domenica 6 dicembre 2009

NARGES MOHAMMADI: "LICENZIATA PERCHE' LOTTO PER I DIRITTI UMANI. E' COSI' CHE AMATE IL NOSTRO IRAN?"

Egregio Dott. Ahmadinejad, Sono Narges Mohammadi, giornalista, laureata in Fisica, moglie di Taghi Rahmani e madre di due gemelli di soli tre anni. So­no un'attivista del Centro dei difensori dei diritti umani in Iran, recentemente chiuso illegalmente, nonché del Consiglio naziona­le della pace. Da quando è stata messa al bando la stampa democratica iraniana, dal 22 settembre 2001, fino al 19 novembre 2009, cioè pochi giorni fa, sono stata impie­gata con un contratto regolare presso la So­cietà per le Ispezioni Ingegneristiche, nel gruppo specialistico per le ispezioni indu­striali e minerarie. Il 19 novembre sono sta­ta licenziata. Questo è il breve curriculum di una 36enne iraniana.E' bene che Lei sappia che il mio ordine di licenziamento, prima di essere notificato a me, ha seguito un iter attraverso le forze di sicurezza. Nel mese di Khordad 1387 (maggio-giugno 2008), tornando da una riunione dei difensori dei diritti umani e de­gli esperti delle Nazioni Unite tenutasi a Vienna, sono stata convocata e interrogata dagli agenti del ministero dell'Intelligence del Suo governo. L'8 maggio 2009, quando stavo per recarmi in Guatemala per parteci­pare ad un convegno internazionale delle donne, mi è stato illegalmente impedito di lasciare il Paese, e non ero stata accusata di alcun reato: infatti non sono mai stata chia­mata in giudizio come imputata. Il passa­porto mi è stato sequestrato all'aeroporto e da allora non ne ho uno. Perciò ho dovuto presentarmi di nuovo agli agenti dell'intelli­gence, i quali mi hanno chiesto apertamen­te di abbandonare le attività nel Consiglio nazionale della pace e nel Centro dei difen­sori dei diritti umani, minacciando altri­menti di sottopormi a restrizioni ancora più severe. Il 18 giugno scorso, cioè sei giorni dopo le elezioni, sono stata nuovamente minac­ciata per telefono da un agente dell'intelli­gence: se avessi continuato le mie attività e non avessi lasciato Teheran, sarei stata arre­stata insieme ai miei piccoli. Più tardi, in un’altra convocazione, gli agenti, come ulti­mo avvertimento, mi hanno riferito che se non avessi lasciato il Centro e il Consiglio e interrotto ogni rapporto con il premio No­bel per la Pace Shirin Ebadi (di cui Narges Mohammadi è collaboratrice, ndr), sarei stata licen­ziata e arrestata. In settembre, dopo essere stata accettata per un corso di specializza­zione, ho chiesto al ministero dell'Intelli­gence di restituirmi il passaporto. Mi è sta­to detto che il ministero aveva un parere ne­gativo su di me e che non avrei potuto par­tecipare al corso se non avessi cambiato idea sulle loro proposte. Alla fine, in data 19/11/2009, l'amministratore delegato del­l’azienda dove lavoravo mi ha informata di aver avuto richiesta di licenziarmi; quando ho chiesto una spiegazione, mi sono senti­ta dire che era una decisione dettata dall'al­to.Ora vorrei dirle quello che penso. Mi ri­cordo quando, dopo una stagione di rifor­me, Lei è diventato presidente della Repub­blica: ha fatto tante promesse di «amore» e di generosità e ha detto che portava al tavo­lo degli iraniani gli utili del petrolio. Ma quello che testimoniano questi tempi ama­ri è una espressione opposta, cioè la vendet­ta, la violenza nella sua forma più nuda e cruda. Sicuramente non sono poche le per­sone alle quali da anni è stata negata la pos­sibilità di studiare, ed io sono una goccia in questo mare tempestato di ingiustizie e op­pressione. Parlo di donne e di uomini che per idee diverse da quelle del regime hanno subìto privazioni pesanti e le loro famiglie sono state vittime di gravi e illimitate vio­lenze. Mi permetto di chiedere: per quale colpa i miei bambini devono essere vittime delle vendette del regime? Il padre di questi bam­bini è stato per 15 anni in carcere ma conti­nua ad essere un attivista civile e politico e a rispettare le leggi. Essendo stato incarce­rato diverse volte dai primi anni della Re­pubblica Islamica, non ha potuto portare a termine i suoi studi di Storia all'Università di Tabriz e, a causa dei lunghissimi periodi di detenzione, non ha mai potuto avere un impiego. Forse è facile parlarne, ma vivere così, privati di ogni diritto in questo disse­stato Paese, è davvero difficile. (Fonte: Corsera, da Informazione Corretta , 5/12)


