lunedì 31 maggio 2010

LE BOTTE DELLE SAUDITE AI POLIZIOTTI ANTI VIZIO

ARABIA SAUDITA: LE DONNE MENANO GLI OPPRESSORI.


Donne saudite, come piacciono ai Commissari per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio.

Se qualcuno facesse un sondaggio tra i sauditi chiedendo «chi odiate di più» è probabile che a vincerlo, almeno nelle città, sarebbe la polizia religiosa. Ovvero la Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, nota come haia, commissione, o mutawwain, volontari, anche se molti suoi accoliti tali non sono. Un piccolo esercito di fanatici wahabiti in lotta continua contro promiscuità, omossessuali o veli inadeguati, mal sopportati soprattutto dalle donne. Che sempre più spesso, però, reagiscono: gli ultimi due episodi sono un segnale evidente. Nella città di Mubarraz, una coppia di ventenni è stata avvicinata in un luna park da un mutawwa. Che ha loro chiesto i documenti, sospettando che non fossero sposati o parenti. Normale routine in Arabia: nei pochi luoghi pubblici si vedono spesso controlli, o fughe di coppie clandestine all’avvicinarsi delle pattuglie anti vizio, gli uomini barbuti e in sandali, le donne tutte in nero, guanti compresi. Ma questa volta, scrive il quotidiano Okaz, è stato diverso. Il ragazzo, terrorizzato, è svenuto. L’amica ha preso a pugni e calci il guardiano, spedendolo in ospedale. Okaz non fornisce altri dettagli ma precisa che l’arrabbiatissima saudita rischia grosso: anni di carcere e varie frustate per aggressione a pubblico ufficiale. Nel centro del Paese, più puritano, una «sorella» si è spinta oltre: quando un’auto di mutawwain si è avvicinata a lei e al suo compagno, la donna ha estratto una pistola e ha sparato. In aria. «L’ha fatto per permettere all’uomo» ( per permettergli cosa?), ha spiegato Sheikh Al Nabet, portavoce del haia, senza dire che fine avesse fatto la signora.
«La gente non ne può più di questi fanatici che ora pagano il prezzo per averci umiliato per anni», commenta una nota femminista, Wajiha Huwaidar. «Questo è solo l’inizio, ci sarà più resistenza». In realtà l’ostilità al haia è diffusa, anche per i delitti da questa compiuti. Il più grave, nel 2002, fu la morte di 14 ragazze nell’incendio di una scuola alla Mecca: i mutawwain avevano loro impedito di uscire dall’edificio perché «non coperte adeguatamente». Dal 2006, per volere del Re, i poteri della polizia religiosa sono stati limitati, i capi più oltranzisti rimossi. Ma come sempre in Arabia il problema è soprattutto sociale: molti sauditi difendono la tradizione. E non sorprenda l’appello rivolto da 1.600 donne al re a favore del «divieto di promiscuità tra sessi». La haia, così, continua ad agire: due giorni fa ha annunciato l’arresto di dieci ragazze «emo» (post punk) a Dammam: vestite di nero come ogni saudita ma con frange sugli occhi, make-up scuri e pantaloni. Assolutamente haram, proibitissimi. (Fonte: Informazione Corretta , 24/5) Leggi tutto ...

AL JAZEERA, GIORNALISTE IN RIVOLTA: "CI VESTIAMO COME VOGLIAMO"


