La Corte d'assise d'Appello di Trieste ha condannato a 30 anni di carcere El Ketaoui Dafani, il padre della diciottenne Sanaa, uccisa il 15 settembre 2009 a Montereale (Pordenone). L'uomo era stato condannato in primo grado all'ergastolo. Il collegio giudicante ha quindi accolto la richiesta del Procuratore Generale, che aveva chiesto la riduzione di pena. "Ora decideremo se ricorrere in Cassazione", ha detto il difensore dell'uomo.
Il difensore dell'uomo, Marco Borella, si è detto "dal punto di vista professionale abbastanza soddisfatto in quanto, come chiedevamo noi, è stata riconosciuta la continuazione dei vari reati, circostanza che ha permesso di scongiurare l'ergastolo. Ora leggeremo le motivazioni e fra 90 giorni decideremo se proporre un ricorso per Cassazione. Va comunque rilevato che la sentenza conferma la richiesta di una pena più ragionevole".
"La sentenza - ha concluso Borella - mi convince sempre di più sul fatto che su questa tipologia di reato l'organo giudicante collegiale deve essere imposto per legge: un giudice singolo non può, com'è avvenuto in primo grado, decidere per delitti di questo impatto emotivo e mediatico".
Carfagna: "Sentenza storica, giustizia è fatta"
"Giustizia è fatta: il padre assassino di Sanaa è stato condannato ad una pena severa e giusta". E' questo il commento del ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna. "Le istituzioni - continua la Carfagna - stanno in maniera netta dalla parte delle vittime e un processo come quello che si è appena concluso dimostra che le giovani immigrate si possono fidare del nostro Paese, possono denunciare i loro aguzzini e riprendersi la libertà che qui viene loro riconosciuta, devono farlo prima che sia troppo tardi". (Fonte: http://www.tgcom.mediaset.it/ ,
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venerdì 28 gennaio 2011
DELITTO SANAA, 30 ANNI AL PADRE. TRIESTE, RIDOTTA LA PENA IN APPELLO
giovedì 27 gennaio 2011
OMICIDIO SANAA: FISSATO L'AVVIO DELL'APPELLO A TRIESTE
Il processo d’appello per l’omicidio di Sanaa Dafani comincerà, in Corte d’assise d’appello di Trieste (a porte chiuse) il 28 gennaio 2011 alle 9. A giudicare El Ketaoui Dafani, il 46enne padre della ragazza “rea” di amare un italiano (il ristoratore di Montereale Valcellina Massimo De Biasio), sarà, in camera di consiglio, la corte composta da due giudici togati (presidente e relatore Piervalerio Reinotti – lo stesso che si occupò del delitto Cauz –, consigliere Fabrizio Rigo) e sei giudici popolari.
A presentare appello contro la sentenza di primo grado (il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Pordenone Patrizia Botteri condannò, il 14 giugno scorso, il cuoco marocchino all’ergastolo) sono stati i legali di Dafani, gli avvocati Marco Borella del foro di Venezia e Leone Bellio del foro di Pordenone, con due distinti atti. Entrambi, con diverse sfumature, tendono a smontare la premeditazione del delitto, aggravante preponderante nella determinazione del carcere a vita. In più, Bellio chiede l’esclusione dal processo delle parti civili: la Regione, la Provincia di Pordenone e Acmid Donna (associazione comunità marocchina delle donne in Italia) in quanto carenti di legittimazione ad agire, con la revoca delle relative concessioni risarcitorie (a tutte il gup aveva concesso simbolicamente un euro). E’ un’istanza che era stata avanzata anche in primo grado, respinta dal gup. (http//www.ricerca.geolocal.it , 19/12)
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PICCHIA LA MOGLIE CHE GLI CHIEDE I SOLDI DELLA SPESA: MAROCCHINO ARRESTATO A GRAVINA
Un uomo di 32 anni, di nazionalità marocchina, è stato arrestato dai carabinieri a Gravina in Puglia per il reato di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali. Ieri sera, l’uomo avrebbe picchiato la moglie 21enne, anche lei marocchina, colpevole di avergli domandato una volta di troppo i soldi per fare la spesa. La donna, medicata in ospedale, guarirà in una decina di giorni. (Fonte: http://www.telesveva.it/ , 22/1)
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domenica 23 gennaio 2011
PAKISTAN, DONNE CONTRO LA POLIGAMIA PICCHIANO IL MARITO IN PUBBLICO
PUNJAB – La poligamia può riservare brutte sorprese. Mian Ishaq, pakistano della provincia di Punjab, è sposato con tre donne. Lunedì 3 gennaio si presenta, accompagnato dalla terza consorte, al matrimonio di un amico. Qui ad attenderlo ci sono le prime due mogli. «Sappiamo che vuoi sposarti per la quinta volta e che ne hai una quarta nascosta», accusano urlando Mehvish e Uzma. «Meriti di essere umiliato in pubblico per il tuo comportamento». Le donne schiaffeggiano il marito e, una volta a terra, lo pestano con le scarpe. Dopo fanno irruzione nella sala e ribaltano i tavoli. «Sono tutte bugie», prova a giustificarsi l’uomo. «Giuro sulla mia vita di avere solo tre donne».