E sappiamo che Teheran confisca la medaglia del Nobel a Shirin Ebadi - Adnkronos ... . Comunque non c'è solo la Ebadi, che ha chiesto e ottenuto la condanna a morte per stupro di un ragazzo innocente, ma anche figure come Maryam Rajavi , leader del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) e moglie di Massoud Rajavi, fondatore dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo d'Iran (PMOI).
Ed io, che non sono stata riconosciuta colpevole da nessun tribunale e sono sol­tanto un'attivista e una pacifista, ora devo subire vari tipi di privazioni volute dal mi­nistero dell'Intelligence, che invece dovreb­be salvaguardare la sicurezza dei cittadini. Essere attivisti dei diritti umani e dedicarsi alla pace può essere considerata una tale colpa imperdonabile da privarci del diritto ad un pezzo di pane?Se un regime aspira al governo del­l’Imam Ali, sa che l’Imam Ali non ha mai privato un oppositore dei mezzi di sosten­tamento. Sono le nostre attività per allevia­re un po' il dolore delle famiglie dei detenu­ti a provocare una tale ira? La vera doman­da è: l’«amore» promesso oltre 4 anni fa ri­guarda solo la limitata cerchia di persone che La circondano? Non crede che questo modo di trattare i propri connazionali, di qualsiasi gruppo o ideologia, sarà conside­rato dal popolo iraniano e dalla Storia co­me una grande e imperdonabile ingiusti­zia?Secondo Lei i soldi facili guadagnati col petrolio appartengono solo ai figlioli favo­riti del regime? Io ho lavorato per 8 anni in un campo di ispezioni ingegneristiche del­l’industria in Iran, anche su progetti nazio­nali importanti come quello di Pars Jonou­bi; lettere elogiative testimoniano un otti­mo svolgimento del lavoro che mi era sta­to affidato. Benché i responsabili dei pro­getti per i quali ho lavorato fossero soddi­sfatti dell'attività lavorativa svolta, sono stata licenziata nel giro di un'ora solo per­ché non ho accettato le proposte del mini­stero dell'Intelligence del Suo governo. Non mi è stato nemmeno dato un mese di preavviso per cercare un altro impiego. Non crede che trattare così un connaziona­le sia, oltre che illegale, anche vile, immora­le e disumano mentre gli iraniani sono no­ti per la loro magnanimità? In conclusione, mentre posso pensare, scrivere ed esprimermi liberamente e lon­tano dalle torture, che è ciò che conta, so­no convinta di queste cose: che il Centro dei difensori dei diritti umani e il Consi­glio nazionale della pace sono associazioni sociali e legali in Iran, che hanno avuto l'ap­provazione del fiero popolo iraniano; che per me è un grande onore collaborarci e servirle; e che il premio Nobel, Signora Eba­di è una donna molto coraggiosa che ha de­dicato la propria vita alle attività per la pa­ce e i diritti umani; che collaborare con i pacifisti del mondo non è criticabile e con­dannabile ma, al contrario, di gran pregio. La pace e la difesa dei diritti umani contro le guerre e le violenze fanno parte dei gran­di obiettivi della Storia dell'umanità, al rag­giungimento dei quali io mi dedicherò sempre di più.
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sabato 5 dicembre 2009

