martedì 3 novembre 2009

BOTTE IN CASA: STOP A TRIBUNALI RELIGIOSI?

Politica. Libano. Arriverà ad essere dibattuto in Parlamento il nuovo disegno di legge contro la violenza domestica predisposto da un comitato di pilotaggio composto da attiviste dei diritti umani, avvocati, esperti? Non è così scontato.

Per Ghida Hanani, coordinatrice di KAFA, un’organizzazione libanese impegnata nelle lotta contro le forme di sfruttamento e di violenza contro le donne, almeno trequarti delle donne del Paese hanno subito violenza fisica, in un momento qualunque della vita, da parte del marito o da altri uomini della famiglia. Nel sistema democratico multiconfessionale del Libano, i fatti di violenza domestica sono portati davanti ad uno dei 15 tribunali religiosi, o tribunali degli affari familiari, le cui leggi risalgono all’era ottomana e che, secondo le attiviste, favoriscono sempre gli uomini rispetto alle donne. Il progetto di legge che dovrebbe andare in discussione nel nuovo Parlamento, propone che la violenza domestica non sia più di competenza dei tribunali religiosi ma del sistema giudiziario civile, e non dipenda dalle specificità confessionali ma dia le stesse garanzie e diritti alle donne musulmane e a quelle cristiane. Per le attiviste, questa legge rappresenterebbe un passo avanti cruciale verso l’uguaglianza donna-uomo. ”I tribunali religiosi non trattano le donne e gli uomini in maniera eguale”, dice Nadya Khalife, ricercatrice specializzata in diritti umani nel Medio Oriente e nell’Africa del Nord per Human Rights Watch, “la legge rappresenta un passo avanti nella giusta direzione, ma resta molta strada da fare per l’uguaglianza in Libano.”. Violenza domestica Warda, madre di sei figli, racconta di avere subito violenze domestiche per 20 anni. Suo marito, che era tossicomane, l’ha picchiata e violentata per tutta il matrimonio, ma tanto all’ospedale che alla polizia i suoi tentativi di ottenere aiuto sono rimasti senza risposta. La donna si è rivolta allora al rappresentante del suo tribunale religioso sciita, che però si è limitato a spiegarle che era difficile per lei ottenere un divorzio visto che suo marito si rifiutava di divorziare. Alla fine, la donna – che è sempre sposata, ma vive a casa dei genitori, e non ha il diritto di visitare i suoi figli -, è arrivata alle donne di Kafa. In Libano, ogni anno, sono più di 500 le donne che si rivolgono a centri di aiuto ma le case di accoglienza disponibili sono solo quattro, con una capacità totale di 40 posti. I casi di violenza domestica sono certamente molto più numerosi, commenta Ghida Hanani, “ quando si dice che le violenze e gli stupri non sono sufficientemente denunciati non è esatto, la verità è che non sono denunciati del tutto…”. Ospedali e polizia non li segnalano, “spesso i medici non chiedono alle donne neppure da dove vengono le ferite, e se una donna si lamenta di aver subito una violenza domestica, l’ospedale trascrive “incidente domestico”, e l’inchiesta si chiude.”. La polizia registra i casi di violenza contro le donne sotto la voce “percosse”!, senza precisare nel rapporto chi abbia commesso l’aggressione, “ è un po’ come si pensasse che se non ci sono conseguenze, non c’è il problema”. (Fonte: Women in the city, 13/10)
Tribunali religiosi


Il Libano conta 18 confessioni religiose riconosciute ufficialmente dallo stato e 15 tribunali religiosi competenti negli affari di matrimonio, divorzio, custodia dei bambini ed altri affari di statuto personale tra cui le violenze domestiche. Un sistema giudiziario distinto è competente per quanto riguarda il diritto penale comune. ”Si considera che gli affari familiari appartengano alla sfera privata”, spiega la responsabile di Kafa, “la donna è percepita come proprietà dell’uomo.”. Nel corso dell’ultimo decennio, gli sforzi per riformare i tribunali religiosi hanno cozzato con la resistenza di un establishment preoccupato di mantenere l’equilibrio confessionale in un paese che si sta a mala pena rimettendo dagli effetti devastanti di una guerra civile lunga 15 anni. , Per le attiviste, i tribunali religiosi rispettano ciascuno la propria tradizione, che difendono contro le altre. Molti temono che una legislazione civile unica turbi l’equilibrio generale. Tra diritto religioso e diritto civile ci sono nette differenze, così come tra diritto cristiano e diritto musulmano. L’età legale del matrimonio, qualunque sia il tribunale, è comunque molto più bassa per le ragazze che per i ragazzi, ed è più bassa per i Musulmani che per i Cristiani. In certi casi, la legge islamica autorizza il matrimonio delle bambine a nove anni. Le leggi religiose islamiche inoltre non condannano lo stupro coniugale né quelli che vengono rubricati come “crimini d’onore”, e in caso di divorzio accordano abitualmente al padre la custodia dei figli. Per Hanani tutto questo porta molte donne a scegliere di non lasciare il marito violento, per proteggere i figli. ” Non vogliamo un sistema giuridico che tratti in maniera diversa donne e uomini, e che tratti in maniera diversa donne druse, donne sciite, e donne cristiane”, spiega Nadya Khalife, HRW.


