domenica 14 dicembre 2008
QATAR, A DOHA LA PRIMA CONFERENZA ARABA SUI DIRITTI UMANI
Il vertice è stato organizzato dalla Lega Araba e dal Comitato del Qatar che si occupa di diritti umani. Al centro dei lavori la Convezione araba e le modalità per garantirne il rispetto. Riconoscimenti a personalità che si sono distinte nella battaglia per i diritti umani.
SEPPELLIRLE VIVE? E PERCHE' NO? E' LA NOSTRA CULTURA!
Se quello annunciato dal presidente pachistano Zardari doveva essere il governo della speranza, bisogna dire che il successore di Musharraf ce l'ha messa tutta per svuotare ogni illusione. Due ministri designati, infatti, figurerebbero meglio in un governo dei talebani che in una compagine formalmente democratica e generosamente assistita dagli aiuti occidentali. Uno si chiama Israr Ullah Zehri, e si è segnalato per il suo pieno e dichiarato appoggio a «certe antiche tradizioni». Mi spiego meglio. In una zona rurale del Pakistan cinque tra donne e adolescenti sono state prima torturate e poi sepolte vive. Colpa: aver tentato di scegliere liberamente i loro mariti invece di sottostare agli accoppiamenti decisi dai capifamiglia. «Non ci vedo nulla di male» ha commentato il ministro in pectore. «Dopotutto si tratta di tradizioni vecchie di secoli ed è giusto difenderle». Complimenti, ma non è tutto. Hazar Khan Bijarani dovrebbe diventare, udite udite, ministro della Pubblica istruzione. Lo scorso anno la Corte Suprema ordinò il suo arresto per essere stato coinvolto nella "assegnazione" di cinque bambine tra i 2 e i 6 anni ad altrettanti mariti appartenenti a un clan rivale.In pratica, il dono delle bimbe doveva servire da pegno di buona volontà per superare i contrasti tra i due gruppi. Bijarani, è vero, ha negato ogni responsabilità. Ma la Corte Suprema in Pakistan conserva un decoro britannico, non agisce alla leggera, e comunque un suo indiziato non sembra essere la persona giusta per entrare nel nuovo governo e dirigere la politica educativa. Episodi minori?Certo il Pakistan è alle prese con problemi enormi, da una parte è diventato il santuario dei talebani che combattono contro le forze occidentali in Afghanistan, dall'altra deve fronteggiare l’arcinemica India che lo accusa di aver allevato i terroristi responsabili della strage di Mumbai. Non vorrei essere al posto di Zardari. Ma se quei due faranno davvero i ministri, vorrei che Zardari perdesse il posto. (Fonte: "Il blog di Barbara", da "Io Donna")
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"IL ROSA DEL DESERTO"








sabato 13 dicembre 2008
UNA FOTO D'ARTE SUSCITA LA RABBIA MUSULMANA
Un'opera d'arte a connotazione "sessuale" che rappresenta una donna coperta di un burka che lascia un seno scoperto, ha suscitato l' indignazione oggi, dopo essere stata esposta in una galleria di Londra. La fotografia mostra una donna in un lungo burka - ma anziché avere un taglio al livello degli occhi, il taglio espone uno dei suoi seni. L'opera è stata già condannata dall'Unione delle organizzazioni musulmane del Regno Unito e d'Irlanda (UMO), che ha qualificato l'opera di "blasfema, pornografia da buon mercato". Un loro portavoce ha dichiarato: "In un momento in cui le tensioni sono già aumentate, i proprietari delle gallerie non dovrebbero esporre opere d'arte come questa - che sono offensive, provocanti e degradanti per le donne musulmane". Il fotografo Lee Yeon, difende la sua fotografia, intitolata "Vedere è credere", affermando che "sottolinea come le donne sono considerate nelle società predominate dagli uomini". (Fonte: "Scettico")
Ma la UMO dice che la fotografia potrebbe certamente causare la rabbia e scene simili a quelle che aveva causato la caricatura del profeta Maometto in terrorista in un giornale danese nel settembre 2005. "La gente protesterà. È blasfemo - l'artista vuole semplicemente farsi un po'di denaro - e non è utile in questo clima attuale." ha detto il rappresentante delle organizzazioni islamiche. Il proprietario della galleria James Freeman, che espone la fotografia nel quadro di una vasta esposizione, chiamata "Cinque anni", che riunisce opere di artisti internazionali emergenti nel nord di Londra “, ammette che l'immagine "sciocca". Ma ha negato il carattere blasfemo. “Non si tratta di ridicolizzare, di ironizzare, di deteriorare o essere peggiorativi. Non penso che si possa vedere una blafemia". "Da un lato, l'immagine esprime l'idea del conservatismo religioso, e dall'altro, essa esprime l'idea della sessualità occidentale".
