sabato 15 novembre 2008

"ESSERE FEMMINISTA A TEHERAN", da un' intervista a Shirin Ebadi

A epigrafe dell’ultimo romanzo, ha scelto una frase del sociologo iraniano Alì Shariati: «Se non potete eliminare l’ingiustizia, almeno raccontatela a tutti».
Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003, avvocatessa dei diritti umani, in “La gabbia d’oro”, appena uscito da Rizzoli in anteprima mondiale, racconta la storia di una famiglia che ha conosciuto bene. Alla cui tavola ha mangiato quando era bambina, nel cui giardino giocava assieme all’amica Parì e ai fratelli.
Le loro storie esauriscono, nello spazio di tre vite, la storia dell’Iran degli ultimi decenni: ribelle al vecchio e al nuovo regime il primo fratello, fedele allo Scià e costretto a emigrare in America dopo la sua caduta il secondo, sedotto dai Mullah il più giovane.

È il destino di tante famiglie quello di essere state così lacerate nell’Iran post-rivoluzionario?

« La storia che racconto è tragicamente comune. C’è stato un presidente di tribunale che, all’inizio della rivoluzione, ha condannato a morte i propri figli per tradimento. E conosco una famiglia la cui figlia è stata fucilata perchè controrivoluzionaria; il figlio fu poi un martire della guerra Iran-Iraq».

Nella “Gabbia d’oro” le donne sono sullo sfondo, osservatrici con il triste compito di contare i morti.

«Non è così, in Iran le donne sono protagoniste attive della storia. Forse in maniera meno evidente perché meno ideologiche degli uomini. Come Parì, che è forse il personaggio più intelligente del libro».

E' diverso il modo di lottare delle giovani iraniane rispetto alle donne della sua generazione?

«Le racconto un episodio. Da qualche tempo abbiamo in corso una campagna intitolata "Un milione di firme" con lo scopo di cambiare alcune leggi discriminatorie. Nonostante questa ragazza sia pacifica, 50 donne sono state arrestate. Io le difendo tutte. Una di loro, una ragazza di 21 anni, si è sentita chiedere dal procuratore generale una cauzione altissima per uscire dal carcere in attesa del processo (anche Esha Momeni, di cui abbiamo parlato i giorni scorsi, è fuori dopo aver pagato una cauzione. Verrà "processata" anche lei?). Lei ha risposto:"Non ho quel denaro ma se anche lo avessi non pagherei una somma simile, perchè è un'ingiustizia". Il giudice ha decretato:"Nel carcere in cui ti mando sono rinchiuse donne che hanno compiuto reati gravissimi. Tra una settimana mi chiederai in ginocchio di pagare la cauzione". La ragazza, però, entrata in carcere, ha cominciato a parlare con queste donne, le ha aiutate a compilare i documenti per il tribunale, a scrivere a casa. Poi, visto che in carcere non c'era una biblioteca, la ragazza ha contattato gli amici che hanno cominciato a mandarle libri. In una settimana ne sono arrivati 500. Infine ha organizzato lezioni sui loro diritti. Il direttore del carcere ha chiamato il procuratore chiedendogli di farla uscire, tutto il suo reparto era diventato, in poche settimane, femminista. "E' pericolosa, ci rovina il carcere" ha detto. Il procuratore ha dovuto lasciarla andare. Molte donne iraniane sono così». (strano però visto la durezza e le torture che vengono impiegate nelle carceri iraniane... .)

Questa storia, secondo lei, è emblematica della capacità di resistenza del popolo iraniano oppure, come dice Azar Nafisi, l'autrice di Leggere Lolita a Teheran "le donne sono l'antidoto alla teocrazia"?

«Azar Nafisi ha lasciato l'Iran due anni dopo la rivoluzione e Leggere Lolita a Teheran è un libro che riguarda la sua generazione. Le ragazze di oggi sono diverse». (è una colpa il fatto che Azar Nafisi, come molti altri dissidenti, abbia lasciato l'Iran?)

Perchè è una generazione che non subisce più il fascino della religione, come invece subì la sua? Nel libro racconta come anche lei nei giorni della rivoluzione gridasse "Allahu Akbar" dal terrazzo

«Questa è una generazione che affronta la realtà e si oppone all'ingiustizia, non potrebbe avere meno a che fare con la religione». (anche perchè proprio con la teocrazia che c'è, se il popolo cerca di avere "meno" a che fare con la religione son c...!)

Cosa pensa del dibattito molto popolare in Occidente sulla presunta incompatibilità tra la democrazia e l'islam?