I dettagli del nuovo progetto di legge


Nel 2007, KAFA ha messo in piedi un comitato di pilotaggio composto da avvocati, giudici e specialisti che ha messo a punto il progetto di legge sulla violenza domestica conosciuto con il nome di “progetto di legge sulla violenza familiare”. La proposta, che dovrebbe essere dibattuta nel nuovo Parlamento, darebbe vita a Tribunali specializzati in diritto di famiglia con il compito di applicare un dritto civile comune a tutti i casi di violenza domestica, attraverso udienze private con intervento di giudici, lavoratori sociali, medici legali, e psicoterapeuti. La nuova legge obbliga ogni individuo testimone di un caso di violenza domestica a segnalarlo, apre la strada ad ordinanze di protezione stretta e esige che il colpevole fornisca ala vittima un alloggio sostitutivo, con il versamento di un’indennità di sussistenza e la presa in carico delle spese mediche. Il progetto di legge propone ancora la creazione di unità di polizia specializzata, in seno alle Forze di sicurezza interna, in ciascuno dei sei governatorato del Libano, con poliziotti specializzati sulle questioni di violenza domestica. “Se avessi avuto una legge così quando mi soni sposata venti anni fa, conclude Warda, avrei avuto qualche chanche, non sarei stata incarcerata da un uomo che non mi rispetta, non sarei stata ingabbiata da un sistema confessionale. Avrei vissuto nella dignità.”. Leggi tutto ...

venerdì 30 ottobre 2009

PIU' ISLAMICHE DEGLI ISLAMICI...


