domenica 25 maggio 2008

ELEZIONI IN KUWAIT, LE DONNE NON CE LA FANNO, MA NON DEMORDONO

Vincono i salafiti, i Fratelli musulmani dimezzano i seggi e le donne non ottengono un seggio per una manciata di voti

Anche se è un po' lungo, vi propongo questo pezzo della ricercatrice Valentina Colombo,comparso sul sito personale di Magdi Cristiano Allam ("Amici di Magdi Cristiano Allam"), all'indomani delle elezioni in Kuwait.

Ieri sono stati pubblicati i risultati delle elezioni parlamentari in Kuwait. Ebbene, brutte notizie per i primi passi verso la democrazia e la partecipazione delle donne alla politica in Medio Oriente. I salafiti, ovvero gli ultraconservatori sono i grandi vincitori. La bandiera della sconfitta se la contendono i Fratelli musulmani e le donne. I primi, con nostra immensa soddisfazione, hanno dimezzato i loro seggi. Le seconde invece, nonostante le donne rappresentino il 55,4 % dell’elettorato, con nostro enorme dispiacere, non sono riuscite ad ottenere nemmeno una deputata. “La donna kuwaitiana non riesce a raggiungere il parlamento per la seconda volta”, si legge sul sito della televisione satellitare Al Arabiya; “Per la seconda volta donna kuwaitiana non riesce a raggiungere il parlamento”, titola il quotidiano emiratino Al Ittihad; “Elezioni kuwaitiane: vittoria salafita-sciita … e la donna è il grande sconfitto”, esclama il quotidiano saudita Al Riyadh. Anche il Kuwait Times, facendosi portavoce delle kuwaitiane, esclama: “No! Ancora una volta!”.
Il risultato deludente ci costringe ad alcune riflessioni e ci obbliga ad ammettere che imparare i vantaggi della democrazia non è cosa facile così come è arduo insegnare alle donne di una società conservatrice e maschilista come quella kuwaitiana a impossessarsi e a fare buon uso dei diritti conquistati. Sono ormai trascorsi tre anni dal momento in cui le kuwaitiane hanno faticosamente conquistato il diritto di voto, tuttavia molte donne non sono ancora decise a votare per il proprio sesso e forse ancora di più sono costrette a non votarlo dai propri mariti, come di recente ha affermato ai microfoni di Al Jazeera Abeer Rashed al-Rasheedi. Il Kuwait Times riporta la preoccupante al tempo stesso significativa dichiarazione di un’avvocatessa: “Sono donne, per l’amor del cielo!”
Per comprendere quanto sta accadendo, è necessario ripercorrere alcune date significative. Il 16 maggio 2005 le kuwaitiane, che in base alla legge elettorale 35 del 1962 venivano esplicitamente escluse dal voto , hanno finalmente ottenuto il diritto di voto che hanno esercitato per la prima volta alle elezioni parlamentari. La legge sul suffragio femminile è stata approvata dall’Assemblea Nazionale con 35 voti a favore, 23 contrari e un’astensione. Si tratta del risultato di numerosi anni di impegno che hanno visto in prima fila l’attivista Rola Dashti e la scrittrice Laila Uthman, nella lotta contro i conservatori nel governo. Rola Dashti usa espressioni molto dure, quali il termine “terrorismo” per descrivere l’opposizione a qualsiasi miglioramento della condizione femminile nel suo paese e ancora una volta ricorda come la tradizione sociale sia molto spesso più rigida e di quella religiosa:
“Perché quindi la donna è stata emarginata dalla vita pubblica? Percepiamo la donna come il pilastro della prosperità, dello sviluppo, della libertà e della democrazia. Quando il movimento femminista è iniziato in Kuwait quaranta anni fa, i fondamentalisti islamici si sono uniti con i tradizionalisti per limitare e minimizzare il ruolo della donna e terrorizzare ogni membro della società che sosteneva tesi diverse dalle loro. Secondo gli integralisti, infatti, il ruolo che si addice a una donna è la casalinga-sottomessa: rimanere a casa, crescere i figli, fare le pulizie domestiche ed essere anche la serva del marito, con il pretesto che ciò sia parte dei precetti religiosi. Le donne che contraddicevano questi principi erano terrorizzate psicologicamente e socialmente. Questo è quello che è accaduto a tutte noi attiviste per aver voluto e volere un ruolo pubblico e politico per le donne.
