sabato 10 ottobre 2009

UNA FEMMINISTA SOTTO IL VELO DELL' ISLAM...

Una femminista sotto il velo dell'Islam. «Sono una donna che ha le sue idee, che deve fare le sue scelte, vivere la sua vita. Come penso sia giusto per me, non per qualcun altro». Insomma, "Io sono mia". Lo dice con convinzione Majda Badaoui (la mamma di Johara e zia di Fatima dell'articolo precedente, mediatrice linguistica culturale che ha seguito la mamma di Sanaa durante le testimonianze, ndr), 38 anni, marocchina e musulmana di Rabat, in Friuli dal 1987. Eppure, porta il velo. Lei che, per vivere come era «giusto» per se stessa e non per altri, ha sbattuto la porta in faccia al marito, un friulano convertito, che voleva farsi l'harem (anche se il termine "harem" non indica ciò che pensiamo noi in Occidente, ma è la parola araba per indicare il "gineceo", la parte della casa riservata alle donne, ndr) . «Forse si aspettava una donna musulmana sottomessa». Ma non è il caso di Majda . Che non sforna pane arabo dalla mattina alla sera da perfetto "angelo del focolare" marocchino, anzi non ama proprio cucinare e, se può, ripiega sui surgelati come qualsiasi occidentale. Eppure, porta il velo. Che i lavori di casa «li faccio se ho voglia e se mi fa piacere farli, altrimenti no». Eppure, porta il velo. Che fa la mediatrice culturale ma sogna un futuro da operatrice in un centro antiviolenza per difendere le donne. Eppure, porta il velo. Uno schiaffo all'emancipazione femminile per molti. Ma non per lei. «Lo porto per scelta. Perché è un obbligo religioso del Corano, come lo sono le cinque preghiere al giorno e il mese di digiuno del Ramadan. Non mortifica la mia femminilità, non è un segno di sottomissione all'uomo o una forma di inferiorità. Non è che, perché metto il velo, questo cambi il mio modo di pensare o il mio carattere. Il cervello, sotto, c'è lo stesso» . Anzi, anche il suo "khimar", il suo velo sopra un cervello che funziona, è un po' "femminista". Comodo, già "preconfezionato", da infilare come una cuffia. «Perché io non ho tempo da perdere per agghindarmi». Majda il suo tempo lo dedica, invece, a fare corsi su corsi, perché non si stanca mai di imparare. «Per mio padre (ex presidente della Corte marziale di Rabat e giudice in Cassazione ndr) lo studio è la cosa più importante nella vita. I miei fratelli - siamo in sette - hanno frequentato l'università in Francia, come ha fatto lui. Io ho scelto l'Italia: mi sembrava più esotico». Ci è arrivata nell'87, prima su quindici concorrenti, con una borsa di studio dell'ambasciata italiana a Rabat per l'Università per stranieri di Siena. Dopo due mesi, destinazione Trieste, facoltà di farmacia. Doveva tornare in Marocco dopo la laurea, invece in Friuli c'è rimasta. Per amore. «Lui, che è udinese, studiava all'Università come me, si era convertito all'Islam a 19 anni. Stava preparando la tesi sulle scuole medioevali in Marocco. E doveva parlare della città di mia mamma». E, fra un capitolo e l'altro, arriva il matrimonio, celebrato prima a Roma, con rito musulmano, e poi a Udine. Quindi, i figli, Johara, di 11 anni, Bilal, «dal nome del primo muezzin dell'Islam», 7 anni, e Maryam, 5.

Lei lascia l'Università nel '90 («In famiglia sono la pecora nera: una sorella è medico, un'altra farmacista, un fratello architetto, un altro docente all'ateneo di Parigi...») per dedicarsi ai bambini, lui fa carriera sotto l'egida del Profeta, arrivando ai vertici della comunità musulmana locale e poi alla direzione del centro culturale islamico di Milano. «Ma poi sono iniziati i contrasti, di natura caratteriale. Lui era abituato dalla mamma italiana ad essere servito. Io facevo i lavori di casa, ma solo quando riuscivo. Questo era il conflitto fra noi: secondo lui dovevo fare sempre, secondo me dovevo fare "se volevo" fare. Era molto diverso». Un abisso. «Voleva decidere della mia vita, scegliere le persone con cui dovevo fare amicizia, i luoghi dove potevo andare... Mi vietava anche di uscire con le mie amiche». (Fonte: http://www.ecologiasociale.org/, 2002 )

