giovedì 2 luglio 2009

IL NOBEL EBADI: "IL MIO POPOLO NON E' MAI STATO TANTO UNITO"

NEW YORK — «Il popolo iraniano alla fine vincerà: il ritorno alla democrazia nel mio Paese è solo una questione di tempo». Al telefono da Bolzano, dove domani ritirerà il premio Alexander Langer, per conto di Nargess Mohammadi, un’attivista dei diritti umani (sua vice, ndr) alla quale in Iran hanno ritirato il passaporto e arrestato il marito, il premio Nobel Shirin Ebadi lancia l’ennesimo monito al regime di Teheran: «fatevi da parte». «Bisogna annullare il voto e tornare subito alle urne, sotto l’egida dell’Onu — spiega la Ebadi al Corriere , coadiuvata dall’amica ed interprete Ella Mohammadi —: lo chiede il popolo iraniano, che non accetterà mai il risultato di queste elezioni truccate. Anche l’ex presidente Khatami le ha definite un golpe».


Impiccagioni, arresti, retate. È già guerra civile?

«Spero che il regime sia così saggio ed intelligente da evitarla, ascoltando la sua gente. Purtroppo da una parte abbiamo una dittatura violenta, dall’altra una popolazione pacifica che non ha neppure rotto un vetro durante gli scontri. Nel dolore, come nella lotta, oggi noi iraniani siamo tutti uniti».

Eppure un gruppo di docenti ed avvocati iraniani ha scritto una dura lettera dove chiede che lei venga processata per aver criticato il regime.

«Quella lettera non reca neppure una singola firma perché a scriverla è stato il solo ministero degli Interni. Io so con certezza che i miei colleghi giuristi in Iran non firmerebbero mai un documento del genere. Anche la gente della strada in patria mi ama e mi stima».

Cosa succederà adesso?

«Milioni di iraniani continueranno a lottare fino alla vittoria. Non pecco di ottimismo: il mio popolo non era stato mai tanto unito quanto oggi».

Lei cosa ha intenzione di fare adesso?

«Invece di farmi intimidire ho intenzione di intensificare la mia attività in favore dei diritti umani nel mio Paese. Per questo mi trovo in Italia, dove tra l’altro parlerò di fronte al parlamento».

Teme per sé e per la sua famiglia?

«La paura è un istinto umano molto reale che bisogna vincere perché è così che andiamo avanti. Gli ideali sono molto più alti e nobili della paura».

Cosa spera di realizzare durante la sua visita in Italia?

«Voglio portare le mille voci oggi soppresse della mia gente. Desidero parlare a tutti i popoli del mondo, non solo all’Italia, per spiegare le vere aspirazioni del mio popolo».

Sarà l’ambasciatrice ufficiale dell’Iran nel mondo?

«Non voglio dare un nome alla mia missione. In fondo sono solo uno dei tanti passaparola. In una catena senza fine che nessuno potrà zittire». (Fonte: Informazionecorretta)

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IL SESSO SECONDO LA SIGNORA OUM MOHAMMAD



N.B. Alcuni link, sempre da Scettico dopo il "Leggi tutto..." .

Una sessuologa degli Emirati mette in guardia le ragazze contro i pericoli della masturbazione.

Oum Mohammad porta il velo integrale (niqab) ed esercita il lavoro di sessuologa. In un talk-show diffuso il 21 aprile scorso in "access prime time" sul canale emiratino Al-Aan, Widad Al-Huda, alias "Oum Mohammad", presenta il suo libro best-seller intitolato "Privatissimo". Fin dall'inizio del programma, centinaia di commenti hanno inondato il sito Internet del canale. Nella maggior parte dei casi, gli internauti chiedono semplicemente come procurarsi il libro, o se si può inviarlo loro via mail.