Per una società chiusa come quella del Kuwait, il terrorismo sociale e psicologico è paragonabile a quello armato, se non peggio. Le donne erano spaventate e accusate nel nome dell'Islam di andare contro la religione, di essere blasfeme, anti-patriottiche, spie dell'Occidente, distruttrici della società, contro la famiglia e promotrici dell'omosessualità e dell'adulterio. Eravamo continuamente e selvaggiamente attaccate soltanto perché volevamo che le donne fossero coinvolte in politica e che fosse garantito loro il diritto costituzionale al voto, a partecipare alle elezioni nazionali e nel processo decisionale.
Gli estremisti islamici sono riusciti a compiere attacchi prepotenti e atti di terrorismo sociale nei confronti delle donne, strumentalizzando l'Islam per ottenere l'appoggio delle masse generalmente tradizionaliste e conservatrici con una nozione della religione limitata.”
Di fatto la negazione dei diritti politici alle donne contravveniva persino a molti articoli della costituzione kuwaitiana. Basti pensare all’articolo 6 in cui si afferma che “il sistema di governo in Kuwait sarà democratico, la sovranità è del popolo, la fonte di tutti i poteri. La sovranità sarà esercitata con la modalità specificata dalla presente costituzione”, all’articolo 7 in base al quale “giustizia, libertà e uguaglianza sono i pilastri della società, cooperazione e aiuto reciproco sono i legami più saldi tra i cittadini” e ancora all’articolo 29 laddove si legge che “tutte le persone sono uguali quanto a dignità e diritti e doveri pubblici innanzi alla legge, senza alcuna distinzione di razza, origine, lingua o religione. La libertà personale è garantita”.
Nel dicembre 1971, a seguito della prima conferenza sulle donne in Kuwait organizzata dalla Arab Women’s Development Society (AWDS), è stato sottoposto al Parlamento un documento contenente sette richieste volte a migliorare la condizione femminile, prima fra tutte il diritto incondizionato a partecipare alle elezioni. Solo 12 dei 60 membri del Parlamento si sono dimostrati favorevoli. Simili iniziative vengono riproposte nel 1981, nel 1986, nel 1992 e nel 1996, ma senza trovare un effettivo sostegno politico.
Il 16 maggio 1999, l’allora emiro del Kuwait, Sheikh Jaber al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, emanò un decreto in cui garantiva alle donne pieni diritti politici. Tuttavia il 23 novembre dello stesso anno il Parlamento bocciò il decreto con due terzi di voti contrari. Questo perché i moderati e i liberali non approvavano non tanto il contenuto della riforma quanto l’imposizione dall’alto del decreto. Venne quindi sottoposta all’attenzione del Parlamento una proposta di legge identica al decreto dell’emiro, che venne però bocciata con 32 voti contrari e 30 a favore. Nel luglio 2000, cinque membri dell’Assemblea nazionale hanno nuovamente presentato un emendamento alla legge elettorale. E infine è giunto il risultato sperato.
Prima e dopo l’approvazione della legge, il Kuwait ha assistito a un acceso dibattito interno che ha visto intellettuali e politici riformisti schierarsi contro l’ottusità degli elementi conservatori della società che si trattava semplicemente di un’operazione di “occidentalizzazione” che avrebbe portato al degrado della società . Come in Arabia Saudita anche il riferimento interno alla tradizione religiosa, nella sua interpretazione liberale, è subito emerso. Sul quotidiano kuwaitiano al-Qabas l’avvocatessa Badriyya al-Awdha ha ribadito che la donna ai tempi del Profeta partecipava alla vita politica al pari dell’uomo. Se gli uomini sono stati i più tenaci oppositori alla riforma, alcuni uomini non solo sono stati i primi a rallegrarsi con le donne per la conquista del suffragio, ma sono stati i primi a ricordare che si tratta solo di un primo, anche se fondamentale, passo. L’editorialista Faisal al-‘Ulati ha scritto:
“Vorrei congratularmi con le nostre sorelle che hanno ricevuto pieni diritti politici. Vorrei consegnare un mazzo di rose rosse e bianche a ogni kuwaitiana per festeggiare questo lieto evento per tutti noi. Auguriamo tutto il successo alle candidate al parlamento e alle elezioni municipali. Spero che vengano approvate altre leggi a favore delle donne kuwaitiane, ad esempio, una legge che consenta a una donna sposata con un non-kuwaitiano di possedere un appartamento, una legge che conferisca la nazionalità kuwaitiana al figlio di una madre kuwaitiana a prescindere dalla nazionalità del padre.”
