martedì 26 maggio 2009

SUL SENSO DEL TRADIMENTO. CONVERSAZIONE DI ELEANOR KILIROY, THE ARAB, CON NAWAL AL SA'DAWI

Cultura. Gran Bretagna. Libertà e fondamentalismi religiosi. Incontro con la scrittrice egiziana Nawal al Sa'dawi (foto) dopo il rifiuto, l'ennesimo, degli editori arabi alla pubblicazione del suo ultimo racconto “Zaynab”, nel nome della Madre.


“Stava lì, in piedi, con le spalle leggermente curvate, la sua pelle color marrone come il limo portato giù dal Nilo, i suoi capelli color bianco neve, folti, lungo tutta la testa…”, così Nawal scrive di se stessa nel capitolo che apre “Camminare nel fuoco”. Era il 1993, e la scrittrice era scappata dalla sua città natale, Cairo, dopo che il suo nome era comparso sulla lista della morte di un movimento fondamentalista. Adesso, 16 anni dopo, Nawal sta di fronte a me, ed appare solo un po’ più curva. L’autrice di molte opere, tra fiction e no, ha accettato questa intervista a The Arab, a margine della conferenza che sta tenendo nella Libreria Housmans (a Londra), specializzata in libri e periodici di politica progressista e idee radicali. “Nella sua opera ricorre continuamente la nozione di tradimento”, le ho detto avviando la nostra conversazione, ed ho avanzato l'ipotesi che la prima cosa da respingere sia innanzitutto l’idea che per “sentirsi traditi” si debba possedere una fede cieca. Nawal Sa'dawi mi ha corretta: “Talvolta, si tratta di inganno.”…