Sui pericoli della masturbazione

Questa donna che ha insegnato a delle ragazze per otto anni, consiglia alle donne in merito alla pratica dell'islam e della sessualità. Interviene anche presso i tribunali di Dubai come consulente familiare. Basandosi sulle testimonianze di donne che si sono confidate con lei, questa "sessuologa" racconta il caso di una donna che praticava la sodomia per ignoranza: non sapeva che era un peccato. Parla anche di un'altra che ha scoperto soltanto all'età di 52 anni l'esistenza del piacere nella donna. Infine, affronta il caso di una terza donna, informata e molto aperta, che è stata ripudiata poiché rifiutava di far raggiungere l'orgasmo a suo marito! Il punto comune in queste tre storie? È l'ignoranza delle donne musulmane in materia di sessuale. Queste povere donne peccano per ignoranza! Nessun problema: Oum Mohammad è là per rimediare! Ad esempio, informando le giovani donne sulla masturbazione ed inviando loro questo tipo di consigli: "Ecco i pericoli nel praticare la masturbazione per una ragazza: diminuzione della vista, seno cadente, mali di stomaco, indigestione, dolori al livello delle ginocchia, sensazione d'esaurimento". Conclusione: le interessate devono solo comportarsi bene!Questa eminente sessuologa può infatti dire tutto e il contrario di tutto ai suoi ascoltatori: Quel poco di educazione sessuale che hanno ricevuto le ragazze degli Emirati le predispone a credere tutto ciò che loro insegnerà la sapientissima Oum Mohammad! (Fonte: Scettico , da Observers France 24 )

E ancora, Attacco all'acido: la barbarie arriva in Francia http://www.youtube.com/watch?v=1khfqR04OXA e link . Pakistan: Bagno di sangue per "l'onore": link ."La Francia, madre di tutti i mali": link . Convertiti, approposito di Burqa...: link . Leggi tutto ...

mercoledì 1 luglio 2009

"LE DONNE MUSULMANE DIBATTONO SULLO HIJAB" dal "The Indipendent"

Ma prima, da Scettico : Foto del giorno link .

La scorsa settimana il presidente francese ha provocato l'ira di molti quando ha descritto la copertura del capo delle donne musulmane come un "segno di sottomissione". Ma la questione è poi così semplice come pensa Nicholas Sarkozy? 10 donne britanniche spiegano ad Andrew Johnson perché - per varie ragioni - scelgono di coprirsi .

Saleha Islam
45 anni da Londra. Alla guida della linea di aiuto dell’ NSPCC per la tutela dei bimbi asiatici. Indossa lo hijab – di solito un foulard per coprire i capelli e le spalle - e vestiti occidentali

“Ho iniziato ad indossare lo hijab secondo la regola circa 15 anni fa. Opero nel sociale da oltre 20 anni ed ho avuto a che fare con ogni tipo di persona, ho imparato che cosa sia l’oppressione e cosa non lo sia. Non mi sento una donna oppressa. Dirigo un grande servizio al’interno dell’NSPCC; Sono una delle poche amministratrici donna di una moschea. Indossare lo hijab significa solamente dire sono un musulmana. E’ parte della mia identità. Mi piace sembrare sveglia, mi piace sembrare buona. Ma sono una persona modesta. Non sto affermando che nelle famiglie musulmane ci non siano diversi problemi. Dirgo l'help-line per la tutela dei bimbi asiatici nel Regno Unito e proviamo lo stesso dolore come tutti gli altri. Mi ci è voluto coraggio per portare lo hijab. Allora erano poche le musulmane che stavano indossandolo, al punto che mi sono state poste diverse domande dalla mia stessa comunità".

Sarah Joseph

38 anni da Londra. Redattrice di Emel, giornale musulmano di stile di vita. Indossa lo hijab

“Lo abbino a vestiti decisamente occidentali. Per me era un punto di vista molto femminista. E per affermare di rifiutare il fascismo della bellezza e l'aspirazione alla perfezione del corpo. Sono entrata nel mondo della moda, dove predomina l’aspetto e l’ho rifiutato. Sono diventata musulmana 21 anni fa. Lo hijab è inoltre un obbligo religioso e fa parte di un percorso spirituale. Sento e indosso dei vestiti che sono parte e identità la mia stessa vita spirituale”.

Sanja Bilic

33 anni, da York. Studentessa di medicina. Porta lo hijab con vestiti occidentali

“Sono europea: Provengo dalla Bosnia, ma sono cittadina britannica. Quando avevo 16 anni sono venuta in Inghilterra per una vacanza di due settimane nel 1992. Poi è scoppiata la guerra e non abbiamo potuto tornare a casa. Fu un periodo molto traumatico. Quando indossai il foulard la prima volta, ricevetti di commenti per circa cinque minuti, come se avessi cambiato i miei capelli. Non porterei il niqab poichè personalmente non lo ritengo plausibile, ma non giustifico o lo condanno”.