E guardate anche qui permalink.
30 YEARS OF SOLITUDE
“When it’s dark enough, you can see the stars”. Quando il cielo si farà scuro, talmente scuro da sentirti sola e abbandonata, allora donna iraniana vedrai le stelle. O forse le sognerai soltanto. Il proverbio persiano chiude la parete introduttiva di “30 anni di solitudine”, la prima esibizione, realizzata interamente da artiste iraniane, ad essere ospitata nel Regno Unito: video e fotografie sulla condizione della donna in Iran dal 1979 ad oggi. Trent’anni di privazioni, di paternalismo islamico, di perdita identitaria, ma anche di rivoluzione e guerra. In un tempo in cui l’Iran sembra minacciare sempre più l’Occidente, con lo spettro di un programma nucleare ed estremismi religiosi, la mostra, curata in collaborazione dal’architetto Faryar Javaherian e dall’artista Haleh Anvari, ci offre una retrospettiva che si trasforma in scoperta struggente di una cultura lontana. Scorrendo le opere, sembra però di poter scorgere un ponte, un’insurrezione velata che guarda al nostro mondo e reclama diritti: sguardi fermi, alcuni rabbiosi, ma altri persi in vuoti incolmabili; fughe nella natura e nostalgie imperiali; spaccati familiari e sfoghi sportivi. E su tutti si afferma una reazione pudica, silente ma fiera, un grido di femminilità che denuda lo chador delle sue inique prevaricazioni. Lo chador funge da collante delle fotografie presenti e assume di volta in volta differenti declinazioni e significati. E’ una stoffa a forma semicircolare che, diversamente dal burqa, incornicia il volto coprendo capelli e spalle. La sua esistenza è precedente all’avvento dell’islam, ma è ad alcuni passi del Corano che ha ormai legato la sua funzionalità: viene infatti, spesso, interpretato in relazione alla legge islamica dell’Hijab, una “cortina” che il testo sacro indica a isolamento/tutela delle mogli del profeta Muhammad e che trasforma il velo in uno strumento non solo di protezione, ma anche di separazione. L’inizio simbolico della mostra, il 1979, cancella decenni di faticose conquiste civili: il ritorno dell’ayatollah Khomeini al potere e l’instaurazione della Repubblica islamica dell’Iran comportano il ripristino del codice civile del 1935, anno precedente alla proibizione del velo in pubblico. Un quarantennio di ricaduta, un cattivo presagio che traghetta l’Iran a otto lunghi anni di ostilità con l’Iraq. E’ questo un periodo di dolore senza ritorno per molte delle donne iraniane, rappresentate nella serie “Women in the Axis of Evil”, nell’atto di sorreggere ritratti dei propri cari persi al fronte: le immagini, spoglie di gesti ed espressioni enfatiche, suscitano, nella loro semplicità, un’immediata e composta empatia. Tutto è imbevuto di silenzio. Gli unici fruscii provengono dal video proiettato ciclicamente a parete, “The Old Man of Hara”, un documentario realizzato nel 2001 dal regista Mahvash Sheikholeslami: la telecamera riprende una giornata tipo di un vecchio uomo, che vive solo, pescando gamberi, nella foresta di Hara sull’isola di Gheshm, a sud dell’Iran. Il tempo dell’azione prossimo al tempo reale, i ritmi lenti, il contenuto minimalista e la poesia intrinseca del quotidiano generano una quiete contagiosa, che pervade l’ambiente. L’isola di Gheshm appare, per certi versi, una metafora della condizione delle donne iraniane, a loro volta isole, ma diversamente da esse, la solitudine del vecchio uomo è però figlia di una libera scelta. E come isole inaccessibili si affacciano le quattro figure femminili ritratte da Shadi Ghadirian nella serie “Be Colourful”, sperimentale contaminazione fra pittura e fotografia. (Fonte: "Peace Reporter")
E poi una notizia che non c'entra con le "donne arabe e/o musulmane", ma è sufficientemente preoccupante da parlarne: L'India vieta i matrimoni misti e fa un brutto passo indietro .
