lunedì 22 giugno 2009

ITTY: "IL MIO PRIMO DIECI IN INGLESE E LA CERTEZZA DI AVER SVOLTATO PER SEMPRE"

PADRE ELETTRICISTA, LA MAMMA CHE LAVORA IN CLINCA "EMANCIPAZIONE E RISPETTO SI GUADAGNANO SUI LIBRI" .

Figlia di immigrati. «Andrà all' università. E pensare che non le piaceva studiare» Farò economia e commercio. E lavorerò in un ong.

Quella volta là. Giusto un paio d' anni. Era una verifica scritta di inglese. Itty prese addirittura dieci. Sì, proprio un dieci tondo tondo. Meglio di Pasquale Tritto. Il primo della classe. Forse il più bravo della scuola. Quel saputello, quell' aria strafottente. Fu quella volta là, che Itty si rese per davvero conto di aver svoltato, di aver cambiato il corso della sua vita. Perché fino all' inizio di quell' anno, non è che lei fosse un granché a scuola. Intelligente, sì. Lo dicevano tutti. Ma poca voglia di studiare. Giusto il minimo. Poi, un qualcosa che scatta dentro. Come la voglia di arrivare in alto in alto. Anche un modo doveroso di ricambiare gli sforzi dei suoi genitori. Papà Belgacem e mamma Hna. Immigrati tunisini della prima ora. Gli Anni Ottanta. Prima lui e poi lei. L' arrivo regolare, poi la legge Martelli che meno male sistema tutto. La Sicilia, poi Milano. Lui a zappare la terra, a raccogliere i pomodori. Lei a far le pulizie dalle signore. Con grande dignità. Quindi la vita che passin passino comincia a girare per il meglio. Lui elettricista per una ditta e lei nelle cucine della clinica Madonnina. I due stipendi. La casa Aler. La fine del mese che è una conquista difficile e però possibile. I tre figli maschi. Ghaieth, Nizar, Houssen. E la ragazza. Ibtisame che ha 19 anni, che tutti chiamano Itty e che questa settimana sarà in ballo con la maturità. Itty che meriterebbe un bel cento. Ne è sicura la professoressa di italiano e storia, la Di Lecce. Per come a un certo punto ha intrapreso un percorso di incredibile crescita. Rinunciando a certe uscite con gli amici, rinunciando a certi programmi in tivù. Itty che però il cento non lo potrà mai prendere. Colpa di quei primi anni così così. Colpa delle regole scolastiche che impongono la valutazione sui cinque anni. E però chisseneimporta. Perché il suo sarà un novanta che vale un cento. Primo passo di un cammino che punterà in alto in alto. L' università che è già tutto deciso. Sarà economia e commercio. Indirizzo internazionale. Magari in un organizzazione non governativa. Magari in qualche mega istituto a litigare con le prossime crisi venture. Itty che sogna la Bocconi. Perché da piccolina ci passava davanti e il vedere tutti quei ragazzi le metteva allegria. Itty che se la meriterebbe proprio, la Bocconi. Per quella sua testa mica da niente, per quella sua voglia di darci dentro. E maledizione, la Bocconi che resterà un sogno proibito. Perché ci vogliono troppi soldi, perché papà e mamma non è che possono fare miracoli. E così sarà la Bicocca. Comunque un sogno. Per Itty che è immigrata di seconda generazione, che ce l' ha fatta grazie ai sacrifici di papà e mamma, che poi ci ha messo tanto pure del suo. Per Itty che alla maturità porterà una tesina proprio sull' immigrazione. Volendo dimostrare quanto sia sbagliato addebitare agli stranieri tutti i guai della nostra società. Cercando di evidenziare quanto sia grande la massa degli extracomunitarii che vivono in tutta onestà.
Pagine e pagine piene di numeri, di statistiche. Ma colme anche di sentimento, di passione, di rabbia. Rammentando certe diffidenze dei suoi compagni che alle medie la tenevano un po' in disparte. Ricordando quelle occhiate un po' strane di certe persone alla sua amica che indossa il velo. Sapendo bene quanto possano essere importanti anche le più piccole conquiste del quotidiano. A maggior ragione per una come lei. Che con il suo sorriso meraviglioso e tutta la sua dolcezza sta lì a mezzo tra la tradizione islamica delle origini e la cultura turbolenta di casa nostra. Che da piccola non voleva studiare l' arabo e adesso invece sì. Che non indossa il velo e non prega come d' obbligo, ma un giorno forse sì. Che profondamente ama i suoi genitori e mai e poi mai vorrebbe deluderli. Nei comportamenti, nelle scelte. Già, Itty che il prossimo anno andrà all' università, andrà verso il suo futuro. Come in quella foto che ha scattato un giorno con il telefonino. Si vedono i binari che portano alla Bicocca. Quasi fosse un viaggio verso l' emancipazione. Come un desiderio di libertà da certe regole. La difficoltà di stare lì a mezzo tra due mondi, tra due culture. Quei binari. Quell' emancipazione. Carlo Lovati La scheda Ragioneria Ibtisame Guerine, 19 anni, detta Itty, quest' anno ha frequentato la quinta A all' Istituto Pietro Custodi per ragionieri. È stata ammessa alla maturità con il 18, un risultato che, a causa di un' inizio un po' in sordina della sua esperienza scolastica, la penalizza rispetto ai notevoli risultati ottenuti negli ultimi anni. Materie preferite, lingue e diritto. Sorriso Itty è figlia di una coppia di immigrati tunisini della prima ora. Il suo vero nome è Ibtisame, che per noi italiani è abbastanza difficile e proprio per questo tutti la chiamano con quel buffo nomignolo. Bellissimo comunque il significato del suo vero nome: Ibtisame nella lingua d' oltremare vuol dire «sorriso» . ( Fonte: "Corsera", Cronaca di Milano, 21/6)