«Il problema non è l'incompatibilità, che non esiste, ma l'interpretazione dell'islam. La questione dell' incompatibilità è stata posta per la prima volta alla caduta dell' URSS. Con la fine della guerra fredda l' America ha perso il proprio nemico: l'islam ha colmato il vuoto. Ma io domando: se è inevitabile lo scontro di civiltà, come mai l'America è tanto amica dell'Arabia Saudita? E perchè quando c'era l'URSS nessuno parlava dell' incompatibilità tra islam e democrazia?»
(Fonte: "IO DONNA" di sabato scorso)
Nel romanzo, la storia con la S maiuscola e le storie dei membri della famiglia si fondono continuamente. I rumeni che hanno vissuto sotto Ceausescu dicono: «il dittatore entrava nelle nostre camere da letto, nelle conversazioni, nell' intimità». E' così anche in Iran?


«L' islam entra nella famiglia e il regime interferisce nei rapporti tra le persone, ma non credo che nessun giovane iraniano si esprimerebbe come i ragazzi rumeni. In Iran, per esempio, un ragazzo e una ragazza che sia amano, se camminano mano nella mano per strada, vengono arrestati dalla polizia. Lo stesso vale per le cosiddette donne "malvelate"».

Se oggi potesse chiedere un intervento dell’Occidente, quale sarebbe?

«L'Occidente si concentra solo sul nucleare e sulle dichiarazioni antiisraeliane del nostro presidente (soltanto "antiisraeliane"?), quando il 25 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. L’Europa dovrebbe concentrare la sua attenzione sulle violazioni dei diritti umani, l’anno scorso l’Iran ha avuto il primato nel mondo per esecuzioni di minorenni».

Le dichiarazioni di Ahmadinejad come vanno interpretate?

«Quel che è certo è che l'Iran non attaccherà mai Israele. (Cosa le dà tutta questa certezza? se glielo si lascia fare, attacca si è Israele, appena dovesse avere l'atomica...!) Sono 2.500 anni, dai tempi di Ciro il grande, che l'Iran rappresentato il luogo più sicuro per gli ebrei. Durante il nazismo 300 ebrei si sono rivolti all'ambasciata iraniana nella Francia occupata che ha dato loro i passaporti perchè emigrassero in Iran».

Lo Scià aveva una politica decisamente filonazista, però.

«Ma il popolo iraniano no, amava gli ebrei e forse in quella ambasciata c'era un uomo di buona volontà e intelligenza. In Medio Oriente ebrei e musulmani hanno vissuto in pace per secoli. Le divergenze sono nate tutte nel dopoguerra. (vuol dire dopo la Shoah? "A causa" della nascita dello Stato di Israele?) E sono il risultato di divergenze politiche, non religiose".

Tiene molto alla distinzione tra popolo iraniano e politica iraniana...

«Non credo nemmeno che il popolo italiano coincida con il suo governo».

Ahmadinejad è stato eletto dal popolo iraniano.

«Le gente in Iran non può votare per chi vuole. Il consiglio dei guardiani decide se un candidato è idoneo oppure no. Basta essere critici verso il governo per risultare non idonei. Molti, per non votare con questa legge, non votano affatto».

Lei è stata giudice, poi è tornata a fare l’avvocato perché la rivoluzione l’ha privata del suo lavoro.

«Una donna non può fare il giudice nell’Iran di oggi. Così ho concentrato la mia attenzione sui diritti umani. Da più di 15 anni, con i venti avvocati della Ong che ho fondato, difendo gratuitamente i detenuti politici.

Nel suo Paese i mariti possono impedire per legge alle mogli di lavorare. A lei è successo?

«Mio marito ha rinunicato a tutte le prerogative che la legge dà agli uomini sulle donne».

Le sue due figlie che cosa fanno?

«La minore si è laureata in giurisprudenza in Iran per poi specializzarsi in diritti umani in Canada. Ora sta facendo il tirocinio al Tribunale internazionale penale dell’Aja. La maggiore sta facendo un Phd in telecomunicazioni. Mio marito è ingegnere. Una figlia ha seguito la strada del padre e l’altra quella della madre».

Torneranno in Iran?

«Finiti gli studi, mi hanno promesso di tornare. E sono ragazze di parola».

9 commenti:

Anonimo ha detto...

Shirin Ebadi è un'eroina dei giorni nostri.
Il problema è chi l'Islam di oggi ha al suo interno spinte fanatiche nemiche non solo della democrazia, ma anche dello sviluppo sociale. Queste spinte sono troppo forti e dannose per le culture del mondo eurasiatico.
Noi bastardi islamici siamo pochi.

Anonimo ha detto...