Sono italo marocchina. Nata da madre marocchina e padre italiano. Il matrimonio "misto" dei miei genitori non è mai stato un problema per la famiglia di mia madre, anzi ha suscitato forse l´invidia delle mie zie, che speravano anche loro di impalmare uno straniero e partire così per la tanto desiderata Europa. Negli anni, viaggiando tra le due sponde del Mediterraneo, ho incontrato molte donne marocchine sposate con europei non solo di fede cristiana, ma anche ebraica. Nel 2006 il film che riscosse più successo nei botteghini in Marocco fu Marock, basato su una storia d´amore fra una giovane musulmana, che sceglie di liberarsi dai dogmi religiosi, e un attraente ragazzo ebreo. Per l´islam, però, una donna musulmana non può sposarsi con un non-musulmano. E, se ciò accade, può essere marginalizzata dalla società e anche minacciata di morte. Il corpo della donna, infatti, non è qualcosa di cui lei possa disporre a suo piacere, ma appartiene esclusivamente alla umma, la comunità islamica. Nel momento in cui una donna musulmana sceglie di sposarsi con un non-musulmano, è come se decidesse di abbandonare la sua comunità. Pertanto questo tipo di unione viene considerato dagli islamisti come un atto di apostasia da parte della musulmana. Tuttavia il Marocco è oggi un paese che sta investendo tutte le sue energie per aprirsi piano piano all´Altro. Ci sono riviste come il magazine Tel Quel (Ma a proposito: Distrutto Tel Quel Stampa e internet in Africa , ndr) che promuovono campagne per la laicità, e si possono incontrare ragazze in jeans e capelli sciolti con il fidanzatino da McDonald´s o che studiano per entrare in politica. Quando però torno in Italia, questa apertura che esiste in Marocco non la ritrovo sempre all´interno delle comunità marocchine. Anzi, assisto paradossalmente a una loro radicalizzazione. Accade infatti che l´immigrato, nonostante abbia raggiunto il suo scopo di trasferirsi in Europa, si metta a cercare la propria identità nel terrore di perdersi. È quel che è successo a mio zio che, andato via dal Marocco per trovare una vita migliore in Francia, si è sentito smarrito e inferiore, non essendo abituato a sentirsi una minoranza. Ha pertanto cercato di trovare un appiglio nel ritorno alla umma, o meglio al comunitarismo religioso. Ciò però non ha aiutato la sua integrazione, anzi lo ha alienato ulteriormente dalla società francese, perché il comunitarismo - di cui gli islamisti in Europa fanno un uso politico - lo ha portato ad alimentare il concetto di "noi" (musulmani) e "loro" (non-musulmani). Questo "noi" lo ha fatto nuovamente sentire parte di una maggioranza e più sicuro di sé, ma lo ha al contempo radicalizzato, fino al punto di vietare alle figlie di avere un fidanzato non-musulmano e di chiedere alla moglie di vestirsi in un certo modo per differenziarsi dai non-musulmani. Proprio questo atteggiamento in casi estremi può portare anche all´uccisione della propria figlia - come è successo alla giovane Sanaa - nel caso "trasgredisca", decidendo di uscire dalla "comunità". Donne senza diritto di dire io. Ed è proprio la donna, alla quale non viene concesso di essere un individuo, ad essere la prima vittima di questa mentalità. Perché nel mondo arabo, con le dovute eccezioni, è ancora radicata la concezione tribale del gruppo-comunità e dell´onore della donna, che appartiene all´uomo. Tant´è vero che in arabo la parola "onore" è la stessa che si usa per descrivere gli organi genitali femminili: ´ard. E nel dialetto marocchino il termine zufri, al maschile, significa individuo, mentre il suo femminile, zufria, sta ad indicare una donna facile, perché una donna che cerca la propria individualità non è da rispettare. Il problema oggi in Italia è che questo retaggio culturale rischia di essere adottato anche da una parte dei figli degli immigrati, in cerca più di chiunque altro di una loro identità. Da un lato, i loro genitori sono marocchini, ma dall´altro sono cresciuti in Italia e parlano a mala pena la lingua dei loro padri. Spesso pertanto non sono sicuri di chi sono, e la perdita d´identità - parafrasando il noto scrittore marocchino Fouad Laroui - può portare alla follia. Accade infatti che il più delle volte i figli di immigrati cerchino di essere "italiani", ma non vengano aiutati a sentirsi tali. È capitato per esempio ad un quindicenne di origini marocchine nato a Roma che un insegnante di liceo gli abbia chiesto di scrivere per il giornalino della scuola un articolo su quel che accade in Palestina, con la motivazione «perché tu sei arabo», quando questo non aveva alcuna idea nemmeno di dove si trovasse il Medio Oriente. E capita che la stessa politica, per scopi elettorali, non cerchi mai di cooptare il ragazzo che si presenta come laico e favorevole alle libertà individuali, ma piuttosto quello che dice di essere musulmano e di rappresentare un gruppo. Ciò ha creato dei modelli identitari confusi per i figli di immigrati, a cui viene offerta come unica scelta quella di essere sempre degli stranieri. Anche quando al Parlamento italiano sono stati eletti deputati nati in altri paesi, i media hanno continuato a chiamarli deputati marocchini o algerini, quando per essere eletti devono per forza essere italiani. Non esiste infatti una quota per stranieri. Sono pertanto i teenager le persone che più corrono il rischio di cadere nella retorica degli islamisti, che li allontanano dai valori della Repubblica e offrono loro esattamente quello che cercano: un´identità forte e sicura, che non li fa sentire più soli, ma parte di una grande comunità. A Milano si possono vedere diciottenni di origine maghrebina con l´accento del Nord Italia e che non parlano l´arabo, con barboni lunghi e con abiti che in Marocco nessun ragazzo indosserebbe. Ragazze che decidono di andare al mare in "burkini", quando invece un hotel in Egitto ha cacciato dalla sua piscina una donna scandinava di fede musulmana che si era presentata con questa specie di tuta da sub. Multiculturalismo e ghettizzazione E ancora ragazze che improvvisamente mettono il velo, perché se è vero che questo indumento viene anche imposto, è altrettanto vero che in molte lo adottano liberamente per affermare una propria identità, e spesso - non sempre - diventa un simbolo politico dell´adesione all´islamismo. In Tunisia, per esempio, alcune ragazze universitarie contrarie al presidente Ben Alì indossano il velo per mostrare il loro appoggio ai movimenti islamisti, unici veri oppositori al regime. Questo fenomeno non è quindi da sottovalutare. Quando pertanto leggo sulle pagine dei quotidiani italiani il dibattito sulla concessione della cittadinanza agli immigrati dopo cinque anni di residenza, rimango un po´ attonita. Infatti, dalle dichiarazioni di questi giorni sembra che dimezzare il tempo di attesa sia di per sé un elemento che faciliti automaticamente l´integrazione dell´immigrato. Ma forse altro non è che un escamotage per non trattare in maniera appropriata vere politiche di integrazione, che ancora mancano. C´è invece la necessità, per esempio, di promuovere corsi di italiano e di alfabetizzazione gratuiti, di creare modelli e attività sociali per i figli di immigrati, di istituire centri di aiuto ed empowerment per le donne immigrate, di controllare le moschee, di formare imam che abbraccino scuole di pensiero moderno, eccetera (la lista è lunga e avrebbe bisogno di un altro articolo). Senza l´adozione di politiche reali che permettano all´immigrato di fare propria l´identità italiana, tutto rimarrà uguale, che la cittadinanza venga data prima o dopo. Continueremo soltanto a vantarci inutilmente di vivere in un´Italia "multiculturale", quando il multiculturalismo senza integrazione ha sempre creato soltanto ghettizzazione. E avremo altri padri come quello di Sanaa, che uccideranno le loro figlie, ma questa volta con la cittadinanza italiana. (Fonte: "Tempi") Leggi tutto ...