Quando vanno in onda, molte presentatrici di Al Jazeera indossano una giacca sopra un top non scollato. Se portano una camicetta non la sbottonano troppo. Solo qualcuna porta l’hijab, il foulard sui capelli. Altre osano un po' di più, indossando maglie leggermente aderenti. Finora, entro questi limiti, era una loro scelta, non imposta dall’alto. Ma negli ultimi mesi qualcosa è cambiato, almeno a giudicare dalla protesta di alcune delle donne più in vista della tv in lingua araba con sede in Qatar.
Secondo il quotidiano saudita-libanese Al Hayat, con sede a Londra, otto annunciatrici di Al Jazeera hanno presentato a gennaio una lettera di protesta contro le «molestie verbali» del vicedirettore Ayman Jaballah, lamentando «continui commenti offensivi sul modo di vestirsi e di presentarsi davanti alle telecamere». Una di loro, l’algerina Khadija Bin Qunna, indossa l’hijab. Ieri è arrivata la notizia che 5 delle 8 giornaliste si sono dimesse: Jumana Nammour, 39 anni (foto), Lina Zaharddin, 34 anni, Gilnar Mussa, 40 anni, libanesi, la siriana Luna Shebel, 35 anni, e la tunisina Nawfar Afli.
I quotidiani arabi spiegano le dimissioni come una reazione alla decisione di Al Jazeera di emanare un codice di abbigliamento per i presentatori, femmine e maschi. L’emittente tace, fa sapere che divulgherà un comunicato. Dopo le lamentele delle giornaliste, il direttore generale della rete Wadhah Khanfar ha costituito una commissione, che ha respinto le accuse: «È compito dell'emittente definire l'aspetto degli annunciatori e dei giornalisti in video, perché fa parte della linea editoriale e del messaggio trasmesso ai telespettatori». Ha inoltre suggerito alla direzione di emanare un codice di abbigliamento che includa azioni punitive e ha nominato proprio Jaballah come responsabile di assicurare che le regole siano applicate. Una fonte interna ha confermato l’intenzione di imporre un codice, precisando che «non è stato chiesto alle presentatrici di indossare il velo».
Una delle giornaliste avrebbe detto in forma anonima al giornale saudita Al Iqtesadia che il conflitto va al di là dell’abbigliamento: «La nostra protesta è il risultato di 5-6 anni di comportamenti irrispettosi della professionalità delle donne. Siamo considerate da tutti caste e rispettose della decenza. Siamo state oggetto di osservazioni pesanti, offensive e immorali. Chi ci chiede di rispettare un modello di comportamento più consono all'immagine dell’emittente ci faceva osservazioni spinte sulla scollatura».
Alcuni giornali arabi affermano che all’interno di Al Jazeera sta prendendo il sopravvento una linea più conservatrice. La rete segue da sempre le vicende dei partiti islamici nella regione, infastidendo Washington ma anche i regimi arabi: questa tendenza si starebbe rafforzando e alcuni corrispondenti come il direttore dell'ufficio del Cairo, Hussein Abdel Ghani, si sono dimessi in polemica. (Fonte: Corriere della Sera )
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QUALCHE NOTIZIA SULLA GIORDANIA

Per chi sa l'arabo... . Io no, ma il succo è che il matrimonio di una bambina non sarà più autorizzato da un solo giudice, ma dall'associazione dei giudici... . http://www.alarabiya.net/articles/2010/05/17/108823.html

Giordania: padre stupratore compie taglio cesareo sulla figlia ...

In compenso nel Parlamento giordano sono state aumentate le quote rosa, invista delle elezioni legislative previste per la fine dell'anno.
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venerdì 28 maggio 2010

AYAAN HIRSI ALI: "IO, NOMADE PER DIFENDERE LE DONNE"

BRANO DEL PROLOGO DEL LIBRO APPENA USCITO DI AYAAN HIRSI ALI (ED. RIZZOLI)

«Ho abbandonato l' Islam perché ci maltratta, ho vagato senza mai trovare radici» A 22 anni mio padre mi impose di sposare un nostro parente. Sono fuggita Ho molti parenti in Occidente, ma hanno la testa e il cuore in Africa.

A ventidueanni, mio padre mi ordinò di sposare un nostro parente - per me un completo sconociuto - che viveva a Toronto. Nel viaggio dal Kenya al Canada avrei dovuto fare una sosta in Germania per ritirare il visto canadese per poi proseguire il viaggio. Una specie d'istinto disperato però mi spinse a sottrarmi all'imposizione paterna: presi un treno diretto in Olanda. Tra tutti viaggi che avevo fatto fino ad allora compiuto nella mia vita, questo era quello più difficile: il cuore mi batteva all'impazzata per il timore delle conseguenze del mio gesto, e per la reazione di mio padre e del clan quando avrebbero scoperto che ero fuggita.