Qui il video:
http://www.youtube.com/watch?v=7RMCZwy4HIg
(Fonte: http://lafinestrasulfronte.wordpress.com/ )
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venerdì 21 gennaio 2011
PROPRIETA' PRIVATA DELL'UOMO, ECCO LA DONNA VISTA DALL'ISLAM
Hina Saleem
Giommaria Monti, Marco Ventura Hina. Questa è la mia vita (Piemme, pp. 308, e 16)
«Io in Pakistan sarei stato condannato, ma non a trent’anni. A trenta non è giusto. Ho ucciso mia figlia, ma questa è "mia"figlia» . Cinque anni dopo avere sgozzato Hina da orecchio a orecchio, come un capretto, Muhammad Saleem non è per niente convinto d’aver fatto una cosa mostruosa. E non si dà pace. Non si dà pace perché lì in galera non può assolvere il suo dovere di capofamiglia con la moglie e i bambini piccoli. Perché ha coinvolto nel delitto Zahid e Khalid, i fratellastri che aveva preso come mariti per le altre figlie. Perché non si perdona di essere venuto via dal suo Paese per trovare un lavoro in una fonderia bresciana: «In Pakistan non sarebbe successo, perché non c’è discoteca, non c’è la donna libera, non come qua, non così» . Nossignore: «Una libertà così non va bene, troppa libertà per la donna. Anche per l’uomo» . Il rimorso, però, no. Questa è la certezza, sconvolgente, che dà la lettura della sua prima intervista. Concessa nel carcere di Ivrea a Giommaria Monti e Marco Ventura. Due giornalisti dai percorsi diversi, il primo a lungo collaboratore di Michele Santoro, il secondo inviato del «Giornale» e successivamente nello staff di Palazzo Chigi, uniti dalla voglia di capire che cosa accadde quell’ 11 agosto 2006 a Zanano di Sarezzo, nella bassa Val Trompia. E autori del libro Hina. Questa è la mia vita (Piemme, pp. 308, e 16) che, in libreria da domani, ricostruisce «come» lo scontro frontale fra due mondi inconciliabili, «quello cristallizzato del padre e quello magmatico della figlia adolescente in una società come quella bresciana dove tutti lavorano e gli "estra"producono una ricchezza calcolata in quattro miliardi di euro l’anno» , sfociò in un omicidio terribile che scosse l’Italia. È un detenuto modello, Muhammad: «Sembra l’uomo più pacifico del mondo, incapace di fare del male. Sembra l’incarnazione del padre buono e severo per il quale esistono solo il lavoro, la famiglia e la moschea» . Esattamente come lo ricorda il maresciallo dei carabinieri Antonio Indennitate: «Mai uno scatto d’ira o una parola fuori posto. Un capofamiglia, una persona rispettata. Era uno che nella comunità pachistana riscuoteva molto rispetto e molta stima» . Uno «autorevole» . Al punto che la vicina di casa che la sera del delitto vide i generi di Saleem scavare nell’orto come se dovessero seppellire una bestia, ricorderà che lui non scavava: dirigeva. In realtà, scrivono Monti e Ventura, Muhammad Saleem «è due volte prigioniero: del carcere e della sua tradizione» . E se vogliamo pure del ruolo che, su consiglio degli avvocati, si è cucito addosso. All’inizio, quando si presentò ai carabinieri del paese, disse: «Maresciallo Antonio, ora sono in pace con me stesso, ho ritrovato la mia tranquillità» . Ora no. Continua a ripetere che era accecato «dalla vergogna» : «Non volevo ucciderla. Non volevo ucciderla» . E spiega che no, per carità, lui non ha «mai picchiato i bambini» . Neanche Hina? «Non l’ho mai picchiata» . Il bastone? «Non c’era nessun bastone» . Come poteva? «Io sono un bravo padre» . La figlia aveva paura di lui? «Non capisco» . E giura: «Mai, mai ho sbagliato con Hina. Mai. Io non volevo che mia figlia fosse troppo libera, che si drogasse...» . Dice che gli hanno dato