E ancora dall' Iran "in fiamme": Lettera dall'Iran, Da Teheran, lettera aperta di una ragazza al suo popolo e all'Occidente: "Negli occhi di Neda ho visto morire il mio Paese, ho visto morire l'umanità". Di Nardana Talachian, per tutti i ragazzi in piazza a Teheran . Nardana è anti-israeliana, paragona impropriamente la situazione degli Iraniani a quella dei Palestinesi... ha parte questo una lettera toccante, che merita. Anche per la severità con l'Occidente che ha lasciato soli i manifestanti. Leggi tutto ...

NEDA



(…) Per quanto riguarda la manifestazione non autorizzata, la via legale c’era per chiedere il permesso ma non gli è stato concesso: ciò in termini di legge significa che hanno commesso un reato, ma non importa tanto perché il governo iraniano è molto più civile di tutti i governi del mondo e finché loro erano tranquilli nessuno li ha disturbati. (islamsciita@yahoogroups.com) ( Fonte: Unpoliticallycorrect )

Il delirante commento non è riferito proprio alla manifestazione in cui è stata uccisa Neda, ma poco importa... .



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ROMEO E GIULIETTA IN INDIA : GLI SPOSI NEMICI SI UCCIDONO


LA STORIA. IL CONSIGLIO DEL VILLAGGIO AVEVA INTIMATO LORO DI METTERE FINE ALL' UNIONE PENA LA MORTE .

Lui indù, lei musulmana: si avvelenano per non lasciarsi .