Sono stata nomade per tutta la vita e ho vagato senza radici. Sono stata costretta a fuggire da ogni luogo in cui mi sono fermata. Ho gettato da parte ogni certezza che mi è stata trasmessa. Sono nata a Mogadiscio, in Somalia, nel 1969. Mio padre venne imprigionato quando ero piccolissima per il suo ruolo nell' opposizione politica alla brutale dittatura; poi fuggì di prigione e andò in esilio. Lo rividi all' età di otto anni, quando mia madre portò i miei fratelli e me in Arabia Saudita per vivere con lui. L' anno successivo fummo espulsi da questo Paese e ci spostammo in Etiopia, dove si trovava il quartier generale del gruppo di opposizione a cui apparteneva mio padre. Dopo circa diciotto mesi ci trasferimmo di nuovo, questa volta in Kenya. Ciascun cambiamento mi catapultò impreparata in Paesi con lingue totalmente diverse e mentalità del tutto differenti dalla mia; ogni volta facevo tristi, spesso vani e infantili tentativi per adattarmi. L' unica costante della mia vita è stato il tenace attaccamento di mia madre all' Islam. Mio padre abbandonò il Kenya e noi, la sua famiglia, quando avevo undici anni. Non lo vidi più fino a quando ne ebbi ventuno. Durante la sua assenza, sotto l' influenza di un insegnante, ero diventata una musulmana fervente e devota. Tornai per otto mesi in Somalia, dove assistetti allo scoppio della guerra civile, e al caos e alle barbarie del grande esodo del 1991, quando metà del Paese dovette rifugiarsi altrove e 350.000 persone persero la vita. A ventidue anni, mio padre mi ordinò di sposare un nostro parente - per me un completo sconosciuto - che viveva a Toronto. Nel viaggio dal Kenya al Canada avrei dovuto fare una sosta in Germania per ritirare il visto canadese per poi proseguire. Una specie di istinto disperato però mi spinse a sottrarmi all' imposizione paterna: presi un treno diretto in Olanda. Tra tutti i viaggi che avevo fino ad allora compiuto nella mia vita, questo fu il più difficile: il cuore mi batteva all' impazzata per il timore delle conseguenze del mio gesto, e per la reazione di mio padre e del clan quando avessero scoperto che ero fuggita. In Olanda scoprii la gentilezza degli estranei: non ero nessuno per queste persone, e tuttavia mi nutrirono e mi trovarono una sistemazione, mi insegnarono la loro lingua e mi permisero di studiare tutto ciò che volevo. L' Olanda era diversa da qualsiasi altro Paese in cui avessi mai vissuto: era pacifica, stabile, prospera, tollerante, generosa, profondamente buona. Mentre approfondivo l' olandese, cominciai a prefiggermi un obiettivo molto ambizioso: avrei studiato scienze politiche per scoprire perché questa società, sebbene atea, funzionava, mentre quelle in cui avevo fino a quel momento vissuto, per quanto dichiaratamente musulmane, erano marce di corruzione, violenza e soprusi. Per molto tempo esitai fra i chiari ideali dell' Illuminismo che apprendevo all' università e la sottomissione ai dettami ugualmente chiari di Allah, a cui temevo di disobbedire. Lavorando nei servizi sociali come traduttrice dall' olandese al somalo per mantenermi all' università, incontrai molti musulmani in difficoltà, nelle case-famiglia per donne maltrattate, nelle prigioni o nelle scuole speciali, ma non colsi mai il nesso, anzi evitavo di coglierlo, tra la loro fede nell' Islam e la povertà; tra la loro religione e l' oppressione delle donne e la mancanza di scelte individuali. Per ironia, fu Osama bin Laden a togliermi i paraocchi. Dopo l' 11 settembre trovai impossibile ignorare le sue affermazioni secondo cui lo sterminio di vite innocenti (se infedeli) è coerente con il Corano. Cercai conferma in questo libro, e scoprii che era così. Per me ciò significò che non potevo più essere musulmana e, anzi, mi resi conto che non lo ero più da tempo. Poiché trattavo questi argomenti pubblicamente, cominciai a ricevere minacce di morte. Mi fu anche chiesto di presentarmi alle elezioni per il parlamento olandese come membro del Partito liberale. Diventai deputata ed essendo giovane, nera e donna - e spesso accompagnata da una guardia del corpo - ero molto visibile. Io però godevo di protezione costante, mentre i miei amici e colleghi no. Decisi di girare un documentario che denunciava l' oppressione delle donne islamiche con il regista Theo van Gogh, nome che aveva ereditato dal nonno, fratello di Vincent van Gogh. Lo stesso anno Theo venne assassinato da un fanatico musulmano, un ventiseienne marocchino immigrato ad Amsterdam insieme ai genitori. Scrissi un romanzo autobiografico, Infedele, in cui raccontai le mie esperienze e quanto