Naturalmente le violenze contro ragazze musulmane che stanno con o hanno amici italiani non sono una novità: Amico italiano: picchiata http://www.geolocal.it/ .
E, a un certo punto Majda dice basta. «Lui aveva deciso di sposarsi con una seconda moglie. È previsto dalla mia religione, ma è previsto anche che la donna possa esprimere il suo parere. La prima moglie può imporre al marito di non risposarsi con una clausola prematrimoniale. Noi non l'avevamo fatta. Ma a me non stava bene lo stesso. Per me se un uomo ama una donna non può amarne un'altra in uno stesso momento. Quando mi ha detto del secondo matrimonio gli ho risposto: "Vuol dire che ti piace quell'altra. Allora basta. Per me è finita". E me ne sono andata». Il divorzio islamico arriva dopo tre mesi - potenza della religione musulmana - , «anche se per lo stato italiano siamo ancora soltanto separati da un anno e mezzo».
E lei, a Udine, si reinventa la vita dal nulla. «Ho iniziato a fare la mediatrice linguistica due anni fa, poi sono diventata anche mediatrice culturale e di comunità. Prendevo 40mila lire lorde all'ora. Ma non puoi vivere solo di questo. Soprattutto con un mutuo sulla casa. Così, faccio anche le pulizie per una ditta. Vita sociale? Nessuna: non ho tempo». La mattina sveglia alle sei per inforcare ramazza e strofinacci e, dopo poche ore, è già a scuola, per aiutare i "suoi" bambini nel difficile cammino dell'integrazione. «Cerco di alleggerire il primo impatto, facendo da tramite fra la scuola e i bambini. La maggior parte delle maestre è molto disponibile. Alle volte, però, ci sono anche quelle che preferirebbero mettere il piccolo marocchino fuori dalla classe e farlo seguire solo da me, perché fa fatica a tener dietro alle lezioni. Ma così non va: il bambino si sente isolato. I più piccoli non hanno problemi, dalle medie in su incominciano le difficoltà. Spesso non vengono accettati dai compagni di classe. Allora capita che le maestre mi dicano: "Bisogna parlare alla tal ragazza e dirle di cambiarsi più spesso e di mettersi il profumo". Non è un lavoro facile ma mi piace». Ma per Majda non ci sono mai cose facili. La vita è una sfida, ogni ostacolo un modo per rimettersi in gioco. «Adesso sto seguendo un corso di un'associazione che combatte la violenza contro le donne. Mi piacerebbe diventare un'operatrice antiviolenza. Dopo il tirocinio deciderò. Sono attirata da questi problemi. Le donne marocchine, anche se subiscono violenza non si ribellano, perché nel mio paese non vengono ascoltate. Lì l'uomo comanda da padrone e la donna è nulla, è uno schiavetto. Quando arrivano in Italia, trovano gente pronta ad aiutarle e prendono coraggio. Si sentono più libere e protette. Perché qui la legge funziona. Se in Marocco vanno dalla polizia a denunciare il marito violento nessuno le ascolta. Le separazioni vengono viste come una colpa delle donne. Se l'uomo divorzia vuol dire che la moglie non ha saputo tenerselo. Se racconti che un marito ha buttato fuori di casa sua moglie, ti dicono "significa che ha scoperto in lei qualcosa che non va". Il problema non è sentirselo dire da un uomo, ma dalle donne stesse. Io, dopo la separazione, me lo sono sentito dire. Manca la solidarietà al femminile». Ma la colpa, secondo Majda non è dell'Islam. Che, a sentire lei, è una religione quasi femminista. «I diritti che ha una donna islamica da sempre, le occidentali se li sognavano fino a poco tempo fa. Già nel 612 d.C. le donne musulmane avevano diritto al voto, all'istruzione, al lavoro, all'eredità, ad avere una proprietà. Le donne ai tempi del Profeta davano lezioni di religione agli uomini, combattevano insieme a loro, potevano scegliersi il proprio sposo e divorziare. Perché nel 2002 stanno chiuse in casa a sfornare dolci e cous cous? L'Islam non c'entra: questa è la mentalità araba tramandata di madre in figlia. Il risultato dell'ignoranza di una società patriarcale e maschilista in cui la donna viene educata a considerare la casa il suo regno e a restare chiusa fra quattro mura sotto il controllo continuo del marito. Ma io non ci sto. Non mi piace neppure cucinare. Vado avanti a cose veloci, spinaci e surgelati. Mi piace viaggiare, invece: Europa, Giordania, Egitto... E sempre con un libro in mano». E alla fine, lo dice. «Se sono femminista? Abbastanza. Voglio giustizia anche per le donne». E sorride. Sotto il velo.
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venerdì 9 ottobre 2009