E sempre a proposito dell'Iran: Bollettino Iraniano.
Un quarantennio di ricaduta, un cattivo presagio che traghetta l’Iran a otto lunghi anni di ostilità con l’Iraq. E’ questo un periodo di dolore senza ritorno per molte delle donne iraniane, rappresentate nella serie “Women in the Axis of Evil”, nell’atto di sorreggere ritratti dei propri cari persi al fronte: le immagini, spoglie di gesti ed espressioni enfatiche, suscitano, nella loro semplicità, un’immediata e composta empatia. Tutto è imbevuto di silenzio. Gli unici fruscii provengono dal video proiettato ciclicamente a parete, “The Old Man of Hara”, un documentario realizzato nel 2001 dal regista Mahvash Sheikholeslami: la telecamera riprende una giornata tipo di un vecchio uomo, che vive solo, pescando gamberi, nella foresta di Hara sull’isola di Gheshm, a sud dell’Iran. Il tempo dell’azione prossimo al tempo reale, i ritmi lenti, il contenuto minimalista e la poesia intrinseca del quotidiano generano una quiete contagiosa, che pervade l’ambiente. L’isola di Gheshm appare, per certi versi, una metafora della condizione delle donne iraniane, a loro volta isole, ma diversamente da esse, la solitudine del vecchio uomo è però figlia di una libera scelta. E come isole inaccessibili si affacciano le quattro figure femminili ritratte da Shadi Ghadirian nella serie “Be Colourful”, sperimentale contaminazione fra pittura e fotografia. soggetti sembrano ingabbiati alle spalle di uno schermo trasparente, sporcato da graffiate di colore: una donna (foto) pare appoggiare entrambi i palmi delle mani alla cortina invisibile, offrendo un contatto impossibile, che lei stessa sfugge osservando un orizzonte lontano, un destino predefinito; un’altra indossa un velo rosso porpora, che le ricopre soltanto un fascio di capelli, tagliandole perpendicolarmente il volto. Shadi Ghadirian trasforma lo chador in uno strumento di seducente, inviolabile sensualità, e suggerisce un forte contrasto con l’iconografia erotica della società occidentale, dominata dalla nudità integrale dei corpi, dall’iperesibizione dell’intimo e dall’esaltazione delle forme: se è vero che il velo, oscurando i capelli, simbolo negativo di seduzione nella cultura islamica, nega l’espressione di uno dei maggiori topoi di femminilità, il gioco di presenza/assenza restituisce una forte e pudica connotazione sensuale. Il confronto con l’Occidente torna, poi, nelle ambigue opere senza titolo di Hamilvkili, che propone fotografie di barbie avvolte in cellophane bruciati: una critica della stereotipata visione della donna Occidentale o delle donne in Iran? Probabilmente di entrambe. Ma “30 years of solitude” vuole lasciare un messaggio parallelo di speranza, rappresentato da “Women’s Sports”: Fazaneh Khademian ci presenta una successione di scatti di donne, che combattono in sport individuali o di squadra, innalzando la visione della figura femminile in Iran. Una donna, in particolare, trasmette la feroce determinazione che anima lo spirito di molte iraniane: vestita di rosso, i capelli raccolti in un velo grigio, la pelle umida di sudore, gli occhi fissi sull’obiettivo, i pugni chiusi in posizione di attacco e un anello per mano, quasi ad indicare la femminilità a conquista ultima per cui lottare. Infine, aleggia per tutta la mostra un passato glorioso, l’impero persiano, ben presente nell’immaginario comune del popolo iraniano, ed è sempre lo chador a veicolare l’universo simbolico e ad interpretare il ruolo di prezioso ornamento. Nell’affresco fotografico di di Abnous Albonzi, “Bird and Flower”, un velo diafano, adorno di fiori e uccelli, simboli imperiali, si adagia sul viso di una donna, intenta a salire le scale: la storia dell’Iran si arrampica con lei in tutta la sua grandezza.