mi sentissi fortunata per essere sfuggita da luoghi in cui le persone sono riunite in tribù e le questioni degli uomini sono guidate dai dettami e dalle tradizioni della fede; e quanto fossi felice di vivere in un posto in cui gli appartenenti a entrambi i sessi sono considerati cittadini alla pari. Ho riportato gli eventi casuali che avevano reso così vagabonda la mia infanzia, il carattere volubile di mia madre, l' assenza di mio padre, i capricci dei dittatori, come affrontavamo le malattie, le carestie e le guerre. Ho descritto il mio arrivo in Olanda e le mie prime impressioni su un Paese in cui gli abitanti non sono sudditi di tiranni né governati dalle regole dei legami di parentela del clan, ma sono cittadini del governo da loro eletto (...). Quando scrivevo Infedele, immaginavo che i miei viaggi fossero finiti. Credevo che sarei rimasta per sempre in Olanda: avevo messo radici nel suo ricco suolo e non avrei mai voluto essere costretta a estirparmi nuovamente. Ma mi sbagliavo. Mi trasferii infatti in America, come molti prima di me, in cerca di un' occasione per costruirmi una vita e trovare sostentamento in libertà e sicurezza, una vita lontana un oceano da tutte le guerre a cui avevo assistito e dal conflitto interno che avevo sostenuto. Questo libro, Nomade, spiega i motivi. Lettori di Infedele di tutto il mondo mi hanno offerto appoggio e incoraggiamento, ma mi hanno anche posto un gran numero di questioni non affrontate nel libro. Mi chiedevano del resto della mia famiglia, delle esperienze di altre donne musulmane. Più di una volta mi è stata rivolta la stessa domanda: «Quanto la tua esperienza è comune ad altre donne? Ti senti in qualche modo rappresentativa?». Quindi Nomade non tratta soltanto della mia vita vagabonda nei Paesi occidentali, parla anche dell' esperienza di molti altri immigrati, delle difficoltà ideologiche e molto concrete di individui, soprattutto donne, che vivono in una cultura musulmana tradizionale molto rigida, immersa in un' altra estremamente aperta; di come gli ideali islamici siano incompatibili con quelli occidentali, dello scontro di civiltà che io e milioni di altri abbiamo provato e continuiamo a provare sulla nostra pelle. Quando mi trasferii negli Stati Uniti, e per l' ennesima volta cominciai il processo di inserimento in un Paese sconosciuto, venni assalita da un nuovo e intenso tipo di nostalgia dovuto alla morte di mio padre, a Londra. Ristabilendo i legami con i membri della mia famiglia allargata - i cugini e la mia sorellastra - che vivono negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e altrove, li trovai in situazioni tragicamente precarie: una ha contratto l' aids, un' altra è stata accusata di aver accoltellato il marito, e un terzo invia in Somalia tutto il denaro che guadagna per mantenere il clan. Sostengono, nessuno escluso, di rispettare i valori del nostro gruppo tribale e di Allah. Hanno la residenza e la cittadinanza dei Paesi occidentali in cui abitano, ma il loro cuore e la loro mente sono altrove; sognano un' epoca che in Somalia non è mai esistita: un' epoca di pace, amore, armonia. Metteranno mai radici dove si trovano? Sembra improbabile. La scoperta dei loro guai è uno degli argomenti di Nomade. Forse penserete: e con ciò? Ogni cultura non ha le sue famiglie sconclusionate? Anzi, per l' industria cinematografica hollywoodiana le famiglie disastrate ebree e cristiane sono fonte di gran divertimento, ma ritengo che quelle musulmane costituiscano una vera minaccia per il tessuto stesso della vita occidentale. La famiglia è il crogiolo dei valori umani. È in famiglia che i bambini imparano a praticare e a perpetuare le tradizioni culturali dei genitori; è in famiglia che viene stabilita una serie di convinzioni da osservare, trasmesse poi alle future generazioni: è quindi della massima importanza comprendere le dinamiche della famiglia musulmana, perché detiene la chiave, fra l' altro, della sensibilità al radicalismo islamico di tanti giovani. È soprattutto tramite le famiglie che le teorie cospirative viaggiano dalle moschee e dalle madrasse dell' Arabia Saudita e dell' Egitto fino ai salotti olandesi, francesi e americani.
Il volume in libreria dal 19 maggio (Rizzoli, pp. 350, 18). Nell' «Epilogo» la scrittrice, rifacendosi al libro di Oriana Fallaci, si rivolge a una figlia che per ora non ha ma che spera di avere in futuro, ripercorrendo il modo diverso in cui la nonna e la madre hanno affrontato la maternità. A lei Ayaan Hirsi Ali promette di insegnare la possibilità di scegliere che le sue antenate non hanno avuto.