In attesa delle presenti elezioni, il governo ha lanciato un segnale positivo scegliendo due candidate, Jenan Bushehri e Khaleda al-Khader, per le elezioni municipali del 4 aprile 2006, entrambe appartenenti alla minoranza sciita da sempre più aperta nei confronti della condizione femminile. Jenan Bushehri è addirittura arrivata seconda con 1.807 voti, contro i 5.486 voti del vincitore Youssef al-Suwaileh, ed ha commentato: “Sono molto orgogliosa di me stessa e del gruppo che ha lavorato con me. Sono molto fiera di avere preso parte a una nuova epoca in Kuwait che ha visto le donne partecipare alle elezioni. E’ stata un’esperienza incoraggiante, ma devo fermarmi e valutare se voglio partecipare alle prossime elezioni municipali.” Quanto a Khaleda al-Khader è invece arrivata all’ottavo e ultimo posto con soli 79 voti. A dimostrazione che non sia sufficiente introdurre delle leggi per vederle attuate, delle donne aventi diritto di voto ha votato il 30 per cento.
Ancora più preoccupante è la notizia che vede protagonista Aisha al-Rashid. Quest’ultima nel momento in cui ha annunciato di volersi candidare alla elezioni parlamentari è stata minacciata di morte. Il mittente è un certo “Abu Nahar” che scrive: “Ti invio questo messaggio consigliandoti di ritornare sui tuoi passi prima che sia troppo tardi”. La risposta della al-Rashid è stata forte e immediata: “Non rinuncerò. Continuerò per la mia strada portando avanti il mio programma politico e la mia campagna elettorale”
Ciononostante vi sono sempre più kuwaitiane impiegate all’interno di ministeri ed è recente la decisione di assumere segretarie all’interno del Parlamento. Nel giugno 2005, è stata persino nominata la prima donna ministro, Ma’suma Mubarak, che ha assunto l’incarico di Ministro per la pianificazione e lo sviluppo. In una delle sue prime interviste ha affermato l’auspicio di vedere assegnata alle donne la quota del 35% in parlamento .
In questa tornata elettorale le candidate erano 27 e tra loro figuravano nomi conosciuti e stimati anche a livello internazionale, quali la già menzionata Rola Dashti, Aseel al-Awadhi, Fatima Al-Abdaly, Naeema al-Hai. Le aspettative erano moderate, ma c’erano. L’attivista Aisha al-Rushaid, candidata sia nel 2006 che nel 2008, aveva dichiarato all’agenzia di stampa Kuna che le elezioni di quest’anno avrebbero rappresentato un segno di svolta e che le donne avrebbero ottenuto almeno tre seggi. Invece solo una di loro, Aseel al-Awadhi, docente di Filosofia all’Università del Kuwait, ha sfiorato l’elezione con 5173 voti che l’hanno collocata all’undicesimo posto nella terza circoscrizione. Molti avevano sperato in lei perché si era unita all’Alleanza Democratica Nazionale, compagine liberale e mista, e quindi si auspicava potesse avere più opportunità delle altre. Aseel si è di recente guadagnata le antipatie dei conservatori e le simpatie dei liberali poiché ha lanciato una campagna contro la separazione di ragazzi e ragazze nelle scuole kuwaitiane. Ma tutto ciò non è servito a nulla. Anche l’attivista Rola Dashti, che ha incentrato la sua campagna elettorale su tematiche che andavano dalla condizione della donna all’economia e all’educazione dei giovani, è stata tradita dagli elettori.
Tutto ciò dimostra che la strada è tutta in salita, ma continuiamo a sperare che alla prossima occasione si vedrà almeno una donna vincitrice e magari qualche seggio in meno ai salafiti, nemici numero uno delle coraggiosissime donne kuwaitiane.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi rattrista soprattutto un fatto: Perché le donne non hanno votato per se stesse?
Perché perlomeno col loro voto non hanno determinato la sconfitta degli ultraconservatori?
Chi è nemico di se stesso, dei propri diritti non vincerà mai.
Moshé Dayan

Alessandra ha detto...

Alcuni la definiscono un personaggio ambiguo ed è chiamata "ayatollessa" dai dissidenti iraniani all'estero, ma secondo me, almeno in certi casi, ha ragione Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003, che afferma "Mi piace paragonare la cultura patriarcale all’emofilia: le donne ne sono portatrici sane e passano la malattia ai loro figli maschi".

Anonimo ha detto...

Bello il paragone con l'emofilia, veramente azzeccato.
Ed è doloroso il dover constatare, che al contrario dell'emofilia, la donna potrebbe smettere d'essere portatrice sana.
Moshé Dayan