mercoledì 28 ottobre 2009

QUANDO ISLAM E CATTOLICESIMO VANNO A NOZZE. ABDELLAH E SARA SPOSI A TORINO

http://wpop18.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=uiMvkEOJ3EjhWrRwAKOt5eIc1Vxj16/BRPXQ1RXQ6xz8ONXFzbhTnW2/ZtZIkaEf&Link=http%3A//www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Quando%2Dislam%2De%2Dcattolicesimo%2Dvanno%2Da%2Dnozze%2DAbdellah%2De%2DSara%2Dsposi%2Da%2DTorino_3897498573.html .


Da ADNCronos: Quando islam e cattolicesimo vanno a nozze. Abdellah e Sara sposi a Torino

http://wpop18.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=uiMvkEOJ3EjhWrRwAKOt5eIc1Vxj16/BRPXQ1RXQ6xz8ONXFzbhTnW2/ZtZIkaEf&Link=http%3A//www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Quando%2Dislam%2De%2Dcattolicesimo%2Dvanno%2Da%2Dnozze%2DAbdellah%2De%2DSara%2Dsposi%2Da%2DTorino_3897498573.html

E´ proprio una bella notizia. Finalmente un musulmano che interpreta correttamente il Nobile Corano. Probabilmente concorda con gli insegnamenti del grande pensatore Sudanese Mahmoud Taha (che è stato giustiziato come apostata nel 1985).
La bella notizia suscita però alcune considerazioni e alcuni interrogativi:
i musulmani da sempre possono sposare donne cristiane ed ebree (lo ha fatto anche il Profeta). La notizia vera sarebbe stata il matrimonio di un cristiano con una musulmana, magari figlia di un imam che interpreta correttamente il Nobile Corano, non di un ignorante imam integralista come al-Qaradawi e simili.
Come mai la moglie cattolica non mangia maiale e non beve vino? Passi per il maiale (magari innalza il colesterolo) ma il vino? Nella messa il pane diventa il corpo di Cristo e il vino diventa il suo Sangue. Perché quindi si specifica che la moglie non beve vino? Per rispetto alla religione del marito? E dove troviamo il rispetto per la religione della moglie? Forse non la merita, in base a Corano 4:34:

"Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande."

secondo cui le donne sono inferiori agli uomini e a loro sottoposte e, se non obbediscono, possono pure essere picchiate. Forse in Arabo battere significa "carezzare"? Vi assicuro di no. La forma verbale usata in questo versetto proviene dalla radice DaRaBa che significa battere, picchiare, con una delicatezza tale che l´espressione "battere sul collo" significa "decapitare"!!! Alcuni Commentatori classici poi si sono spinti fino a porre un limite a queste "battute". Sapete quale è il limite? Le percosse no devono provocare fratture o danni permanenti.
A parte questo, lo sposo ci dovrebbe spiegare quali parti del Corano si dovrebbero saltare o "cancellare" o quale dovrebbe essere la giusta interpretazione non fondamentalista. Per esempio che ci dice di Corano 5:51, 5:57, 5:59, 5:63, 5:82, che deve essere letto con i due versetti successivi 5:83 e 5:84 e che trovano completa spiegazione in Corano 5:32 e 5:33? e potrei continuare per pagine e pagine, citando centinaia di versetti, perché il Corano io l´ho letto (a proposito, se non li conoscete, potete trovare tutto il Nobile Corano sul mio sito: Islàm, questo sconosciuto, incluso un commento esaustivo, basato sulle classiche interpretazioni [tafsir] degli studiosi islamici). Lasciatemi solo citare altri due versetti, 9:5, il versetto della spada:

"Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso"

e 9:29:

"Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo*, e siano soggiogati"

il versetto che ha causato la morte e la persecuzione di milioni di infedeli sotto il giogo della dominazione musulmana, dal settimo al ventesimo secolo, dalla Spagna all´India e oltre, per terminare nel ventesimo secolo con la strage (si può dire shoà?) di oltre un milione di Cristiani Armeni.
So che molti i mi giudicheranno, come il solito islamofobo; io però non ho insultato nessuno, mi sono solo limitato a citare il Nobile Corano e a porre domande: attendo risposte, non insulti. Come bisogna interpretare i versetti citati? Quando il Nobile Corano, verbo increato di Allah dice "uccidete", cosa dobbiamo intendere? Porgete l´altra guancia? Ma le risposte non arrivano mai: è più facile insultare.
La conclusione è: prima di saltare di gioia per questo bel matrimonio, bisogna leggere e meditare il Nobile Corano. Ma se fosse troppo difficile o troppo noioso, bisognerebbe tacere.

Grazie a Paolo!

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KUWAIT: PER AVERE IL PASSAPORTO ALLE DONNE NON SERVE PIU' IL CONSENSO DEL MARITO



Le donne del Kuwait alla fine ce l'hanno fatta: potranno ottenere il passaporto senza che sia più obbligatoria la firma del marito. I giudici che hanno emesso questa importante sentenza sostengono che la norma tanto osteggiata, datata 1962, "comprometteva la loro capacità di esprimere la libera volontà e quindi la loro umanità". A differenza dell'iper-conservatrice Arabia Saudita, le donne in Kuwait possono già votare, essere elette e guidare. In migliaia avevano firmato una petizione che chiedeva la modifica di questa norma. Aisha al-Rsheid, attivista per i diritti delle donne, saluta con gioia questo importante traguardo ma dichiara: "Vogliamo vedere le donne fare i giudici, vogliamo che le donne possano dare la propria cittadinanza ai loro figli, e vogliamo che le donne abbiamo diritto alle case popolari, proprio come gli uomini". (Fonte: Mondo Donna )



Diritti umani versus Shari'a: violenza contro le donne Permalink e Islam e Delitti d'onore Permalink .
Sarebbe interessante sapere cosa dovrebbero indossare le donne musulmane permalink .


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lunedì 26 ottobre 2009

INTERVISTA ALLA FEMMINISTA MAROCCHINA FOUZIA ASSOULI. "LE DONNE ISLAMICHE IN EUROPA PERDONO I DIRITTI CONQUISTATI QUI".


Il paradosso è questo: in molti Paesi islamici la legislazione si sta evolvendo, per garantire maggiori diritti alle donne, mentre in Europa cresce la poligamia. Il caso più eclatante è quello del Marocco, luogo d’origine del padre e della madre di Sanaa, giovane donna recentemente uccisa in Italia in quello che può essere senza mezzi termini definito un delitto d’onore. Il regno nordafricano ha dal 2004 un codice della famiglia, la Moudawana, in cui è scritto che la poligamia è permessa soltanto in alcuni rari casi e soltanto con il consenso di un giudice e della prima moglie; che l’età minima per il matrimonio è 18 anni; che la donna può sposarsi senza chiedere il permesso del padre. A questo codice hanno lavorato assieme accademici, teologi, esperti di giurisprudenza. Per quella che è stata considerata una rivoluzione nel mondo arabo hanno lottato per decenni le donne marocchine, come racconta Fouzia Assouli, femminista e militante di vecchia data, presidente della Ligue Démocratique pour les droits de la Femme, che guarda con preoccupazione a quello che sta succedendo in Occidente. In Europa la condizione delle immigrate sembra a volte essere peggiore di quella delle loro compagne nei Paesi d’origine, come il Marocco.
Perché? «Il problema non è culturale o religioso: è la strumentalizzazione politica della religione. Si cerca di utilizzare la religione per reprimere le donne». (Fonte: "Il Giornale", 19/10)


Poi non scordatevi di guardare: Per la pace e l'amicizia tra i popoli .
In Inghilterra esistono tribunali coranici. Se ne è parlato anche qui in Italia... .