DUE RAGAZZE ISLAMICHE IN FRIULI SI RACCONTANO. STORIA DI JOHARA E FATIMA

Chiacchierata con due studentesse di origine marocchina di 19 e 16 anni: «Per migliorare la convivenza dev’esserci uno sforzo da entrambe le parti». «Sbaglia chi dà la colpa al credo musulmano». Tra velo e integrazione Johara e Fatima raccontano il loro Friuli. IL DELITTO DI SANAA

Sono diverse, molto diverse; una porta il velo, lo hijab, e l’altra no tanto per cominciare, ma almeno due cose le accomunano: grinta da vendere e poi la rabbia «per il pregiudizio di chi dà opinioni senza conoscere». Johara e Fatima sono due studentesse musulmane che vivono a Udine, cugine tra di loro. Johara Ciccarello, quasi 19 anni, è figlia di una coppia mista, papà italiano, mamma marocchina, ma entrambi di religione islamica. Fatima Ezzahra Badaoui è nata invece in Marocco, a Rabat, di anni ne ha 16 (per la pubblicazione della sua intervista e delle foto abbiamo avuto il consenso dei genitori, El Mokhtar e Saadia) e vive in Friuli da non più di cinque. Ascoltare il loro punto di vista su diffidenza, integrazione e dintorni forse non è inutile in un momento in cui, qui da noi, resta forte lo choc per l’uccisione, a Montereale, della giovane Sanaa per mano del padre.
Una chiacchierata con Fatima e Johara apre a orizzonti per nulla scontati, aiuta a capire approccio, ostacoli, attese e pensiero di chi approda in una cultura lontana da quella in cui è cresciuto e desidera inserirsi nella nuova realtà, ma senza rinnegare le proprie tradizioni e convinzioni. E può aiutare anche a stemperare quel filo di tensione tra locali e immigrati di fede islamica dopo l’orribile morte della diciottenne marocchina che aveva lasciato casa per andare a vivere col fidanzato italiano.
Al riguardo la posizione delle due ragazze è inequivocabile: «Sbaglia chi attribuisce a quel delitto un significato religioso». Dice Johara: «È brutto che quanto accaduto sia classificato non come “padre che uccide la figlia”, ma “musulmano che uccide”: non sarà mai il Corano a suggerire questo. Quello era un pazzo, non centra nulla che il fidanzato sia stato di religione diversa».
Dice Fatima: «La famiglia è stata disonorata dalla fuga di Sanaa, è venuta a mancare l’obbedienza al genitore, per noi è una cosa importantissima, ma non si tratta di sottomissione. Nè tantomeno di motivi religiosi». Poi, sul perdono della madre al marito omicida: «Bisogna capire il contesto: lei non ha mai accettato il fatto, ma doveva dire che lo perdonava perchè adesso si trova da sola con due bambine e l’unico sostegno lo potrà avere dai fratelli del marito», aggiunge.
La strada per il reciproco rispetto la indica Majda Badaoui, mamma di Johara e zia di Fatima, che lavora come mediatrice culturale e linguistica in diverse scuole di Udine e che nei giorni scorsi, a Pordenone, è stata chiamata a sostenere la madre di Sanaa durante le sue testimonianze. «Servono buona volontà da entrambe le parti – il parere di Majda –. Sarebbe importante creare momenti di incontro, feste, iniziative multiculturali, stare assieme con quei musulmani, che a dir la verità non sono molti, che hanno voglia di integrarsi. Tutto deve partire dall’educazione e dalla famiglia. Se questa seconda generazione di ragazzi immigrati dai paesi arabi è ben istruita tra le mura di casa, se c’è il giusto dialogo, ognuno può essere in grado di fare le proprie scelte tra due realtà diverse, ma non per questo contrapposte. La buona convivenza non è impossibile se è la gente a volerla». (Fonte: http://www.ilgiornaledelfriuli.net/ , 1/10).

Leader islamico: gli imam rispettino le leggi italiane italia Il .... In realtà le parole di Abdellah Redouane segretario generale del Centro islamico culturale di Roma durante la sua intervista, sono state perlomeno ambigue. Vi invito a leggere l'intervista completa su "Magazine", il settimanale del Corsera che esce giovedì. Leggi tutto ...

LOVE JIHAD: ADDESCANO RAGAZZE ON-LINE E LE COSTRINGONO A CONVERTIRSI ALL' ISLAM


L’Alta Corte del Kerala chiede alla polizia dello Stato di indagare sulle campagne di conversione forzata ribattezzate “Love Jihad” e “Romeo Jihad”. Giovani attratte da promesse matrimoniali, finiscono nelle mani di organizzazioni islamiche. Si teme che i casi siano oltre 4mila. Ai ragazzi che fanno da esca una ricompensa di 100mila rupie.