DEDICATO A NEDA E ALLE CORAGGIOSE DONNE IRANIANE


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VIETEREBBERO ANCHE LA TV SE NON SERVISSE PER LA LORO PROPAGANDA

Divieto di trucco in Iran per le donne che appaiono in televisione. E' quanto ha stabilito Ezatollah Zarghami, direttore della tv di Stato 'Irib', secondo il quale il make up è "illecito" e "contrario alla legge islamica", stando a quanto si legge sul quotidiano 'Etemad'. "Le donne truccate non rispettano gli insegnamenti della sharia" ha affermato Zarghami. "In tv non dovrebbe apparire nemmeno una donna truccata", ha aggiunto.
Ma il giro di vite imposto dal capo della Tv di Stato, un ex guardia della rivoluzione, non si limita al divieto di make up. Zarghami, infatti, ha anche auspicato che le donne che appaiano in tv vengano ospitate "preferibilmente" in programmi condotti da altre donne. Intervenendo durante una conferenza dei direttori di network televisivi, l'ex pasdaran ha inoltre chiesto di ridurre gli stacchi musicali durante i programmi televisivi e ha invitato i suoi collaboratori a prendere spunto dai film d'azione occidentali, che hanno "musiche eccellenti". "Questo non significa che dobbiamo diventare come loro - ha precisato Zarghami - ma solo coglierne gli aspetti positivi".
L'ex pasdaran lo scorso mese e' stato confermato alla direzione della tv pubblica dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, che ha motivato la sua decisione dichiarando che Zarghami è la persona indicata per "diffondere moralità, spiritualità e conoscenza" nei programmi televisivi. (Fonte: Esperimento, 3/12)
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giovedì 3 dicembre 2009

L' INTELLETTUALE EGIZIANA: "QUEL VOTO E' RAZZISTA"


"Cosa vuole che le dica? Obama parla di muri da abbattere, di Nuovo Inizio con l’Islam. Ma in Svizzera ciò che si vuole abbattere, o peggio ancora neanche concepire, sono i minareti. La cosa più “gentile” che si possa dire è che quel pronunciamento trasuda di razzismo, xenofobia. E non mi si venga a parlare di paura: non mi risulta che la Svizzera sia un covo di fanatici integralisti. Un j’accuse pesante. Tanto più significativo perché a pronunciarlo è Nawal El Saadawi, l'autrice egiziana femminista più conosciuta e premiata. I suoi scritti sono tradotti in più di trenta lingue in tutto il mondo. Per le sue battaglie in difesa dei diritti delle donne e per la democrazia nel mondo arabo, la scrittrice egiziana, 78 anni, compare su una lista di condannati a morte emanata da alcune organizzazioni integraliste. «Ritengo - afferma El Saadawi - che a fondamento del dialogo tra Occidente e Islam deve esserci il rispetto delle diversità, la tutela della libertà di religione e la difesa dei diritti umani. Il referendum svizzero non va certo in questa direzione».

Qual è il segnale che la Svizzera lancia al mondo islamico con il voto antiminareti?

«È un segnale inquietante, perché è un segnale di chiusura e di intolleranza. In questo modo si contribuisce a innalzare altri Muri di diffidenza e di ostilità, come se non ce ne fossero già abbastanza. Quel voto è anche un regalo ai fanatici di casa nostra, agli integralisti fanatici che vivono di “guerre di civiltà” e che non aspettano altro che dire alla moltitudine musulmana: avete visto, questo è il vero volto dell’Occidente “crociato”».

C’è chi sostiene che quel voto è espressione di una rivendicazione identitaria.

«Mi spaventa una rivendicazione di identità, qualunque essa sia, cristiana, ebraica, musulmana, che si fondi sulla negazione di diritti altrui. L’identità, a cominciare da quella religiosa, è qualcosa che va maneggiato con grande accortezza perché è materiale esplosivo...».

Un’altra interpretazione di quel voto è che a base ci sia anche la paura.

«Paura di chi e di che cosa? A quel che mi risulta, la Svizzera non è un covo di pericolosi integralisti. Più che di paura, parlerei di pregiudizio, alla base del quale c’è l’ignoranza che porta spesso alla demonizzazione dell’altro da sé. È il pregiudizio di una “normalità” che percepisce ogni diversità come minaccia. E questo è tanto più grave perché rischia di minare non solo il dialogo con l’Islam ma può intaccare le stesse fondamenta di una Europa multietnica e multiculturale. In questo senso, il voto svizzero è pericolosamente anacronistico. Così come lo è ogni fondamentalismo».

Anche quello islamico?

«Certo che sì. Si tratta di un fondamentalismo aggressivo, sessuofobico, che trova peraltro un supporto in quei regimi dispotici che pur di mantenersi al potere cavalcano queste spinte estreme. Il loro nemico comune è la società civile che si organizza e rivendica spazi di libertà e di pluralismo. Ma per tornare alla Svizzera io ho anche un altro timore...».

Quale?