Chissà se Amreen e Lokesh avevano visto Jodhaa Akbar (foto della locandina. La protagonista femminile è la celeberrima e splendida attrice e produttrice cinematografica Aishwarya Rai, indù, che a suo tempo ha avuto una turbolenta relazione con l'attore Salman Khan, musulmano, ndr) : vincitore di premi e campione di incassi, il film uscito da pochi mesi in India fa racconta l' amore tra l' imperatore Moghul Akbar e la principessa Jodhaa. Lui musulmano, lei indù, inizialmente sposi costretti dalla ragion di Stato del XVI secolo, poi innamorati e felici. Forse l' avevano visto. Ma Bollywood non è Phaphund. E la storia dei due ragazzi dell' infuocata pianura dell' Uttar Pradesh, 300 e passa chilometri a sud-est di Delhi, è ben diversa da quella del grande conquistatore e della sua nobile sposa. Soprattutto, nel secondo caso non c' è stato nessun happy end. Amreen e Lokesh (di loro si conoscono solo i nomi) erano nati e vivevano nel paese di Phaphund, dove si erano incontrati e innamorati, da cui erano scappati per sposarsi. Perché anche loro divisi da barriere religiose: lei musulmana, lui indù. Ma se la ragion di Stato di un tempo aveva unito loro malgrado Akbar e Jodhaa, quelle delle comunità a cui appartenevano Amreen e Lokesh avevano fatto di tutto per separarli. Tornati a casa e scoperti, i ragazzi erano stati deferiti al panchayat, una sorta di consiglio comunale locale, il cui verdetto era presto arrivato: il matrimonio era inaccettabile e non poteva durare. E quindi la scelta era semplice. O le nozze venivano annullate o i due sposi dovevano morire. Così è stato. Amreen e Lokesh si sono avvelenati. L' intero panchayat e i genitori sono stati incriminati per induzione al suicidio. La notizia è finita su qualche giornale locale, sepolta nelle pagine di cronaca. Ed è passata inosservata, almeno dai lettori locali. «Eppure questa è una vera tragedia alla Giulietta e Romeo», sostiene il corrispondente in India della Bbc, Sanjoy Majmuder. Che ieri, sul sito della tv britannica, ha cercato di ricostruire la vicenda dopo essere andato sul posto, incontrando però una diffusa omertà. «Un paese agricolo piccolo e anonimo - racconta la Bbc descrivendo Phaphund - stradine e carri trainati da cavalli, bestiame ovunque, un altro mondo rispetto a Delhi». Poi, l' incontro con il capo del panchayat, Achan Singh. «Hanno fatto un errore fatale: qui gli indù sposano le indù, i musulmani le musulmane», dice Singh. Ma poi nega che lui o l' assemblea abbiano fatto pressioni sui due ragazzi, ancor più che li abbiano minacciati di morte. «Sono stati gli anziani delle due famiglie - sostiene - Amreen e Lokesh dovevano restarsene in città». «Non so cosa sia successo, non abbiamo ricevuto pressioni dalle comunità nè dall' assemblea ma è vero che siamo stati disonorati da quel matrimonio», sostiene Salim, padre di Amreen, che vive vendendo il latte delle sue bufale e che ricorda come Lokash avesse conosciuto la figlia proprio venendo ad acquistarlo ogni giorno. «Era una ragazza adorabile, così innocente, e leggeva sempre il Corano - aggiunge Sayeda, una zia - Dio solo sa che follia l' abbia spinta a scappare con quel ragazzo. Siamo tutti molto tristi». Nessuna parola di più, solo disagio, paura, omertà appunto. Ma dalla polizia di Phaphund arriva la conferma che la tragedia si poteva evitare, che è stata la «cultura» del villaggio a causarla. «I due giovani erano legalmente sposati e avevano il diritto di vivere insieme - dichiara il commissario - I genitori e la gente non aveva alcun diritto di spingerli al suicidio. Sono colpevoli di un crimine e faremo tutto il possibile per condannarli». Questa volta, forse, la tragedia non verrà ignorata come tante volte è successo in passato e potrà ancora succedere. Perché nell' India di Sonia Gandhi, dove al voto di un mese fa i partiti laici hanno trionfato su quelli estremisti e confessionali, le barriere tra fedi, caste e comunità resistono. Soprattutto nelle campagne e nei villaggi come Phandhub, dove mistici musulmani e guru indù per secoli hanno vissuto insieme in pace, dove oggi templi e moschee sorgono affiancati senza troppi problemi, ma dove i matrimoni sono al 95% combinati dalle famiglie e, soprattutto, le unioni inter-religiose restano tabù. Una prova? A cercare sui forum e sui blog indiani si leggono centinaia di messaggi come quello di Santosh: «Sono indù ma amo una musulmana da nove anni. Vogliamo sposarci ma nessuno dei due può assolutamente convertirsi. Che fare?». Le risposte che gli arrivano non sono confortanti: «Andate in America» o «cambia fidanzata» sono le più frequenti. O magari consolati andando al cinema. Dove le storie di amore tra indù e musulmani finiscono bene.
Il film Jodhaa Akbar Il film prodotto a Bollywood dal regista indiano Ashutosh Gowariker (famoso in Occidente per Lagaan), è uscito nel 2008 e ha vinto numerosi premi internazionali, riscuotendo successo di pubblico e critica non solo in India ma anche in Usa e Gran Bretagna La storia Il film racconta (con molte libertà) la storia d' amore del grande imperatore Moghul Akbar, musulmano, e della principessa indù Jodhaa, costretta a sposarlo per motivi politici. Ambientata nell' India del XVI secolo, la pellicola si conclude con un happy end . (Fonte : Corsera, 21/ 6)
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domenica 21 giugno 2009

"IL VOLTO CANCELLATO", di FAKHRA YOUNAS




Il video è di 2 anni fa.