New Delhi (AsiaNews/Agenzie) – L’Alta Corte del Kerala ha chiesto alla polizia dello Stato e al ministro degli interni di New Delhi di aprire un'inchiesta sulle cosiddette “Love Jihad” e “Romeo Jihad”, operazioni pianificate da organizzazioni musulmane che adescherebbero giovani ragazze con la promessa dell’anima gemella per poi costringerle a convertirsi all’islam.
La richiesta del giudice K T Sankaran arriva nei giorni in cui il tribunale del Kerala respinge la richiesta di scarcerazione su cauzione di due giovani musulmani accusati di aver circuito due studentesse di un college a Pathanamthitta.
I ragazzi indagati appartengono al Campus Front, gruppo studentesco musulmano, legato al Popular Front of India (PFI) confederazione di organizzazioni d’ispirazione islamica, attivo anche negli Stati del Karnataka e Tamil Nadu.
Le due studentesse, originarie di Kochi e Thiruvananthapuram, hanno testimoniato in tribunale di essere state adescate con promesse di matrimonio e poi tenute sotto sequestro in un centro a Malappuram. Esse affermano di essere state costrette e leggere libri e vedere video che inneggiavano all’estremismo religioso.
La polizia del Kerala teme che il fenomeno possa avere ampie dimensioni. I musulmani sono la seconda comunità religiosa dello Stato dopo gli indù; rappresentano il 24% della popolazione, oltre 30milioni di persone, e questo offre una fitta trama di rapporti che può facilitare le operazioni di adescamento e conversione.

ALLAH non vuole: Vietato portare le donne in moto permalink e La mamma dell' anno… link .
I primi indizi sulla vicenda risalgono all'inizio del 2009 quando la polizia ha registrato, nell’arco di sei mesi, quasi 4mila conversioni all’islam tra ragazze che avevano avuto a che fare con la rete di Romeo Jihad.
Lo strumento più utilizzato per gli adescamenti è internet. Il profilo delle giovani coinvolte è ben definito: indù o cristiane, studentesse di college o al primo impiego, provenienti da famiglie benestanti.
Gli adescatori hanno indicazioni precise: due settimane di tempo per verificare le reali possibilità di convertire la ragazza; sei mesi per sottoporla ad un vero e proprio lavaggio del cervello. Durante la loro missione i ragazzi ricevono cellulari, moto e vestiti necessari per adescare le giovani; a conversione avvenuta 100mila rupie, circa 1400 euro, come aiuto finanziario per iniziare una attività in proprio.
L’Alta Corte del Kerala vuole che le autorità centrali e a quelle dello Stato indaghino anche sui fondi che finanziano le due campagne. Ad oggi gli investigatori sono riusciti a scoprire che i soldi arrivano dall’estero, con tutta probabilità da Paesi del Medio oriente o della penisola araba.
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giovedì 8 ottobre 2009

STORIA DI FATIMA, 48 ANNI, MAROCCHINA, PASSATA DALLA MINIGONNA AL BURQA


L'accusa di reclutare mujaheddin.