Abeer Pharaon

40 anni, da Nottingham. Ricercatrice universitaria. Indossa lo hijab e lo jilbab, un abito lungo che copre le forme

"L'islam pensa che, affinchè la società prosperi, si debba regolare il rapporto fra uomini e donne". Un uomo per strada non dovrebbe guardare nessuna donna. Dovrebbe abbassare lo sguardo. Coprendo il corpo si aiuta l’uomo e si protegge la società da rapporti fuori dal matrimonio. Se si espone il corpo di una bella donna per strada, tornando a casa l’uomo può vedere sua moglie come poco gradevole, e quindi avere una relazione. Allo stesso modo anche le donne non dovrebbero guaradare gli uomini".

Ruhana Ali

23 anni, da Luton. Porta il burqa, che copre interamente il corpo

“Ho scelto di portarlo perché voglio praticare la mia fede. Essere musulmana era una scelta in termini di identità e sono fiera di indossarlo. Ci ho pensato un paio d’anni prima di farlo. Ero preoccupata per come sarei stata trattata. I capelli vi fanno sentire belle, ma vi sentite piene d’orgoglio quando coprite la vostra bellezza e siete modeste in conformità alla fede islamica".

Marriam Ghaffar

21 anni, da Nottingham. Studentessa. Porta lo hijab e lo jilbab

“Indosso lo hijab da quando avevo 18 anni e da allora, grazie alla mia esperienza all’università, mi sono sentita più a mio agio come musulmana così come pure sento il bisogno di portare lo jilbab. E’ stato un percorso lungo: quando ero piccola non mi è stato imposto. La società tende a farti giocare un un ruolo, ma nel mio caso è stata una mia decisione, senza pressioni, per la mia crescita personale. Non mi stavo ribellando contro qualche cosa. Ero più felice come persona ed era un simbolo di devozione nei confronti della mia religione".

Aicha Manakoua

31 anni, da Londra. Porta il hijab e il jilbab

“Sono stata cresciuta come cattolica ed ero molto impegnata. Mia madre ha pianto. Ha detto: “Perché devi mostrare alla gente che sei musulmana?„ Per loro era difficile perché non hanno visto un cambiamento graduale. Non ho mai pensato di non poter comunicare con la gente perché ha un pezzo di stoffa sul capo. Se osservate il passato, nella chiesa cattolica, mia nonna porterebbe una sciarpa sui capelli, non vedo nessuna differenza”.

Haneefa Sarwar

27 anni, da Londra. Porta lo hijab e lo jilbab

“Prima del 7/7 tutto andava benissimo. Dopo mentre camminavo lungo Baker Street [a Londra] sentii dire da qualche persona dietro di me che avrei potuto avere una bomba. In metropolitana, particolarmente nelle zone poco affollate, mi fissano. La sera cerco di non uscire, perché è allora che la gente diventa troppo disinvolta".

Ayesha Ayub

20, da Manchester. Insegnante part-time. Porta il niqab, che lascia intravedere soltanto gli occhi

“Ho cominciato portarlo quando ne avevo 18. Mi ha avvicinato molto di più al mio Dio. Nell’islam ci sono diversi livelli per coprirsi; più lo fai e più sei vicina a Dio. Portando il velo mi sento più coinvolta. Quando parlo con la gente, in particolare di sesso opposto, non mi scrutano, o mi giudicano per l’abbigliamento che indosso, ma parlano con me".

Na'imi B Robert

32 anni. Redattrice del giornale Sisters. Porta il niqab

“Non sono sempre stata musulmana. Ma vedere lo hijab durante un viaggio in Egitto 10 anni fa mi ha aperto gli occhi. Chiesi ad una donna perché lo portava e mi rispose: “Voglio essere giudicata per quello che faccio, non per il mio aspetto”, questo mi portò a riflettere. Non ho mai voluto che [il niqab] mi escludesse dalla società. Così se lo avessi indossato, avrei potuto parlare con i miei vicini ed essere certa che mi avrebbero guardata mentre sorridevo loro”. (Fonte: Liberali per Israele , Andrew Johnson The Independent – Traduzione Hurricane 53 ) .
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REPORTAGE: CEUTA E LE SUE "DONNE MULO"

Migliaia di donne trasportano ogni giorno sulla loro schiena dei carichi che pesano fino a 70 chili per alimentare il commercio tra la zona franco-spagnola di Ceuta ed il Marocco.