Nawal al Sa'dawi è stata accusata in Egitto di aver tradito il suo Paese, la sua religione e il suo sesso. Nel libro “Camminare nel Fuoco”, il suo lavoro autobiografico, la scrittrice narra il trauma che colpì il suo primo marito, di ritorno dalla guerra del Canale di Suez nel 1956. Un trauma che, secondo Nawal, ebbe origine nel senso di tradimento vissuto dall’uomo nel suo rapporto con la “santa trinità”: Nazione, Dio, Fede. "Aveva fede nel governo egiziano, quando questi iniziò ad arruolare gli studenti naïfs ed idealisti come lui, quando diceva loro “Andate sul canale e combattete”… I ragazzi andarono, fecero la guerra, quelli che tornarono furono arrestati ed esiliati. Mio marito ebbe un crollo psicologico, cominciò a prendere droga, divenne un drogato.”. “Nella sua opera ricorre continuamente la nozione di tradimento”, le ho detto incontrandola, avanzando l'ipotesi che la prima cosa da respingere è innanzitutto l’idea che per “sentirsi traditi” si debba possedere una fede irrazionale. Sa'dawi mi ha corretta: “Talvolta si tratta di inganno.”. Chi ci legge potrebbe trovare nuove libertà nella vulnerabilità conosciuta di Nawal Sa'dawi; una vulnerabilità presente in tutta la sua scrittura, traversata allo stesso modo da passione e rabbia, ma che può essere facilmente dimenticata quando ci si trova di fronte ad una persona dura, e forte. “Stava lì, in piedi, con le spalle leggermente curvate, la sua pelle color marrone come il limo portato giù dal Nilo, i suoi capelli color bianco neve, folti, lungo tutta la testa…”, così Nawal scrive di se stessa nel capitolo che apre “Camminare nel fuoco”. Era il 1993, e la scrittrice era scappata dalla sua città natale, Cairo, dopo che il suo nome era comparso sulla lista della morte di un movimento fondamentalista. Adesso, 16 anni dopo, Nawal sta di fronte a me, ed appare solo un po’ più curva. L’autrice di molte opere, tra fiction e non, ha accettato un’intervista con il giornale The Arab nella Libreria Housmans (a Londra, ndt), specializzata in “libri e periodici di idee radicali e politica progressista”. Sulla stampa, la scrittrice egiziana è normalmente definita “la più controversa autrice femminista egiziana”, ma io, invece di percorrere questo tracciato, inizio con il domandarle cosa rende così radicali le sue idee e le sue azioni. Atea, apostata, pazza, donna che odia gli uomini: gli arabi e tutti coloro che la criticano non usano infatti mezze parole, e utilizzano qualunque insulto a disposizione (anche “donna che va contro il suo proprio sesso”, in un libro omonimo di Georges Tarabishi). Lei rimane ferma e immobile, come davanti ai suoi personaggi assassini, il dottore, lo psichiatra, lo scrittore…, ben consapevole dei limiti che il corpo e la mente possono sopportare. Nel capitolo titolato “Quello che è soppresso ritorna sempre” di “Camminare nel fuoco”, Nawal narra come una giovane dottoressa di un villaggio, lei stessa, provò ad impedire che una paziente di 17 anni, Masouda, venisse riaffidata al marito, un uomo molto più anziano, che l’aveva violentata per cinque anni. Un operatore social'e del villaggio ordinò invece alla ragazza di ritornare a casa, denunciando la Saadawi alle Autorità locali perché aveva commesso “un’azione di mancanza di rispetto per i valori morali ed i costumi della nostra società” e per aver incitato “le donne a ribellarsi alla Legge divina dell’islam”. Una settimana dopo Masouda si lasciò soffocare. Ci sono molte forme di crudeltà - la stessa Sa'dawi parla altrove di “stupro economico” -, ma l’idea che la fedeltà a ciò che è conosciuto come innocua credenza spirituale prevalga sulle nostre responsabilità verso la salute del corpo e della mente, è una delle idee più pericolose del giorno d’oggi. “Viviamo tutti sotto una sola religione e una sola cultura”, dice Nawal ai quaranta ascoltatori arrivati alla libreria per ascoltarla, “il Patriarcato Capitalista”. Poi viene la domanda che ho temuto sin dall'inizio. Chiede una giovane donna: “Non pensa che la sua scrittura incoraggi chi è contro l’Islam, e soffi sul fuoco dell'intolleranza contro gli immigrati?”. Molti intellettuali di sinistra potrebbero irritarsi per un'accusa implicita come questa, ma non la Sa'dawi che risponde educatamente “Sono contro la parola tradimento. Abbiamo perso la capacità di critica perché abbiamo paura di essere accusati di tradimento.”. La ragazza insiste, “guardi il modo in cui le donne musulmane sono trattate in Francia, si proibisce loro di indossare il velo.”. Sa'dawi spiega, “…si può sfidare il colonialismo affidandosi solo al velo? Non sarebbe più importante organizzare i gruppi degli immigrati e contrastare le politiche governative discriminatorie? È chiaro che non si può criticare solo l’islam, quando ciò avviene siamo di fronte ad un movimento solo politico…”., tutte le religioni o le ideologie, persino l’anti-imperialismo in alcune delle sue sfaccettature, chiedono sacrifici, sino al sangue. Non è comune che una comunità di appartenenza parli di scrittrici che l'hanno descritta in modo poco lusinghiero: paurosa di tradire un'identità etnica o religiosa, si sente sotto accusa a tal punto da sottoporre la scrittrice alle critiche più vendicative, ritraendola come una traditrice. Questione di malintesi o di perdita di vista del motivo per cui combattono, la brava gente rimane così involontariamente imbrigliata nelle brutte questioni politiche dell’identità. In “Camminare nel Fuoco”, appare chiaro che la stessa Sa'dawi è fedele ad un’idea: che il singolo individuo, sia egli uomo o donna, debba prendere coscienza del suo corpo e della sua vita. Una consapevolezza molto più importante di qualsiasi questione etnica, religiosa, di identità di genere e di affiliazione politica, perché l’unica cosa che ci unisce è il fatto di essere. “Siamo cresciuti in modo distorto, mentalmente e fisicamente; loro non ci hanno solo tagliato i nostri genitali, la società ha circonciso i nostri cervelli con la religione, la scienza e la politica, in questo modo abbiamo perso la nostra abilità ad essere creative, ad avere un’ampia visione di noi stesse e del mondo... In tutti i miei libri emerge chiaramente che sono una dottoressa, parlo di problemi fisici, ma non solo; parlo anche di economia, religione, storia, antropologia e politica. Sono una psichiatra e parlo di malattia mentale. Tutti noi riceviamo conoscenze frammentate sul fisico e la mente come entità separate, ed anche questa è un’idea religiosa, la frattura tra il corpo e la mente è una cosa totalmente innaturale. Quando scrivo, io scrivo con entrambi, il corpo e la mente”.. È questa sensibilità del fisico intrecciata alla