A proposito, questo è solo l'ultimo degli esempi ormai noti anche in Italia: Corridonia, ragazza pakistana rifiuta matrimonio combinato http://www.maceratanotizie.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2470 . Leggi tutto ...

martedì 25 maggio 2010

PER SORRIDERE UN PO'...

Inter - Bayern, egiziano fugge di casa perchè la moglie non gli fa vedere la partita. L'uomo,supertifoso nerazzurro, è stato rintracciato dalla polizia in casa di amici a Sesto San Giovanni. La sua consorte gli aveva imposto di andare a festeggiare un compleanno proprio la sera della finale.

E' scappato di casa per poter vedere con gli amici (e senza la moglie) la finale di Champions League. Ahmed A., 30 anni, egiziano, operaio e supertifoso interista, l'ha spiegato ai poliziotti che l'hanno rintracciato in un appartamento di Sesto San Giovanni, nel Milanese, dopo che la consorte, preoccupata per l'assenza del marito, svanito nel nulla da oltre 48 ore, aveva presentato denuncia per scomparsa. Ahmed A. è incappato in uno dei controlli degli agenti coordinati dal dirigente del commissariato di Sesto, Paola Marsiani. Era in una casa con alcuni amici e connazionali e subito ha spiegato di aver chiesto loro una sorta di asilo calcistico per evitare la moglie, anche lei egiziana, che in occasione di ogni partita dell'Inter trovava sempre un motivo per impedirgli di stare davanti alla tivù. Ahmed A. ha detto anche di aver deciso di fuggire quando la moglie ha iniziato a insistere per recarsi insieme, proprio sabato sera, a casa di amici per una festa di compleanno. Ora la donna è stata avvisata dai poliziotti e sa che il marito sta bene e che si è allontanato per motivi calcistici e non, come sospettava, per una amante. (Fonte: http://www.milano.repubblica.it , 21/5) Leggi tutto ...

RIPUDIATA DAL FRATELLO LA TUNISINA CON LE LABBRA CUCITE

BOLOGNA. LA DONNA FUGGITA DOPO AVER AVUTO UN FIGLIO SENZA ESSERE SPOSATA. IN ITALIA 8 MESI DI CARCERE INGIUSTO

No alle cure Rifiuta ancora l' intervento dei sanitari: «Se torno nel mio Paese mi uccidono».

