sabato 10 luglio 2010

SVEZIA: QUANDO LE BIONDE SI TINGONO I CAPELLI PER NON ESSERE VIOLENTATE

Le svedesi bionde tingono i capelli di colore scuro per timore di esseri violentate. La ragione è che le bionde non passano inosservate in un certo numero di zone in cui gli svedesi autoctoni rappresentano soltanto il 20% della popolazione. Un aspetto troppo scandinavo aumenterebbe il rischio di aggressioni. Assumendo un atteggiamento neutro a livello di vestiario e con i capelli scuri, sperano così di sfuggire all'attenzione di potenziali violentatori. Generalmente si tratta di giovani musulmani che considerano i capelli biondi come una provocazione. (Fonte: Het Laatste Nieuws , da Per la pace e l'amicizia tra i popoli , 27/5)
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CASALINGHE INDEMONIATE

Colleen, Pauline, Muriel sembrano condurre una vita normale. Poi, un giorno, flirtano on line con un fanatico. E per amore diventano guerriere della Jihad. Pronte a uccidere e a uccidersi.

Bionde, con gli occhi azzurri, nate in tranquille cittadine di provincia occidentali. Vite anonime, a volte segnate da qualche problema. Finché un giorno non incontrano, magari online, “un uomo diverso dai soliti”. Si innamorano e si trasformano in soldatesse della Jihad. Pronte ad uccidere e a farsi uccidere. Agiscono dagli Stati Uniti alla Russia, come dimostra l’ultimo attacco nel metrò di Mosca, eseguito – sembra – da due donne kamikaze. Le temute “vedove nere”.
La casalinga Colleen LaRose, 46 anni, si sposa, per la prima volta, a 16 anni.



L’unione finisce presto così come la seconda. All’improvviso Colleen scopre l’Islam, si mette a studiare la religione musulmana e prende a cuore i problemi politici del Medio Oriente. Su Myspace mette una sua foto con il burka. Si firma “Fatima LaRose” oppure “Jihad Jane”. Via internet conosce un uomo, un algerino che le fa da guida. Colleen entra a far parte di un gruppo, basato in Irlanda, che vorrebbe assassinare Lars Vilks, un disegnatore svedese autore di vignette blasfeme. Non solo, la donna recluta altre “bionde”. Il 22 agosto 2009, pochi giorni dopo la morte del padre, Jihad Jane scompare da Pennsburg dopo aver rubato il passaporto ad un amico. La donna ha raggiunto i complici – e il “fidanzato” nordafricano – in Irlanda. Sono pronti a passare all’azione. Colleen, però, rientra negli Usa in ottobre e ad aspettarla c’è l’Fbi che decide di arrestarla.
La mamma Nella retata irlandese resta impigliata per qualche giorno un altro personaggio incredibile. Jamie Pauline Ramirez, 31 anni, mamma di un bimbo di 6.

Viene da Leadville, Colorado. Si è sposata tre volte. E dall’unione con un messicano – poi deportato perché illegale – è nato il piccolo Christian. Jamie passa ore al computer. Le lunghe sedute davanti al pc: ha conosciuto Alì, un nordafricano che vive in Irlanda la circuisce. La ragazza, dopo aver ottenuto un prestito scappa insieme al figlio in Europa per raggiungere il “nuovo amore”. Si sposano secondo il rito musulmano e Christian diventa Wahid. Un cambio di nome – denunciano i familiari di Jamie – seguito da un intenso “lavaggio del cervello” per educare il bimbo alla guerra santa e al martirio. In questa strana love story irrompe, però, la polizia che arresta l’algerino, i complici e anche Jamie. L’americana sarà rilasciata dopo un paio di giorni, anche se rimane sotto osservazione. Chi indaga non esclude che possa essere stata in contatto – via internet – con Colleen LaRose.
La ribelle Se Jamie e Colleen sono state fermate in tempo, ciò non è avvenuto per Muriel Degauque.