«I tribunali devono rispettare i rapporti sociali, il diritto positivo, i diritti umani che sono universali: non si tratta di valori occidentali ma universali. Non esistono veri e propri tribunali coranici, da nessuna parte. Sono un’invenzione: anche nei Paesi più conservatori e religiosi sono sottoposti in qualche modo al diritto positivo. Nell’islam ci sono diversi riti e interpretazioni, ci sono divisioni, i sunniti e gli sciiti, ci sono diverse scuole giuridiche, non esiste il clero come nella Chiesa cattolica».

Perché in terra d’immigrazione si tende a tornare indietro rispetto ai Paesi d’origine dove si va avanti con lotte per i diritti?

«Ci sono il razzismo, la vulnerabilità. Si cerca di trovare una ragione per il mal di vivere e correnti politiche attive tentano di sfruttare questa fragilità utilizzando la religione. Ci sono attivisti che vogliono indottrinare».

E cosa pensa del fatto che in alcune parti d’Europa i tribunali islamici siano tollerati dallo Stato?

«È pericoloso, è un passo indietro. Sono anni che nel nostro Paese si lotta per difendere le donne, i diritti umani, e non si può per il rispetto di una cultura legittimare la discriminazione. Abbiamo lottato 30 anni qui per avere questi diritti che non sono anti-islam. Le donne si sono battute in Europa, in Marocco, in Algeria... non dobbiamo tornare indietro con il pretesto del relativismo culturale».

Lavorate anche con le donne marocchine all’estero?

«Sì, in Francia e Spagna organizziamo incontri e seminari con le immigrate. Spieghiamo loro le evoluzioni dei diritti nei loro Paesi d’origine. Spesso non ne sanno nulla. In Marocco, per esempio, ci sono state riforme per mettere le moschee e gli imam sotto la tutela del ministero ed evitare indottrinamenti».

In Italia stanno crescendo la poligamia e i matrimoni non registrati.

«E in Marocco invece i matrimoni devono essere trascritti per legge, civilmente, non ci sono unioni o contratti orali».
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PROCESSO A KARADZIC, FURIOSE LE MADRI DI SREBRENICA


Furiose le 'Madri di Srebrenica', le donne che hanno perso mariti e figli nel massacro di cui Radovan Karadzic è accusato. 'I giudici dovevano costringere quel criminale a presentarsi in aula, perché rimandando la seduta fanno il suo gioco e continuano a passare sopra il nostro diritto ad avere giustizia', dice una delle donne all'uscita dall'aula del Tribunale dove i giudici hanno aggiornato a domani l'udienza del processo a Karadzic. Sulla testa dell'ex leader serbo pendono 11 capi d'accusa tra cui genocidio e crimini contro l'umanità commessi durante la guerra di Bosnia (1992-1995). (Fonte: http://www.ansa.it ).

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domenica 25 ottobre 2009

INTERVISTA A SOUAD SBAI. L' ESTREMISMO ISLAMICO MINACCIA ANCHE L' ITALIA MA ESISTE IL MODO DI FERMARLO, di Andrea B. Nardi


La sharia in Europa e in Italia, le corti islamiche in luogo dei tribunali ordinari, le minacce degli estremisti islamici, la paura delle donne musulmane segregate, la tragica responsabilità della Sinistra nostrana e internazionale: su questo e molto altro abbiamo sentito l’opinione di Souad Sbai, deputata del Parlamento italiano per il Popolo della Libertà (PdL) e Presidente di ACMID-Donna Onlus, Associazione delle Comunità Marocchina delle Donne in Italia.

Onorevole Sbai, può dire ai nostri lettori quali sono il suo impegno e i suoi maggiori interessi in questa legislatura?

Sono impegnata da sempre sui temi della lotta alla violenza contro le donne, di qualunque provenienza esse siano, attività che da anni porto avanti come. E ovviamente sono impegnata sul versante dell’immigrazione al fine di poter disegnare per l’Italia un modello di multiculturalismo lontano da derive nichiliste che tanti danni hanno compiuto nel resto d’Europa: un modello che sappia coniugare con efficacia la sicurezza di tutti i cittadini, da un lato, l’integrazione e l’accoglienza dall’altro.

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