruciare un segno di oppressione, molto più importanti i loro reggiseni.
Non ho parole.

Alessandra ha detto...

Adesso però non bruciano più neanche quelli.