"Faceva un caldo terribile quella mattina di maggio a Karachi. Improvvisamente sentii un caldo come non avevo mai provato. E non vedevo più, non riuscivo ad aprire gli occhi che mi si erano tremendamente gonfiati... Mi rendevo conto che era successo qualcosa di terribile, ma non sapevo che quello che aveva sciolto i miei vestiti e che ora mi stava mangiando il viso, il petto, le braccia era l'acido".

Comincia così la storia di Fakhra Younas, una giovane ballerina pakistana che un marito violento e geloso ha sfigurato versandole sul volto l'acido. dal sito dalla parte delle donne maltrattare:http://guerrillaradio.iobloggo.com/ .


Fakhra Younas, è una giovane donna pakistana che in studio racconta una storia molto dura, la sua storia di donna che ha subito un'atroce barbaria sul suo volto, l'acidificazione. Younas proviene da una famiglia di artisti, dal padre alla madre agli zii. Il suo ex marito invece è figlio di un ex ministro del Pakistan, proveniente quindi da una famiglia molto potente. La ragazza seguendo la vocazione familiare, fa la ballerina, il suo volto e i suoi lineamenti sono quelli di una ragazza bellissima. Si innamora del futuro marito, il quale all'inizio si mostra gentile e premuroso. In poco tempo i due convolano a nozze e dalla loro relazione nasce un bambino. Improvvisamente però, lui diventa geloso con la moglie e con il figlio. Il suo comportamento è autoritario ed opprimente. Younas confida nella buona sorte e va avanti sperando che un giorno lui possa cambiare. Ma più il tempo passa e più la gelosia del marito si fa morbosa. Ad un certo punto la ragazza decide di lasciarlo. Lui di contro, non accetta la richiesta di divorzio, non ne vuole proprio sapere di essere abbandonato da sua moglie. Tant'è che un giorno irrompe a casa e mentre la moglie dorme le getta l'acido sul viso e scappa. La donna viene sfigurata orribilmente e dovrà portare i segni di tale sofferenza e brutalità per tutta la vita. Il suo volto da straordinariamente bello che era una volta sarà destinato per sempre ad essere deforme e rovinato. Il marito verrà condannato a soli sei mesi di carcere. Una punizione ridicola. "Io cerco di perdonare il gesto di mio marito-confida Younas- ma quando vedo altre donne in Pakistan colpite dall'acido e dalla gelosia non ci riesco proprio. Una volta bruciate e sfigurate, queste donne sono costrette a passare il resto della loro vita chiuse in casa e abbandonate". Adesso Younas vive in Italia e cresce qui suo figlio, insegnandogli l'educazione e i valori italiani. "In Pakistan si adotta lo stesso processo di apprendimento culturale applicato però con procedure barbariche -Sostiene la giovane mamma- Questo è un oltraggio alla vita". A rifarsi una vita alla fine l'ha molto aiutata suo figlio, che ogni mattina quando si sveglia affettuosamente dice alla mamma che per lui è ancora la più bella del mondo. "Mio figlio lo devo ringraziare perché mi ha dato il coraggio di vivere-Afferma Younas- Io vivo per lui, ogni giorno mi da una nuova energia. Anche se soffro molto quando purtroppo i bambini che vedono il mio volto si impressionano". Younas ha scritto insieme a Elena Doni un libro intitolato "Il volto cancellato"e a fine trasmissione esprime un desiderio che da realizzare in futuro: "Un giorno voglio tornare in Pakistan a testa alta. Voglio usare la mia immagine per le altre donne nella mia stessa condizione". (Fonte: blog http://www.nelmiocuore.splinder.com/ , da IL SENSO della VITA http://www.ilsensodellavita.tv/ , 18/6)

E sempre a proposito di Pakistan:


End Government Harassment of Pakistani Champion of Women's Rights
Mukhtar Mai (autrice di "Disonorata. Dalla legge degli uomini , ndr) : Click Here to Take Action>> .
End Government Harassment of Pakistani Champion of Women's Rights

In 2002, Mukhtar Mai was gang-raped on orders of a traditional village council as punishment for acts allegedly committed by her younger brother. Instead of suffering in silence, Ms. Mai fought back and testified in a rape case against her attackers and is now a leading Pakistani women's rights activist.
For her activism, she has faced constant harassment, including from government officials, who have strongly discouraged her from proceeding with her case. In the latest incident, on June 11, 2009, a power company raided her human rights organization, falsely accusing it of stealing electricity. The company proceeded to disconnect all of the electricity, also affecting hundreds of families in the surrounding area. According to witnesses to the raid, power company officials claimed that a member of the Pakistani government ordered the raid.
This raid is only the most recent incident of harassment against Ms. Mai and has significantly hindered her organization's ability to carry out its important human rights work. Demand that government officials immediately cease these harassing tactics.