trent’anni («mi piace di più la condanna a morte» ) perché tante persone «odiano i musulmani, vogliono togliergli la libertà, non so perché, forse perché c’è il terrorismo» . Anche se, assicura, la religione «non c’entra» . Dice che quel giorno è successo tutto per sbaglio, che litigarono perché la figlia «voleva mille euro» , che fu lei a tirar fuori il coltello e che lui glielo strappò e poi tutto è confuso nella sua memoria. Ma al processo, ricordano Monti e Ventura, il pm Paolo Guidi ammonì: «Le è stato impedito per sempre di parlare e di vivere, ma il suo corpo parla e dice l’ultima parola. Un corpo martoriato da più persone che l’hanno aggredita col solo e unico scopo di ucciderla» . L’autopsia non lasciò dubbi: «Nove ferite al collo, sette al volto, otto all’arto superiore destro, due all’arto superiore sinistro e due alla superficie anteriore del torace» . Più di ogni altra cosa, parlava «una tipica lesione da "sgozzamento"o "scannamento"» . Lui sospira: «Tutta la vita sempre ho rigato dritto, non ho rubato, mai fregato. Questa Italia ci ha rovinato, ha rovinato tutto, ha ammazzato tutta la mia famiglia. Senza padre e senza marito, sono morti anche loro» . Quando la moglie Bushra va a trovarlo, dice, non parlano «mai di Hina perché fa male, fa sempre male» . L’orrore, il sangue, la riprovazione morale, il processo, la condanna, la detenzione, il confronto con gli altri detenuti non hanno spostato di un millimetro la sua visione del mondo, della vita, dei valori. Imbullonata al Pakistan, al rigido e rassicurante piccolo mondo antico di Gujrat, alla religione, che con bizzarro strafalcione chiama «regione» : «Io non la mandavo in piscina, è vero. In piscina non ci andava perché per la nostra regione non si può» . Fine. Certo, fu «giusto mandarla a scuola, però la scuola le ha cambiato la vita. Voleva vivere come le sue amiche, questa è la verità. Io non volevo e lei voleva» . Maledetta scuola: «Prima era molto, ma molto brava» , ma «quando ha cominciato le superiori ha cambiato cervello» . Aveva tutto chiaro, lui: «Ho scelto io i mariti delle mie figlie. Glieli ho presentati io. Anche io e Bushra ci siamo sposati così, e prima di noi i nostri genitori» . Perché cambiare? Anche a Hina aveva pensato: «Avevamo scelto un cugino» . Lei disse no. E forse anche quella volta buttò in faccia a suo padre quella frase che Muhammad non poteva capire e che dà il titolo al libro: «Questa è la mia vita» . Dice che non sa perché ha voluto seppellirla nell’orto: «Nella mia mente c’era solo che mia figlia era tornata a casa. Quando è morta pensavo solo a questo, ad averla vicina, a casa mia (...) pensavo solo: ecco, è tornata, è di nuovo a casa» . Proprietà privata. (Fonte: http://www.informazionecorretta.it/ , 17/1)
mercoledì 19 gennaio 2011
TUTTI CONTRO HIRSI ALI. SUBMISSION II NON SI FARA'. SHARI'A VINCE


Adesso la sceneggiatrice di quel film maledetto e così discusso, Ayaan Hirsi Ali, annuncia ad Amsterdam che non si farà il sequel, dal titolo “Submission II”. “E’ troppo rischioso”, ha scandito la dissidente islamica oggi riparata negli Stati Uniti e autrice di best seller internazionali sull’islam.
Non c’è soltanto un problema di sicurezza, altissimo, visto che tanti, troppi vignettisti, artisti e giornalisti sono stati minacciati di morte dopo il caso Van Gogh in tutta Europa.
C’è anche un problema di costi: “I produttori, il cast e gli attori dovrebbero rimanere anonimi”. Il che rende la produzione “impossibile Il produttore del film, Gijs van de Westerlaken, parla di “una specie di autocensura collettiva dettata dalla paura”.