La storia Fatima Hssisni è quanto meno sconcertante. Si tratta della donna è saltata alle cronache dei quotidiani internazionali per aver sfidato la magistratura spagnola quando, durante una deposizione davanti ai giudici, si è rifiutata di togliersi il burqa perché lo considerava “un atto impudico”. Alla fine ha dovuto cedere alle istituzioni. Dietro questa storia si nasconde in realtà qualcosa di molto più inquietante.
Dalla minigonna al burqa. E’ stata questa la peculiare trasformazione di Fatima Hssisni, la donna che è saltata alle cronache dei quotidiani internazionali per aver sfidato la magistratura spagnola quando, durante una deposizione davanti ai giudici, ha rifiutato di togliersi il burqa in pubblico perché sarebbe “un atto impudico”. Alla fine però ha dovuto cedere alle istituzioni. Dietro questa storia si nasconde, in realtà, qualcosa di molto più inquietante. Una verità nascosta e mai rivelata che, da un giorno all’altro, ha portato Fatima a rinunciare alle gonne molto corte, al trucco vistoso e alle magliette un po’ troppo attillate per abbracciare la sua religione nella versione più radicale.
La storia di Fatima, una donna di 48 anni di origini marocchine che vive da 22 anni in Spagna, è quanto meno sconcertante. Sposata da 15 anni con Francisco Ródenas, un pizzaiolo spagnolo di Jaén, in Andalucia, nel 2006 venne arrestata insieme al marito e poi incarcerata per due anni con l’accusa di appartenere ad una rete islamista integrata al Gruppo Islamico Combattente e a quello Salafita per la Predicazione e il Combattimento (cui fa capo niente meno che il braccio destro di Osama Bin Laden, Abu Musab Al Zarqawi). La principale attività dell’organizzazione era quella di reclutare i mujaheddin, i combattenti della Guerra Santa, da mandare in Iraq. Tra questi, spiccano nomi già tristemente noti alle cronache come quello di Belgacem Bellil, uno dei due kamikaze che guidavano il camion bomba nell’attentato di Nassiriya in cui morirono i 19 militari italiani e altri 9 iracheni, ma anche il nome di Hassan Hssisni, uno dei fratelli di Fatima. Lui, invece, si fece saltare in aria nel 2005 in un attentato a Falluja, provocando altrettante vittime. Per Fatima e altri otto accusati, il pm ha chiesto condanne tra i 7 e i 18 anni.
Qualche giorno fa, nel corso del processo sulla presunta cellula radicale islamica, Fatima è tornata sulle prime pagine dei giornali. E’ stata cacciata dall’aula di un tribunale di Madrid perché si rifiutava di deporre la sua testimonianza senza il burqa. Secondo lei svelare il suo volto ai magistrati sarebbe stata “un’oscenità senza pudore”. Di fronte all’opposizione della donna, il presidente del tribunale Javier Gómez Bermúdez – che è un habitué dei processi a movimenti islamici radicali dopo aver presieduto il processo per gli attentati di Atocha del 2004 –, invece di sanzionarla per aver cercato di ostacolare la giustizia, le ha chiesto di lasciare l'aula e l’ha convocata nel suo ufficio al termine dell’udienza. Non prima di averle spiegato che nei tribunali spagnoli è obbligatorio testimoniare a volto scoperto: “Vedendo il suo volto, posso vedere se mente o no, se è sorpresa da una domanda o meno”, ha spiegato l'alto magistrato alla donna ricordandole che in Spagna la legge civile ha il sopravvento su quella religiosa (peccato che il niqab o il burqa non abbiano niente di religioso!)
In Spagna, il dibattito si è logicamente infuocato. A metter legna sul fuoco c’era il premier Zapatero che, proprio in quei giorni, aveva ripreso a sventolare la sua ormai famosa “Alleanza delle Civiltà” come modello di convivenza tra la cultura occidentale e quella musulmana. In quelle stesse giornate, Fatima compariva di fronte ai tribunali spagnoli sostenendo ai cronisti che si stava facendo una polemica “da ignoranti” e insinuando che la Spagna è retrograda “visto che in altri Paesi il burqa è un indumento normale”. Molti spagnoli si sono sentiti presi per i fondelli. Sia da Fatima che da Zapatero. (Fonte: L' Occidentale )
Giudice e imputata alla fine hanno trovato un compromesso. Pochi giorni dopo Fatima ha accettato di sollevare il velo del burqa nero a doppio strato che copriva interamente la sua faccia per spiegare ai giudici la sua versione dei fatti, dando le spalle ai giornalisti e alle persone presenti nella sala. Ai magistrati la donna ha spiegato che, prima di morire, il fratello l’aveva chiamata per spiegarle che si trovava in Iraq in un campo di addestramento di Al-Qaeda e che, qualche mese dopo, qualcuno aveva chiamato i genitori per informarli che si era sposato (cioè si era suicidato, secondo il gergo dei terroristi). Ha anche risposto ad alcune domande su un altro fratello, un personaggio ben noto alle autorità, catturato quando cercava di andare dalla Siria in Iraq per integrarsi alla rete di Al Zarqawi. Non era uno qualsiasi, insomma.
La vera dichiarazione, però, è stata quella rilasciata all’uscita del tribunale. Incalzata da un giornalista che gli ha chiesto se era orgogliosa del fratello kamikaze, la donna ha risposto con un secco “certo che lo sono”. Ma il marito, secondo molti solo un “bonaccione”, ha subito corretto il tiro con un “ma come volete che sia orgogliosa? Certo che non lo è”. C’è chi ha difeso la donna sostenendo che Fatima non avesse capito bene la domanda. E c’è chi, invece, pensa che l’avesse capita, eccome.
Ma dietro questa storia c’è qualcosa di inquietante. A Castelldefells, a poco più di 20 chilometri da Barcellona, in molti ricordano Fatima da giovane, la figlia di un pescatore di Larache, un paesino vicino a Tangeri, che appena arrivata si mise a lavorare come badante di un anziano francese. Ma di lei ricordano soprattutto le sue minigonne da paura, il suo decolleté sempre ben in vista e la passione per le discoteche, così come la preferenza per le Marlboro rosse e il “cuba libre”, in particolare se fatto col J&B e cola.
Nel ristorante dove lavora come cuoca, Fatima conosce Francisco, detto “Paquito”, e vanno a vivere insieme, una convivenza fuori dal matrimonio in tutta regola. Qualche anno dopo toccano le nozze, sia quelle cattoliche che quelle col rito musulmano in Marocco. Alcuni parenti del marito la descrivono come “una immigrata che cercava di integrarsi nella società”. Una marocchina modello verrebbe da aggiungere. Se non fosse che, dopo un viaggio nel suo Paese natale, Fatima e Francisco – ribattezzato Yusef dopo aver abbracciato la fede musulmana – cambiano radicalmente. Smettono di fumare e bere alcool. Non escono più la notte e rompono con le relazioni sociali. Entrambi diventano sempre più freddi con amici e parenti: ad un certo punto Francisco non può più neanche baciare la cugina “perché non lo permetteva la sua nuova religione”. Diventano sempre più radicali nelle loro opinioni e riescono a convincere vari compagni di lavoro a pregare ogni giorno. Sulla testa di Fatima prima compare un timido velo che le copre i capelli scuri. Poi inizia a vestire anche il vestito largo che nasconde le sinuose forme del suo corpo. Infine il burqa, guanti neri inclusi.
Cosa è avvenuto in quel viaggio in Marocco lo sanno solo Fatima e Francisco. Lei sostiene che di averlo fatto come reazione agli arresti del 2006. Alcuni dicono che in Marocco hanno incontrato alcuni gruppi islamisti che hanno convinto la coppia ad entrare nella rete dell’islamismo radicale a cambio di qualcosa molto più “tangibile” che andare in Paradiso. Altri ritengono che la coppia abbia semplicemente ritrovato la fede.
La questione però va ben oltre la legittima libertà di religione di ciascuno. Si tratta di una scelta religiosa che, di fatto, ha cercato di mettere in discussione un intero sistema di diritto. Per evitare situazioni del genere, forse è giunto il momento di determinare qual è la linea tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Anche in Italia.
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MORTO PER RELIGIONE