La schiena piegata sotto il peso della merce, Fatima ha faticato a salire la costa verso la porta di Biutz, punto di passaggio semi-ufficiale tra la zona franca spagnola di Ceuta ed il Marocco. Paziente, sotto un caldo soffocante, questa madre di tre bambini avanza passo dopo passo in una fila d'attesa di due chilometri di lunghezza, dove migliaia di donne, ma anche dei ciechi e delle persone anziane, condividono la stessa sorte. Sono le portadoras (portatrici), chiamate anche mujeres mulas (donne mulo). Come animali da soma caricate di sacchi che pesano fino a 70 chili, sono usate dai commercianti di Ceuta per trasportare dall' altro lato della frontiera della merce che sarà in seguito venduta nei souq del Nord marocchino.
Ogni mattina, è lo stesso rituale . Circa 10.000 marocchine attraversano la frontiera spagnola per essere inghiottite nei meandri del gigantesco poligono commerciale di Ceuta. Alle 8, i 260 depositi della zona, tutti sono già invasi dalla onda di portatrici in djellaba colorato e dalla testa velata. Dinanzi ad ogni bottega, i pacchi sono stati già preparati dai commercianti. Con l' aiuto di una fune, gli uomini fissano i pacchetti prominenti sulla schiena curvata delle donne. Non c'é un minuto da perdere: per ogni viaggio effettuato tra Ceuta ed il Marocco, intascano cinque euro. Le più resistenti delle portatrici riescono ad effettuare quattro viaggi per mattina.


Marocchine, che trasportano carichi che pesano fino a 70 chili, fanno la coda al posto di frontiera di Biutz. foto: SIPA

Commercio di un altra era

Ma il ritmo dei viaggi non dipende soltanto dalla loro resistenza. Varia secondo il volere dei doganieri marocchini, che, secondo i bakchichs, filtrano le uscite alla porta di Biutz, un posto di frontiera dalla legalità incerta. Si tratta di una porta unicamente aperta verso l'Africa, costruita ad alcune enclave dalla dogana ufficiale, e che solo le portatrici caricati di merci possono intraprendere. A Ceuta, la polizia nazionale spagnola si accontenta di fare in modo che il va e vieni degli uomini e quello delle donne non si blocchi. Nessun controllo è effettuato sulla natura dei pacchetti. Sotto le coperture, che coprono questi pacchi giganti, si trovano ogni specie di prodotti: T-shirts, scarpe, pannolini per bambini, shampoo o prodotti domestici. A volte si nascondono anche delle bottiglie d' alcol o prodotti elettronici (hi-fi, portatili…).
L' esistenza di questo commercio di un'altra era tra l' Europa e l' Africa è possibile a causa allo statuto giuridico particolare di Ceuta. La sua condizione di zona franca, come quella di Melilla (altra zona franca spagnola in Marocco), le ha permesso di sviluppare con il regno marocchino uno scambio di prodotti privo di tasse. In alcuni anni, questa città di 75.000 abitanti è diventata così il tempio della cianfrusaglia. Un'altra particolarità spiega così l' espansione di questo traffico: l' assenza di dogana commerciale con il regno. "Per ragioni politiche, il Marocco non riconosce Ceuta come città spagnola indipendente e rifiuta dunque di rendere ufficiale uno scambio commerciale, cosa che spiega l' aumento di questo commercio non dichiarato", spiega il consigliere economico del governo locale, José Ramon Olmedo.

Morte soffocate

Le autorità spagnole rifiutano di parlare di contrabbando, poiché la merce è venduta da commercianti legali e riporta a Ceuta circa 6 milioni d' euro annuali. Una manna finanziaria non trascurabile per questo territorio di 18 chilometri sprovvisto d' industria. Tuttavia, l' immagine inumana di questo commercio fa ormai parlare. Fine maggio, due donne marocchine sono morte soffocate da un insieme di cose. Le portatrici sono state trovate sepellite sotto pacchetti di merci. Per le autorità spagnole, è ormai urgente rendere le condizioni di lavoro più adattate alle norme europee.
In attesa di negoziati con il Marocco sull' apertura di una dogana commerciale, Madrid ha rafforzato il contingente di poliziotti allo scopo di evitare nuovi incidenti. "Si prova di instaurare norme in un sistema commerciale caotico ed inumano", riconosce un poliziotto. Le nuove norme sono di base: obbligo di camminare in un corridoio delimitato con un cordone di sicurezza, divieto di avere pacchetti troppo prominenti, di correre, ed avere sempre una mano libera per ritenersi in caso di caduta. Fatima, si rallegra di queste nuove misure di sicurezza. "Si fa meno viaggi, ma é altrettanto guadagnato nella lotta per la vita", lancia prima di varcare la frontiera. (Fonte: lefigaro, da Scettico, 29/6 )
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ARABIA SAUDITA. SMETTI DI FUMARE, VINCERAI UN MATRIMONIO DA FAVOLA