C'è anche da dire che molti dissidenti la considerano parte del regime e la chiamano "ayatollessa". Anche in un'università statunitese, anni fa, dei dissidenti iraniani la contestavano e lei ha detto una frase sul genere "voi vivete fuori dall'Iran, non potete capire". Da quanto emerge anche qui ad un certo punto, sembra che per lei sia un tradimento lasciare l'Iran, un "abbandonare il campo di battaglia", invece dovrebbe essere solidale con i dissidenti all'estero, benchè immagino sia effettivamente più difficile combattere DALL' INTERNO di un Paese teocratico come l'Iran, piuttosto che da FUORI!
Una volta ha chiesto e ottenuto la condanna a morte di un uomo accusato di stupro e di per sè non è esattamente un comportamento che ci si aspetterebbe da un Premio Nobel per la Pace e infatti molti l'hanno criticata, considerandola un'ipocrita(anche se secondo me ha voluto approfittare di una legge che ALMENO UNA VOLTA poteva servire a rendere giustizia alle donne in Iran).

Anonimo ha detto...

So che alcuni iraniani all'estero non la amano tanto. Però è una donna a cui è vietato pubblicare i libri nel suo paese che ovviamente ama. Lei ama il suo paese, non ama e non è amata dal regime degli yatollah, ma con quel regime ci dialoga. O quantomeno ci prova. I suo comportamento ricorda quello di certi dissidenti sovietici dell'epoca brezneviana.
Della condanna a morte da lei voluta non ne ero a conoscenza: altri sostentitori della pena di morte hanno vinto il Nobel per la pace.

Anonimo ha detto...

Il fatto è che se dei dissidenti lasciano l'Iran, NON significa che non lo amino, solo che non accettano compromessi con il regime! E' anche vero che Shirin Ebadi deve pur VIVERE (le hanno minacciato pure una figlia!) e secondo me non è meglio non solo per lei, ma anche per le donne... .
Non so se Shirin sia in effetti una "sostenitrice" della pena di morte o se, come ho detto prima, abbia colto al volo l'opportunità per garantire giustizia a una donna, sempre che l'accusato fosse davvero colpevole di stupro... . Però capisco le critiche che sono state mosse: Shirin Ebadi va ai convegni all'estero a parlare di diritti umani, ma intanto... .

Anonimo ha detto...

Il fatto è che se dei dissidenti lasciano l'Iran, NON significa che non lo amino.
Parole sante Alessandra. Ma io non lo mettevo in dubbio.
A volte una persona deve fare dei compromessi. E la Ebadi li ha fatti, giusti o sbagliati che siano.

Anonimo ha detto...

Non è che "alcuni" iraniani all'esterno non la amino "tanto": la detestano proprio tutti quanti. E fra chi sta all'esterno non c'è solo che vuole vivere più comodo, ma anche chi vi è stato costretto per salvarsi la pelle, situazione in cui lei non si è mai trovata. Poi aggiungiamo che stiamo parlando di una che non riesce ad aprire una volta la bocca senza sparare a zero sugli Stati Uniti come se non esistessero problemi più gravi al mondo, che tratta Ayaan Hirsi Ali come se fosse Satana in persona, e abbiamo il ritratto completo di questa sedicente oppositrice.

Anonimo ha detto...

Sarà, ma ha conosciuto il carcere e le minacce sono effettivamente arrivate. Dopo il Premio Nobel un esponente del regime ha dichiarato che alla Ebadi "dovrebbe essere tagliata la lingua" e, ripeto, anche una delle figlie ha subito minacce.
Certo che, tra i dissidenti, moltissimi sono costretti ad andarsene dall'Iran: a maggior ragione lei non dovrebbe considerare come una sorta di "tradimento" coloro che lo fanno!!! Come ho detto, non è che un dissidente lasci l'Iran perchè non lo ama (Azar Nafisi è un esempio): intendevo anche questo. Poi è vero, attacca ogni 2 x 3 l'Occidente e, aggiungerei, Israele: ma non è vero che l'Occidente dovrebbe sostenere di più i dissidenti iraniani?
Per quanto riguarda Ayaan Hirsi Ali, anche recentemente l'ha attaccata: mi ricordo che il "Corriere" ha riportato la cosa. Sì, a volte sembra che Shirin Ebadi tenga di più a difendere L'ISLAM, piuttosto che LE DONNE. I dissidenti dovrebbero essere uniti, non stare l'uno contro l'altro come ha fatto lei contro Ayaan.

Anonimo ha detto...

su questo concordo con te Ale!!!

Anonimo ha detto...

Ifatti la Ebadi ha visto il carcere e ha subito la repressione. Dicamo che nell'opposizione al regime iraniano ci sono tante anime. La democrazia è anche questa. C'è quella più radicale di Ayaan Hirsi Ali (nella quale si riconosce Barbara) e quella più moderata di Shirin Ebadi (nella quale mi riconosco io). Certo, sono anime difficili da mettere insieme. Il nemico comune c'è, ma è tipico dei progressisti scontrarsi. E questo nella storia ha sempre fatto il gioco dei repressori (Italia '22, Spagna '36, Cile '73, Iran '78 etc.)