Tratti gentili e carattere ribelle, Muriel nasce in un sobborgo di Charleroi, in Belgio. La sua famiglia la manda in una buona scuola cattolica, cerca di farla crescere con sani principi ma lei è irrequieta. Se ne va di casa dopo la morte del fratello. Prima sposa un turco, divorzia due anni dopo e si lega ad un algerino che la introduce all’Islam. Da questo passo ad un altro ancora più duro. Si invaghisce di giovane marocchino, Issam Goris, e diventa una integralista convinta. Il suo cammino ha una conclusione drammatica. Muriel, 38 anni, si fa saltare per aria ad un posto di blocco americano a Baquba, Iraq. È il 9 novembre 2005. Al suo fianco c’è Goris, il suo ragazzo. I soldati lo uccidono prima che possa attivare la cintura esplosiva. Fine di un amore, fine di una storia di terrore. (http://www.leiweb.it/ )

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SOSPESA LA CONDANNA A MORTE (LAPIDAZIONE) PER SAKINE MOHAMMADI ASHTIANI

L’esecuzione della donna di 43 anni, condannata a lapidazione per adulterio, è stata sospesa. Il governo di Teheran ha così dato ascolto alle sempre più crescenti pressioni della Comunità Internazionale al per la sospensione della pena. Ma ancora non è chiaro se questa sospensione sarà definitiva.

Sakine Mohammadí Ashtiani, la donna condannata a morte per adulterio, per il momento non sarà giustiziata. È di questa mattina la notizia della sospensione della lapidazione alla quale la donna, 43 anni e madre di due figli, era stata condannata in seguito al presunto rapporto sessuale avuto con l’assassino di suo marito. Ancora non è chiaro però se la sentenza sia stata definitivamente sospesa o solamente rinviata. Questa sospensione arriva dopo le forti pressioni internazionali alle quali è stato sottoposto il regime di Teheran, scaturite dopo la denuncia della Campagna Internazionale per i Diritti Umani in Iran che ha definito la sentenza “inumana”.


DA FRUSTATA A LAPIDATA – La donna avrebbe dovuto essere prima interrata fino al petto e poi colpita da pietre non tanto grandi da poterla uccidere sul colpo, ma nemmeno tanto piccole da non causarle danni. Questo quanto prevede il codice penale iraniano in caso di adulterio femminile. Questo abominevole trattamento è entrato in vigore dopo la rivoluzione islamica del 1979 che trasformò il paese da monarchia a repubblica, In principio la donna era stata condannata a 99 frustate per relazione illecita, ma il caso fu riaperto in un altro tribunale che considerò la relazione già iniziata prima che il marito della condannata morisse, quindi cambio l’accusa in adulterio, pena per la quale è appunto prevista la morte per lapidazione. L’avvocato della donna ha dichiarato che la sua assistita non parla bene il persiano, ma solamente un dialetto azero, e per questo in principio non aveva compreso bene le accuse per le quali si era dichiarata colpevole. Subito dopo la sentenza di condanna a morte, la donna ha ritrattato la sua confessione e chiesto la clemenza. (Fonte: http://www.www.lavocedineda.iobloggo.com , 9/7)
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venerdì 2 luglio 2010

"SE LA DONNA HA UN CARATTERE FORTE, I MALTRATTAMENTI DI LUI NON SONO REATO"


"Mille e Una Donna", TUTTE le donne !!!

La sesta Sezione penale ha sottolineato che "la condizione psicologica della moglie, per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella di una persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente". Secondo i giudici "nelle motivazioni d'appello non c'è alcuna indicazione che deponga per la sussistenza di una volontà sopraffattrice" del marito.