Centinaia di giovani interessati all’iniziativa. Il vincitore si aggiudicherà un matrimonio tutto pagato, dalla cerimonia alla dote, dalla casa ai mobili. Le donne denunciano una “mercificazione del corpo femminile”. Altri dubitano che avrà successo senza il benestare degli esperti di legge islamica.


Riyadh (AsiaNews/Agenzie) – Smetti di fumare e protrai vivere un matrimonio da favola: dalla cerimonia nuziale al rinfresco, dalla casa ai mobili e alle suppellettili. È l’iniziativa lanciata dall’ente saudita “Purezza”, che intende promuovere la nascita di famiglie “sane e libere dal vizio del fumo”.
Attratti dallo slogan “Scaccia l’abitudine che c’è in te, e al matrimonio ci pensiamo noi”, centinaia di sauditi hanno mostrato interesse alla campagna, la prima del genere nel Regno. Un partecipante ha confessato di voler smettere con “le bionde” per il solo fatto di partecipare al concorso e, ovvio, vincere il premio finale: la cerimonia “all-inclusive”.
Del resto, in tempi di crisi economica, anche nel Paese arabo gli incentivi catturano l’interesse della popolazione e i matrimoni sono una nota spese corposa nel bilancio di un uomo. Spetta al futuro marito, infatti, il compito di sostenere l’intero costo della cerimonia, la dote e l’allestimento di una casa provvista di mobili. E fra i giovani prende sempre più piede l’abitudine di rimandare il “fatidico passo”, sino al momento in cui si dispone di una riserva di denaro sufficiente per sostenerne i costi.
La campagna non sembra però riscuotere il consenso dalle donne, le quali denunciano una “mercificazione” del corpo femminile. Maha al-Hujailan, editorialista di al Watan, definisce il concetto “sessista”, perché prende spunto dall’idea di “smettere di divertirsi con le sigarette, rimpiazzandole con una donna”. Altri dubitano che la campagna possa avere successo “senza la benedizione degli esperti della legge islamica”. Un commentatore aggiunge che in passato si è spesso accusato l’occidente di “promuovere prodotti utilizzando il corpo femminile”; oggi si fa lo stesso in Arabia Saudita secondo il principio del “Due al prezzo di uno”.
Gli ideatori respingono le accuse precisando di non fornire donne o mogli, ma solo di coprire le spese per il matrimonio e l’allestimento della casa. E da navigati esperti di marketing aggiungono: “In ogni caso, il fatto solo che se ne parli… dimostra che abbiamo raggiunto lo scopo dell’iniziativa”.
Secondo una recente inchiesta, un quarto dei 27,6 milioni di sauditi fuma con regolarità; un terzo dei bambini che frequentano le scuole del Regno provengono da famiglie di fumatori. (Fonte:AsiaNews )
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ISLAM IN EUROPA

Le ultime immagini in un video amatoriale la mostrano mentre manda un bacio, sorride, indossa degli occhiali e una borsetta rosa confetto e un copricapo in tinta. E' l'ultima gita di Busra, una cittadina turco-tedesca di 15 anni, che è stata brutalmente uccisa dal padre. (…) La studentessa - scrive Bild che riporta la notizia - è morta perchè voleva vivere come una tedesca. La ragazzina aveva la colpa di non condividere le opinioni sulla vita e la fede del padre Mehmet O., 45 anni, venditore di kebab. Lui ha preso un coltello da cucina ed è andato nell'appartamento di sotto, dove vive la nonna, e ha accoltellato la figlia mentre dormiva sul divano. "Sono state almeno più di 11 coltellate, soprattutto sulla parte superiore del corpo", ha spiegato il procuratore. Al posto di polizia il turco, venuto in Germania 17 anni fa come "Gastarbeiter", ha spiegato: "Avevo il problema che mia figlia non voleva seguire la strada musulmana". Busra aveva una doppia vita. Il mondo del padre: non usciva mai di casa senza il fazzoletto in testa. Ogni settimana lo accompagnava in moschea a pregare. Il mondo degli amici: ballava hip-hop, si truccava, chattava in internet. Da un mese aveva un fidanzatino, uno studente coetaneo tedesco di origini turche. Uno dei motivi principali che facevano imbestialire il padre. (Apcom, da Unpoliticallycorrect )

E questo: «Al Qaeda minaccia Parigi dopo il "no" al burqa» qui Leggi tutto ...