BOLOGNA - Ripudiata dal cognato e dal fratello per aver avuto in Tunisia una storia d' amore senza essere sposata, «e se torno mi uccidono, ci hanno già provato». Fuggita in Libia per dare alla luce il frutto di quella storia: un bambino, «mio figlio», che ora ha 8 anni e vive dalle parti di Tripoli. Il viaggio in gommone verso l' Italia. La clandestinità. Lavori umili. Quindi la galera: 8 mesi di cella per una storia di droga, salvo poi essere completamente assolta. C' è questo, e forse molto di più, dietro le labbra cucite di Najova, tunisina di 34 anni, che due giorni fa, dopo aver appreso che la sua richiesta di asilo politico era stata respinta, ha preso ago e filo e, forse perché ormai abituata a dolori ben più grandi, si è fatta sarta di se stessa: quattro punti da un labbro all' altro, buchi grossi e sanguinanti, solo una fessura per poter bere e pronunciare qualche parola, ma non mangiare. Una mascherina copre la bocca deturpata di Najova, le parole arrivano attutite, smozzicate. Ma quello che ieri ha detto alla garante dei diritti, l' avvocato Desi Bruno, che l' ha incontrata nei locali del Centro di identificazione ed espulsione di Bologna (Cie), lo si è capito benissimo: «In Tunisia ci torno soltanto da morta!». Ci sono tante vite nella vita di Najova. La prima è stata quella dell' amore, quando ha conosciuto un giovane uomo in Tunisia: si sono frequentati, anche troppo agli occhi della sua famiglia di islamici integralisti. Il fratello e il cognato (un tipo per niente raccomandabile: condannato per l' omicidio di un altro parente) hanno cominciato a minacciarla: «Mi aspettavano a casa con il coltello, me lo agitavano davanti alla faccia: mi dicevano che quella storia doveva finire e volevano che mi mettessi il velo». Ma anziché il velo, Najova ha messo su il pancione (che brutta frase !!!). Ed è iniziata la sua seconda vita, un film horror. Fuggita con il suo uomo in Libia e inseguita dalle grida dei familiari, che l' hanno ripudiata, la donna ha partorito un bambino e, dopo 2-3 anni, ha deciso di giocare la carta italiana. Senza il figlio, «per risparmiargli il calvario della traversata in mare», è partita con il suo uomo. Ma in Italia si è messa male. La coppia è scoppiata. Lei ha fatto la badante in Veneto e altri lavoretti. Poi un giorno a Rovigo la polizia ha fatto irruzione nella casa che divideva con un altro uomo. Hanno trovato droga. E Najova si è fatta 8 mesi di galera. Senza colpa. «È stata assolta» spiega l' avvocato Roberta Zerbinati. In quanto clandestina, però, è stata portata al Cie per essere espulsa. Ora la donna dalle labbra cucite non vuole essere curata. «Non si fa sfiorare da nessuno - spiega Desi Bruno -: si è resa conto di essere riuscita ad attirare l' attenzione e teme di ripiombare nel grande buio, come lo chiama lei...». «Impugneremo il decreto d' espulsione» aggiunge l' avvocato Zerbinati. Battaglia difficile: «La legge vieta il respingimento di persone che nei loro Paesi rischiano persecuzioni. Non è detto che questa donna debba restare in Italia, ma in Tunisia no...». Se non da morta, come dice Najova. (Fonte: Corriere della Sera , 23/5)

E ancora: Modena: madre la picchia perche' 'troppo occidentale', figlia scappa di casa . Leggi tutto ...

giovedì 20 maggio 2010

"MAI PIU' SANAA". ECCO IL BOLLETTINO DI GUERRA SULLA SHARIA IN ITALIA

Scusate, ho postato un sacco di roba, perchè non ci sono per qualche giorno!

Storie di donne che ricordano la ferocia dei talebani.