La moglie ha un carattere forte e non si lascia intimorire da minacce e percosse? Non sussiste il reato di maltrattamenti contestato al marito violento. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha annullato senza rinvio "perchè il fatto non sussiste" la condanna a 8 mesi di reclusione (condizionalmente sospesa) inflitta ad un uomo dalla Corte d'appello di Milano per maltrattamenti in famiglia. La Suprema Corte (sesta sezione penale, sentenza n.25138) ha ritenuto fondato il ricorso con cui l'imputato rilevava che gli stessi giudici del merito avessero sottolineato il "carattere forte" della moglie, per nulla "intimorita" dalla sua condotta. L'uomo, quindi, lamentava il fatto che la Corte d'appello avesse scambiato per "sopraffazione" un mero "clima di tensione tra coniugi". Gli 'ermellini', ricordando che "perchè sussista il reato di maltrattamenti in famiglia occorre che sia accertata una condotta (consistente in aggressioni fisiche o vessazioni o manifestazioni di disprezzo) abitualmente lesiva della integrità fisica e del patrimonio morale della persona offesa che, a causa di ciò, versa in una condizione di sofferenza", hanno annullato la condanna dell'imputato osservando che "i fatti incriminati sono solo genericamente richiamati nella sentenza impugnata" e "appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell'arco di circa 3 anni", che "non rendono di per sè integrato il connotato di abitualità della condotta di sopraffazione richiesta per l'integrazione della fattispecie in esame"; tanto più che, si legge nella sentenza, "la condizione psicologica" della donna"per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella di una persona 'scossa....esasperata...molto carica emotivamente". Dunque, conclude la Cassazione, "non risulta offerta dai giudici di merito alcuna indicazione che deponga per la sussistenza, in capo all'imputato, di una volontàsopraffattrice idonea" per integrare il reato contestato. Comportamenti di maltrattamento sporadico per i quali, fa inoltre presente piazza Cavour, la moglie aveva anche rinunciato alla querela (sarebbe interessante capire il perchè, visto la donna ha un carattere talmente forte, da essere giudicata "idonea ai maltrattamenti" !). (Fonte: http://www.rainews24.rai.it/ )
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SOGNI DELLA MODELLA ARABO-ISRAELIANA

A FIL DI RETE / IL DOCUMENTARIO DELLA REGISTA IBTISAM SALH MARA'ANA

Il dramma della bellezza nel nome di uno strano impasto di conflitti religiosi, etnici e politici.

Tutta colpa di un costume da bagno, tutta colpa di un bikini. Quella che poteva essere una brillante carriera da indossatrice o da fotomodella finisce quasi in tragedia, con un processo tribale che spegne brutalmente i sogni di una ragazza, nel nome dell’ortodossia, nel nome soprattutto dell’intolleranza. Il filmato che ha inaugurato l’appuntamento di Doc 3 (documentari scelti da Lorenzo Hendel con la consulenza di Luca Franco) era Lady Kul El Arab della regista Ibtisam Salh Mara' ana una delle poche documentariste donne arabo-israeliane (Raitre, mercoledì, ore 23.30). Protagonista della storia è Duah Fares, una ragazza arabo- israeliana drusa che intraprende la carriera di modella e sogna di partecipare a Miss Mondo.
Ha due opzioni: partecipare a «La regina degli arabi», un concorso di bellezza all’insegna della bacchettoneria più efferata, oppure a Miss Israele, la cui vincitrice può accedere alle selezioni per Miss Universo e a una vera carriera internazionale. Nel dubbio adolescenziale, sceglie entrambi i concorsi. Il documentario racconta il dramma della bellezza, l’ingiusto dilemma cui viene sottoposta una ragazza, per altro molto affascinante, nel nome di uno strano impasto di conflitti religiosi, etnici e politici. Sta di fatto che alla fine Duah deve abbandonare il concorso israeliano per evitare conseguenze spiacevoli per tutta la sua famiglia. Quello che il documentario non dice è che l’intolleranza approfitta di tutto, anche di un concorso di bellezza, per rafforzare la proprio egemonia. La regista Ibtisam Salh Mara'ana si comporta un po’ come il turco-napoletano di Totò: approfitta della libertà e della democrazia che Israele le concede per raccontare una storia in cui, sottotraccia, lo Stato d’Israele fa la parte di chi introduce i valori della cultura globalizzata, dell’Occidente. Intanto i Drusi, nel nome della loro religione, possono minacciare di morte una ragazza per un bikini. (Fonte: Corriere della Sera ) Leggi tutto ...