TRAGEDIA DI VIAREGGIO. E' MORTA LA PICCOLA RICOVERATA A ROMA

Iman aveva tre anni: era stata trasferita all'alba dalla Versilia con ustioni sul 90 per cento del corpo.

Non ce l'ha fatta Iman, la bimba marocchina di tre anni rimasta vittima del disastro di Viareggio che era ricoverata all'ospedale pediatrico Bambino Gesù da martedì. La bimba è deceduta mercoledì mattina (stamattina ! ndr). Aveva ustioni nel 90 per cento del corpo e aveva subito uno choc emodinamico. Iman era giunta sola in ospedale alle 6 di mattina in eliambulanza, dopo un primo ricovero al pronto soccorso dell'ospedale della Versilia, perchè i suoi familiari superstisti erano ricoverati in Toscana e suo fratello Hamza è morto per tentare di salvarla.
IL SACRIFICIO DI HAMZA - Hamza, studente al terzo anno dell’Istituto tecnico Carlo Piaggia, nella zona della darsena di Viareggio, viveva con la famiglia in via Ponchielli, nel quartiere Italia, il rione più colpito dalla sciagura di lunedì notte. E lunedì era in casa. Le esplosioni lo hanno sorpreso davanti alla televisione. «Andate fuori, scappate, qui c’è fuo­co da tutte le parti», ha gridato ai geni­tori e alla sorella di vent’anni. Anche lui stava per uscire. Se l’avesse fatto, si sarebbe messo in salvo. «Aveva la salvezza davanti agli occhi — raccon­ta piangendo Kamal, un amico —. Pe­rò ha capito che la sorellina di tre an­ni era rimasta dentro, nella cameret­ta, spaventata e quasi soffocata dal fu­mo. Non poteva abbandonarla, farla morire così». Allora Hamza è tornato indietro.
GRIDAVA PER SALVARE LA PICCOLA - L’hanno visto entrare correndo in ca­sa. Gridava, cercava la sorella, ce la stava mettendo tutta per arrivare in tempo, prima che la sorellina fosse soffocata dal fumo e dalla paura. E fuori i parenti e gli amici gli urlava­no di fare presto. La bambina è quasi sopraffatta dal fuoco, quando il ra­gazzo riesce ad afferrarla. La vede ap­pena, anche lui non riesce quasi più a respirare ma ha la forza di spingere la bimba verso la porta sventrata dal fuoco e dall’esplosione. Lui non esce vivo dalla casa. Stramazza a terra quando la salvezza è a meno di tre, quattro metri. Perde i sensi, il fumo lo soffoca, poi arrivano le fiamme.
DIFESA DAL SUO CORPO - I vigili del fuoco lo hanno trovato proteso in avanti, come se ancora volesse pro­teggere la sorellina. E se Iman ha avuto qualche chance di sopravvivere lo doveva a lui. Mamma, sorella maggiore e padre sono ricoverati al Versilia. La piccola è stata trasferita con un elicottero al Bambino Gesù di Roma, ma le sue condi­zioni sono apparse subito disperate. «Noi continuiamo a pregare per lei— mormoravano martedì i parenti —. An­che se non dovesse farcela nessuno deve dire che il sacrificio di Hamza è stato inutile. A 17 anni, quando la vita ride a tutti, anche a un extracomunita­rio, lui l’ha sacrificata per gli altri. Sa­rà un eroe sempre».
POCHE SPERANZE - Giunta in gravissime condizioni generali al Bambino Gesù di Roma, la bambina era stata posta in rianimazione e costretta a continue trasfusioni. Poi era stata intubata, date le gravi difficoltà respiratorie. Mercoledì mattina il suo piccolo corpo non ce l'ha fatta. (Fonte: Corsera ) Leggi tutto ...