Le donne come “l’altro” per antonomasia, da sottomettere in tutto e per tutto per ricostruire dalle fondamenta una società assolutamente conforme alla sharia, la legge islamica che deve essere imposta con ogni mezzo. Anche per quest’anno il telefono verde “Mai più sola” ha raccolto, sette giorni su sette e 24 ore su 24, il grido delle donne musulmane che vivono in Italia e che sono state vittime di violenza legata alla sharia. Un progetto da cui emerge un mattinale di agonia che si perde nella cronaca delle nostre province. Dal 1 novembre 2008 al 31 agosto 2009, le telefonate ricevute dal numero verde hanno raggiunto quota 5.478 (provenienti per la maggior parte dal Nord Italia). Dietro c’è l’idea che il miglioramento della condizione femminile è il punto di partenza e di arrivo per un futuro di reale integrazione dell’islam in Italia. Tra le motivazioni principali delle telefonate ci sono i costumi barbari del ripudio, della poligamia e dell’escissione. Pochi sanno, oppure lo sanno ma lo ignorano, che in Italia, nonostante una legge del gennaio 2006 protegga la donna da simili pratiche, ci sono tra le trenta e le cinquantamila donne che hanno subito la mutilazione genitale. Donne costrette sotto minaccia ad accettare la presenza di una o più mogli sotto lo stesso tetto coniugale, nell’Italia dove la poligamia è reato. Le minacce spesso si concretizzano in un rimpatrio forzato della legittima consorte nel paese d’origine per far posto alla nuova moglie.
Ragazze musulmane picchiate, umiliate, segregate in casa, punite con violenza fisica e psicologica solo per aver desiderato di innamorarsi di un compagno di classe, di indossare jeans aderenti, di andare al cinema, di frequentare amici cristiani, di convertirsi a un’altra fede, di avere un tono troppo aperto nel parlare, di voler studiare, di cercare il divorzio o di non abbassare lo sguardo. Poi c’è il vero e proprio bollettino di guerra. “Di loro rimane solo una ferita nel nostro tempo, nella società sorda in cui hanno vissuto”, dice la deputata Souad Sbai che ha forgiato l’iniziativa con l’Associazione delle Donne Marocchine in Italia. Sono le ragazze morte ammazzate. Ricordano quasi tutte Neda Soltan, la ragazza-icona della rivolta in Iran. Una guerra combattuta a fari spenti dall’islamismo più oscurantista e troppo spesso da noi occultata dietro alla ben più addomesticabile “violenza familiare”. Decine i casi che vale la pena ricordare. Bouchra, 24 anni, uccisa a Verona, a coltellate, dal marito perché si rifiutava di portare il velo e viveva “da occidentale”. Kabira, 28 anni, accoltellata a morte dal marito, esibiva abiti occidentali e “offendeva l’islam”.
Darin Omar, uccisa dal marito perché si era fatta assumere in un call center. Hina Salem, soffocata con un sacchetto di plastica dai suoi familiari, infine decapitata e sepolta con la testa rivolta verso la Mecca perché frequentava un ragazzo italiano e rifiutava il matrimonio forzato impostole. Fatima Saamali, uccisa in una statale presso Aosta, perché poco prima aveva denunciato alla polizia i continui maltrattamenti del marito. Malka, 29 anni, strangolata dal marito per i suoi atteggiamenti “occidentali”. Fatima Ksis, 20 anni, uccisa a coltellate dal fidanzato per averlo disonorato con il suo comportamento “troppo indipendente”. Sobia, avvelenata dai familiari, perché non si dimostrava “sufficientemente sottomessa”. Naima, accoltellata dal marito perché voleva riprendere con sé i figli sequestrati in Marocco. Fouzia, strangolata dal marito sotto gli occhi della figlia di tre anni, il corpo abbandonato in un giardino pubblico, considerata “infedele” perché aveva cominciato a seguire uno stile di vita moderno. Sanaa Dafani, sgozzata dal padre a Pordenone per la scandalosa relazione con un ragazzo italiano.
Queste maschere mortuarie occidentali confutano chi tenta di negare che vi sia una connessione tra i delitti d’onore e l’islam. Conoscere le loro storie potrebbe essere un buon inizio per decostruire il fanatismo che ha spento le loro vite e minaccia le nostre più preziose libertà. Leggiamo stupefatti di come i Talebani armati di pistola ad acqua carica di acido solforico vadano in giro per Kabul a sfregiare il volto delle studentesse. In Italia una ragazza di nome Amal, 26 anni, è stata investita dal marito semplicemente perché voleva andare dal parrucchiere. Se siamo in Afghanistan per combattere l’oscurantismo di chi vorrebbe tornare a riempire gli stadi di donne da lapidare, è anche per queste ragazze musulmane uccise nelle nostre città. E’ la stessa ferocia che fa razzia di ogni diritto e bellezza. (Fonte: http://www.ilfoglio.it/ , 19/10/2009)
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