STORIA DI ROBERT, 20 ANNI, CRISTIANO IN PAKISTAN.

Amava, ricambiato, una ragazza musulmana, è stato salvato dal linciaggio con l’arresto. Ma dal carcere non è più uscito vivo. E un padre francescano attacca: «L’hanno torturato, contro di noi c’è una vera persecuzione».

Ucciso a vent’anni, picchiato e torturato, perché cristiano innamorato di una musulmana. L’ennesima vicenda di persecuzione religiosa contro le minoranze arriva dal Pakistan e precisamente dal villaggio di Jaithikay, vicino Sialkot, nel Punjab settentrionale. È la storia dell’amore impossibile tra Robert Masih, nato nel febbraio 1989 da una famiglia molto povera (il padre Riasat è operaio), e la bella Hina, una quindicenne dai lunghi capelli neri abitante nella palazzina dall’altra parte della strada e figlia di Ashgar, il barbiere del quartiere. Vicini di casa, ma separati dal pregiudizio e dall’odio confessionale che condanna senza appello qualsiasi legame tra i due giovani. Loro ovviamente non ci credono. Dopo tutto si vedono ogni giorno sin da quando erano bambini. Perché mai non potrebbero amarsi? Ormai sono cresciuti, i sorrisi di una volta diventano sempre più promesse di desiderio. Del resto sanno bene di infrangere un tabù. La cinquantina di famiglie cristiane (per lo più cattolici) residenti tra i circa 35.0000 musulmani di Jaithikay hanno visto con preoccupazione negli ultimi anni crescere il vento del fondamentalismo religioso. La coesistenza è ancora possibile, ma necessita codici di comportamento sempre più controllati, riservati. Solo la rigida separazione costituisce viatico di sicurezza. Oltretutto la situazione è peggiorata dopo la guerra in Afghanistan e la caccia ai talebani da parte della comunità occidentale nel 2001. Ormai i cristiani (circa il 2% degli oltre 165 milioni di pakistani) non hanno più vita difficile solo nelle regioni prospicienti le Zone Tribali dominate dagli integralisti pashtun, ma anche nel tradizionalmente molto più laico e tollerante Punjab. Negli ultimi mesi da queste parti sono scoppiati gravissimi pogrom anticristiani con un centinaio di abitazioni bruciate, diversi feriti e persino una decina di morti. A Jaithikay le cronache delle violenze arrivano amplificate dagli echi degli attacchi di giugno e luglio ai quartieri prospicienti le chiese a Bahimaniwala, nel distretto di Qasoor, nei villaggi di Korian e Godjra, in quello di Toba, e nella cittadina di Tahta Manik.