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MUTILAZIONI GENITALI, I PADRI AGGIRANO LE LEGGI
Emergenza africana. Al Cairo conferenza con la moglie di Mubarak. Bonino:“Emigrano dove non sono vietate”.
Il Cairo - Non ha dimenticato la «battaglia del Cairo», Emma Bonino. Radicale, vicepresidente del Senato, sempre impegnata nella difesa dei diritti umani («con fatti e non parole»), era stata nel 2003 tra i promotori della prima grande Conferenza internazionale contro la «circoncisione femminile» o «infibulazione», chiamata dagli esperti «mutilazione genitale femminile» o «mgf», «fgm» in inglese. Diffusa soprattutto in Africa, è imposta ancora nel mondo a 120 milioni di donne, ragazze, bambine. E domani, sempre nella capitale dell`Egitto inizia un`altra, importante Conferenza sullo stesso tema. Per fare il punto e per continuare la lotta.
Già nel 2001, con l`Ong radicale Non c`è Pace Senza Giustizia (Npsg), lei aveva lanciato la campagna «StopFGM!»; nel 2003 ci fu la Dichiarazione del Cairo. Cos`è cambiato da allora?
«E' cresciuta molto, a livello internazionale e regionale, la consapevolezza su quello che per secoli è stato un tabù. E questo ha permesso l`entrata in vigore del Protocollo di Maputo sui Diritti delle Donne Africane, che sanziona le mgf come una violazione dei diritti umani. Oggi 18 dei 28 Paesi africani interessati dalla pratica hanno leggi che la proibiscono. Siamo a un punto di svolta, ma proprio per questo va mantenuta alta la pressione».
Come si stanno muovendo i Paesi africani?
«Ci sono differenze sostanziali tra loro. Ad esempio, in Burkina Faso la legge anti-mgf è applicata con successo, mentre in Eritrea la normativa del 2007 si scontra con l`omertà locale: poche denunce e poche sanzioni. Mali e Sierra Leone non sono riusciti a varare leggi per le resistenze istituzionali, religiose e culturali». (Fonte: "Corsera", da http://www.emmabonino.it)
Quali sono le priorità?
«Il lavoro di squadra a tutti i livelli, in particolare per impedire un fenomeno "nuovo" e sempre più diffuso: l` “emigrazione mutilatoria”. Chi in Burkina Faso rischierebbe dai cinque ai dieci anni di prigione per aver fatto mutilare le figlie, fa armi e bagagli e si sposta più a Nord, in Mali, dove c`è l`impunità. E’ necessario un approccio regionale quindi: il primo passo in questa direzione ce lo offre proprio la Conferenza del Cairo organizzata da Npsg con il patrocinio della first lady egiziana Suzanne Mubarak».
Le mgf non sono islamiche, ma la posizione della leadership musulmana è spesso ambigua. Com`è oggi la situazione?
«Trattandosi di un fenomeno patriarcale, che si basa sulla convinzione che il piacere sessuale debba essere esclusivo appannaggio degli uomini, è chiaro che in molte aree, specie rurali, gli imam difendono le mgf. Ma ci sono molti esempi di autorità religiose che le combattono. Proprio al Cairo nel 2003 la massima autorità religiosa musulmana del Paese e il patriarca della Chiesa copta hanno ribadito che le mgf non hanno nulla a che vedere col Corano o col Vangelo».
Che ruolo giocano le donne africane in questa lotta?
«Un ruolo insostituibile: e il loro approccio emotivo mi ricorda la tenacia con cui negli anni `70 noi Radicali abbiamo portato avanti in Italia le battaglie per i diritti civili».
In Europa, con la massiccia immigrazione africana, il problema è in crescita? O le legislazioni nazionali sono efficaci?
«Difficile dirlo, le mgf in Europa sono praticate clandestinamente. Per questo chiedo da anni che l`Italia si doti di un osservatorio sulle mgf».
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