Click Here for More Information about This Case>> .

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ANCORA DONNE E IRAN...

1) ATTENZIONE VIETATO AI DEBOLI DI CUORE... : NEL VIDEO VIENE MOSTRATO A DISTANZA RAVVICINATA L'ASSASSINIO DI UNA RAGAZZA, NEDA, DA PARTE DELLA POLIZIA . Io stessa non sono riuscita a star lì tutto il tempo... .

http://www.youtube.com/watch?v=o21k4AI2KSE .

E qui si vede ancora meglio e c'è una testimonianza: http://www.liveleak.com/view?i=ff3_1245517919&c=1#comments . E ancora su Neda: La morte in diretta mondiale, Neda è già un simbolo .


2) #2149 - Iranian Filmmaker Samira Makhmalbaf: Ahmadinejad Has Soiled the Streets of Iran with Blood and Wants to Lead the Region to War

3) Ieri un sabato di sangue, «più di 100 i feriti». Tra gli arrestati anche la figlia del'ex presidente Rafsanjani. Khatami: «Pericoloso vietare le proteste» .

4) Iran: Jelveh Javaheri come Aung San Suu Kyi, prigioniera di coscienza Iran: liberata Jelveh Javaheri . Leggi tutto ...

sabato 20 giugno 2009

LA RIVOLUZIONE SCIITA DI ZAHRA

Avevo giò postato il link di un articolo su di lei (e su una giornalista accesa sostenitrice di Ahmadinejad). Conosciamo meglio, con le sue luci e le sue OMBRE, Zahra Rahnavard, moglie di Mir Hosein Mousavi. Un personaggio davvero interessante e, a modo suo rivoluzionario (e per questo, secondo l'autore di questo articolo del "Foglio", più minaccioso della moglie di Ahmadinejad, intabarrata nel suo chador nero e fuori dalla politica)