«Quello di un effetto imitativo in altri Paesi europei. Del tipo: se lo ha fatto la Svizzera, perché non possiamo farlo anche noi...L’islamofobia può divenire il collante ideologico, moltiplicatore di consensi, di movimenti e partiti di estrema destra che fanno della xenofobia il loro punto di forza. Utilizzare uno strumento democratico, qual è il referendum popolare, per far passare norme discriminatorie verso minoranze etniche o religiose. Tutto ciò lo trovo estremamente pericoloso. La democrazia è ben altra cosa, o almeno dovrebbe esserlo, ma la vigilanza non è mai troppa».

L’integralismo islamico favorisce questo arroccamento.

«Non c’è dubbio che sia così, ma le “guerre di civiltà” teorizzate dai neocon americani, e praticate da quello sciagurato di George W.Bush, non avevano proprio nulla di difensivo. Erano un devastante, quanto stupido, esercizio di potenza». (Fonte: "L' Unità, 1/2)
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SBAI: "GLI ESTREMISTI HANNO GENERATO ODIO"


"A questo punto gli integralisti dovrebbero interrogarsi sull'odio che sono riusciti a creare attorno al mondo islamico in Europa". Non si scandalizza dell'esito del referendum svizzero, la portavoce delle donne marocchine in Italia, Souad Sbai.Il problema, secondo la parlamentare del Pdl, non è tanto che la maggioranza degli elettori elvetici abbia detto "no" alla costruzione di nuovi minareti, ma le finalità sottese alla richiesta di costruire questi edifici. "Dietro non ci sono assolutamente obiettivi nè religiosi nè sociali - sottolinea Sbai - ma unicamente politici. E' stato così in Olanda e in Germania, dove l'islam politico è avanzato in maniera impressionante. La questione quindi, non è tanto "minareto sì" "minareto no", ma chi ci sta dentro. Il minareto non mi fa paura. Mi terrorizzano, invece, certi personaggi che si autoproclamano imam di un islam "fai da te", questo sì davvero pericoloso".
Questi timori sono condivisi anche dalle comunità musulmane moderate che vivono in Europa e che, dagli integralisti, vedono vanificati i propri sforzi verso una più completa integrazione. "In questi giorni - prosegue la deputata - ho parlato con diversi amici marocchini che abitano in Svizzera e tutti mi hanno detto di aver votato contro la diffusione dei minareti nel Paese. I musulmani moderati hanno paura dell'islam politico, che non è ben visto nemmeno dallo stesso mondo arabo. Se così non fosse - si chiede Sbai - perchè nessuno ha protestato per l'esito del referendum svizzero?".
Per l'Italia, la parlamentare auspica controlli più severi delle moschee e degli imam improvvisati, senza però "ai bloccare il dialogo interreligioso", che toglie ossigeno agli estremisti. "L'islam politico non vuole il dialogo e la serenità - aggiunge Sbai - ma lo scontro e il disagio sociale. Noi non dobbiamo avere paura di loro e non dobbiamo confondere il musulmano moderato con l'estremista politico che ha come obiettivo islamizzare l'Europa. Questo è un pericolo da non sottovalutare, rispetto al quale anche la politica deve dimostrare più coraggio. Vanno bene gli accordi commerciali con i Paesi arabi, ma questo non deve schiacciare la nostra libertà".
Sull'esito del referendum elvetico interviene anche Mario Scialoja, membro del consiglio del Centro islamico culturale d'Italia. Per l'ex - ambasciatore, quella del minareto è soprattutto una questione "paesaggistica"; l'importante, sottolinea, "è che sia riconfermato il diritto dei musulmani alla preghiera".
"Il minareto - ricorda Scialoja - è un po' come il campanile per i cattolici, nei paesi islamici serve per richiamare i fedeli alla preghiera, in Italia, come del resto in Svizzera, non viene neppure utilizzato". (Fonte: "Avvenire", 1/2) lass="fullpost">
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CITTADINANZA: LA CONTROPROPOSTA DI SBAI (PDL)