NIENTE SESSO, SOLO BACI

Ma Robert e Hina ci badano poco. Il loro legame si è fatto più stretto da circa otto mesi. Nulla a che vedere naturalmente con la libertà cui siamo abituati noi occidentali. Niente sesso, ovviamente, al massimo qualche bacio rubato. I loro sono incontri fugaci, si vedono per la strada mentre Hina va alla Madrisa (la scuola religiosa per ragazze), sorrisi dalle finestre, telefonate di nascosto e poco altro. Lei però ha un diario. «Una sorta di quaderno intimo molto tipico delle adolescenti. Vi annota di tutto: i dialoghi con le amiche, appunti di scuola, pensieri sparsi e ultimamente sempre più poesie d’amore per Robert. Non mancano alcuni salmi religiosi e preghiere islamiche», raccontano amici e vicini. Proprio questo zibaldone tanto variegato diventa però il motivo scatenante la condanna a morte per il ragazzo. La mattina dell’11 settembre, verso le sette e mezzo, Robert incontra Hina per la strada. Solo pochi minuti. Lei gli passa veloce il diario. Ci sono alcune nuove poesie dedicate al loro amore. Lui se lo infila sotto la maglietta per andare a leggerlo con calma in camera sua. Però li vede la madre di lei, Shakeela, che ormai da tempo vorrebbe porre termine alla relazione. (Fonte: Corriere della Sera, 7/10)
E non esita a correre furiosa verso il giovane per farsi consegnare il quaderno. Lui si spaventa, fugge verso casa. A questo punto accade l’imprevisto, che diventa la sua condanna a morte: a causa dei movimenti bruschi il diario si sfila dalla maglia e cade nel rigagnolo della fogna a cielo aperto lungo la carreggiata. «È stato questo incidente del tutto casuale a fare precipitare la situazione. Shakeela lo racconta al marito e questi decide di utilizzarlo a pretesto per scatenare la solita accusa dei musulmani contro i cristiani. Visto che nel diario ci sono anche versi religiosi musulmani, si può imputare Robert di blasfemia. È un infedele, un provocatore, ha dissacrato i versi del Corano, ha offeso il Profeta. Anche se tutti noi sappiamo benissimo che gli scritti di Hina, sebbene contengano anche alcune pagine tratte da pubblicazioni islamiche, non hanno nulla a che fare con il Corano e comunque Robert non aveva la minima intenzione di offendere la fede musulmana», spiega Francis Younis, un padre francescano nato 38 anni fa nel Punjab, che ormai da tempo si occupa di denunciare gli abusi ai danni della sua comunità.

CLIMA INCANDESCENTE


Pure, il clima si fa incandescente. A detta di padre Younis, come già nel passato, a cavalcare il sospetto popolare nei confronti dei cristiani arrivano alcuni militanti dei movimenti estremisti. Lui ne nomina due particolarmente attivi nella regione: Jamait- e-Islami e Shabab-e-Mili. Sono loro che aizzano la gente. «Migliaia di giovani musulmani attaccano la zona cristiana. Viene bruciata la chiesa. Quasi tutti abbandonano le loro abitazioni e lasciano il villaggio. Chi non fa a tempo resta intrappolato. Un mio conoscente ha visto due ragazzi picchiati da almeno una trentina di persone», racconta. Robert, consigliato dai parenti, va dal padre di Hina per porgere le sue scuse. Ma non servono. «Posso dimenticare il fatto che tu abbia cercato di avere una relazione con mia figlia. Ma assolutamente non la tua dissacrazione del Corano», gli risponde inflessibile. La piazza si fa ancora più incandescente e soltanto l’intervento in forza della polizia calma temporaneamente gli spiriti. Sebbene molti cristiani preferiscano restare fuori dal villaggio. Anche Robert viene arrestato alle cinque di lunedì pomeriggio. A detta dei famigliari, prima viene portato nella prigione di Samberial, poi in quella distrettuale di Sialkot. Fanno anche il nome degli ufficiali che lo hanno in consegna: Ahmad Chohan e Farooq Lodhi. Sembrerebbe la svolta, gli agenti lo salvano dal linciaggio. Però non è così. Il suo corpo privo di vita verrà consegnato il giorno dopo dalla polizia per l’autopsia nel locale Ospedale Civile. La spiegazione ufficiale è una sola: suicido. Ma padre Younis, che ha visto il cadavere (come testimonia - nella pagina precedente - la fotografia che ci ha inviato), cita i medici che non hanno dubbi. «Si tratta di omicidio. Robert è stato prima torturato, come testimoniano le vistose ferite alla testa e alle gambe. Quindi soffocato con una corda molto tagliente attorno al collo», accusa con un filo di voce. «Ora speriamo solo che la denuncia pubblica possa impedire il ripetersi di queste atrocità. Anche se non riporterà in vita Robert».
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mercoledì 7 ottobre 2009

PAVIA, PICCHIA FIGLIA CHE FREQUENTA ITALIANO

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una lettera che la ragazza aveva scritto al proprio fidanzatino, allo scopo di riconciliarsi con lui dopo una lite. La madre l'ha trovata e l'ha consegnata al marito che ha alzato le mani sulla figlia.