Se il primo “Submission” non lo trasmette ormai più nessuno, non le televisioni, non i festival di cinema (bisogna spulciare su Internet per vedere il cortometraggio), il sequel è morto sul nascere, dopo anni di scrittura e di ricco gossip attorno alla pellicola.
Si sa che la sceneggiatura prevedeva come tema gli uomini nell’islam: un antisemita, un omosessuale, un bon vivant assimilato all’occidente ricco e secolarizzato, per finire con un aspirante kamikaze. Allah avrebbe parlato direttamente.
Ce n’era abbastanza per scatenare un’altra ondata di minacce e odio. “Nel film i gay saranno chiamati creature di Dio”, aveva detto Hirsi Ali, la cui denuncia sulla condizione della donna musulmana ha fatto sì che la comunità islamica la consideri “apostata”.
Per bloccare la produzione del sequel era intervenuto anche il presidente del Parlamento iraniano, Gholam Ali Haddad Adel, che aveva chiesto ai paesi islamici di mobilitarsi per bloccare la produzione della seconda parte del film, in quanto rappresenterebbe “un pericolo per la religione islamica e un nuovo attacco contro i musulmani dopo la pubblicazione delle vignette offensive del profeta in numerosi quotidiani europei”.
Nei giorni scorsi il Fiqh, il grande giureconsulto di esperti islamici, a nome della Muslim World League aveva annunciato la condanna di ogni pellicola che avesse ritratto Maometto o Allah. Dopo l’uccisione dell’amico Van Gogh, Ayaan Hirsi Ali aveva detto, a domanda su chi sarebbe stato il regista del sequel: “Non posso rivelarlo. Sarà anonimo, come tutto il cast. L’unico nome che leggerete sarà sempre e soltanto il mio”. Non vedremo neppure quello. (Fonte: http://www.informazionecorretta.it/ , 15/1)
lunedì 17 gennaio 2011
AFGHANISTAN, LA BATTAGLIA DI ROSHAN SPOSA A DIECI ANNI NELLA CASA DELL'ORRORE
I muri della famiglia sono ancora più soffocanti. A loro piace umiliarla, per quell’ombra di vergogna che si porta addosso per la fuga della sorella. Impara ad obbedire. La salvezza è nel fare tutto come vogliono loro, nei minimi particolari. Ma la routine a volte si inceppa. Basta poco. È mattina, il tandur, il forno, è acceso. Un buco profondo di argilla con il fuoco dentro, un vulcano addomesticato. Oggi tocca a Roshan fare il pane. Ha aiutato la mamma, sa come fare. La pasta, spianata, si lancia contro le pareti roventi, dove si attacca, per cuocere. Ha le lacrime agli occhi, per il fumo, per la paura di sbagliare. È inesperta e le tremano le mani.
La pasta rotola giù, sul fondo. È persa. Come lei. La suocera e il marito la buttano dentro, sulla brace. Le ustioni sono gravi ma nessuno la cura, per una settimana la pelle brucia. La famiglia di Roshan viene a saperlo. La portano in ospedale, ci rimane per mesi, sono necessarie diverse operazioni. Vede la madre solo all’inizio, due volte. Poi nessuno. Ad aspettarla, fuori dall’ospedale, c’è ancora Wasir. Il caso è liquidato: incidente. Anche la sua famiglia ritira le accuse, ha paura. Wasir ha minacciato di prendersi la terza sorella se Roshan non tornerà a casa. All’inizio le cose migliorano, ha le mani fasciate, le bende sulle gambe, non può lavorare, è inutile, la ignorano, come fosse un fantasma. I mesi passano e, lentamente, tutto ricomincia. C’è sempre un po’ d’acqua che cade dalla brocca sul pavimento, il tè troppo leggero o troppo forte, una parola inopportuna, qualche moneta persa.
Ha le mani grandi Wasir e una rabbia che scoppia come una mina, basta calpestarla per sbaglio. Nemmeno suo figlio cambierà le cose, nemmeno la bambina. Sono la sua debolezza, l’arma del ricatto. Wasir minaccia di portarglieli via se non si comporta bene. Fuori, al mercato, cammina nell’ombra di un uomo di famiglia. Gli odori, la polvere, i rumori che stordiscono, sotto il burka. Ruba immagini, cattura gesti. Forse c’è un’altra vita, oltre il cortile. Quella che cercava Amina. Resiste per i figli, fa troppo male lasciarli. Sogna, scappa via con la mente. Ma nemmeno con quella sa dove rifugiarsi. L’ultima volta che ha parlato con la vicina, ci ha rimesso due denti. A Wasir non piace. Non le permette di far visita ai suoi.