Roma. Della moglie di Mahmoud Ahmadinejad non si conosce né il nome né il volto. Lei è invece l’immagine fiera, progressista, colta ed “emancipata” del khomeinismo. La moglie di Moussavi, Zahra Rahnavard, definita la “Michelle Obama iraniana” da numerosi media occidentali, è la principale teorica del velo islamico in Iran. Ieri il Guardian pubblicava un editoriale con questo titolo: “In praise of… Zahra Rahnavard”. Per molti anni è stata cancelliere della più grande università iraniana per “sole donne”. E’ una matrona sciita che ha forgiato un sinistro femminismo islamista. Sostiene che attraverso il velo, paramento consustanziale e simbolo di sottomissione delle donne nel mondo islamico e in Europa, le ragazze dell’islam possano essere “liberate”. Nel 2000 Zahra portò avanti una campagna perché potessero indossare anche veli fantasiosi, non soltanto neri. “Non è il nero il colore della rivoluzione, ma i colori divini”. “Non sono la Michelle Obama dell’Iran”, ha detto Zahra, unica donna rettore universitario dell’Iran. “Sono una seguace di Fatimah, la figlia del profeta Maometto. Rispetto tutte le donne attive”. Un incoraggiamento alla repressione di tutte le donne che nei paesi musulmani tentano di sfuggire all’obbligo dell’hidjab a rischio della loro stessa vita. Visto che in Iran è il velo o la morte, Zahra vuole che le donne musulmane lo indossino “liberamente”. Due giorni fa, nel pieno della protesta popolare e per difendere il marito dalle accuse di “legami stranieri”, Zahra ha spiegato che “Israele è il più grande eterno nemico dell’Iran”. Ha scritto libri su arte, letteratura, poesia, religione e politica. Ancora oggi parla di guerra al “colonialismo culturale”. Indossa semplici sandali e a chi le fa presente che in Iran le donne sono oppresse, Zahra risponde: “Qui adorano Dio, significa che non adorano gli Stati Uniti, non adorano i cosmetici, non adorano il consumismo. Le donne non sono schiave dei mariti”. E’ diventata famosa prima del marito Hosein e si parla anche di suoi presunti addestramenti al terrorismo di molte donne iraniane. Ha scritto dieci libri, fiera di essere “un esempio di donna islamica rivoluzionaria”. Per Zahra il velo è un simbolo del progresso: “E’ la più grande cosa che la Rivoluzione islamica ha fatto per le donne, le ha liberate dall’essere oggetti sessuali e le ha rese persone intellettualmente e spiritualmente importanti”. Scultrice e già consigliera del presidente Mohammad Khatami, Zahra ha visto esporre le proprie opere in molte piazze di Teheran. Sostiene che “il valore fisico della donna islamica è riservato alla casa e al marito, non ai capitalisti e agli stranieri. Le donne nel mondo islamico sono le più libere del mondo”. ("Il Foglio")
E ancora su Zahra Rhanavard, Mousavi e l'Iran: Mir e Zahra Mousavi: la coppia giusta per la rivoluzione democratica in Iran? e FOTOGALLERY: Le donne di Teheran .
Il suo ideale movimentista l’ha appreso dal maestro e ideologo della rivoluzione, Ali Shariati. Costui aveva studiato alla Sorbona di Parigi e diceva che “millequattrocento anni fa alcuni schiavi, venditori di datteri, cammellieri e operai seguivano la religione di Maometto. Oggi debbono essere i lavoratori, i contadini, i mercanti, i burocrati e gli studenti a farla rivivere. I movimenti sorgono sempre tra il popolo, perché le classi dominanti aristocratiche promuovono la conservazione e impediscono il mutamento sociale per difendere la propria posizione…”. Sembra di leggere i discorsi di Zahra, che con Mousavi dice di stare “con il popolo” e “contro i tiranni”. Non a caso anche l’attuale leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Alì Khamenei, era vicino a Shariati e condivideva molte delle sue idee. Shariati e Zahra, che lei conobbe e seguì quando aveva appena vent’anni e usciva da una famiglia aristocratica, vedono nello sciismo un credo rivoluzionario. I suoi santi erano eroi rivoluzionari. La storia degli sciiti non sarebbe altro che la famosa dialettica della lotta di classe, culminante in una rivoluzione. Come amava ripetere Shariati: “Ogni giorno è Ashura, ogni luogo è Karbala”. Gli sciiti non dovevano accontentarsi di aspettare l’imam in passività, dovevano operare per affrettarne il ritorno. L’Iran avrebbe bisogno di passare per una nuova rivoluzione, lo “sciismo rosso” delle origini. Zahra è fiera di portare il nome di uno dei cinque santi personaggi a cui gli sciiti tributano il massimo onore: il profeta Maometto, sua figlia Fatima al Zahra, il genero e cugino Alì, e i nipoti di questo Hasan e Hussein. La figura di Zahra è agli antipodi rispetto alla consorte di Ahmadinejad, di cui non si sa quasi nulla e che è apparsa soltanto in un paio di fotografie con il chador completo. Ma Zahra ci consegna un’immagine persino più minacciosa, ammaliante e fascinosa del regime khomeinista. Ancora oggi Zahra ricorda, con orgoglio palpabile, di essere stata la “prima scrittrice islamista a sfidare il regime dei Pahlevi”. Il suo cognome, Rahnavard, significa “colei che è nel sentiero islamico”. Presagio di una rivoluzione ben diversa da quella immaginata da chi ha riempito le piazze a favore degli studenti iraniani. Zahra immagina di essere come Zaynab, la sorella di Hussein che accompagnò a Damasco la testa del fratello. Difese la vita dell’unico membro maschio sopravvissuto, il figlio di Hussein Alì, succeduto al padre come quarto imam, assicurando la continuità sciita. Si tratta pur sempre di una storia che deve la propria esistenza a una donna.
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FARAH DIBA: "MIO MARITO LO SCIA' FECE MOLTI ERRORI MA ALL' IRAN ORA SERVE DEMOCRAZIA"