Pavia, 7 ottobre 2009 - Non voleva che sua figlia, una ragazza di 15 anni, frequentasse un coetaneo italiano. Così un immigrato marocchino, residente con la famiglia in un Comune della Lomellina, in provincia di Pavia, ha picchiato ripetutamente la ragazza arrivando anche a minacciarla di morte. Una situazione che ha indotto la giovane a denunciare le proprie sofferenze.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una lettera che la ragazza aveva scritto al proprio fidanzatino, allo scopo di riconciliarsi con lui dopo una lite. La madre ha scoperto la lettera e l’ha consegnata al marito che ha picchiato ripetutamente la figlia.
La madre del fidanzato e un’altra amica hanno così deciso, dopo aver saputo di questo ennesimo episodio, di raccontare tutto ai carabinieri di Pavia. Il padre della ragazza marocchina è stato denunciato per violenza e lesioni aggravate, mentre la giovane è stata sottratta alla sua famiglia e ora vive in una comunità del pavese alla quale è stata assegnata. (Fonte: http://www.ilgiorno.ilsole24ore.com/ )

E a proposito della proposta della Lega per vietare il niqab, ricordiamo che qualchè giorno fa Lo zio: «Metti il velo (niqab) o t'ammazzo» Giovane islamica scappa da ... . Leggi tutto ...

LEGA, GIRO DI VITE CONTRO IL BURQA: ARRESTO E MULTA

N.B: Dopo il "Leggi tutto", alcuni link.


Roma - Arresto in flagranza, reclusione fino a 2 anni e una multa fino a 2mila euro. Tanto rischierà chi "in ragione della propria affiliazione religiosa" indosserà in pubblico indumenti che rendono "impossibile o difficoltoso il riconoscimento", se sarà approvata la proposta di legge presentata alla Camera dal gruppo della Lega Nord. Il testo di fatto chiede di vietare l’uso di burqa e niqab, ma senza menzionarli esplicitamente come invece fa la proposta a firma Souad Sbai già all’esame della commissione Affari costituzionali.
Vietati burqa e niqab. Un aggiunta di tre righe alla legge del 1975 "in materia di tutela dell’ordine pubblico ed identificabilità delle persone", che vieta espressamente l’uso di "qualsiasi mezzo che non renda visibile l’intero volto, in luogo pubblico o aperto al pubblico, inclusi gli indumenti indossati in ragione della propria affiliazione religiosa". Se la proposta presentata oggi alla Camera dalla Lega dovesse diventare legge, chi indossasse in pubblico il burqa o il nijab rischierà l’arresto da uno a due anni. La legge in vigore vieta l’uso di mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento, "senza giustificato motivo". Finora, "giustificato motivo"veniva considerata anche l’osservanza di tradizioni religiose. Proprio per questo la Lega propone l’eliminazione della clausola: "E' stata usata da diversi prefetti per annullare ordinanze fatte dai nostri sindaci" per vietare l’uso del burqa, spiega Carolina Lussana. Che a scanso d’equivoci chiarisce: "Tra la tutela della libertà religiosa e la tutela della sicurezza dei cittadini, per noi la priorità è la sicurezza". Fallita la via delle ordinanze dei sindaci, dunque, ora la Lega ci prova per via legislativa, e chiede "pari diritti per tutti i cittadini", sostiene Roberto Cota: "Non siamo razzisti, non abbiamo niente contro i musulmani, ma la legge deve essere uguale per tutti. La nostra proposta è assolutamente generale, come deve essere una legge". Tanto generale che potrebbe essere a rischio il Carnevale? No, assicurano i leghisti, c’è "un regio Decreto del 1931" che chiarisce la questione.
Il Pd: "Norma incostituzionale" "E' una norma incostituzionale che lede la libertà religiosa e sono del tutto strumentali i richiami all'ordine pubblico. La verità è che si vuole colpire gli immigrati islamici nel loro intimo". Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, commenta la proposta di legge: "Come può una legge parlare di affiliazione religiosa? Le suore sarebbero affiliate? Ma stiamo scherzando? E poi: come si può pensare di modificare una cultura con una norma?". "L’unico effetto dell’entrata in vigore di questa legge - fa notare la Ferranti - sarebbe quello di segregare in casa le donne islamiche. È una legge cattiva contro gli immigrati, ma soprattutto è una legge razzista e una legge contro le donne". (Fonte: Arabiyya )


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