Vorrebbe vedere la madre, le sorelle. Il padre no. I giorni sono tutti uguali, come una rotaia di ferro dalla quale non si può uscire senza deragliare. Anzi no. Ci sono i giorni senza botte, i migliori. I pensieri cominciano a ingarbugliarsi. Il pianto dei bambini è insopportabile. Sembra che anche loro ce l’abbiano con lei. Una mattina, oltre il cortile, scoppiano le grida. Roshan non ne ha mai sentite così. La vicina, con cui aveva parlato, si è data fuoco. È sopravvissuta. La vede passare, il viso è una foglia secca. I pensieri impazziscono. Sparire da tutto, in una fiammata. Ci pensa, cerca la benzina, mette da parte i fiammiferi. Ma conosce già il morso del fuoco, ha paura. Forse c’è un’altra scelta, quella di Amina. Forse adesso è libera, non vuole pensare che sia morta. Il pomeriggio è caldo, tranquillo, è sola in casa. Mette a dormire i bambini, sul toshak, il cuscino fiorato, li bacia, come per sempre, infila il burka ed esce. Chiude la porta.
Ruba qualche spicciolo. I fiammiferi li ha sempre in tasca. Prende l’autobus, arriva a Kabul. Cammina fino a sfinirsi, non sa dove andare. Il buio arriva e ha paura. Si accoccola per terra, come fanno i cani. La trova la polizia. Racconta la sua storia, parole confuse, lacrime, il tremito che non dà pace. Ha fortuna, Roshan, il poliziotto è un brav’uomo. Impedisce agli altri di violentarla e la mette nella prigione temporanea, per proteggerla. La porta al Ministero per gli Affari Femminili. Viene affidata alle donne di Hawca. Con i gesti discreti, con le parole, accolgono. La portano allo «Shelter». Roshan è stordita. Il suono delle parole, diverso. Solo il suono, non riesce nemmeno a capire cosa dicono, la dottoressa, la psicologa, le insegnanti, le assistenti legali. Sono donne combattive, testarde, coraggiose. Non ne ha mai viste così.
Le ripetono che ce l’ha fatta, che è al sicuro. Quando la mente e il corpo sono più forti, le avvocatesse si danno da fare per il divorzio. Parlano con la famiglia. Il marito si oppone ma il caso sembra facile: il matrimonio prima dei 16 anni è contro la legge. Ma la legge del giudice è un’altra. Capiscono subito che è un osso duro. Wasir ha conoscenze anche a Kabul. Forse paga o minaccia o, semplicemente, trova solidarietà.«Devi restare con tuo marito anche se dovesse ammazzarti». È questo il verdetto. La sua colpa, la fuga, prevede sei mesi di prigione. Nega il divorzio e la condanna. Ma anche le donne di Hawca sono un osso duro. Ricorrono. Ci sarà un altro giudice. Se il marito è troppo crudele, il divorzio si può ottenere anche senza il suo consenso. Dove comincia il «troppo»? Wasir continua a fare pressioni sulla famiglia. Roshan non esce mai dallo «Shelter». Il suo corpo offeso la difende. I referti medici, stilati al suo arrivo, parlano chiaro. Questa volta il nuovo giudice applica la legge, concede il divorzio. Wasir è arrestato.
La porta si apre ma, di nuovo, Roshan non sa dove andare. Il padre non la vuole più. Una figlia divorziata è una vergogna. Roshan dovrà arrangiarsi. Lo farà ma le mancano i bambini. Ha diritto alla custodia dei figli, finché sono piccoli. Ma deve essere in grado di mantenerli, e, per ora, non può badare nemmeno a se stessa. Per questo rimane alla casa protetta. Tra poco arriveranno anche la madre e le due sorelle. Hanno paura di Wasir. È uscito dal carcere, dopo nemmeno un mese, e continua a minacciare. Ora è qui, Roshan, con le altre ragazze, ha 18 anni adesso. Allo «Shelter», Roshan impara a leggere e a scrivere, studia i diritti delle donne e i diritti umani, ora sa che la violenza è un delitto, impara ad amarsi, a proteggersi e a fare la sarta. È brava, le è sempre piaciuto. (fonte: http://www.unità.it/ , agosto 2010)