Roma – 26 novembre 2009 - Dalle file del Popolo della libertà esce una nuova proposta di riforma della cittadinanza. Il testo, presentato dalla deputata Souad Sbai, si pone su un piano decisamente diverso rispetto alla proposta bipartisan Sarubbi-Granata e per alcuni aspetti prevede un percorso anche più difficile rispetto a quello attuale. Sbai propone di dare la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati qui da piccoli dopo che hanno frequentato e concluso tutto il ciclo della scuola dell’obbligo (dieci anni tra elementari, medie e biennio delle superiori). I minori che quando arrivano in Italia sono già oltre l’età dell’obbligo (che oggi è fissata a 16 anni), per diventare italiani dovrebbero invece prima completare le superiori o una scuola professionale e comunque aspettare la maggiore età. Agli adulti verrebbero invece richiesti otto anni di residenza legale (quattro con il permesso e quattro con la carta di soggiorno) per prendere la cittadinanza, rispetto agli attuali dieci. Il percorso verso il passaporto tricolore sarebbe però scandito da due verifiche al termine del quarto anno e dell’ottavo anno: gli aspiranti italiani dovrebbero dimostrare di conoscere lingua, storia, cultura, educazione civica e costituzione, la prima volta a livello base, la seconda bene. Altri requisiti per la cittadinanza sarebbero poi una casa, un lavoro, un reddito sufficiente a mantenersi e nessun carico pendente con la giustizia. “Vogliamo preservare l’integrità politica e sociale dell’Italia, prevenendo il rischio di disgregazione. Tendiamo la mano a chi consapevolmente sceglie l’Italia come sua nazione” ha detto Sbai oggi in conferenza stampa. La deputata del Pdl ha annunciato anche che non voterà la Sarubbi-Granata: “Cinque anni per la concessione della cittadinanza sono pochi e ci sono tanti contrari a quella legge”. Scarica SBAI: "Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto della cittadinanza" (2904) (Fonte: Souad Sbai, 26/11)
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DACIA VALENT INSULTA, FA LA MORALE (E IN QUALE AULICO MODO!!!!) ALLE DONNE ITALIANE, ALL' ITALIA E AL CRISTIANESIMO


Un paese di puttane, naturalmente con rispetto parlando.

Le troie italiane, bianche e cristiane costano - per gli arabi - 50 euro a serata.

E pare non le si debbano nemmeno violentare, come scrivono quotidianamente i giornali. Basta pagarle, no (e se qualcuno si azzarda ancora a dirmi che le ragazze "di Gheddafi" ci sono andate liberamente, "lui non le ha mica violentate"... !!!!!) ? E chi è quel pezzente che non ha 50 euro da dare alle nostre "migliori"?
Basta che si presentino con il curriculum e le mutandine in mano, le molto puttanelle.
Magari accompagnate dalle mamme pappone (perché una figlia troia ha sempre per madre una prosseneta apprensiva, insomma, siamo o no il paese di mamme e figlie al di sotto di ogni sospetto?) oppure un imprenditore aggressivo, che quando è polacco viene chiamato magnaccia, ma quando è uno dei nostri connazionali "italiano brava gente", viene definito manager. Magari della sanità, come il Tarantini.
Una nuova frontiera dei valori cristiani e del turismo, direi.
Ficcatemi un crocefisso in figa, magari divento cristiana anche io, senza problemi e soprattutto sentendomi parte di un paese che definire finito sia dal punto di vista economico, sia da quelli culturale e sociale sarebbe pietoso.
Complimenti a Berlusconi per aver fatto dell’Italia una meta per il turismo sessuale, una specie di Putan Tour per una manica di capi di stato troppo vecchi, troppo coglioni, troppo arrapati e in manca di viagra.
Non deve rispondere alle 10 domande di Repubblica, il Berlusconi, basterebbe che si tenesse quel coso triste e moscio nei boxer e saremmo a posto.
Ragazze, giusto un suggerimento: il corpo umano, soprattutto quello delle donne, ha altri slot da far lavorare, non solo la figa, eh?
E, comunque, 50 euro li prendete pure sulla Salaria, senza curriculum. O almeno, da quelle parti pare che non si chiami così.
Sia mai che regalando il Santo Corano a queste ragazzette scollacciate e pigre, in grado solo di aprire le gambe, non si riesca a farne delle brave cristiane. Nel vero senso del termine. (Fonte: http://www.verbavalent.com/, 19/11 )

CHE SCHIFO, CHE SCHIFO, CHE SCHIFO! Ma non si vergogna 'sta qua?! Se riuscite a leggere tutto il post, mi complimento con voi: io l'ho letto a fatica! Leggi tutto ...