vulnerabilità della mente che la spinge a criticare apertamente le accuse dei colleghi, le sanzioni del governo e le minacce di morte degli estremisti islamici. Sempre in “Camminare nel fuoco”, penultimo capitolo “Una rivoluzione abortita”, la scrittrice racconta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto viene sconfitto da Israele nella guerra del 1967, lei decida di far parte di un gruppo di medici volontari inviati nei campi dei profughi palestinesi in Giordania. Una volta lì, si sposta in ambulanza per aiutare i feriti. Una notte l’ambulanza salva un combattente della guerriglia seriamente ferito. Tre mesi dopo, Nawal Sa'dawi lo vede camminare su una sedia a rotelle. “Aveva perso entrambe le gambe ed un braccio, era solo un tronco”. Durante la sua ultima notte nel campo, va ad incontrare il combattente, di nome Ghassan, che la aspetta sulla sua sedia a rotelle, fuori la tenda. È moribondo, parla apertamente alla “dottoressa”, le racconta i suoi desideri, viene fuori la sua consapevolezza su come la società tratta i più deboli: “Tutti quei corpi lasciati nelle tende, sono poveri ragazzi come me. Non hanno nulla, solo i loro corpi. Ma in realtà non posseggono neanche quelli, i loro corpi appartengono ai capi, fetore di morte compreso. Un giorno la dirigenza ha deciso di aprire un fascicolo su me, ero ormai considerato un veterano handicappato grave, una sorta di mendicante o non so cosa, dal momento che ho dovuto raccogliere quello che gli altri buttavano via per nutrirmi. Solo se veniva un’importante personalità a farci visita, ci radunavano tutti insieme in un luogo spazzato e pulito, con le bandiere e gli striscioni. Invece di essere l’orgoglio della nostra Nazione…sono diventato un motivo di vergogna, una macchia sulla nostra reputazione che doveva essere occultata o nascosta.”. Ghassan racconta la sua storia rivolgendosi in prima persona all’ascoltatrice “donna”: “la prima parola d’insulto che hai ascoltato nella tua vita è o non é stata “mara”?... I miei nemici hanno fatto a pezzi il mio corpo, ma per me è stato meno doloroso di questo insulto che gli altri mi hanno sputato addosso”. La parola “mara” in arabo colloquiale significa “donna” ma, a differenza del termine classico “mara’a”, viene utilizzata in senso dispregiativo per definire una donna considerata inutile, un peso per la società. Nella sua narrativa, Sa'dawi osserva e registra scrupolosamente le ferite fisiche così come le diverse manifestazioni del tormento mentale, assolve poche persone ma ne accusa tante: il Potere e coloro che, per ignoranza e servilismo, si sono resi complici della sofferenza delle fasce più fragili delle loro società. Nella sua relazione medica su Masouda, scrive che la sua giovane paziente aveva riportato gravi lesioni anali a causa dello stupro ripetuto da parte di un uomo adulto. Aggiunge che “la ragazza non ha trovato alcuna via d’uscita se non la malattia mentale.”. Chiedo alla scrittrice: come si può perdonare chi, come nel caso di Masouda, si appella alle leggi divine per giustificare la restituzione della vittima al suo aggressore? Replica,: “la mia rabbia è sempre incanalata nella scrittura creativa, non sono una persona adirata tout court.”. “Sono una donna sorridente,felice; molte persone quando mi incontrano rimangono stupite perché pensavano di trovare una “femminista arrabbiata”! Tutte le mie rabbie si riversano nel mio lavoro, sono pubbliche, ed è un segno esterno importante perché molte donne hanno paura di mostrarle, queste rabbie. Alcune le dirigono verso se stesse, sviluppano depressione e nevrosi. La rabbia è invece un’emozione molto positiva, anche gli animali si arrabbiano se stanno lottando; alla stesa sana maniera, gli esseri umani si arrabbiano quando vengono picchiati, quando sono esposti all’oppressione o all’ingiustizia. Il punto è come le donne usano la loro rabbia, contro se stesse? Contro il marito? Vogliono ucciderlo invece che divorziare? Ma perché? Prima divorzio, e poi reclamo la mia vita! Io sono contro l’omicidio, a meno che tu non uccida come il personaggio Firdaus. La donna a Punto Zero, che difende la sua vita. I miei scritti sono una protesta contro Dio, la religione e la spiritualità, che non libera le donne ma aumenta soltanto la loro oppressione.”.
Nawal Sa'dawi ricorda che quando era una bambina che andava a scuola, nell'Egitto a cavallo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due migliori amiche erano una bambina ebrea ed una cristiana. L’insegnante le separò per l’educazione religiosa, e in classe venne detto a ciascuna di studiare sul proprio Libro sacro; lei, inoltre, venne ammonita a non toccare il cibo “sporco” delle altre. Nawal ricorda di essere rimasta sconvolta, incapace di capire il motivo per cui era stata separata dalle sue amiche. Da adulta, racconta adesso, “ho passato dieci anni a studiare i Testi delle principali religioni, i libri che malamente strumentalizzati possono portare gli uni ad odiare gli altri, pieni di contraddizioni basate sull'idea del peccato…”. “Abbiamo ricevuto una cattiva educazione a scuola e all’università, diventiamo buoni studenti ignoranti del mondo; occorre che ciascuno rimetta in discussione il fardello di istruzione che si porta dentro.”. Nawal al Sa'dawi ci sprona a fare più collegamenti: tra politica, classe, religione, violenza sessuale e dipendenza economica delle donne; tra leggi che legalizzano lo stupro e guerre neo-coloniali; tra patriarcato, monogamia, nome del padre e mutilazioni genitali femminili. La sua ultima novella, Zaynab, è dedicata e porta il nome della madre, ne racconta la vita, ma gli editori arabi hanno avuto troppo paura di pubblicarlo: “Abbiamo perso il nostro senso comune”, commenta l’autrice con tristezza. Zed Books ha recentemente ripubblicato quattro libri di Nawal sl Sa'dawi, “Walking Through Fire”, “A Daughter of Isis”, “Circling Song” e “Searching”. * Intervista originale pubblicata su “The Arab”, ripresa e inviata da “Women linving under muslim laws”, traduzione per women a cura della redazione - L'ultimo libro di Nawal Sa'dawi pubblicato in lingua italiana è “L'amore al tempo del petrolio”, edizioni Il Sirente, collana Altriarabi, marzo 2009 - Nawal al Sa'dawi ha partecipato recentemente alla Fiera Internazionale del Libro di Torino con una lezione su Creatività e Dissidenza, Dipendenze necessarie? insieme all'islamologa Isabella Camera D'Afflitto. Una rassegna completa degli articoli usciti per l'occasione sul suo “L'amore al tempo del petrolio” si può trovare all'indirizzo http://altriarabi.wordpress.com/category/ufficio-stampa/press-al-saadawi/ (Fonte: Women in the city , 24/5)