PARIGI - Farah Diba Pahlevi, ex imperatrice persiana ricorda benissimo l´ultima volta che i giovani iraniani si sono riversati nelle strade di Teheran, scandendo slogan, lanciando pietre e chiedendo il cambiamento: fu l´inizio della rivoluzione contro suo marito, lo scià di Persia, che costrinse infine la coppia reale all´esilio nel 1979 e sconvolse la sua vita. Durante il suo regno da imperatrice di Persia la Pahlevi, che ora vive a Parigi, era la Jackie O. iraniana - una donna graziosa, affascinante, nota per il suo impegno appassionato a favore delle arti. E persino quando il marito perse il consenso popolare a seguito del suo dominio autocratico e del duro trattamento riservato ai nemici politici, Farah Diba era ancora ammirata da molti per il suo fascino e per il suo calore umano. Ovviamente guardando le dimostrazioni in tv e la repressione contro chi manifesta per la libertà qualcuno si chiederà che differenza c´è rispetto al regime di suo marito. «Può essere, ma non ha senso fare paragoni. La cosa più importante oggi è sostenere gli iraniani all´interno del paese e la gente sa che non c´è paragone tra quello che ha fatto questo regime negli ultimi 30 anni e com´era lo scià».
Ripensando oggi al trattamento riservato al dissenso all´epoca si chiede mai se si sarebbe potuto avere un atteggiamento diverso?
«E´ sempre la stessa storia. Da trent´anni ci poniamo questa domanda, con tutti i vari se. I se sono tanti sia per noi che rivestivamo posizioni di responsabilità che per chi ha partecipato alla rivoluzione. Non ha senso fare paragoni o pensare al passato. Oggi dobbiamo davvero pensare al presente. Oggi tanti che sono stati contro il regime hanno il coraggio di dire che si rammaricano di aver fatto quello che hanno fatto».
Suo marito si è poi rammaricato per come aveva governato l´Iran? «Di nuovo, bisogna tornare indietro di trent´anni, alla guerra fredda e ai problemi che avevamo laggiù. La speranza di mio marito era che suo figlio in futuro regnasse in maniera diversa… ma non possiamo diventare una democrazia dal giorno alla notte». (Fonte: "La Repubblica")

E ancora un intervento di Mahnaz Afkhami, scrittrice attivista per i diritti umani e Ministra degli Affari delle Donne sotto il regime dello Scià: I blog delle iraniane scuotono il regime .

Indirizzi di alcuni blog gestiti da donne iraniane: http://www.blogger.com/ , http://www.blogger.com/ , http://www.blogger.com/ .
Cosa prova guardando queste incredibili immagini scorrere sullo schermo tv?
«Un senso di speranza. Mi sento vicina a questi giovani, ragazzi e ragazze, e a tutte le persone che sono in strada e subiscono la repressione. Ovviamente ho inviato un messaggio agli iraniani dicendo che sono con loro e ho esortato la polizia a considerare i dimostranti fratelli e sorelle e a non avere un atteggiamento repressivo».
Tutto questo non le ricorda altri momenti meno carichi di speranza?
«No, francamente non vivo nel passato, anche se alcune immagini vengono dal passato. Ma si vede che la gente in strada oggi a Teheran è diversa, nell´aspetto, nelle cose che vuole. E ho grande speranza che questo sia l´inizio della fine della teocrazia».
Suo figlio Reza da anni si esprime contro il regime e si dice addirittura che faccia parte di gruppi di esuli che auspicano un cambio di regime. E´ vero? Suo figlio ha forse in programma di tornare ora in Iran?
«Come la maggioranza degli esuli iraniani mio figlio ha espresso sostegno al popolo iraniano, per la disobbedienza civile, ed ha incoraggiato l´esercito e i guardiani della rivoluzione a non creare problemi, a non sparare ed imprigionare i manifestanti».
Secondo lei in che rapporti è ormai Ahmadinejad con la guida suprema? Si dice che sia molto ambizioso e voglia spingersi oltre, dopo tutto a quanto pare l´esercito è la base del suo potere.
«Sentiamo che esistono molte crepe anche all´interno dei gruppi più potenti in Iran. Non viene da fuori, viene da dentro, e non sono solo i giovani o la classe media - non esiste più la classe media. La maggioranza degli iraniani sono poveri e vivono in condizioni di povertà. Molti sono infelici in Iran, perché nonostante la ricchezza del paese - non solo le risorse naturali ma anche quelle umane - guardi quanti problemi abbiamo: povertà, tossicodipendenza, e, sfortunatamente, prostituzione, bimbi che chiedono l´elemosina in strada. E´ sconfortante».
Come pensa che l´Iran possa diventare una democrazia? Sarebbe opportuno un intervento esterno o la spinta deve venire dall´interno?
«Avrà luogo all´interno, non verrà da fuori, ma giudico importantissimo che il mondo libero capisca che deve dare appoggio al popolo iraniano».
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