Poi leggete (probabilmente ne ho postato almeno uno, ma repetita iuvant): FABBRICARE VITTIME: UN AFFARE REDDITIZIO: permalink .

GAZA, O L’IPOCRISIA SENZA PARI: permalink .

4 commenti:

Stefano ha detto...

Scusandomi per l'Ot:
Maumer Non lo sa:
Il nostro amico Maumer, probabilmente non sa perché è nato islamico:
Gli islamici, avevano iniziato a conquistare la regione balcanica nel 1300. Ma sostanzialmente, non fecero mai proseliti. Un po' perché la loro religione non è affatto appetibile per le persone normali, un po' perché non si curavano di farne, dato che i non islamici, dovevano pagare la tassa dei Dhimmi, che faceva comodo.
Ma il motivo principale era un altro: L'islam vieta di fare la guerra fra islamici, Ma dato che invece si preferiva farle, si era escogitato un sistema semplice: Ogni anno dai Balcani, partivano verso il centro dell'islam interminabili colonne di fanciulli strappati alle loro famiglie. Quelli che sopravvivevano al viaggio, venivano indottrinati all'islam e all'uso delle armi, formando il corpo dei Giannizzeri, che essendo nati cristiani, potevano tranquillamente combattere gli altri regni islamici (Che a loro volta ricorrevano agli stessi sistemi per formare i loro eserciti) Dato che fare il Giannizzero, non era certo un modo sicuro per arrivare a cento anni, e dato che se avevano figli, essendo nati musulmani non potevano essere impiegati contro altri islamici, ogni anno occorrevano nuovi fanciulli, anno dopo anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, le colonne dei fanciulli sottratti alle famiglie hanno lasciato quelle terre martiri.
Per questo quelle popolazioni odiano gli islamici.
Quando poi a fine ottocento, l'impero turco è entrato in agonia, ha pensato che se riusciva a convertire le popolazioni slave, poteva salvarsi. Allora si è incanaglito ancora di più con le angherie. I più hanno resistito, ma i più deboli hanno ceduto al ricatto.
Perciò caro Maumer, se tuo bisnonno o tuo trisnonno potessero parlarti, ti direbbero: Mandali a cagare! Mi sono convertito alla loro falsa religione solo perché era l'unico modo di salvare la famiglia dalle angherie islamiche.

Alessandra ha detto...

Ok, l'OT, Stefano, però vorrei che ti leggessi anche il post, anche se è lungo: altrimenti continuano ad andare fuori tema!!!

Stefano ha detto...

Alcune precisazioni erano necessarie con chi è semplicemente nipote o bisnipote di un poveraccio costretto a convertirsi alla religione degli oppressori.
Quaqnto all'articolo, ina cosa mi ha particolarmente amareggiato: Il Merdoso religioso che in nome della morale ha restituito la dicissettenne al vecchio marito che la stuprava da cinque anni (da quando ne aveva dodici) Sicché dopo una settimana la poveretta si è soffocata.
Spero ci sia un inferno per il moralista il vecchio porco e l'inventore della loro "morale"

Anonimo ha detto...

La ringrazio per intiresnuyu iformatsiyu